Nel giardino delle scrittrici nude

nel giardino delle scrittrici nude

  • Titolo: Nel giardino delle scrittrici nude
  • Autore: Piersandro Pallavicini
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 7 Marzo 2019

Ci sono gli scrittori da best-seller e primi posti nelle classifiche di vendita, invitati nelle trasmissioni televisive per promuovere i propri libri, incensati dai grandi critici sulle riviste più importanti, con una base di lettori pronti a difenderli da tutto e tutti. Ci sono poi gli scrittori che vendono cifre poco considerevoli che le classifiche le leggono per curiosità e non per trovare i loro nomi e snobbati alla grandissima da ogni tipo di giuria di premi letterari.

A questa seconda categoria appartiene Sara Bivio, scrittrice con un pubblico di lettori molto ristretto e che nella vita ha dovuto faticare molto e sacrificare tanto per poter vivere solo della sua scrittura. A sessant’anni Sara si ritrova con un matrimonio fallito alle spalle, una figlia che non ha voluto più saperne di lei e un conto in banca con cifre astronomiche dovuto a un’improvvisa eredità che l’ha resa milionaria. Lei che ha dovuto sempre pesare ogni spesa ora si ritrova a viaggiare per il mondo, a collezionare opere d’arte costosissime, a comprare tutto ciò che desidera e cosa più importante a vivere nella sua splendida villa nel centro di Milano.

Spese folli a parte, l’immensa eredità permette a Sara di riprendersi una rivincita in campo lavorativo quando decide con le sue due migliori amiche, Elena e Fanny, di istituire un premio letterario: il Premio Bivio.

Requisiti per essere ammessi: non aver vinto nessun premio letterario né tanto meno essere arrivato in finale. Eccetto queste due condizioni, tutti i libri possono partecipare e cercare di accaparrarsi la modica cifra di mezzo milione di euro.

E allora cosa rimane di gratificante, una volta data alle stampe la tua pur pregnante opera destinata all’anonimato, se non vincere un premio? Non è per la gloria, figuriamoci, i premi non li conosce nessuno, ridicoli quelli che i elencano come medaglie nella quarta di copertina, non è neanche l’indotto di copie aggiuntive vendute, quelle arrivano solo con lo Strega e nemmeno basta essere in cinquina, bisogna vincerlo. I premi significano soldi gratis.

Piersandro Pallavicini ne Il giardino delle scrittrici nude con tagliente ironia si prende gioco del magico mondo editoriale e in particolar modo dei premi letterari. Con arguzia muove una critica alle condizioni del mercato editoriale libraio dei giorni nostri da un lato ricco di autori con molto talento spesso inspiegabilmente ignorato da critica e pubblico e dall’altro da autori i cui libri sono molto venduti ma privi di contenuto.

La compagnia delle illusioni

la compagnia delle illusioni

  • Titolo: La compagnia delle illusioni
  • Autore: Enrico Ianniello
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 8 Gennaio 2019

Antonio dirige uno sconclusionato gruppo di dentisti nella sua piccola compagnia teatrale amatoriale, fonte di piccolissimo personale guadagno. Lui attore lo è stato davvero quando anni prima interpretava il portiere in una serie televisiva Tutti a casa Belice. Non era tra gli attori protagonisti, ma quel ruolo era rimasto impresso a così tante persone che ancora oggi c’era chi per strada lo fermava e ricollegandolo a quel personaggio così amato gli faceva i complimenti.

Lontani dai fasti della serie televisiva e non avendo chissà quali possibilità economiche, Antonio vive a Napoli con sua mamma e sua sorella Maria che messi via i sogni di diventare architetto lavora in un punto Ikea e litiga puntualmente con suo fratello che di mattina occupa il bagno per un tempo spropositato non per fare i dovuti bisogni, ma perché è l’unico punto in casa dove il cellulare ha campo e gli permette di ricevere le telefonate di Zia Maggie.

Zia Maggie Antonio l’ha conosciuta un bel po’ di anni prima e dopo un paio di birre gli chiese di entrare a far parte della Compagnia delle Illusioni. La Compagnia era una società segreta che per il bene di molti segreta doveva rimanere. Con l’artificio dell’illusione si sbloccavano situazioni rimaste ferme per anni e si dava quel segnale che molti nella vita attendevano per poter andare avanti. Attenzione, non si tratta di truffare nessuno, ci si rivolgeva alla Compagnia delle Illusioni per aiutare qualcuno introducendo personaggi finti in situazioni reali perché le persone non vedono ciò che è vero, ma rendono vero quello che desiderano vedere.

Dopo aver scelto il nome, O’Mollusco, Antonio entra a far parte di quella compagnia che gli permetteva di fare ciò che più gli piaceva fare: recitare. Non a caso anche lui aveva un passato che lo aveva provato a tal punto dall’averlo prosciugato da qualsiasi emozione e si rianimava quando vestiva i panni di qualcun altro calandosi perfettamente nelle parti che Zia Maggie gli proponeva.

