Confidenza| Domenico Starnone

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Facciamo che io ti racconto un mio segreto così orribile che nemmeno tra me e me ho mai provato a raccontarmelo, e tu però me ne devi confidare uno equivalente, qualcosa che se si sapesse ti distruggerebbe per sempre.

Quante sciocchezze facciamo per amore? Quante sono le decisioni che prendiamo a cuor leggero senza pensare alle conseguenze e prese solo per accontentare il partner? Quante cose ci sembrano degli innocenti giochi a cui acconsentiamo senza mettere in conto che quei giochi potrebbero semplicemente rovinarci la vita.

Pietro e Teresa avevano un rapporto di quelli che si muoveva tra alti e bassi, fatto di passione sfrenata e litigi eccessivi. Si conoscono da quando lui era il professore e lei l’allieva. Pietro era sempre stato uno di quegli uomini miti, intelligenti e della cui intelligenza brillava ed impressionava gli altri. Teresa invece era una donna vulcanica, sempre bisognosa di stare al centro dell’attenzione e che amava prevaricare i confini che Pietro le imponeva. Se c’era una discussione animata da Pietro, il suo obiettivo era quello di contraddirlo, mostrare che lei ne sapeva più di lui e in quel gioco perverso portato avanti, lei doveva uscirne sempre da vincente. Dopo l’ennesima discussione, in un momento di calma Teresa propone a Pietro di farle una confidenza. Non una cosa banale o un segretuccio di poco conto, ma qualcosa che fa fatica ad ammettere anche a sé stesso. Tu confidi una cosa a me ed io confiderò una cosa a te ed entrambi saremo i custodi delle nostre rispettive confidenze.

Pietro acconsente senza mettere in conto una delle massime dei nostri tempi: tutti si lasciano, è solo questione di quando, come direbbe Ester Viola. Pietro e Teresa poco dopo mettono fine a quell’impetuoso rapporto, decidendo di andare avanti nella loro vita, ognuno per conto proprio. Tempo dopo Pietro incontra Nadia, docente come lui, docile, amabile, timida, l’esatto contrario di Teresa. Decidono di sposarsi e poco prima del matrimonio si affaccia quella temibile confidenza detenuta da un’altra donna. E se Teresa ricompare nella mia vita e mette al corrente Nadia di quell’orribile segreto? Questo pensiero lacera Pietro e lo costringe con una scusa a contattare la sua ex che gli risponde con un laconico: hai paura?

Passano gli anni, Pietro diventa un discreto scrittore di un pamphlet sulla scuola che gli procura l’ammirazione di una bella cerchia di intellettuali, primo fra tutti del suo editore che decide di puntare su di lui e sul suo talento. Inizia a girare l’Italia, a fare incontri, a conoscere persone, ad essere protagonista di dibattiti, qualcosa che non aveva mai messo in conto, da umile professore di liceo, ma se lo merita, come gli dicono tutti. Ha una moglie che lo sostiene, un editore che crede in lui, delle persone che lo ammirano, dovrebbe essere l’uomo più felice del mondo, se non fosse per quella perenne ansia legata a quella confidenza di tantissimi anni prima. Decide di giocare in difesa, riallacciando il rapporto con Teresa che nel frattempo non è rimasta a guardare, ma è arrivata al MIT di Boston. Attraverso la loro fitta corrispondenza, Pietro si illude di poterla controllare e di controllare così il suo segreto.

La ragione è che vuoi sapere se sono e se sarò sempre la custode delle tue confidenze.

Nadia è la donna che Pietro ha sposato, la madre dei suoi tre figli, ma è Teresa colei che conosce Pietro nella sua vera essenza e che non perde occasione lettera dopo lettera di smascherare le sue ipocrisie. A legarli non è il bene che si sono voluti, ma la paura ed l’unico motivo per cui lui non vuole che lei esca dalla sua vita.

Confidenza di Domenico Starnone, Einaudi, è parte di un progetto più ampio e che si va a legare ai suoi precedenti lavori: Lacci e Scherzetto. Insieme vanno a formare quella che è stata ribattezzata una trilogia sentimentale. I libri esplorano i temi delle relazioni e delle fragilità umane che mostriamo e che celiamo. Ci sono degli elementi presenti in Confidenza che richiamano quelli presenti in Lacci (tradimento ed indifferenza), ed elementi presenti in Scherzetto (la smania verso il successo e l’idea di non essere all’altezza del ruolo che si sta ricoprendo). 

Domenico Starnone continua ad indagare sull’animo umano mettendolo a nudo e mostrando nuove sfaccettature: fragilità, paure, egoismi, ambizioni. Come sempre riesce ad incollare il lettore alle pagine, costringendoci a fare i conti con la storia che racconta. Non si può rimanere inermi di fronte a tutta questa perfezione e se ci siete riusciti ditemi come avete fatto, perché io sono giorni che mi crogiolo in questa storia e non riesco a venirne fuori.

  • Titolo: Confidenza
  • Autore: Domenico Starnone
  • Casa Editrice: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 19 Novembre 2019

 

In tempo di guerra| Concita De Gregorio

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Invece Concita è la rubrica curata da Concita De Gregorio sul quotidiano “La Repubblica”. Ogni giorno la De Gregorio dà spazio alle storie di persone che vogliono semplicemente essere ascoltate. Un giorno in redazione le viene recapitata la lettera di Marco, un ragazzo che non le chiede una fugace risposta nelle colonne del giornale, ma il tempo, una settimana notte escluse, per raccontarle cosa significa essere un trentenne oggi.

