Diario semiserio di quarantena| Settimana numero…

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Settimana di quarantena numero…

Non ricordo il momento in cui ho smesso di contare i giorni passati tra le mura domestiche e tanto meno mi affretto a segnare sul calendario quanto manca alla liberazione; in teoria il 4 maggio, ma hanno spostato talmente tante volte la data di fine lockdown che ormai sono credibili quanto quelli di “Poltrone e Sofà” quando dicono che è l’ultimo weekend di sconti.

Questa dovrebbe essere l’ultima settimana di isolamento, da lunedì prossimo si torna alla vita di prima. Più o meno. Mascherine, guanti, distanziamento sociale, due persone per volta all’interno degli esercizi pubblici, vietati ancora gli assembramenti, se si esce a fare una passeggiata bisogna mantenere la distanza di un metro e mezzo e insomma tutta questa voglia di tornare lì fuori a me è passata. Si chiama adattamento, mi dicono, non c’è da spaventarsi o da preoccuparsi. Sarà che prima di tutto questo la mia non era una vida loca, sarà che sola ci sto benissimo (sola sola no, mi basta quella povera santa che da quasi trent’anni mi sopporta), sarà che già prima non ero tipo da baci e abbracci, saranno tante di quelle cose che cambiamo discorso che è meglio che con i miei discorsi da folle non voglio annoiare nessuno.

Avviso i gentili lettori che è tornata la voglia di leggere e possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo. Questa cosa di non riuscire a portare a termine neanche mezza pagina mi innervosiva e mi faceva pensare al fatto di star sprecando tutto il tempo in eccesso che mi era stato dato. La lettura non è costrizione e non è obbligatoria, mi sarò sgolata a forza di dirlo ai ragazzi del mio corso di lettura e scrittura, ma come tutti gli ipocriti non seguo i consigli che io stessa do.

Cosa ho letto e cosa sto leggendo?

Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, Feltrinelli, una donna che per superare una fase dolorosa della sua vita decide di abbandonarsi al sonno e quante volte mi sono detta, voglio fare come lei e svegliarmi a quarantena finita se non fosse per la quantità industriale di farmaci che assume per addormentarsi. Un paese terribile di Keith Gessen, Einaudi, un ragazzo nato in Russia e trasferitosi negli USA all’età di sei anni e che ritorna nel paese natio per prendersi cura della nonna quasi novantenne. Quello che crede di trovare è un paese per l’appunto terribile, invece imparerà ad amare pregi e difetti di una nazione di cui ben presto si renderà conto non sapere nulla.

La ricetta del cuore in subbuglio e Una rivoluzione sentimentale di Viola Ardone, entrambi Salani. Dopo essermi completamente innamorata di Amerigo, sentivo la necessità di recuperare i primi due lavori di Viola Ardone, per mettermi in pari con un’autrice che in pochissimo tempo è diventata autrice del cuore. Recuperandoli mi sono resa conto di quanto la sua scrittura sia maturata nel terzo libro (il secondo poi mi è piaciuto particolarmente anche se io e Zelda abbiamo un po’ litigato a causa di alcune sue scelte, ma questi sono i deliri della me lettrice a parlare, voi passate avanti). Stesso discorso per Mosca più balena, Minimum Fax e Il Verdetto, La Nave di Teseo di Valeria Parrella (che con Almarina è candidata allo Strega e qui si tifa tantissimo per lei). Non sono amante dei racconti e questo mi porta ad escluderli nel momento in cui devo acquistare un libro nuovo. Capita quindi di perdermi dei libri belli, come quelli sopra citati.

Florence Gordon di Brian Morton, Sonzogno e La famiglia Karnowki di Israel J. Singer, Adelphi, sono due libri che mi sono stati consigliati da due amiche lettrici e che hanno colto il segno. Il primo su una scrittrice femminista alle prese con la sua autobiografia e la sua caotica famiglia e il secondo una saga raccontata attraverso le tre generazioni familiari.

E in lettura? Come muoversi tra la folla di Camille Bordas, SEM, Falsa partenza di Marion Messina, La Nave di Teseo e Tempo variabile di Jenny Offill, NN Editore di cui spero di parlarvi prestissimo.

Come sempre, ci leggiamo alla prossima.

Photo Credits Google Images

 

Giovanissimi| Alessio Forgione

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Ci sono certi libri che diventano per me delle ossessioni, in senso positivo, sia chiaro. Me ne innamoro così follemente che la mia diventa una vera e propria missione: vai e diffondi il libro. Quando due anni fa è uscito il libro d’esordio di Alessio Forgione, Napoli mon amour e mi sono resa conto di trovarmi di fronte a un libro perfetto, la conseguenza è stata una: consigliare quel libro a chiunque.

Mi rendo conto di sfinire le persone, ma il mio mantra è questo: i libri belli devono essere conosciuti, i libri belli devono essere letti.

La notizia di un secondo libro di Alessio Forgione mi ha rallegrato e al tempo stesso mi ha messo un pizzico d’ansia e chi è lettore mi capisce: se questo libro non sarà all’altezza del precedente? Quando Giovanissimi, questo il titolo uscito il 23 gennaio per NN Editore, mi è arrivato, ci ho messo qualche giorno prima di decidermi ad iniziarlo. Quando l’ho fatto, due ore e mezza dopo l’ho finito (non conosco mezze misure, ma questa è un’altra storia).