Enrico Ianniello, attore e scrittore casertano (e qui parte il momento d’orgoglio visto che il mio paesello è attaccato a Caserta) arriva al secondo romanzo dopo il grande successo del suo libro d’esordio La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin Premio Campiello Opera  Prima. Ne La Compagnia delle Illusioni il background teatrale dell’autore si fa sentire con forza, non è casuale che la storia sia divisa in atti e gli sketch tra Antonio e Maria hanno dei tempi comici perfetti degni del grande teatro partenopeo.

C’è una storia, ma ci sono anche tante altre storie in sottofondo abilmente raccontate. C’è ironia, leggerezza, ma anche profondità e una buona dose di sentimenti di quelli dolci e puri che a tratti ti fanno velare gli occhi. Che altro devo aggiungere? Ah sì, vado a recuperare La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin ché la mia amica sono mesi che me lo sta consigliando e se non lo leggo mi sa che mi toglie il saluto. Ho un’amicizia da salvare (e un ottimo libro da recuperare).

Il censimento dei radical chic

il censimento dei radical chic

  • Titolo: Il censimento dei radical chic
  • Autore: Giacomo Papi
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 24 Gennaio 2019

In un’Italia distopica dove cultura e sapere sono ritenute armi per ingannare le persone, superficialità e grettezza hanno preso il sopravvento tanto che l’ignoranza è la qualità da sfoggiare e l’intelligenza qualcosa da nascondere e di cui prendersi beffa.

Fatti fuori i nemici quali migranti, rom e gay, tocca agli intellettuali diventare il capro espiatorio della rabbia di questa massa che per vivere e sopravvivere ha bisogno di un nemico con cui prendersela. Chi meglio di questi intellettuali capaci solo di sfoggiare termini difficili e che tutto sommato non portano nient’altro alla società? D’altronde, cosa hanno fatto gli intellettuali per il Paese se non  parlare e straparlare su tutto senza mai offrire niente di concreto?

In questo bel clima succede che la gente è così arrabbiata che un intellettuale ci rimette la pelle. Il professor Giovanni Prospero che aveva addirittura citato Spinoza in un talk show, viene ucciso brutalmente sul pianerottolo di casa sua. Certo, te ne vai in un programma televisivo per famiglie, ti metti a parlare di Spinoza, un po’ te la sei cercata.

Al fine di proteggere le menti eccelse del Paese, il governo decide di istituire il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Lo scopo è quello di proteggerli, ma gli intellettuali sanno che quello è solo un modo sottile di schedarli e per evitare di entrare in questo elenco decidono di disfarsi di tutto ciò che può essere indizio della loro cultura, iniziando dai libri e proseguendo con i maglioni di cash-mere, i rolex (ah no scusate, quelli sono i comunisti).

Olivia, la figlia del professore che vive in Inghilterra da tanti anni, quando rientra in Italia a causa dell’uccisione del padre, trova un Paese stravolto e incomprensibile, così come non riesce a capire come quel ragazzino timido ed impacciato, suo compagno di scuola, sia diventato il primo ministro dell’Interno sapendo abilmente utilizzare l’ignoranza delle persone a suo favore, rendendo l’Italia povera di cultura e non solo.

I termini intellettuale, buonista e l’abusato radical chic sono diventati all’improvviso insulti. Pensi che sia sconsiderato fare politica sulla pelle di persone lasciate stazionare giorni e giorni in mare? Stai zitto, buonista. Esprimi delle preoccupazioni in merito a questioni relative alla politica del tuo Paese? Eccolo, è arrivato l’intellettuale. Sei di sinistra e hai l’iPhone? Che radical chic, sei di sinistra e poi spendi centinaia di euro per un cellulare? (faccio questo esempio perché mi è stato detto davvero e perché in quanto di sinistra e priva di attico e di rolex potevano attaccarmi solo sul cellulare visto che in conformità ai miei ideali io potrei possedere solo un Nokia 3310).

Mi sono persa il passaggio in cui quelli di sinistra sono asceti che come San Francesco devono spogliarsi di tutte le ricchezze altrimenti risultano essere degli ipocriti radical chic comunisti.

Ho iniziato scrivendo in un’Italia distopica, utilizzando il termine in maniera ironica. L’Italia di Giacomo Papi raccontata in questo esilarante romanzo è l’Italia dei nostri giorni, lui ha solo calcato la mano su alcuni passaggi, enfatizzandoli ma non troppo. Si ride molto in questo libro, si ride quando in realtà si vorrebbe solo piangere.

A libro aperto. Una vita è i suoi libri

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  • Titolo: A libro aperto. Una vita è i suoi libri
  • Autore: Massimo Recalcati
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 15 Novembre 2018

Cosa significa leggere? In cosa consiste l’esperienza della lettura quando accade di incontrare un libro degno di questo nome? Perché vi sono libri che a differenza di altri, non abbiamo dimenticato ma sono inseriti indelebilmente nella nostra memoria?