Sembra quasi una sfida quella di Marco, una sfida a cui la giornalista non si sottrae. Una settimana, notti escluse, è quello che chiede e una settimana, notti escluse è quello che avrà, a patto che alla sua storia e alle sue domande non gli fornirà delle risposte, ma altrettante domande e pezzi di articoli di giornale che ha conservato nel corso degli anni e che potrebbero ritornare utili durante le loro riflessioni.

Dalle lettere di Marco contenute in sei diari e quattro scatole, emerge quella che è la generazione più sottovalutata in assoluto: i trentenni. I trentenni di oggi sono per la maggior parte dei giovani (non più giovanissimi), spaventati, disorientati, senza mete delineate e senza obiettivi facilmente raggiungibili. Attenzione, per obiettivi facilmente raggiungibili si intendono quegli obiettivi che le generazioni passate raggiungevano senza fatica, come ad esempio un posto di lavoro, un compagno, un figlio. Ieri erano certezze, oggi dei miraggi.

Le generazioni che ci hanno precedute sono state abilissime a prendersi tutto quello che potevano prendersi, risucchiando le risorse e lasciandoci con poco o niente. Ci è rimasta una politica incapace di essere tale. Una politica la cui classe dirigente incolpa di tutto il governo precedente, una politica in cui ci vogliono far credere che destra e sinistra siano la stessa cosa (e chi dice questo possiamo star certi che è di destra). Il risultato? Non si vota o non si sa per chi votare. Mi definisco una persona di sinistra, ma a sinistra non ci sono partiti che posso definire tali, leader capaci di farmi innamorare della politica, leader che mi facciano appassionare a delle cause. Ogni volta che vengo chiamata a votare, voto per il meno peggio, ma mi sarei stancata di votare il meno peggio, io vorrei votare il meglio.

Tornando a Marco e alle sue lettere, lui racconta di come i suoi familiari alla sua età erano già qualcuno. Un nonno comunista e un nonno professore. Una nonna votata alla chiesa cattolica, l’altra alla scienza. Perfino i suoi genitori prima di ritirarsi in una vita nei boschi e a indottrinare il prossimo con la religione dei Testimoni di Geova, avevano sposato la causa delle milizie negli anni di piombo. Tutti avevano la loro identità, tutti, tranne lui. È difficile avere un’identità quando non sai la vita dove ti porterà. Dove stiamo andando? Dove vogliamo andare? Da nessuna parte, siamo fermi. Il tempo scorre, il mondo cambia, ma noi siamo qui ancora a capire cosa il futuro ha in serbo per noi. Futuro è una parola che spaventa, per il semplice fatto che non abbiamo i pilastri su cui poterlo edificare.

Leggere In tempo di guerra (Einaudi) di Concita De Gregorio mi ha fatto male, perché la generazione di Marco è la mia, visto che sto vivendo l’ultimo anno dei venti e dal prossimo entrerò ufficialmente nel club dei trentenni. La rabbia di Marco è anche la mia; la frustrazione di Marco è anche la mia; l’insoddisfazione di Marco è anche la mia. Stiamo vivendo una guerra che non ha bombe e che non ha nemici ben precisi: stiamo vivendo una guerra senza neanche rendercene conto.

Nel gioco del mondo, si perde solo quando si rinuncia a giocare.

Ci spaventa e ci fa paura questo pazzo mondo, ma a giocare non ci rinuncio.

  • Titolo: In tempo di guerra
  • Autrice: Concita De Gregorio
  • Casa editrice: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 12 novembre 2019

Di Natale, di libri e di storie natalizie!

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Lo so cosa starete pensando: un post sul Natale? Già adesso? Forse è un po’ presto, forse no, ma amo così tanto l’atmosfera natalizia che non vedevo l’ora di aprire le danze e di fare un post adatto per il periodo che ci apprestiamo a vivere.

Nei prossimi giorni saremo invasi da addobbi, lucine che illuminano le strade e i balconi, canzoncine stucchevoli che usciranno dalle casse di tutti i negozi e film natalizi con trame in cui il Natale rischia sempre di saltare, salvo poi risolversi tutto per il meglio.

In tutto ciò non possono mancare le letture a tema ed eccomi quindi a consigliarvi ben tre libri, da leggere (rileggere), consigliare e/o regalare.

il canto di nataleIl primo libro non poteva non essere Il canto di Natale di Charles Dickens in questa bellissima versione illustrata con la prefazione di Gianrico Carofiglio uscita per la BUR. La storia del vecchio banchiere Ebenezer Scrooge è arcinota, complici gli adattamenti fatti (il mio preferito è la versione con zio Paperone nei panni di Scrooge e di Topolino in quella dell’impiegato Cratchit), ma la riassumo per chi vivesse su Marte. Scrooge è un uomo cinico e taccagno che ama profondamente il Natale, in quanto la considera una festa inutile che fa perdere solo tempo. Nella notte della Vigilia di Natale viene visitato da tre fantasmi, nell’ordine il fantasma del Natale passato, il fantasma del Natale presente e quello del Natale futuro. L’incontro con i tre spettri lo metteranno di fronte alla pessima vita che sta conducendo e lo spingono a rivedere affetti e priorità. Il Canto di Natale di Charlers Dickens è il classico natalizio per eccellenza.

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Veniamo a qualcosa di più recente, ossia I fratelli Kristmas di Giacomo Papi uscito qualche anno fa per Einaudi Stile Libero.

Babbo Natale si ammala la notte più importante dell’anno e il Natale rischia di saltare. Bisogna trovare una soluzione in fretta e la scelta ricade su Luciano, il fratello di Niklas, definito un uguagliatore. Un uguagliatore è colui che crede nell’uguaglianza di tutti i bambini, quindi indipendentemente dalla ricchezza della famiglia tutti i bambini il giorno di Natale dovrebbero avere lo stesso numero di regali.