In Giovanissimi ritorniamo a Napoli, non la Napoli del centro storico in cui si muoveva Amoresano, ma la Napoli periferica e precisamente a Soccavo. Marocco è un ragazzino che frequenta il primo anno di liceo a cui deve il soprannome a causa dei suoi capelli ricci e neri e della sua carnagione scura. La voglia di studiare non ce l’ha, frequenta la scuola solo per assecondare il desiderio di suo padre con cui vive dopo che la madre li ha lasciati dall’oggi al domani. L’assenza della donna è una delle grandi ferite aperte di Marocco che vorrebbe almeno una spiegazione di quel gesto tanto assurdo. A casa sua sono sparite anche le fotografie e il ricordo del tono della sua voce si affievolisce giorno dopo giorno.

L’unica cosa che spinge Marocco ad alzarsi dal letto è il pallone. Le partite a calcetto con i suoi amici lo motivano come nient’altro e con quelle la speranza di poter diventare un professionista e cambiare radicalmente la sua vita. Arrivano poi a distanza di poco tempo la proposta del suo amico Lunno e l’incontro con Serena. La prima rientra nella categoria di proposte che non si possono rifiutare, semplici, veloci, che gli permetteranno di guadagnare qualcosa, ma che come controparte hanno il fatto di non essere nei limiti della legalità. Serena, invece, lo stravolgerà del tutto facendogli conoscere il primo amore, quello che quando arriva ti stordisce e ti rincretinisce.

Fu così che pensai che nel primo ciao che ci si dice è compreso anche l’addio e che l’inizio è solo l’inizio della fine e che ogni incontro non è altro che un lungo abbandono, centellinato goccia a goccia, lento.

Con Giovanissimi Alessio Forgione ci parla delle amicizie vere o presunte tali, della fragilità dei rapporti familiari e dell’amore, quello rude e acerbo, tipicamente adolescenziale. Inoltre racconta della labilità dei confini e di quanto facile sia muoversi tra il territorio giusto e quello sbagliato. La scrittura di Forgione è una scrittura che non lascia scampo, ti prende, ti rapisce, ti avvolge e ti trascina e non ti rendi conto di essere arrivato a fine libro. Parlavo con un’amica della bravura di questo autore napoletano, entrambe eravamo d’accordo sulle sensazioni che avevamo avuto leggendo il suo libro d’esordio: Forgione ha delle enormi potenziali e una voce rara in questo grande panorama editoriale (e scusate se è poco).

PS: se Alessio Forgione continua a ridurmi a pezzi ad ogni suo libro, la prossima seduta di psicoterapia me la offre lui.

  • Titolo: Giovanissimi
  • Autore: Alessio Forgione
  • Casa editrice: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2020

Il Salone del Libro 2019 | Giorno uno

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Scaramanticamente non ho detto niente fino all’ultimo. Fino alla sera prima di partire ero convinta che sarebbe successo qualcosa che avrebbe mandato tutto per aria, sia perché il mio secondo nome è ansia, sia perché come tutti i sogni che stanno per realizzarsi si fatica a credere che quella sia realtà. Ebbene questo è stato l’anno in cui per la prima volta nella mia vita sono andata al Salone del Libro, la fiera dell’editoria e del libro per eccellenza, dove tutto il gota del mondo culturale si riunisce e dove tutti i lettori sperano di andare.

Cosa è stato per me il Salone del Libro è difficile da spiegare, ancora non realizzo tutte le cose stupende che mi sono successe in quei due folli e bellissimi giorni. Per essere breve il Salone per me è stato chiacchiere, abbracci, vecchie e nuove conoscenze, file, stanchezza e scrittori che spuntavano da ogni dove. È stato girovagare tra gli stand delle case editrici che più amo, fermarmi a parlare dei libri che pubblicano, assistere alle presentazioni di scrittori che mai avrei pensato di vedere e di scrittori a cui ormai sono tanto abitata da considerarli parte della mia famiglia (ragà, ho visto più Maurizio de Giovanni che certi parenti miei).

Il venerdì è stato il giorno degli stand. Ho cercato di visitarne quanti più possibile, ma credetemi: quattro enormi padiglioni avrebbero richiesto almeno un’intera settimana. Il primo stand è stato quello della Einaudi (ovviamente). Potevo mai iniziare da uno stand diverso, io che prima o poi farò un tatuaggio di uno struzzo che certifichi il mio amore per questa casa editrice? Giammai. Che vi devo dire, quando sono entrata lì ero Alice nel paese delle mie meraviglie e le meraviglie erano quei libri che tanto amo, tutti nello stesso posto e tutti a mia disposizione. Smaltita leggermente la Einaudi Fever ho proseguito verso altri stand. NN Editore, dove ho potuto conoscere e chiacchierare con Luca Pantarotto, il fantastico SMM della casa editrice. Fazi Editore con cui da svariati mesi collaboro e che mi dà la possibilità di leggere in anteprima delle chicche del loro catalogo e che finalmente ho potuto ringraziare di persona. Feltrinelli, altra casa editrice che amo molto e che spesso mi coinvolge in iniziative legate ai libri a cui ho sempre piacere di partecipare (e per questo il mio grazie non può che andare a Valeria).

