Scherzetto

scherzetto

    • Titolo: Scherzetto
    • Autore: Domenico Starnone
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 11 Ottobre 2016

Un nonno, un nipote e settantadue ore di convivenza. Daniele Mallarico è un illustratore molto noto nel suo campo, napoletano di nascita e milanese d’adozione. Viene chiamato da sua figlia Betta e forzato a fare da baby-sitter a suo nipote nei tre giorni in cui lei e il marito Saverio saranno ad un convegno in Sardegna. L’idea di tornare a Napoli non lo entusiasma per niente, tanto meno quella di tenere per pochi giorni da solo un bambino, bambino che seppur suo nipote lui non conosce per niente. Sua figlia però è stata categorica e dirle di no è impossibile.

Ritornare a Napoli per Daniele significava avere a che fare non solo con la sua famiglia attuale composta da sua figlia Betta e suo nipote Mario, ma anche con quella d’origine. Quella famiglia che non aveva mai compreso la sua vena artistica e tanto meno l’aveva incoraggiata. Probabilmente non sarebbe neanche diventato un illustratore se fosse rimasto a perder tempo tra quei vicoli. Napoli era una città strana, eri considerato migliore se tra le mani al posto delle matite avevi un coltello.

Tra nonno e nipote scatta subito un conflitto continuo con il bambino impegnato ad impressionare suo nonno e il nonno che lo giudica troppo sveglio, troppo attivo, troppo saccente e troppo impertinente: insomma troppo tutto. Supponente o meno sarà Mario ad aprirgli gli occhi con la schiettezza che solo i bambini hanno e senza giri di parole criticherà i suoi disegni: nonno sono troppo scuri, non mi piacciono. Abituato ai complimenti e ai riconoscimenti non aveva messo in conto che quasi a fine carriera qualcuno avrebbe avuto da ridire sulle sue opere, tanto meno da un moccioso di quattro anni i cui genitori non facevano che ripetergli quanto fosse bravo e che lo esaltassero qualsiasi cosa, normale, facesse.

Quell’affermazione fatta da suo nipote era stata dura da mandare giù ma gli aveva fatto mettere tutto in discussione partendo da se stesso e arrivando al suo lavoro. Quella piccola canaglia aveva ragione, si era adagiato sul successo che aveva costruito negli anni, ma invece di continuare, di migliorare e raggiungere così l’apice si era fermato sulla via della mediocrità. Insomma si era accontentato. Era servito un bambino a mostrargli le sue paure e le sue insicurezze, a fargli evocare ricordi, fantasmi e il suo passato. Se quel bambino era stato capace di tutto questo sarebbe stato capace di tirarlo fuori dal vortice in cui era caduto.

Scherzetto si snoda nel dualismo vecchiaia-giovinezza, ma non solo. Forte è la presenza di quei fantasmi che portano il protagonista a tirare le somme della sua esistenza e confrontarsi con il suo passato composto da un matrimonio felice all’apparenza ma che portava le cicatrici di un tradimento e un lavoro che svolgeva sempre più per abitudine che per passione. Credo che Domenico Starnone sia uno dei migliori autori della nostra letteratura contemporanea ragion per cui il suo Scherzetto è imperdibile.

(Questo articolo è presente anche su Idea Napoli)

Leggi la recensione sul blog Io Leggo- Io Donna del Corriere della Sera

A Napoli con Starnone

2cz9efkCi avviammo verso piazza Garibaldi, ma dopo pochi passi la proposta di Mario non mi piacque. La piazza, punto di sbocco della stazione, era un intreccio fitto di gente frettolosa, venditori di tutte le merci possibili, sfaccendati, automobili, autobus. E anche l’ingresso della metro (nella foto) era affollato, mi sembrò insopportabile calarmi là sotto, avevo bisogno d’aria. Così decisi di tornare indietro.