Non sarebbe un racconto o una favola di Natale se non ci fosse il cattivo di turno a voler scompigliare il piano dei buoni e mandare tutto all’aria e il cattivo di questa storia è Panicus Flynch il proprietario dei giocattoli che mai ha sopportato questa festa e scatena contro Luciano le selvagge valchirie e ordisce un piano per catturare Babbo Natale. Tra folletti, gnomi ed elfi e l’aiuto di due bambini Pietro e Maddalena, I Fratelli Kristmas è quanto di più indicato da leggere in questo periodo.

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Per chiudere un libro di nuovissima uscita, quello di Francesca Cavallo, Elfi al quinto piano, Feltrinelli. Prendete tre adorabili bambini, Manuel, Camilla e Shonda e le loro due mamme Isabella e Domenique. Tutti e cinque sono stati costretti a trasferirsi in quanto il Presidente della loro vecchia città aveva dichiarato illegali le famiglie con due mamme, per cui pur di non perdere i loro tre amati bambini, Isabella e Domenique approdano nella città di R e precisamente in una casa al quinto piano di Via dei Camini Spaziosi 10.

Il giorno della Vigilia di Natale viene recapitata loro una lettera volante, firmata niente di meno che da Babbo Natale in persona che chiede ai tre bambini di aiutarlo a confezionare i regali per gli abitanti della città di R. Un sogno? No, considerato il fatto che la loro casetta da lì a poco verrà invasa da dieci adorabili elfi pronti ad impacchettare bel 230.119 regali.

Qualcosa però non andrà come previsto e il Natale nella città di R, città in cui non accade mai nulla di male, rischia di saltare, se non fosse che… (eh ma non posso dirvi mica tutto).

Se amate le atmosfere natalizie e non vedete l’ora di viverle e se amate le storie a lieto fine, questi sono i libri che fanno per voi. E voi quali letture fate in questo periodo? Fatemi conoscere altre storie.

#BloggerSquad: ultimo capitolo!

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La #BloggerSquad© (marchio registrato presso di me) si riunisce per un ultimissimo post in cui poter dire la nostra sui pregi e difetti (scherzo, difetti non ce ne sono) di questo libro che tanto abbiamo amato e tanto abbiamo supportato nelle sue prime settimane.
Ho seguito passo passo L’anno in cui imparai a leggere di Marco Marsullo, Einaudi, manco se lo avessi scritto io. Vedere che si è creata questa onda spontanea di passaparola mi ha reso davvero contenta e aver contribuito seppur in minima parte a tutto ciò che ne è conseguito mi rende anche un poco orgogliosa.
Azzurra, Marzia, Ramona, Stefania e Valentina sono state delle splendide compagne d’avventura. Hanno parlato del libro in maniera splendida sui loro rispettivi blog (che vi invito a visitare), le ho viste caricatissime sui loro profili a consigliarlo a destra e manca, lo hanno fatto proprio e di questo, ripeto, non posso che essere contenta.
Per congedarci vi propongo un nostro piccolo confronto, poche domande, semplici, dirette ed essenziali su questo libro che tanto abbiamo amato e supportato e poi vi prometto che per un po’ smetterò di parlarne (forse).
– Se dovessi usare un solo aggettivo per descrivere “L’anno in cui imparai a leggere” quale sarebbe?
Azzurra: Uno solo? Imperdibile
Francesca: Coinvolgente (e in alcuni punti davvero commovente).
Marzia: Uhm… solo uno?? Questa è cattiveria!! Tenero, direi tenero. (Ma anche autentico, dolcissimo, profondo…  faccio un po’ fatica a rispettare le regole!!).
Ramona: Carezzevole. Tenero. Luminoso. Ah scusa, ma non era un aggettivo
“per volta”? Impossibile solo uno.
Stefania: Avvolgente.
ValentinaTenero. Infatti quello che mi ha trasmesso di più durante la lettura è la tenerezza.
– Il personaggio del libro a cui ti sei più affezionato?
Azzurra: Difficile scegliere, forse Niccolò
Francesca: Andrés. Più che affezionata io mi sono proprio innamorata, sorridevo come una deficiente ad ogni frase spagnola che pronunciava (durante tutto il libro praticamente)
Marzia: Niccolò! Senza dubbi.
Ramona: Niccolò.
StefaniaNiccolò 
Valentina: Forse Andrés, perché era quasi scontato affezionarsi a Niccolò che c’è fin dall’inizio. L’argentino appare inizialmente come elemento di disturbo, uno che sembra quasi fuori luogo, e invece poi ci si affeziona a lui per forza.
– Il personaggio che hai detestato con tutte le tue forze?
Azzurra: Nessuno.
Francesca: SIMONA. Andiamo, ma come diamine si fa a lasciare tuo figlio di quattro anni a uno con cui stai insieme da due mesi? Siamo serie.
Marzia: Sai che direi nessuno?! Non ho detestato nessuno, forse Simona è il personaggio con il quale ho empatizzato meno ma in fondo le sono grata… se non fosse stato per lei non avremmo avuto tra le mano questa storia dolcissima.
Ramona: Simona, ma solo perché, per alcuni versi, non ho condiviso le sue scelte.
Stefania: Nessuno, in ognuno ho trovato qualche lato positivo.
Valentina: Simona è troppo scontato? Simona che per seguire la sua passione molla il figlio di soli quattro anni a uno con cui sta da pochissimo tempo e continua a rimandare il ritorno a casa.
– La frase che più ti è rimasta impressa?
Azzurra: Figli storti lo saremmo stati per sempre. Avremmo dovuto cavarcela da soli. Però, intanto, potevamo farci compagnia.
Francesca: Perché quando ami qualcuno, certe volte, ti arrendi e lasci che sia il tempo a decidere per te.
Marzia: I bambini non sono timidi. Osservano. Guardano i volti, i gesti. Hanno un codice di interpretazione del genere umano diverso da quello degli adulti. Loro non chiedono con la voce, lo fanno con gli occhi.
E agli occhi di un bambino non si può nascondere niente.
Anche se lì per lì sembrano crederti, continueranno a scrutare finché il loro sguardo non si sarà posato sulla verità.
Questa. Questa frase spiega al meglio la capacità di Marco di sintonizzarsi emotivamente sugli altri. È un’abilità molto rara!
Ramona: Di frasi a me care ce ne sono quasi in ogni pagina. Stavolta
scelgo: «I bambini, quando ti regalano un metro, te ne chiedono in
cambio due. A differenza dei cuccioli delle altre specie, non basta
farli giocare e fargli le coccole. Devi dargli ogni cosa, la
leggerezza e l’intensità, la serietà e la sincerità più grande che
puoi. Tutto ciò che non sei mai riuscito neanche a dare a te stesso.»
Stefania: La grammatica dei bambini è un cielo al contrario
ValentinaPerché i figli non sono solo di chi ci mischia dentro il corredo genetico. I figli sono di chi se ne prende cura, di chi scova un ultimo granello di energia per loro, la sera, dopo una giornata infernale. I figli sono di chi, senza pensarci troppo su e senza una garanzia, si innamora di loro, anche se hanno gli zigomi di un’altra persona.
– L’autore Marco Marsullo per te è stata una conferma o una scoperta?
Azzurra: Una scoperta.
Francesca: Ogni libro è una conferma.
Marzia: Marsullo è una conferma che ogni volta sorprende un po’ di più.
Ramona: Marco Marsullo per me è una piacevolissima conferma.
Stefania: Marsullo è stata una scoperta che dovrò assolutamente approfondire.
Valentina: Una scoperta, e aggiungo: molto piacevole. Non avevo mai letto niente di suo.
– A chi consiglieresti “L’anno in cui imparai a leggere?”.
Azzurra: Davvero a chiunque. Fa bene al cuore.
Francesca: A tutti quelli che vogliono innamorarsi di una storia fatta di buoni sentimenti.
Marzia: A tutto l’universo! Abbiamo tutti un grande bisogno di storie scritte con il cuore!
Ramona: Consiglierei “L’anno in cui imparai a leggere” ai genitori e ai
figli, a chi vorrebbe essere l’uno e l’altro ma ancora non ci è
riuscito.
Stefania: Consiglio questo libro a chiunque voglia divertirsi ed emozionarsi attraverso una storia genuina.
ValentinaA chi non ama i bambini, ma anche a chi li ama. O semplicemente a chi ha bisogno di un po’ di dolcezza nelle proprie giornate.
PS: per tutti quelli che hanno letto il libro (e so che siete tantissimi) se vi va rispondete anche voi alle domande ché sono curiosa.