Caro Massimo Recalcati, che domande difficili che mi fai. Qualcuno potrebbe dire che in quanto lettrice io sappia le risposte ai tuoi quesiti, ma la verità è che una definizione di leggere non te la so dare. Cosa significa leggere? Cosa significa per me, leggere?

Eviterà le classiche risposte: leggo per imparare, leggo per viaggiare con la mente, leggo per conoscere… Leggo perché da quando ad otto anni ho preso in mano il mio primo fumetto non mi sono più staccata dai libri. Leggo perché è un’abitudine, parte integrante del mio tempo, caratterizzazione delle mie giornate. Leggo, perché non so fare altro. Leggo, perché senza libri non riesco a stare. Mi verrebbe da chiedere agli altri: perché voi non leggete? Leggere è la mia normalità, non leggere è qualcosa che mi sfugge e che non riesco a non comprendere. Sta sempre con un libro in mano, potrebbe essere il mio epitaffio. Dissemino libri per casa, mi lamento dello spazio che si esaurisce in fretta, ho sempre un libro in borsa, se passo davanti ad una libreria vengo richiamata da strani forze che mi trascinano al suo interno. La lettura è parte di me, i libri sono la mia vita.

Come sottotitolo Massimo Recalcati ha scelto: una vita è i suoi libri. Non poteva non esprimere meglio il concetto, perché noi lettori siamo il risultato dei libri che abbiamo letto e non solo quelli che ci sono piaciuti, ma anche quelli di cui ci vergogniamo, quelli abbandonati, quelli ancora non letti e che vorremmo leggere.

In questo saggio Massimo Recalcati ha scelto nove libri che lo hanno segnato e influenzato maggiormente. Quando Feltrinelli qualche mese fa mi ha coinvolto nell’iniziativa #ALibroAperto mi ha chiesto tre titoli a cui sono più legata. Ridurre a tre mi è sembrato impossibile, un po’ come quando ti chiedono; qual è il tuo libro preferito? Dici il primo, poi aggiungi un secondo e poi ti ricordi del terzo e inneschi quella catena infinita perché a loro modo, tutti i libri letti qualcosa lasciano.

Ci provo, provo a raccontarmi attraverso i miei libri (con la promessa di non dilungarmi troppo).

  • L’amico ritrovato di Fred Ulhman. Feltrinelli

Il primo libro non si scorda mai e il mio primo libro è questo classico recente che racconta la storia di un’amicizia tra due bambini, uno tedesco e l’altro ebreo. Avevo dieci anni e le leggi razziali non sapevo cosa fossero perché ancora non le avevo studiate. Non capivo perché non potevano non essere amici. Questo libro mi lasciò con mille interrogativi e con una certezza: leggere mi piaceva dannatamente.

  • Gomorra di Roberto Saviano. Mondadori

Regalo di Natale di tantissimi anni fa, quando Roberto Saviano da scrittore emergente era ormai sulla bocca di tutti. A diciassette anni e con la mentalità ristretta che la provincia contribuisce a formare, di camorra ne avevo sentito parlare poco, anche perché il mio paesello è sempre stato tranquillo e fuori da quel tipo di dinamiche nonostante non disti molto da quella realtà nota come camorra. Gomorra ha avuto il potere di scuotermi come pochi libri in seguito hanno fatto e soprattutto ha contribuito a fare in modo che alcune lacune fossero colmate. Il mio giudizio su Saviano nel tempo è cambiato, ma la potenza di Gomorra, su di me e sulla società è innegabile.

  • 1984 di George Orwell. Mondadori

Inserito nella tesina della maturità, lo lessi per far colpo sulla prof che stroncò il mio entusiasmo con: a me interessa solo la trama. 1984 di George Orwell ha uno dei finali più belli che la letteratura abbia prodotto. La storia è nota e non c’è bisogno di ricordarla, ciò che mi ha lasciato questa lettura è che sì, i finali dei libri possono anche farti piangere.

  • Il maestro e Margherita di Michail Bulgàkov. Feltrinelli

Nonostante abbia iniziato a leggere presto e nonostante sia una lettrice onnivora, i libri hanno ancora il potere di spaventarmi, non nel senso di paura, ma di timore all’approcciarmi ad essi, specie quando si tratta di temibili classici. Ebbene sì, a volte penso di non essere all’altezza, di non capirli, motivo per cui ho molti classici in attesa di essere letti e che se ne stanno ancora sulla mensola senza essere stati mai sfogliati. Il maestro e Margherita rappresentò una delle mie prime sfide (vinte). Se una storia è scritta bene difficilmente noi lettori non potremmo leggerla.

  • Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Einaudi

Questo libro è stato il mio incontro con Natalia e mi ha portato a conoscere e successivamente amare una delle scrittrici di maggiore talento che la nostra letteratura ha prodotto. Scrittrice, editrice, intellettuale, politica, Natalia Ginzburg è il modello di donna a cui aspirare, almeno per me. Lessico famigliare è la storia della sua famiglia e il racconto di una parte della storia recente del nostro Paese. Scritto divinamente è uno dei pochissimi libri che mi capita di risfogliare. La produzione della Ginzburg è immensa e merita di essere conosciuta.

I vostri libri? Raccontatevi.

Bilanci e propositi.

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È quel periodo dell’anno in cui da una parte si stila il bilancio dei mesi appena trascorsi e dall’altra si trascrivono i buoni propositi per l’anno che sta per arrivare. Prima di questi però ecco i dieci post più letti durante il 2018.

  1. Due come loro di Marco Marsullo, Einaudi.
  2. Questo è il mio sangue di Elise Thiebaut, Einaudi.
  3. Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi.
  4. Gli spaiati di Ester Viola, Einaudi.
  5. Parla, mia paura di Simona Vinci, Einaudi.
  6. Il Purgatorio dell’Angelo di Maurizio de Giovanni, Einaudi.
  7. Cara Napoli di Lorenzo Marone, Feltrinelli.
  8. Marie aspetta Marie di Madeleine Bourdouxhe, Adelphi.
  9. Parlarne tra amici di Sally Rooney, Einaudi.
  10. Le assaggiatrici di Rosella Postorino, Feltrinelli.

Iniziamo dal bilancio. Incredibile ma vero, questo blog a cui avevo dato pochi mesi di vita è arrivato zitto zitto a raggiungere il traguardo dei primi tre anni. È un blog in continua crescita e non mi riferisco solo ai risultati che raggiunge (e di cui ringrazio voi che leggete che li permettete), ma perché grazie ad esso succedono tante cose belle legate al mondo dei libri in questo pazzo posto che è il web. Oltre alle classiche recensioni quest’anno sul blog ho raccontato Il Maggio dei Libri insieme a tanti bravissimi blogger e nello specifico ho fatto parte della squadra del #BlogNotes e per questo il mio ringraziamento va a Laura Ganzetti de Il Tè Tostato che mi ha dato questa opportunità. Per il secondo anno ho partecipato al Calendario dell’Avvento Letterario ideato da Manuela di Impression chosen from another time (il mio post lo trovate sul suo blog e grazie ancora Manu).

Su GoodBook, il portale delle librerie indipendenti italiane, continuano le mie incursioni, mentre il sito Idea Napoli dove ho iniziato a scrivere la mia rubrica CopertiNa un paio di anni fa è diventato testata registrata. Napoli quest’anno ha avuto ben due appuntamenti legati al mondo dei libri: Napoli Città Libro e Ricomincio dai libri. Potevo mai perdermi due appuntamenti del genere? Giammai. A Napoli Città Libro ho in pratica presenziato al one man show di Marco Marsullo (presentazione fai da te), stritolato in un forte abbraccio Rosella Postorino poi, snobbato Silvio Muccino, cazziato con grazia uno degli organizzatori e fatto avanti e indietro dal Complesso di San Domenico Maggiore alla Basilica che c’è di fianco perché bellissimo il Complesso non c’è che dire, ma la connessione ad internet era un miraggio e per una che fa comunicazione digitale significa starsene a girare i pollici. A Ricomincio dai Libri invece ho presenziato a un’altra presentazione di Marco Marsullo (sì, ne ho viste un bel po’), assistito alla presentazione in tandem di Maurizio de Giovanni e Diego De Silva, presenziato a un incontro con Marco D’Amore (che per me è sempre e solo Ciruzzo l’Immortale) e ogni volta che vedevo il direttore della rassegna Lorenzo Marone pensavo: certo che Marone è proprio figo.

Collegandomi a Lorenzo Marone il ringraziamento maggiore va a Feltrinelli che mi ha dato la possibilità di parlare in anteprima con lui del suo libro Un ragazzo normale al PAN, insieme a poche altre blogger (dove c’era di nuovo la mia amata Giuditta). Incontri del genere mi fanno ricordare la fortuna di fare questa cosa qui. Sempre grazie a Feltrinelli per avermi coinvolto nell’iniziativa di A libro aperto (in parole povere sono andata a fare la Ferragni alla Feltrinelli di Napoli).

Per chi non lo sapesse sono approdata su Instagram, una che non si fa foto e che non sa scattare foto sta sul social delle foto. La colpa è di uno scrittore, sicché non prendetevela con me, ma volgete le vostre lamentele direttamente a lui. C’è però una cosa che mi piacerebbe saper fare, le stories fighe come quelle che fa la mia splendida Francesca più conosciuta come Nuvole D’Inchiostro. Forse nel 2019 vedrete anche me iniziare con un bel: ma buongiorno buongiorno.

Il 2018 è stato un anno ricco di presentazioni, bellissimi incontri e tantissime iniziative tra cui quella di Io Leggo Perché. Tanto lavoro ma tantissime soddisfazioni, ogni tanto anche al paesello riesco a far venire fuori qualcosa di buono.