Veniamo a una delle cose, o meglio delle persone, per cui è valsa la pena tutto. Allo stand Adelphi ho potuto conoscere, chiacchierare e soprattutto abbracciare quella persona straordinaria che risponde al nome di Francesca Marson, da tutti conosciuta come nuvole d’inchiostro. Chi dice che on line non si possono conoscere belle persone mente o non ha avuto la mia stessa fortuna, perché io ho conosciuto quelle che tutt’ora sono le mie migliori amiche e mi ha permesso di conoscere anche Francesca. Oltre al nome, abbiamo in comune la passione sfrenata per la cartoleria, Grey’s Anatomy, un paio di scrittori del cuore in comune e beh, ovviamente i libri (cara Nuvole, se mi leggi ricordati la promessa fatta).

In tutto ciò stavo dimenticando che il mio giro tra gli stand ha avuto due compagne d’avventura: Francesca e Marzia. Francesca che ha capito subito che sono un’impedita nell’orientamento e che ci mancasse poco mi tenesse per mano e Marzia, la mia nuova amica milanese, lettrice doc e bravissima blogger (vi lascio qui il suo blog unlibroeunatazzadite.blogspot.com)

La cosa bella del Salone è che tra uno stand e l’altro sbucano scrittori ovunque. Vado per visitare quello de la Marcos y Marcos e spunta Pif accerchiato da giornalisti e lettori. Lascio Pif e incontro Michela Marzano e ci salutiamo tra la folla come due vecchie amiche che non si vedono da tempo. Passo allo stand Edizioni E/O dove stavo chiacchierando con Giulio Passerini dell’ufficio stampa e seduto c’è Goffredo Fofi e dietro di me Massimo Carlotto. Mi sposto per fermarmi allo stand del Corriere della Sera e incrocio Francesco Piccolo e ovviamente non potevo non fermarmi e parlare con lui (Francesco Piccolo è uno dei miei scrittori preferiti in assoluto, come ho fatto a rimanere calma non lo so neanche io). Cammino in direzione dell’OVAL e sbuca Roberto Saviano.

Tornando allo stand Einaudi, che non potevo visitare una volta sola, lì ho avuto il piacere di conoscere finalmente Marco Peano. Scrittore ed editor eccezionale e persona di una carineria unica, così come il mitico bot Einaudi, altra persona a cui non posso che dire grazie (lui sa il perché).

Vi lascio con il mio Salone in pillole (e domani appuntamento a domani per la seconda parte del post).

La fine dell’estate| Serena Patrignanelli

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Tornerà settembre e il futuro ci lascerà andare.

Avremo dimenticato i nomi e il colore dei vestiti, se descriveremo le stanze staremo mentendo. La memoria scombinerà l’ordine dei fatti e confonderà i volti, e noi le daremo ragione.

Sarà quello che ci resta.

Sarà l’unica storia che avremo voglia di raccontare.

Quell’anno l’estate era arrivata prima. Non a giugno come di consuetudine, ma un paio di mesi prima quando nelle scuole erano iniziati a mancare prima i materiali, poi i bidelli e infine gli insegnati e i ragazzini capirono da soli che quei cancelli non si sarebbero riaperti.

Augusto e Pietro come tutti quelli della loro età sognavano l’estate per poter scorrazzare liberamente per le strade del Quartiere, fare tardi la sera tanto il giorno dopo non ci sarebbe stata una campanella ad imporgli la sveglia. Quella sarebbe stata una grande estate con in progetto di costruire un motore a gasogeno da montare su una macchina. Non avevano la patente e se è per questo non avevano neanche la macchina, ma l’estate è la stagione perfetta per realizzare sogni impossibili e poi con tutto ciò che stava succedendo nel Quartiere nessun soldato avrebbe notato o fermato due ragazzini che guidavano una macchina.

Ciò che stava succedendo nel Paese si rifletteva nel Quartiere e questo significava chiamata alle armi di tutti gli uomini e mancanza di generi di primi necessità. Fuori i bombardamenti erano diventati incessanti e costringere le persone a trovare rifugio altrove e per questo motivo che le famiglia di Clementine e Semiramide era venuta a vivere nel Quartiere.

Quando Augusto e Pietro trovano una macchina inizialmente non sanno a chi appartiene e neanche gli interessa se non fosse che la legittima proprietaria la reclama. Lei è Sorchiaelettrica, una prostituta che viveva nella zona delle baracche e che quasi a sorpresa dà il permesso ai due ragazzi di usare la macchina a patto di rimetterla a nuovo e ad averne la priorità nell’utilizzo. Sono solo due ragazzini, non ne hanno idea di motori, ma Ottavio, l’uomo che trovano in officina si offre di aiutarli. Chi è quell’uomo? Conosce Sorchiaelettrica? E perché non fa che ripetere che poi Sorchiaelettrica sarà contenta?

La fine dell’estate è il romanzo d’esordio di Serena Patrignanelli, menzione speciale al Premio Calvino e il terzo titolo della collana NN degli Innocenti, collana che fa riferimento non all’autore bensì ai personaggi delle storie raccontate.