forcellaEra lo spazio della mia adolescenza, viuzze, vie, piazze, canaloni vorticosi tra i mille traffici di Forcella (nella foto), della Duchessa, del Lavinaio, del Carmine, fino al Porto e al mare, un’area ampia striata di continuo da un flusso di voci locali- chiacchiere di passanti, grida dalla finestre, convenevoli sulle soglie dei negozi- che risuonavano tenere e violente, garbate e oscene, saldando tempi distanti, l’adesso di me vecchio col bambino e la volta che ero stato un ragazzo. Saverio- lo sapevo anche se lui non me l’aveva mai detto- da anni insisteva per cambiare zona, voleva convincere Betta a vendere l’appartamento e a comprarne uno in un quartiere della città adeguato alla loro condizione di professori. Avevo detto a mia figlia di vendere come e quando le pareva, non appartenevo più a quelle strade e a quella città da molti anni. Ma lei a Napoli era molto legata e a differenza di me amava quella casa, o per dir meglio amava la memoria di sua madre.

dsc_0053ok_11-603x360La lingua napoletana che si parlava nel Vasto, al Pendino (nella foto), al Mercato- i quartieri in cui ero cresciuto io e prima erano cresciuti mio padre, i nonni e i bisnonni, forse tutti i miei antenati- non conoscevano la parola ira, l’ira di Achille e di altri attivi dentro i libri, ma solo ‘a raggia. La gente di questa città, pensai, di questi quartieri e piazze e strade e vichi e banchine del porto piene di fatica e carichi e scarichi illegali, s’arraggiava, non s’adirava.

porta-nolanaQuando uscivo di scuola e non avevo voglia di tornare a casa perché ero furibondo contro i compagni aguzzini, i professori sadici, era la rabbia che mi rompeva il petto, gli occhi, la testa e per calmarmi facevo il giro lungo, andavo fino a Porta Nolana (nella foto), a volte imboccavo via San Cosmo, altre volte, col sangue che non si acquietava, andavo per il Lavinaio, andavo al Carmine, camminavo selvatico per spazi scempiati, raggiungevo il Porto.

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Gli piacevano più di ogni altra cosa le scale mobili di piazza Garibaldi, ma non si accontentò di quelle, intendeva visitare tutte le stazioni. Scendiamo, guardiamo un po’ e risaliamo-programmò-, con papà certe volte lo facciamo. Acconsentii, ci fermammo soprattutto nella stazione di Toledo (nella foto). Mi spiegò: quello è il sole, nonno, qui c’è il mare e qui si vede San Gennaro e il Vesuvio.

*Tratto dal libro “Scherzetto” di Domenico Starnone (Einaudi)

Lacci

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  • Titolo: Lacci
  • Autore: Domenico Starnone
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 14 Ottobre 2014
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Mi pareva inconcepibile che potesse piacerti un’altra, ero convinta che se ti ero piaciuta una volta ti sarei piaciuta sempre. 

Un assioma del matrimonio o di un semplice rapporto di coppia dovrebbe essere questo: ci piacciamo, ci scegliamo e nessun altro dovrebbe intromettersi in tale rapporto. L’amore non è un ragionamento matematico dove tutto ha una spiegazione razionale; in amore basta una terza persona che si intromette e distrugge in un attimo ciò che due hanno costruito e tenuto in piedi in un delicato equilibrio per anni.

Quando Aldo confessa il tradimento a sua moglie Vanda le dice senza giri di parole di essere stato con un’altra; sceglie un’espressione infelice perché Aldo a dire il vero si è innamorato di quella ragazza poco più che ventenne e per lei lascia la casa, la moglie e i due figli. La relazione con Lidia è stato per lui una vera e propria boccata di ossigeno puro; il matrimonio in giovanissima età che all’inizio era sembrato un segno di autonomia ora gli andava stretto e lo aveva fatto sentire vecchio a soli trent’anni.

Se ne se sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie; così si apre una delle tante lettere che Vanda nel corso dell’assenza da casa del marito gli fa recapitare, lettere in cui con rabbia, dolore e frustrazione ricorda al suo Aldo quali sono i suoi doveri di marito e padre. Tempo dopo, quando entrambi avevano accettato la situazione, basta un particolare per Aldo, il modo in cui il figlio si allaccia le scarpe identico al suo, per fargli capire che il suo posto è accanto a sua moglie.

Assurdo o meno, per Anna e Sandro è stato quell’apparente insignificante gesto dei lacci a ristabilire la normalità nella loro famiglia, anche se gli unici lacci che per i nostri genitori hanno contato sono quelli con cui si sono torturati reciprocamente per tutta la vita. I lacci delle scarpe come metafora di lacci che ci legano a qualcuno e che non si spezzano neanche se da quel qualcuno ci allontaniamo.