E il 2019?

Continuare col blog, riprendere ad organizzare le presentazioni al paesello (ci sono in ballo dei progetti molto belli e che scaramanticamente tengo per me) e iniziare a moderarle io, visto che un po’ di amici scrittori mi hanno detto chiaro e tondo che, bene organizzarle, ma ora tocca a me farle. E poi i propositi che di solito scrivo poi tendo a non metterli in pratica quindi chi vivrà vedrà. Buon anno lettori, ci leggiamo prestissimo: sin prisa pero sin pausa. 

I migliori del 2018!

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Liste, liste, liste… quante ne avete lette e quante ancora ne leggerete? Fine anno si sa, è tempo di bilanci e abbondano liste sugli argomenti più disparati. Quella dei libri migliori dell’anno è la lista che più mi piace stilare, perché mi permette di fare considerazioni sulle letture che mi hanno tenuto compagnia in questi dodici mesi. È un momento tutto mio e con i miei amati libri: scoperte, conferme, delusioni e perdite di tempo. Soprattutto mi permette di ritornare su quei libri che anche quest’anno non mi sono decisa ad iniziare (Delitto e Castigo e Don Chisciotte prima o poi ci incontreremo); quelli lasciati a metà per svariati motivi e che riprenderò a inizio anno (L’idiota di Elif Batuman e Buongiorno, mezzanotte di Jean Rys); quelli a cui dare una seconda possibilità (Resoconto di Rachel Cusk, il problema sei tu o io?).

Ogni anno quando stilo la lista dei migliori c’è sempre qualcuno che ha da ridire su qualcosa. Un anno perché erano tutti libri scritti da scrittori (leggo più autori, mi dite il problema?), un altro perché c’erano troppi libri Einaudi (ho una libreria Billy piena di Einaudi, per la legge dei grandi numeri… traete voi le conclusioni). Quest’anno nei miei 12 (sì lo so, di solito se ne scelgono 10 ma il blog è mio e faccio come mi pare) ci sono sei libri di scrittori e sei di scrittrici e c’è una varietà di case editrici: contenti?

Ora basta chiacchiere e via con la lista.

  • Le assaggiatrici di Rosella Postorino, Feltrinelli.
  • Resto qui di Marco Balzano, Einaudi.
  • Napoli mon amour di Alessio Forgione, NN Editore.
  • L’animale femmina di Emanuela Canepa, Einaudi.
  • Il club degli uomini di Leonard Michaels, Einaudi.
  • La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg di Sandra Petrignani, Neri Pozza.
  • Nel cuore della notte di Marco Rossari, Einaudi.
  • Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman, Garzanti.
  • La ragazza del convenience store di Muraka Sayaka, Edizioni E/O.
  • Le fedeltà invisibili di Delphine De Vigan, Einaudi.
  • La notte non vuole venire di Alessio Arena, Fandango.
  • Preludio a un bacio di Tony Laudadio, NN Editore.

Quest’anno ho letto dei gran bei libri, ecco perché stilare questa lista è stato più difficile del previsto. Ci sono state delle piacevoli scoperte come Rosella Postorino e Alessio Arena. Della prima dopo il suo Le assaggiatrici (per cui ho fatto un tifo sfegatato per il Premio Campiello meritatamente vinto) mi sono fiondata su tutto ciò che ha scritto in precedenza, mentre del secondo oltre ad aver apprezzato il suo lato da scrittore ho iniziato ad ammirare anche quello di cantautore. Gli esordi a mio avviso migliori sono stati quelli di Emanuela Canepa e Alessio Forgione. Il primo libro è una storia sul potere, su chi lo esercita e chi lo subisce, mentre il secondo è stato l’esempio di un ottimo caso letterario, di quelli che ci riportano a discutere e confrontarci. Napoli mon amour è il dipinto di una generazione (la mia) che senza i mezzi per potersi affermare è costretta ad accontentarsi.

Di solito mi tengo alla larga dai casi editoriali, ma Elanor Oliphant sta benissimo e La ragazza del convenience store sono l’eccezione che conferma la regola. Problemi relazionali, solitudini forzate e giudizi errati accomunano le due protagoniste di questi due libri. Per la serie meglio tardi che mai ci sono Il club degli uomini e Le fedeltà invisibili. Acquistati appena usciti mi sono decisa a leggerli mesi dopo e in entrambi i casi una volta iniziati li ho messi via solo nel momento in cui li ho terminati. Per quanto riguarda i libri di Marco Rossari e Marco Balzano si è trattato di un vero e proprio amore al primo rigo (per Balzano sono ancora in lutto per il mancato Premio Strega), mentre Sandra Petrignani e Tony Laudadio sono state delle conferme. La prima non poteva deludermi con un libro dedicato a una delle più talentuose scrittrici della nostra letteratura recente, Natalia Ginzburg, il secondo mi ha dimostrato qualcosa che già sapevo: Laudadio sa scrivere e sa farlo pure bene.