Chi sono gli innocenti in questa storia? Di sicuro Augusto e Pietro, la cui crescita durante l’estate significa anche perdita di innocenza ed entrata prematura nell’età adulta quando a causa degli eventi che si succedono si ritrovano da soli a gestire pesanti verità e storie più grandi di loro. Con una scrittura piacevole e d’altri tempi l’autrice ci riporta nel passato, quello non tanto lontano da essere dimenticato né troppo vicino da essere vivido, raccontandoci una storia che si intreccia inevitabilmente con la Storia e regalandoci un libro di rara bellezza.

  • Titolo: La fine dell’estate
  • Autrice: Serena Patrignanelli
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 4 Aprile 2019

I migliori del 2018 | Classifica dei migliori libri dell’anno

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Liste, liste, liste… quante ne avete lette e quante ancora ne leggerete? Fine anno si sa, è tempo di bilanci e abbondano liste sugli argomenti più disparati. Quella dei libri migliori dell’anno è la lista che più mi piace stilare, perché mi permette di fare considerazioni sulle letture che mi hanno tenuto compagnia in questi dodici mesi. È un momento tutto mio e con i miei amati libri: scoperte, conferme, delusioni e perdite di tempo. Soprattutto mi permette di ritornare su quei libri che anche quest’anno non mi sono decisa ad iniziare (Delitto e Castigo e Don Chisciotte prima o poi ci incontreremo); quelli lasciati a metà per svariati motivi e che riprenderò a inizio anno (L’idiota di Elif Batuman e Buongiorno, mezzanotte di Jean Rys); quelli a cui dare una seconda possibilità (Resoconto di Rachel Cusk, il problema sei tu o io?).

Ogni anno quando stilo la lista dei migliori c’è sempre qualcuno che ha da ridire su qualcosa. Un anno perché erano tutti libri scritti da scrittori (leggo più autori, mi dite il problema?), un altro perché c’erano troppi libri Einaudi (ho una libreria Billy piena di Einaudi, per la legge dei grandi numeri… traete voi le conclusioni). Quest’anno nei miei 12 (sì lo so, di solito se ne scelgono 10 ma il blog è mio e faccio come mi pare) ci sono sei libri di scrittori e sei di scrittrici e c’è una varietà di case editrici: contenti?

Ora basta chiacchiere e via con la lista.

  • Le assaggiatrici di Rosella Postorino, Feltrinelli.
  • Resto qui di Marco Balzano, Einaudi.
  • Napoli mon amour di Alessio Forgione, NN Editore.
  • L’animale femmina di Emanuela Canepa, Einaudi.
  • Il club degli uomini di Leonard Michaels, Einaudi.
  • La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg di Sandra Petrignani, Neri Pozza.
  • Nel cuore della notte di Marco Rossari, Einaudi.
  • Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman, Garzanti.
  • La ragazza del convenience store di Muraka Sayaka, Edizioni E/O.
  • Le fedeltà invisibili di Delphine De Vigan, Einaudi.
  • La notte non vuole venire di Alessio Arena, Fandango.
  • Preludio a un bacio di Tony Laudadio, NN Editore.

Quest’anno ho letto dei gran bei libri, ecco perché stilare questa lista è stato più difficile del previsto. Ci sono state delle piacevoli scoperte come Rosella Postorino e Alessio Arena. Della prima dopo il suo Le assaggiatrici (per cui ho fatto un tifo sfegatato per il Premio Campiello meritatamente vinto) mi sono fiondata su tutto ciò che ha scritto in precedenza, mentre del secondo oltre ad aver apprezzato il suo lato da scrittore ho iniziato ad ammirare anche quello di cantautore. Gli esordi a mio avviso migliori sono stati quelli di Emanuela Canepa e Alessio Forgione. Il primo libro è una storia sul potere, su chi lo esercita e chi lo subisce, mentre il secondo è stato l’esempio di un ottimo caso letterario, di quelli che ci riportano a discutere e confrontarci. Napoli mon amour è il dipinto di una generazione (la mia) che senza i mezzi per potersi affermare è costretta ad accontentarsi.

Di solito mi tengo alla larga dai casi editoriali, ma Elanor Oliphant sta benissimo e La ragazza del convenience store sono l’eccezione che conferma la regola. Problemi relazionali, solitudini forzate e giudizi errati accomunano le due protagoniste di questi due libri. Per la serie meglio tardi che mai ci sono Il club degli uomini e Le fedeltà invisibili. Acquistati appena usciti mi sono decisa a leggerli mesi dopo e in entrambi i casi una volta iniziati li ho messi via solo nel momento in cui li ho terminati. Per quanto riguarda i libri di Marco Rossari e Marco Balzano si è trattato di un vero e proprio amore al primo rigo (per Balzano sono ancora in lutto per il mancato Premio Strega), mentre Sandra Petrignani e Tony Laudadio sono state delle conferme. La prima non poteva deludermi con un libro dedicato a una delle più talentuose scrittrici della nostra letteratura recente, Natalia Ginzburg, il secondo mi ha dimostrato qualcosa che già sapevo: Laudadio sa scrivere e sa farlo pure bene.

Special Mention.

In questa classifica di libri letti e usciti nel 2018 devo fare una menzione speciale per Chiedo scusa di Francesco Abate. A questo libro ci sono arrivata dopo Torpedone trapiantati. Abate ha la capacità di farti piangere contemporaneamente dalle risate e dalla commozione.

Napoli mon amour| Alessio Forgione

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È andata più o meno così.