L’anno in cui imparai a leggere| Marco Marsullo

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Non importa quanta dignità tu abbia, se un bambino ti passa una tazzina vuota, tu devi bere.

(esergo)

Quando Niccolò e Simona si conoscono l’unica cosa che li lega è l’età, due venticinquenni in momenti diversi della loro vita. Lui uno scrittore che dopo il primo libro si era ritrovato in cima alle classifiche di vendita, con le librerie strapiene di lettori accorsi ad ascoltarlo e con i giornali e le TV che facevano a gara ad aggiudicarselo per una breve intervista. Lei, una ragazza come tante che aveva messo ben presto nel cassetto il suo sogno di diventare un’attrice teatrale per ritrovarsi a lavorare come commessa in un negozio d’abbigliamento.

Si incontrano proprio ad una presentazione del libro di Niccolò: lui nota lei, lei nota lui e il classico colpo di fulmine scocca all’istante. Tutto troppo bello per essere vero, tranne per il dettaglio non di poco conto che Niccolò apprenderà subito dopo: Simona è madre di un bambino di quattro anni.

Niccolò è già innamorato perso di Simona per tirarsi indietro, per dirle «no, grazie, mi sono sbagliato». È talmente innamorato di quella che considera a tutti gli effetti la donna della sua vita che quando un giorno va da lui e gli dice di voler trasformare il suo sogno in realtà e quindi riprendere col in teatro, invece di dirle «amore, ma sei per caso impazzita?», l’appoggia e soprattutto acconsente alla follia di badare al piccolo Lorenzo per i giorni previsti in cui lei sarà in tournée.

Non poteva certo finire qui, perché un bel giorno direttamente dall’Argentina fa il suo ritorno il padre naturale di Lorenzo, Andrés. Segni particolari: riccioli sempre spettinati, strimpellatore di chitarra a tutte le ore del giorno e soprattutto della notte, divoratore di barattoli di Nutella e tifoso sfegatato del Boca Juniors (vi innamorerete di lui, ve lo assicuro).

Le famiglie sono una trappola a cui nessuno di noi può rinunciare. Le famiglie si distruggono, spaccano le vite a metà, si ricostituiscono. Si autogenerano senza che ce ne accorgiamo, sono un sistema istintivo di sopravvivenza.

Per Niccolò, Lorenzo ed Andrés inizia un periodo di convivenza forzata, che ben presto si trasformerà in un perfetto ingranaggio. Tra cartoni animati alla televisione ventiquattr’ore su ventiquattro, video demenziali su YouTube, partite di calcio improvvisate nel salone di casa, bambini che per attirare l’attenzione dei genitori inscenano suicidi e vicini di casa medium, i tre assumeranno sempre più le sembianze di una sgangherata famiglia.