Special Mention.

In questa classifica di libri letti e usciti nel 2018 devo fare una menzione speciale per Chiedo scusa di Francesco Abate. A questo libro ci sono arrivata dopo Torpedone trapiantati. Abate ha la capacità di farti piangere contemporaneamente dalle risate e dalla commozione.

… che Dio perdona a tutti

che dio perdona tutti

  • Titolo: … che Dio perdona a tutti.
  • Autore: Pif
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 15 Novembre 2018

Arturo ha due passioni. La prima è la più ovvia ed è quella che accomuna il genere maschile: le donne. La seconda è meno scontata e a tratti anche particolare: la ricotta. Questa seconda passione discende dal fatto che Arturo è palermitano e si sa, a Palermo mettono la ricotta in tutto ciò in cui può essere messa: cannoli, cassata, sciù. Per i dolci con la ricotta Arturo ha una vera e propria dipendenza e ossessione, tanto che lui non si limita a mangiarli, ma tampina i poveri pasticceri di domande a cui questi stanchi di rispondere si limitano a silenzi assensi.

Agente immobiliare, single e in quella fase della vita in cui si preferiscono i dolci al sesso e che stare insieme a qualcuno significherebbe rinunciare a quelle piccole libertà che solo la singletudine regala e quindi meglio soli e il resto viene da sé. Quando però Arturo incontra Flora, la nuova proprietaria della pasticceria da lui frequentata, capisce che è la donna della sua vita, la donna per cui è disposto a rinunciare a tutto e che vorrebbe come moglie e madre dei suoi figli. Flora è la perfetta sintesi delle sue due passioni, le donne e la ricotta, e lasciarsela scappare è impensabile.

In breve tempo Arturo e Flora si conoscono, si fidanzano e vanno a vivere insieme, perché occasioni del genere non bisogna perderle. È tutto perfetto nella vita di Arturo fino al giorno in cui una banale discussione provoca il primo crack.

Flora è credente, cattolica praticante: Arturo è cattolico, ma cattolico come la maggioranza delle persone che si professano per una fede senza crederci più di tanto. È una questione di comodo: sì, sono cattolico ma in chiesa ci vado giusto a Natale e Pasqua (se mi ricordo). Quando Flora capisce che Arturo vive la fede in modo superficiale, il suo atteggiamento cambia. Arturo da un lato non vorrebbe perdere la donna della sua vita, ma dall’altro vorrebbe dare una lezione alla sua amata. Decide che per un mese sarà un cattolico provetto, praticherà la religione secondo parola divina e metterà in pratica tutti gli insegnamenti di Cristo. Insomma, Arturo diventerà un fondamentalista cattolico e alla fine di questo esperimento Flora dovrà ammettere che è più ipocrita di lui. Inizialmente Flora è contenta della totale conversione di Arturo, ma quando le sue azioni ricadranno su di lei ci saranno altri crack.

Arturo non si muove di un millimetro, vuole portare a compimento la sua missione, anche se questo significa avere problemi con lei, col lavoro, con gli amici, con tutti.

Pif nel suo romanzo d’esordio smaschera le ipocrisie di quelli che si professano cattolici, ma non praticanti (se credi, in chiesa ci devi andare); di chi fa le crociate per il crocifisso obbligatorio in classe, ma guai a inserire i simboli di altre religioni (tolleranza non vi dice niente?). Di chi pecca perché tanto basta una seduta di confessione, un paio di Ave Maria e l’anima torna pulita (della serie futti futti ca diu pirduna a tutti). In un Paese in cui un ministro in una mano stringe il rosario e l’altra l’appoggia sul Vangelo e che non si fa scrupoli a tenere bloccate in mare delle persone, cosa vogliamo sperare?

La bellezza di Pif è che con la sua leggerezza riesce a raccontare i temi più controversi e spinosi, ti fa sorridere e riflettere come solo i più bravi sanno fare.

Cara Napoli

cara napoli

  • Titolo: Cara Napoli
  • Autore: Lorenzo Marone
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 8 novembre 2018

Cara Napoli ti scrivo, potremmo dire parafrasando la celebre canzone di Lucio Dalla. Cosa ti scrivo? Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Da ogni cosa a Napoli, bella o brutta che sia, si può ricavare un racconto e da questa idea che sono nati i Granelli, rubrica che Lorenzo Marone cura settimanalmente su Repubblica Napoli. Maurizio de Giovanni nelle sue presentazioni dice spesso questo: io sono napoletano e nella vita avrei potuto fare solo lo scrittore, perché ovunque ti giri c’è una storia che aspetta di essere raccontata. Dai dettagli che Marone osserva nella sua città riesce a farci dei racconti che Feltrinelli ha raccolto in questo libro.