Napoli mon amour di Alessio Forgione era l’uscita che più aspettavo in questo 2018, quando a catturarmi bastò semplicemente il titolo (poetico, senza dubbio) visto in vari articoli sui libro che avremmo letto quest’anno. Non conoscevo la trama, non avevo visto la copertina, non mi interessava chi fosse l’autore. Che Napoli mon amour mi sarebbe piaciuto lo sapevo dall’inizio e i dettagli svelati poco per volta non hanno fatto che confermare le sensazioni giuste.

Cosa ha di speciale questo libro di cui fortunatamente in molti stanno parlando? Un protagonista unico e malinconico, una storia d’amore dolce e struggente, una città splendida come Napoli che come una donna sai che farà male amarla, ma senza non sai se riesci a sopravvivere.

Amoresano è un trentenne, due lauree e qualche anno passato sulle navi e un presente da disoccupato come molte altri della sua età e non solo, costretto a barcamenarsi tra colloqui assurdi nella speranza di trovare un lavoretto o qualsiasi tipo di impiego che gli faccia sbarcare il lunario (sembra di sentire Troisi che nel suo sketch L’annunciazione diceva: ma è possibile che a Napoli solo lavoro non si trova? deve esserci per forza un’altra parola vicino?). Nelle giornate passate alla ricerca di lavoro le uniche cose belle di Amoresano erano le serate passate con l’amico Russo tra chiacchiere e birre e le partite del Napoli, unica vera fonte di gioia perché quando il Napoli vinse lo scudetto lui era troppo piccolo per goderselo veramente, mentre quest’anno se dovesse veramente succedere…

Degli anni passati sulle navi restavano i pochi risparmi messi da parte, un tesoretto da gestire con parsimonia, perché consapevole che terminato quello le cose si sarebbero messe male seriamente. La decisione poteva essere una sola: finiti i soldi la faceva finita anche lui. Non lo spaventava l’idea di mettere fine alla sua vita con quella facilità, segno che viveva o moriva per lui era lo stesso.

La vede una sera che lo streaming non funzionava e che lo aveva costretto a cercare il primo bar aperto che trasmettesse la partita del Napoli. La vede di sfuggita, quel tanto che basta per farti capire che è lei. È talmente preso da quella ragazza che abbandona il Napoli (che tanto stava vincendo) e la segue, lui timidissimo e incapace di qualsiasi primo approccio, ma una ragazza del genere non la si lascia sfuggire. Si presenta come Lola (come quella di Nabokov), gli lascia il suo numero e Amoresano capisce che la vita lo stava solo preparando a quell’incontro.

Lola lo travolge. È ancora senza lavoro ed è ancora consapevole che finiti i soldi finirà la festa, ma con Lola accanto tutto è diverso, tutto è più bello. L’energia che sprigiona quella ragazza lo risucchia, trascorre le sue giornate nell’attesa di poterla chiamare, con l’ansia di volerla vedere. Lola gli ha ridato la linfa persa, la leggerezza accantonata a causa dei mille problemi da affrontare, tanto che ad Amoresano ritorna la voglia di scrivere e provarci davvero a fare lo scrittore, come il suo mito Raffaele La Capria.

La vita è quella cosa che ti fa assaporare la felicità, ti fa abituare agli effetti che provoca e poi ti toglie tutto all’improvviso e Amoresano è costretto a rimescolare le carte o per usare lo sport da lui amato deve ricominciare una nuova partita.

Napoli mon amour è stato osannato dalla critica e definito un caso letterario che per un romanzo di un esordiente non è roba di poco conto. Non me ne voglia l’autore che ha dichiarato che non è un romanzo generazionale, ma senza dubbio è un ritratto di quella che è la condizione precaria dei trentenni di oggi e non solo. Trentenni costretti a svolgere lavori dequalificati, perché lavorare per ciò che hanno studiato o per cui aspirano è pura utopia. Giovani che se vogliono realizzare i propri sogni sono consapevoli che devono farlo lontano da qui, perché se decidi di restare in determinate parti d’Italia ti devi accontentare di quello che trovi (e se lo trovi devi pure ringraziare di averlo trovato).

E come direbbero le splendide quarte di copertina NN Editore: questo libro è per chi ama il mare e non ha paura di perdersi nelle sue profondità.

Vedi Napoli e poi muori, dicono. Vedi Napoli e poi te ne vai, hanno detto. Vedi Napoli e poi res(is)ti, dico.

P.S. ufficialmente la prima #Forgioners

P.P.S: «Sei più bella del Napoli che vince 4 a 1 a Bologna» è una dichiarazione d’amore che vale più di mille romanticherie

  • Titolo: Napoli mon amour
  • Autore: Alessio Forgione
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 20 settembre 2018

Preludio a un bacio| Tony Laudadio

preludio a un bacio

Emanuele è un musicista di strada che intrattiene i pedoni di una piccola città di provincia con la musica jazz del suo sassofono. Vive alla giornata grazie ai soldi guadagnati con la generosità dei passanti e la sera ritorna in quella che definire casa è un eufemismo. Emanuele però a queste formalità non ha mai badato, per lui avere un tetto sulla testa è un lusso e anche quel bugigattolo con le macchie d’umidità e i tubi di scarico in bella vista è sempre preferibile al dormire all’addiaccio.