L’anno in cui imparai a leggere di Marco Marsullo uscito per Einaudi Stile Libero è un romanzo che racconta una meravigliosa storia d’amore, quella tra un ragazzo che di amore famigliare ne ha ricevuto poco e un bambino che nella vita ha sempre potuto contare solo sulla madre e che all’improvviso si ritrova ben due papà. La famiglia è il tema su cui si snoda l’intero romanzo, ma famiglia in senso ampio, non solo quella determinata dai legami di sangue, perché le famiglie non sono quelle che unicamente il DNA costruisce.

Nell’anno in cui trascorreranno insieme Niccolò, Andrés e Lorenzo capiranno che famiglia è semplicemente esserci al di là di ciò che può certificare un atto di nascita. Cresceranno insieme, accetteranno pregi e difetti l’uno dell’altro, capiranno che si può sbagliare e che quegli errori fanno parte della vita.

Questo libro l’ho letto col sorriso perenne sulle labbra, salvo accorgermi certe volte che i miei occhi si inumidivano e a quel punto ritirare le lacrime indietro era difficile, se non impossibile. Concludo come l’autore è solito finire nei suoi ringraziamenti: ci leggiamo al prossimo.

  • Autore: Marco Marsullo
  • Titolo: L’anno in cui imparai a leggere
  • Casa Editrice: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 22 Ottobre 2019

PS: per questo libro ho coinvolto un po’ di amiche che sui loro blog ne hanno parlato in maniera egregia. Ne approfitto per ringraziarle, per aver reso tutto ciò una bella avventura di squadra. Leggere è condivisione, sempre.

Il treno dei bambini| Viola Ardone

il treno dei bambini

I treni della felicità. Così li battezzarono i treni che nell’immediato dopoguerra, parliamo del 1947, portarono i bambini del sud nelle regioni del nord, un’iniziativa di solidarietà nata grazie al “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli”.

Questa campagna fu organizzata e promossa dal Partito Comunista che prendendo atto delle condizioni in cui versava Napoli, pensò di trasferire un notevole numero di bambini presso alcune famiglie del centro e nord Italia, affinché si riprendessero da malnutrizione e si rimettessero fisicamente.

Donna Antonietta davanti e Amerigo dietro di lei. Camminano veloci per i vicoli dei Quartieri Spagnoli. Amerigo guarda le scarpe, le sue e quelle delle persone che incontra. È talmente fissato con le scarpe che ne ha fatto un gioco: scarpa sana, un punto; scarpa bucata, perdo un punto; senza scarpe, due punti.

Lui non sa dove stanno andando, ma sa che con mamma Antonietta non si discute: comanda lei e basta. Un uomo al suo fianco non c’è (se non contiamo Capa ‘e fierro), lei è abituata a fare tutto da sola. Il padre di Amerigo è partito da tempo per l’America in cerca di fortuna e quando tornerà finalmente potranno fare la vita che meritano: per adesso bisogna solo affidarsi alla speranza.

Hanno organizzato dei treni speciali per portare i bambini là sopra.

A dirglielo è Maddalena che con poche frasi cerca di spiegare l’iniziativa in cui verranno coinvolti tantissimi bambini di Napoli, tra cui Amerigo. Un’iniziativa che rimarrà nella storia, mai prima d’allora si era vista una cosa del genere, mai prima di quel momento c’era stata così tanta mobilitazione nazionale: il nord che corre in soccorso del sud, un’opera di grande carità, ma soprattutto una grande opportunità per quei ragazzini.

La notizia dei treni si sparge a macchia d’olio nel quartiere, anche se non viene accolta bene da tutti. C’è chi dice che in realtà questi bambini verranno venduti dal Partito Comunista alla Russia che li metterà a lavorare; chi dice che gli taglieranno mani e piedi, ma soprattutto c’è chi non vede di buon occhio questa grande mossa di carità, perché c’è carità e carità.

Amerigo sceglie di fidarsi di quella Maddalena e di salire sul treno che lo porterà là sopra. Nello stesso vagone ritrova anche Tommasino, suo amico dal giorno in cui rubò per lui una mela e Mariuccia, la figlia del calzolaio.

Quando arriveranno là, dove per là si intende l’Emilia Romagna, intere famiglie si precipiteranno a prenderli e portarli con sé nelle loro nuove case. Ad Amerigo tocca Derna, ha un accento strano e certe parole non le capisce. Lavora e durante l’assenza lo affida alla famiglia di sua cugina Rosa, sposata con Alcide e mamma di Rivo, Luzio e Nario. Mamma Antonietta, Derna e infine Rosa e Alcide, che insiste affinché Amerigo lo chiami babbo: tante famiglie, troppo amore, quasi difficile per lui da maneggiare.

Amerigo si troverà a vivere una vita completamente diversa da quella dei vicoli in cui è cresciuto. Il caldo asfissiante dei bassi e il vociare continuo, lascia spazio alla nebbia, alla vita di campagna e al freddo. Colazione, pranzo e cena, mentre prima era già tanto se trovava del pane avanzato dal giorno prima. Il letto condiviso con la mamma contro un letto tutto per sé, nel buio totale della propria camera. L’intento del Partito era quello di rimettere in sesto fisicamente quei ragazzini, ma forse non avevano pensato alle conseguenze. Se nasci e vivi nella povertà ti abitui, devi farlo, perché non hai alternative. Se nasci e vivi nella povertà e poi a un certo punto ti mostrano che c’è una vita migliore, sei un pazzo se scegli di tornare al punto di partenza.

Li hanno fatti venire quassù, poveri piccolini, tutte quelle ore di viaggio, le scomodità. Ma poi quando termina questa bella vacanza devono tornare nella loro miseria. Non era meglio che quei soldi li davano alle loro famiglie, invece di portarceli fin qua?