Cara Napoli si apre con una passeggiata per le strade della città, con lo scrittore impegnato nella ricerca di un colore per identificarla. Di solito quando si pensa a Napoli si pensa all’azzurro: quello del mare, del cielo, della squadra, ma per Marone il colore di Napoli è il grigio, quella tinta intermedia tra il bianco e il nero, troppo netti per identificare una città che vive di sfumature. Di grigio esistono ben seicento variazioni, come poter dare un solo colore a una città che vive di contraddizioni? Napoli è tutto e il contrario di tutto, definirla è un azzardo, capirla è un’impresa.

Napoli è una variabile costante con una realtà capace di cambiare in soli cento metri. Accanto a un palazzo nobiliare troverete un basso con l’intonaco scrostato, c’è la metropolitana con le stazioni più belle al mondo ma fortunato chi riesce a prenderla (io detengo il record di attesa di 35 minuti a Toledo); ha una storia millenaria piena di primati che le altre città si sognano (la prima ferrovia, l’università laica più antica, la più antica fabbrica di navi) ma se li dimenticano un po’ tutti; ha i tesori di valore che lasciano marcire piuttosto che valorizzarli. È una città difficile Napoli, e non mi riferisco alla questione Gomorra. È una città complicata perché bisogna lavorare il doppio per dimostrare che è sullo piano delle altre. Il lavoro da fare è sempre in salita, come se in una gara partisse cento metri dietro rispetto agli avversari. È una città che vive di ossimori, in cui paradiso e inferno, bellezza e bruttezza, miseria e nobiltà, viaggiano in parallelo per poi mischiarsi all’improvviso. Assurdo? No, è Napoli. Non è un caso che le sezioni del libro siano divise in nord-sud, acqua-fuoco, storie-leggende: è un rimando alla contrapposizione costante.

A questo punto vi immagino scoraggiati, magari volevate venire a Napoli e vi ho fatto cambiare idea, della serie ma chi me o’ fa fare? Aspettate un attimo e siate più fiduciosi perché vi dico che nonostante questo, nonostante tutto, Napoli ha la capacità di far innamorare chiunque decida di non fermarsi all’apparenza. È come quel fidanzato stronzo che vi tratta una munnezza ma che vi fa dire: ca’ aggia farè? Io lo amo. Napoli ha quel fascino a cui pochissimi sanno resistere, ha infinite risorse e la forza di trovare il buono laddove sembra non esserci. È una città dotata di accoglienza e che non conosce il pregiudizio perché sa da sola cosa vuol dire avercelo appiccicato addosso da sempre. Napoli adotta chiunque, chiunque le mostri rispetto viene considerato suo figlio senza troppe formalità. Napoli è l’arte di arrangiarsi, la battuta sempre pronta, il sorriso sulle labbra anche se il periodo è nero, la maestosità del Vesuvio, la forza del mare agitato, il calore dei vicoli, il vociare delle persone a tutte le ore… Insomma non è solo pizza, babà e sfogliatelle da una parte o Gomorra nell’altra; è tante di quelle cose che sentite a me, leggetevi Cara Napoli ché Lorenzo Marone ve lo spiega meglio.  

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Tutto male finché dura

tutto male finché dura

  • Titolo: Tutto male finché dura
  • Autore: Paolo Zardi
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 3 Maggio 2018

Il protagonista di Tutto male finché dura lo chiameremo canaglia, perché sul blog le parolacce non sono consentite e gli appellativi che gli dedicherei sarebbero solo insulti. La canaglia per vivere ricorre a svariate identità fittizie, lavora in uno studio dentistico (ma non è dentista, quello vero è sparito mesi prima e lui ne ha preso il posto) ed esercita la professione su stranieri che pagano subito per le cure richieste.

Se passi la vita a crearti identità per truffare il prossimo devi mettere in conto che un giorno la polizia ti scambi per un criminale sbattendoti dentro. Dopo mesi trascorsi in carcere la canaglia si ritrova senza casa, senza studio a cui hanno messo i sigilli e un debito di settanta mila euro con un usuraio e due criminali alle calcagna che se non riscuotono la cifra lo ammazzano: più chiaro di cosi?

A questo punto cosa fa la canaglia se non tornare da quell’anima santa dell’ex moglie da cui ha avuto due figlie che a stento conosce? Marta, la ex, è una donna che si spacca la schiena per portare avanti la famiglia visto che ha avuto un marito che quando era tale non lo faceva e che quando non lo era più non ha mai provveduto al mantenimento. Marta ha cresciuto le sue figlie Elisa e Lucia in completa solitudine, arrangiandosi quanto più ha potuto per non far mancare niente alle due e che ha un animo così buono che quando alla porta si ritrova il suo ex marito lo riaccoglie, gli offre il divano e si lascia abbindolare di nuovo dalle bugie che lui le racconta. L’uomo infatti spera di poter ottenere il denaro necessario proprio da Marta e nell’attesa che ceda le fa credere di dannarsi nella ricerca di un lavoro mentre invece si immischia in altri traffici illeciti.