Lui per strada vuole solo lavorare e la posizione scelta è l’ideale. A pochi passi da lui infatti c’è una libreria con dei ragazzi fantastici che gli permettono di sostare all’interno quanto tempo lui voglia e sfogliare i libri per leggerne qualche riga e poi un bar dove spesso Emanuele spende quei pochi euro che ha guadagnato durante la giornata.

Nel bar poi c’è una cameriera dolcissima, Maria, con cui Emanuele è solito intrattenersi. È giovane, bella, intelligente e con un caratterino tutto pepe. Maria è quel genere di ragazza che nella vita vuole riuscire da sola, tanto che è andata via di casa presto per essere indipendente e si paga da sola gli studi universitari con il lavoro da cameriera anche se ha una famiglia alle spalle che potrebbe provvedere ad ogni sua minima spesa. Che ragazza in gamba Maria, la figlia che tutti vorrebbero avere e la figlia che Emanuele sa essere sua, anche se Maria tutto questo lo ignora.

Figlia di un amore passato, fugace quanto intenso con Angela che quando si accorse di aspettare un bambino preferì salvare le apparenze con un matrimonio riparatore con il suo fidanzato ufficiale. Angela non poteva rischiare di crescere un figlio con un uomo che rifuggiva dalla responsabilità e da un lavoro solido e stabile e scelse di stare con un uomo caratterialmente ed economicamente più sicuro.

Quando Emanuele viene sfrattato dalla sua abitazione è Maria a soccorrerlo ospitandolo a casa sia e offrendogli l’aiuto necessario e tempo indeterminato. Per Emanuele è l’occasione giusta per poter recuperare il tempo in cui non ha vissuto sua figlia oltre che la spinta necessaria a rimettere in sesto la sua vita, rimediando agli errori passati e porre le basi per un futuro meno alla giornata.

Tutto procede per il verso giusto se non fosse che la vita quando la programmi si diverte a mandare per aria tutti i piani e i buoni propositi diventano sempre più difficili da attuare. E poi c’è quell’amore passato con Angela, quello intenso quanto fugace, la cui fiamma non si è mai spenta, anzi, è rimasta perpetuamente accesa nel cuore di entrambi e…

Emanuele è uno dei personaggi più belli in cui mi sia imbattuta. È una canaglia da tenere a distanza e al tempo stesso una persona con il cuore colmo d’amore e gratitudine per la vita, nonostante non sia una vita di eccessi e lussi. Anzi, Emanuele è il classico personaggio che apprezza tutto quello che di buono incontra sul suo cammino e che cerca il lato positivo in tutto ciò che gli capita. Non potrebbe essere altrimenti per una persona che ha scelto di suonare per vivere, ma non con l’ansia di riempire gli stadi; a lui basta far felici gli altri con la sua musica. Emanuele è un personaggio empatico al punto che il lettore sarà contagiato dalla sua gioia di vivere, dal suo buonumore e dalla sua bontà d’animo.

Preludio a un bacio di Tony Laudadio oltre ad essere una grande lezione di ottimismo è un romanzo ricco di emozioni, ricco di musica e ricco d’amore. Un romanzo in cui anche nel punto in cui farà commuovere sarà in grado di strapparti qualche sorriso (e scusate se è poco).

  • Titolo: Preludio a un bacio
  • Autore: Tony Laudadio
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 22 Marzo 2018

Andanza| Sarah Manguso

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Perché si tiene un diario?

Prima di analizzare Andanza mi sono imposta di rispondere alla domanda che mi è sorta appena ho terminato la lettura.

La risposta più ovvia è che si tiene un diario per fissare i ricordi più belli e più importanti e far in modo che non sbiadiscano con il passare del tempo. La memoria è selettiva e seleziona anche i ricordi e purtroppo non siamo noi a decidere cosa scegliere di ricordare e cosa no. Si può tenere un diario anche per una sorta di autoanalisi e per tornare su episodi e capire il perché di quelle situazioni. Si tiene un diario e si scrive perché come direbbe l’avvocato Vincenzo Malinconico di Diego De Silva scrivo per avere tempo di dare la risposta giusta… nella vita vera non posso cancellare, tornare indietro, ripensare a quello che ho detto, correggerlo. Allora scrivo. Per prendermi la rivincita sulle parole. Per raccontare come sarebbe andata se avessi scelto quelle giuste.

Avere un diario è un impegno costante. Io costante non lo sono mai stata, mi scoccio facilmente delle cose. Le inizio con entusiasmo, le continuo con impatto minore e poi non le porto a termine. Durante l’adolescenza, l’età tipica in cui la maggior parte delle ragazzine possiede un diario per segnare le prime cotte e le prime esperienze significative, ho iniziato svariati diari. Mi ricordo che ogni volta mi mettevo d’impegno ma poco dopo i miei diari restavano pagine bianche in attesa di essere riempite. Mi affascinava l’idea di avere un diario ma odiavo rileggermi. Quando vedevo quello che avevo scritto, gli episodi fissati e le emozioni provate, la vergogna piano piano si impossessava di me. Ero veramente io che dicevo quelle cose? Provavo pudore dei miei stessi pensieri e dei sentimenti che affioravano. Pensate che mi ci vorrebbe un buon psicologo, lo so.