Attraverso gli occhi di Amerigo, Viola Ardone racconta una delle pagine meno conosciute della nostra storia recente. Un’Italia che a fatica cerca di rialzarsi dalle macerie che la Seconda Guerra Mondiale ha lasciato e di un sud che è perennemente fanalino di coda. Il treno dei bambini, Einaudi è la storia di una dolorosa separazione, quella di una madre e un figlio, una madre che per il bene del suo bambino lo lascia al suo destino, anche se vuol dire rinunciare per sempre al suo amore.

Diffido spesso dai casi editoriali, perché molte volte mi sono trovata tra le mani libri che di bello avevano avuto solo la campagna promozionale ben fatta dall’editore. Anche questo è stato presentato come il caso editoriale della scorsa fiera di Francoforte, tradotto in 24 Paesi (destinati ad aumentare). Mi sono avvicinata a questa lettura con curiosità e timore. Curiosità, perché in ogni caso mi piaceva approfondire un momento storico a me completamente ignoto; timore, perché non volevo che questo libro fosse un bluff.

Credetemi se vi dico che l’amore è scattato dopo due righe. Credetemi se vi dico che ho letto le prime cento pagine con un groppo alla gola. Credetemi se vi dico che Amerigo con la sua parlantina, la sua curiosità, il suo sguardo disincantato sul mondo non riuscivo a togliermelo dalla testa. Credetemi infine se vi dico che questo libro lo volevo finire e non lo volevo finire, perché chiuderlo avrebbe significato dire subito addio a dei personaggi che mi avevano lacerato dentro. Sì, quando si tratta di autori e libri napoletani tendo ad essere leggermente di parte, ma sono onesta al cento per cento nel dirvi che questo libro è qualcosa che raramente vedo e che ha scombussolato la mia personale classifica dei migliori libri di questo 2019: carissima Viola Ardone è presto, ma il podio è tuo (e po’ anche di Amerigo).

  • Titolo: Il treno dei bambini
  • Autrice: Viola Ardone
  • Casa Editrice: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 24 Settembre 2019

Volevo essere una vedova| Chiara Moscardelli

volevo essere una vedova

Cenerentola e Biancaneve ci hanno insegnato fin da piccole che dopo varie sofferenze (matrigne e mele avvelenate) arriverà il principe azzurro ad alleviarci le pene. Siamo cresciute con il mito del e vissero tutti felici e contenti, ma tutti chi?

Con l’affermarsi del femminismo, invece, ci siamo ritrovate a dire che un uomo non lo vogliamo, che noi donne abbiamo bisogno di pari opportunità, di stipendi equi, che siamo prima donne e poi, forse, mogli e madri: l’indipendenza prima di tutto.

Quindi questa ricerca ossessiva di un uomo al proprio fianco fa sembrare Chiara, la protagonista di Volevo essere solo una vedova uscito qualche mese fa per Einaudi Stile Libero, anacronistica.

Chi è Chiara e soprattutto, perché vorrebbe essere una vedova?

Chiara è una donna che ha superato i quaranta, che per lavoro ha lasciato la sua amata Roma per una Milano che fatica ancora ad accettare. Amici, tanti, una sorta di seconda famiglia; uomini, pochi, e tutti uno più strampalato dell’altro. Non aver un uomo al suo fianco e di conseguenza una relazione stabile è ciò che fa soffrire maggiormente Chiara che vede intorno a lei tutte donne realizzate, con ottimi mariti e stuoli di figli al seguito e in una gara che si svolte unicamente nella sua testa loro ne escono vittoriose e lei una misera perdente.

E dire che Chiara ce la mette tutta per uscire dall’impasse dell’eterna single: appuntamenti disastrosi, uomini noiosi, cerette brasiliane e equivoci imbarazzanti. Niente, forse la singletudine è la sua condanna o la sua fortuna, perché tutto dipende da come decidi di guardare la vita.

Volevo essere una vedova è l’esilarante libro di Chiara Moscardelli che attraverso le esperienze tragicomiche della protagonista prova a prendere in giro e a smontare i tanti pregiudizi che purtroppo le donne si ritrovano ancora addosso. Realizzate sul lavoro, ma fino a un certo punto, perché quando l’orologio biologico chiama bisogna rispondere e mettere su famiglia, perché i bambini prima di tutto, se non vuoi sembrare un mostro a tre teste. Indipendenti, fino a quando l’indipendenza tua non tocca quella di un uomo. Donne sì, ma mogli e madri, altrimenti sei un egoista senza cuore che ha preferito la gioia e la soddisfazione della carriera alla famiglia del Mulino Bianco.

In questo clima non c’è da stupirsi che una donna, arrivata a quasi cinquant’anni, si fa passare per vedova piuttosto che ammettere di essere single; perché nel momento in cui pronuncerà quella magica parolina di sei lettere, l’interlocutore addolcirà lo sguardo, la guarderà con pietà e dirà: poverina, così giovane.

«La lezione più importante è proprio questa: siamo noi il nostro lieto fine, il nostro ballo di Cenerentola. Il vissero per sempre felici e contenti, esiste, solo non è quello che ci hanno raccontato. Ecco la favola».

  • Titolo: Volevo essere una vedova
  • Autrice: Chiara Moscardelli
  • Casa Editrice: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 21 Maggio 2019

Niente caffè per Spinoza| Alice Cappagli

niente caffè per Spinoza

Con un matrimonio agli sgoccioli e la necessità di trovare un impiego il prima possibile, Maria Vittoria, chiamata da tutti Marvi, si presenta al centro per l’impiego e quasi stenta a crederci quando come lavoro le propongono di leggere per una persona.