Si può simpatizzare con un individuo del genere? Sì, si può. Umanamente si è più vicini a Marta, una donna dalle mille qualità, con una pazienza infinita e con un animo puro e gentile pronta a riaccogliere l’uomo che le ha spezzato il cuore più di una volta e che non è stato il padre che avrebbe desiderato per le sue figlie. Vigliaccamente però facciamo il tifo per quell’essere ignobile, che rifugge dalle responsabilità, che ha una vita privata promiscua, che campa d’espedienti, che pensa a fregare il prossimo e che non fa nulla per riparare agli errori fatti perché semplicemente lui gli errori che compie neanche li nota. Vivere all’ennesima potenza, cercando scorciatoie e approfittando delle situazioni… insomma chi non vorrebbe farlo? Chi non vorrebbe mettersi alle spalle il politicamente corretto e le regole e darsi a una vita del genere?

Paolo Zardi ha scritto un romanzo con un protagonista detestabile, cinico e meschino che nonostante le pessime qualità riesce a farsi amare tanto da fare il tifo per lui augurandogli che riesca nei suoi loschi piani.

L’educazione

l'educazione

  • Titolo: L’educazione
  • Autrice: Tara Westover
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 31 Maggio 2018

Tara e la sua famiglia vivono sulle montagne dell’Idaho e si professano mormoni. Il mormonismo è una delle tante religioni esistenti che afferma di ricollegarsi al cristianesimo ma che il cristianesimo invece non riconosce tanto che le branchie cattoliche e protestanti la considerano una falsa religione. Il mormonismo infatti nega i principi fondanti del cristianesimo per poter essere riconosciuto come tale e soprattutto ha sviluppato tante di quelle sfumature che è difficile stabilirne le dottrine.

Il padre di Tara ha cresciuto i suoi figli con l’idea che tutto ciò che non deriva dalle sacre scritture deve essere visto come il male e in questo rientravano le istituzioni, la legge, la medicina, l’istruzione ecc… Nessuno della famiglia di Tara era registrato all’anagrafe e questo rendeva incerte le precise date di nascita. Nessuno era stato mai visitato da un dottore e in caso di malattia c’erano le erbe guaritrici della mamma. Nessuno soprattutto era stato a scuola perché i libri erano il demonio e l’istruzione arrivava da persone impegnate a fare il lavaggio del cervello. Tara era cresciuta con una visione del mondo molto limitata. Se il papà diceva che la scuola era il male a lei toccava crederlo perché la prima educazione viene dalla persone che ci hanno messo al mondo e che in teoria ci preparano al meglio.

Il padre di Tara però era un uomo che conduceva una lotta continua contro nemici che vedeva ovunque, che lavorava nella discarica portando dietro i figli per raccattare metalli da rivendere e che preparava se stesso e la sua famiglia all’imminente fine del mondo. La madre di Tara che ogni tanto cercava di ammorbidire le vedute rigide del marito si occupava della preparazione di unguenti e di erbe medicinali e divenne ostetrica facendo partorire le donne della zona che come loro non avrebbero mai messo piede in un ospedale. Sempre la mamma si era occupata dell’istruzione dei figli, un’istruzione che Tara sintetizza così: potevi imparare tutto quello che riuscivi a studiare da solo, dopo che avevi finito di lavorare. 

Scuole, libri, materie e tanto altro erano cose sconosciute fino a quando Tyler, il fratello di Tara, decise di lasciare la famiglia per andare in una scuola vera inculcando l’idea alla sorella minore. Funziona così di solito, una realtà ti sta bene fino a quando hai conosciuto solo quella. Basta spostarti un attimo, renderti conto che esistono altre realtà differenti dall’unica che hai sempre conosciuto e reputato giusta per desiderare di provarne altre. Per Tara il lavoro in discarica, le erbe delle mamma, i libri sfogliati e mai letti veramente andavano bene perché non aveva mai conosciuto altro. Non aveva idea di cosa succedesse nel mondo perché la televisione in casa era vietata. Non conosceva la storia recente perché i libri differenti dalla Bibbia non erano ammessi. Se suo fratello era andato via per frequentare la scuola questo poteva farlo anche lei, voleva farlo, perché era stanca di rischiare la vita ogni volta che andava in discarica col padre, così come era stanca delle violenze di suo fratello Shawn a cui i genitori non credevano.

Tara Westover ha raccontato la sua storia. Un’infanzia e prima adolescenza di cui lei per anni si era vergognata e che aveva cercato in tutti i modi di nascondere e reprimere. Quei legami familiari che erano stati il suo tutto andavano recisi, perché fino a quando restava ancorata a loro il suo cambiamento non poteva essere completo. Ha raccontato la sua storia di emancipazione avvenuta grazie all’istruzione che ha dato un senso e una svolta alla sua vita, facendole accettare la sua storia e comprendendo di essere diventata attraverso quell’educazione una persona diversa.