Sarah Manguso è stata più costante di me, ha tenuto un diario per venticinque anni. La necessità nasceva dal forte bisogno di segnare tutto quello che le capitava perché l’idea che potesse perderlo la gettava nel panico totale.

Avrei voluto annotare ogni istante, ma il tempo non è fatto di istanti, li contiene. E nel tempo c’è molto altro.

Certo, non si può passare tutto il tempo a scrivere quello che si è vissuto, una scelta bisogna farla ed è normale decidere cosa scrivere e cosa omettere e accettare l’idea che le cose non fissate sulla carta possano svanire nell’oblio senza più essere recuperate.

Fin dall’inizio ero consapevole che il diario non avrebbe funzionato, ma non riuscivo a smettere di scrivere. Non riuscivo a pensare a nessun altro modo per evitare di perdermi nel tempo.

È difficile parlare di Andanza. Non c’è una trama da spiegare, non ci sono tematiche da affrontare e criticare. C’è lo scorrere dei ricordi dell’autrice, i suoi pensieri, le sue riflessioni e le sue emozioni. C’è la sua importanza per la scrittura, c’è lei nel suo matrimonio, durante la maternità e nel suo essere madre: c’è la vita insomma. Andanza è il folle tentativo di fissare per ricordare, di scrivere per non dimenticare. Andanza è un insieme di frasi significative che vorresti segnare ovunque e leggere all’infinito perché anche se sai che si tratta della vita di un’altra persona ci vedi riflessa anche la tua. Questo libro vi farà venire voglia di prendere la penna in mano e iniziare un diario, ne sono sicura.

Questo libro è per te. Se proprio non volete dar retta a me seguite il consiglio della quarta di copertina, quelle di NN raramente si sbagliano.

(Questo post è in collaborazione con GoodBook)

  • Titolo: Andanza
  • Autrice: Sarah Manguso
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 21 Settembre 2017
  • Acquista il libro su GoodBook

I gatti non hanno nome| Rita Indiana

i gatti non hanno nome

Ad esser senza nome non sono solo i gatti, ma anche la protagonista che passa le sue giornate a fare la segretaria nella clinica veterinaria dello zio Fin e a cercare ossessivamente un nome per il suo gatto. Quando qualcuno le piace e sembra convincerla lo segna sulla sua agendina, anche se sa che serve a poco. I gatti non sono come i cani che a sentire il proprio nome corrono dritti dal padrone, ma passare le giornate in quella clinica non è il massimo per una ragazzina e quindi meglio avere qualche passatempo carino per distrarsi quando è possibile. Meno male che ogni tanto a farle compagnia c’è Radames, il ragazzo haitiano passato dal tagliare i capelli alle sue sorelline a fare il barbiere per gli animali.

Attorno a lei si muovono personaggi buffi, strambi e particolari a partire dagli zii con cui vive da quando i genitori sono partiti per una seconda luna di miele. Zio Fin che da poco si è scoperto buddista e che reputa ogni momento buono per filarsela dalla clinica e la moglie Clelia, gelosissima, sempre presa dal lavoro dei suoi ragazzi haitiani e che quando si arrabbia compaiono sulla fronte scritte al neon. A casa con loro c’è anche Armenia, la bambina prodigio che guariva i malati sradicando la malattia con un cucchiaino e che dopo aver perso il bambino che aveva in grembo aveva perso anche il dono e quindi zia Clelia aveva deciso di portarla con sé offrendole un lavoro da domestica.

Infine Vita, la sua migliore amica. Italiana, bianchissima e molto femminile, proprio come piaceva a zia Clelia che le ripeteva che era un bene che si circondasse di figure femminili. Vita le faceva scoprire la musica, i libri da cui imparava quel poco di italiano e il cinema. Ricordava ancora il giorno in cui con la famiglia di Vita vide un film diretto da Pasolini e il padre di Vita nel bel mezzo della proiezione le disse che era gay e lei rimase di stucco a sentire pronunciata quella parola con quella naturalezza. Amava far ridere Vita o forse semplicemente amava Vita. La più sorprendente resta la nonna, a cui le rotelle sono partite e che aveva sempre tante storie da raccontare, sempre diverse e sempre impressionanti.

La letteratura sud-americana si è sempre contraddistinta per il forte realismo magico presente nelle opere, un mix di leggende, folklore e velata malinconia tipiche di questa letteratura che mi ha sempre affascinata ma di cui ho letto veramente poco. Oltre ai notissimi Gabriel García Márquez e Jorge Luis Borges e alle recenti scoperte di Manuel Puig e Reinaldo Arenas la letteratura sud-americana l’ho sempre trascurata ecco perché sono doppiamente contenta di aver letto il primo romanzo di Rita Indiana approdato in Italia grazie ad NN (che mi hanno fatto conoscere anche Cristina Henríquez). Oltre ad aver apprezzato la storia ho potuto, seppur in minima parte, colmare un vuoto e aggiungere un nome alla mia ristretta lista.

Raccontare I gatti non hanno nome non è semplice. È un meraviglioso caos di storie che si intrecciano e trovano pian piano il loro posto e la loro logica. Stare qui a raccontarle e spiegarle farebbe perdere la magia tipica di questo libro. Tocca a voi leggerle, tocca a voi emozionarvi. Posso assicurarvi che si tratta una lettura che si legge tutta d’un fiato e in cui vi immergerete del tutto. La prosa di Rita Indiana (adattata alla perfezione da Vittoria Martinetto) è sorprendente e le tantissime metafore utilizzate sono incantevoli. Quelli di NN Editore stanno collezionando chicche una dopo l’altra, non perdetevele.