Pagata per leggere è il lavoro dei sogni si qualsiasi lettore. Ad essere onesti dovrà provvedere anche alle faccende domestiche e a preparare il pranzo, ma il fattore determinante per l’assunzione a casa dell’anziano professore Farnesi è il saper leggere, visto che lui ex docente di filosofia ha ormai perso del tutto la vista.

«Non sempre è facile l’uso di qualcosa che non ci si aspetta».

Quando Maria Vittoria si presenta a casa del professore rimane sconvolta dalla quantità di libri presenti, lei che non ha memoria della sua ultima lettura. A colpirla è anche il disordine che lasciano la figlia del professore, Elisa e le due nipotine, ma riordinare è il suo lavoro e tra una pagina di Pascal e un contorno di zucchine, lei e il professore fanno conoscenza ed entrano in sintonia.

Giorno dopo giorno, grazie alle letture che il professore le fa leggere ad alta voce, Maria Vittoria inizia a capire cosa le manca nella vita e soprattutto che direzione darle.

«Un libro di per sé non è nulla se non trova qualcuno che lo fa vivere nella lettura».

Le frasi che il professore richiama a memoria non sono buttate lì per caso, Epicuro, Sant’Agostino, Spinoza, tutti hanno un insegnamento da darle che lei deve solo cogliere. In quella quotidianità fatta di pulizie, caffè, passeggiate a Villa Fabbricotti, incontri con la terribile Vally, letture e i compagni del professore, Maria Vittoria ritrova a poco a poco se stessa, mettendosi alle spalle un marito che non merita certo di stare al suo fianco e una suocera troppo innamorata del figlio per comprendere le umiliazioni che riserva alla moglie e soprattutto decide di guardare avanti, verso il mare, riassaporando una libertà che aveva perso, lanciandosi in conoscenze nuove che chissà dove la porteranno.

«Non dobbiamo volere con ostinazione che le cose vadano come desideriamo, ma desiderare come vanno».

L’unica cosa che mi piace dell’estate è il momento in cui riesco a rimettermi in pari con le letture, recuperando quei libri usciti che mi avevano incuriosito, ma che per un motivo o per un altro non ho letto. Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli, mi rimbalzava tra un social e l’altro, ma ha dovuto attendere agosto per essere letto. Tra un sabato pomeriggio e una domenica mattina, tra il libeccio di Livorno e la casa impolverata e piena di libri del professore, mi sono ritrovata a commuovermi per una storia che a un certo punto sapevo come sarebbe finita. Noi lettori lo riconosciamo quel momento in cui le cose si mettono in un modo che non ci piacciono, ma non ci si può fermare, bisogna andare avanti nella lettura, consapevoli che quel finale ci farà un po’ male, ma probabilmente ricorderemo meglio di altri.

  • Titolo: Niente caffè per Spinoza
  • Autrice: Alice Cappagli
  • Casa Editrice: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 5 Febbraio 2019

Buone vacanze lettori, leggete quanto volete e quello che volete!

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L’estate è la stagione delle vacanze e sempre l’estate è la stagione delle liste. In quante liste vi siete già imbattuti in queste prime settimane estive? Liste sulle mete vacanziere, liste sui luoghi da visitare, liste su cosa indossare, liste su quali prodotti usare e soprattutto le famigerate liste sulle letture che proprio non potete recuperare. Ci sono più liste che libri e sicuramente più liste che lettori. Di queste liste non me ne sono persa una, più che altro perché mi piace vedere quale libro già ho letto e quale altro libro dovrei aggiungere alla mia lunghissima wish-list.

Quest’anno non avevo voglia di compilare la solita lista di consigli estivi (anche se un mio contributo uscirà a breve su GoodBook nel classico post insieme ad altre blogger), perché negli ultimi due mesi complice vari motivi le mie letture sono andate a rilento. Tra blocco del lettore, lavoretto che mi ha tenuta più impegnata del solito e serenità mentale a tratti assente a rimetterci sono stati i libri. Non capite male eh, a leggere ho letto, ma molto meno del solito e quando questo accade mi dispiace, perché la lettura è l’unica costante della mia vita, anche nei periodi più incasinati e soprattutto nei periodi più difficili.

Alleggeriamo un po’ i toni e ritorniamo a parlare di libri. Giugno è stato il mese in cui ho recuperato i primi due libri di uno scrittore che come sapete ho imparato ad amare tantissimo: Lorenzo Marone. Di Marone ho quindi letto La tentazione di essere felici (Cesare Annunziata uno dei personaggi più belli di sempre) e La tristezza ha il sonno leggero. Il pregio dei libri di Lorenzo è che si leggono in fretta perché ai suoi personaggi si vuole subito bene. Passando a un altro scrittore napoletano, giugno è stato il mese in cui ho dovuto dire addio al commissario Ricciardi, frutto della penna del grande Maurizio de Giovanni. Blocco del lettore o meno, Il pianto dell’alba l’ho letto in un giorno e poi mi sono disperata nei giorni successivi.

Veniamo ora a due letture che non mi hanno convinta del tutto: Bugiarda di Ayelet Gubdar-Goshen e Presunzione di Luca Mercadante. Il primo, Bugiarda, volevo leggerlo perché ne avevo sentito parlare bene da altri lettori dei cui giudizi mi fido ciecamente, ma più andavo avanti nella lettura e più perdevo interesse per la storia. Lo stesso discorso lo posso fare per il libro di Mercadante, Presunzione, lettura a cui tenevo particolarmente, perché sentivo degli elementi della trama molto vicini.