  • Titolo: I gatti non hanno nome
  • Autrice: Rita Indiana
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2016

Consigli di lettura estivi

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L’estate è la stagione dove le liste di consigli di lettura vanno per la maggiore. Tutti sono pronti a consigliare ai lettori e non, cosa portare con sé in vacanza, quale libro sfogliare sotto l’ombrellone o semplicemente leggere in totale relax senza l’assillo del lavoro o di qualsiasi altro impegno. GoodBook mi ha coinvolto con serie di blogger e chiedendoci di fare una piccola lista di consigli estivi. Non è stato semplice scegliere perché la pila di libri che mi attende è notevole e non fa che crescere. Ho semplicemente scelto quelli che mi ispirano di più e che vorrei leggere quando prima. Quindi carta e penna e segnatevi questi libri.

  • Gilgi, una di noi di Irmgard Keun. (L’Orma Editore)

La bellezza dell’indipendenza e la difesa della propria libertà sono al centro di questo romanzo che vede luce per la prima volta in Italia grazie a L’Orma Editore. Gilgi, una di noi è la storia di una ragazza come tante, cresciuta in una famiglia borghese dai solidi principi e regole ferree. La vita di Gilgi cambierà quando conoscerà uno scrittore che la introdurrà nel suo mondo e soprattutto le farà conoscere l’amore. Un romanzo con una protagonista che promette scintille e che proprio a causa del suo stile irriverente per l’epoca fu censurato e messo al rogo dai nazisti.

  • La fine dei vandalismi di Tom Drudy. (NN Editore)

La NN Editore è stata la casa editrice che ha fatto conoscere ai lettori italiani Kent Haruf e li ha fatti innamorare perdutamente di Holt e dei suoi abitanti. Ora ci riprova con La Fine dei Vandalismi, libro uscito negli Stati Uniti nel 1994 acclamato da pubblico e critica e che è il primo di una trilogia, stavolta ambientata a Grouse Country. E’ un libro che si limita a raccontare la normalità della vita di tutti i giorni, quella fatta di gioie e tristezze, di compagnie e solitudini, di amori ed amicizie. Per i dialoghi serrati e surreali è stato paragonato alla serie tv “Gilmore Gilr” ed io da fedele adepta di Lorelai e Rory non potevo lasciarmi sfuggire una lettura del genere.

  • Un complicato atto d’amore di Miriam Toews. (Marcos y Marcos)

Miriam Toews è nata in Canada ed è cresciuta in una rigida comunità mennonita (una branchia degli anabattisti, una delle tante sfumature del cristianesimo) ed è proprio una comunità mennonita che fa da sfondo al terzo romanzo della scrittrice canadese già conosciuta ed apprezzata in Italia grazie al suo precedente romanzo “I miei piccoli dispiaceri”. Nomi vive con la metà della sua famiglia, cioè con suo padre, dopo che sua sorella prima e sua madre dopo se ne sono andate da un giorno all’altro. Suo padre è un fedele mennonita che come lei prova a sopravvivere senza due delle donne di famiglia e si affida completamente all’unica rimasta. La voglia di ribellarsi però è forte come sarà forte la voglia di ricerca del suo posto nel mondo. È un romanzo che non risponde al termine di autobiografico ma che sicuramente ha preso larga ispirazione dalla vita stessa della Toews.

  • Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac. (Feltrinelli)

Benjamin Malaussène è uno di quei personaggi che potremmo definire surreali. Di mestiere fa il capro espiatorio ed ha una famiglia che si potrebbe definire disneyana. Il Paradiso degli Orchi è il primo romanzo che Pannac ha dedicato alla sua creatura più amata ed apprezzata, un vero e proprio cult apprezzato in tutto il mondo. Malaussène nel corso degli anni mi è stato consigliato da tantissimi altri lettori: ma come, tu che leggi così tanto non hai mai letto un libro su Malaussène? Nel 2017 sempre con Feltrinelli è uscita una nuova avventura, ma sembrava giusto che se gli dovevo dare un’opportunità dovevo iniziare dal principio, quindi spazio a Il Paradiso degli Orchi e benvenuto monsieur Malaussène.

  • L’amore prima di noi di Paola Mastracola. (Einaudi)

A un certo punto gli dei ci hanno abbandonati. O noi abbiamo abbandonato loro, decidendo di non crederci più. Sono sempre stata affascinata dai miti, da queste storie che ci sono state tramandate nel corso del tempo e che continuano ad incantare generazioni ed essere fonte d’ispirazione. Quello che mi è sempre piaciuto è che per quanto gli dei fossero esseri perfetti erano al tempo stesso esseri imperfetti, che si innamoravano non solo tra loro ma anche dei comuni mortali. Ne L’amore prima di noi, Paola Mastracola ci conduce in uno spettacolare viaggio tra le divinità e ci racconta l’amore in tutte le sue forme quali eccesso, follia e fuga senza dimenticare di dare il suo prezioso tocco personale. Una riscrittura dei miti greci assolutamente imperdibile.

(Questo post è in collaborazione con GoodBook)