Tutti i nostri mercoledì di Paolo Di Stefano e Risvolti di copertina di Cristina Taglietti mi hanno invece permesso di allargare le mie conoscenze in campo editoriale. Il primo è un racconto-intervista a Giulio Einaudi e anche se molte cose le conoscevo a memoria grazie a un altro libro letto che è Colloquio a Giulio Einaudi di Severino Cesari, non mi è dispiaciuto rileggerle, perché la Einaudi è il mio primo e grande amore e potrei leggere la sua storia all’infinito. Quello di Cristina Taglietti è un approfondimento su quattordici case editrici come Einaudi, Feltrinelli, NN Editore, Fazi, Mondadori, Edizioni e/o, Sellerio e tante altre.

L’estate poi, solitamente la riservo al recupero di qualche classico (su cui ammetto, pecco tantissimo). Charlotte Brontë e il suo Jane Eyre è stato il classico che mi ha accompagnato nelle prime settimane estive e sempre in merito ai recuperi ho letto uno dei primi libri di Michela Marzano, Volevo essere una farfalla. I complimenti su Michela si sprecano e il mio non può che essere un invito alla lettura.

Insomma questo non è il classico post sui libri da mettere in valigia, ma raccontandovi le mie letture spero di avervi incuriositi un po’ e nulla vi vieta di interpretarle come miei personali consigli. Nelle prossime settimane la mia intenzione è quella di recuperare delle letture che mi stanno attendendo da un po’ e quindi: che letture mi terranno compagnia ad agosto?

I primi due volumi della saga di Rebecca West sulla famiglia Aubrey (visto che il terzo uscirà a settembre), il primo volume di Jalna di Mazo de la Roche, La vita dispari di Paolo Colagrande in corsa per il Premio Campiello, Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère, Cime tempestose di Emily Brontë, Cintura nera di Edoardo Rabasa e… (lo so cosa state pensando, agosto ha trentuno giorni, mica trentuno anni).

Buone vacanze lettori, leggete quanto volete e quello che volete. Noi ci rivediamo a settembre con nuove letture e nuovi progetti (si spera).

PS: se proprio volete, vi do’ tre consigli veloci, veloci: mettete in valigia Tutto sarà perfetto di Lorenzo Marone, Volevo essere vedova di Chiara Moscardelli e Avviso di chiamata di Delia Ephron.

Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi| Maurizio de Giovanni

il pianto dell'alba

«L’alba ricevette il primo pianto»

Probabilmente questa è uno dei post più difficili che mi ritrovo a scrivere, perché da un lato vorrei mettere nero su bianco tutte le emozioni che la lettura di questo libro mi ha scatenato e dall’altro comprendo che questo non è un libro come un altro e come l’ho atteso con ansia io, lo attendono con ansia migliaia di altri lettori e nemmeno per sbaglio vorrei farmi sfuggire qualcosa che rovini loro la lettura.

Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi uscito il 25 giugno per Einaudi Stile Libero segna la fine di un’era, chiude, come ha detto il suo creatore Maurizio de Giovanni, un cerchio e noi lettori ci ritroviamo a maneggiare questa strana sensazione, un misto di tristezza e malinconia verso dei personaggi che abbiamo conosciuto e amato, a cui ci siamo affezionati e che abbiamo visto evolvere libro dopo libro.

Venendo al libro e promettendo un post spoiler free vi dico che il nostro amato commissario dagli occhi verdi ha trovato quella serenità che invano cercava e che tanto lo tormentava. Il Fatto, il suo principale incubo che non gli permetteva di avere una vita come quella degli altri, continua ad essere la sua caratteristica principale, ma si sa che quando i problemi si condividono questi si alleggeriscono.

Lo avevamo lasciato sul lungomare in compagnia della sua amata Enrica, la donna i cui movimenti aveva spiato di nascosto da dietro la finestra di camera sua e a lei aveva pronunciato queste parole: sposami Enrica, sposami ti prego.

Lo ritroviamo un anno dopo, in pieno 1934 in un clima sociale più oscuro del solito e che non fa presagire niente di buono. Il compito del commissario Ricciardi è sempre stato quello di indagare, ma quando degli individui dall’alto glielo impediscono, non gli resta che continuare il suo lavoro in parallelo e in totale segretezza, con il suo fidato Maione e il dottore amico Modo.

Non è tipo da lasciare che un innocente paghi per un colpevole che non sono riusciti ad incastrare, specie se quell’innocente è una persona che Ricciardi conosce bene, che gli è stato accanto negli ultimi due anni, provando per lui dei sentimenti ben chiari. Certo, lo avrebbe fatto per chiunque, ma non può non farlo per quella che lui definisce una cara amica.

Procede lento Il pianto dell’alba, probabilmente perché lo schema dell’indagine canonica non viene proposto o molto più probabilmente perché il vero colpo di scena lo riserva il finale, struggente senza dubbio, ma anche il più logico e il più coerente a dirla tutta.

Agli addii non si è mai pronti e che siano personaggi di fantasia piuttosto che in carne ed ossa conta poco. È consuetudine degli autori di riservare l’ultima pagina del libro ai ringraziamenti, ma il ringraziamento questa volta lo faccio io all’autore. Grazie per questi quattordici anni fatti di dodici libri, migliaia di pagine lette con fervore, persone conosciute legate dallo stesso amore, amicizie nate grazie a questi libri, presentazioni ed eventi a cui abbiamo presenziato in giro per l’Italia. Grazie per non esserti mai negato a qualche chiacchiera, un abbraccio, un sorriso e una battuta (o a qualche velata scherzosa minaccia se libro non finiva in un certo modo).

E ora cari #deGiovanners che si fa? Non so voi, ma io da ieri mi sento un po’ orfana e l’unica speranza che mi fa andare avanti è che questo addio si trasformi ben presto in un più sopportabile arrivederci.

PS (qualche anno fa, in ascensore al PAN insieme a Maurizio, Paola e la mia amica Sofia, io azzardai un finale…)

  • Titolo: Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Casa Editrice: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 25 Giugno 2019