I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)| Diego De Silva

i valori che contano

Una ragazza in mutande bussa alla vostra porta. Opzione A: richiudete gentilmente la porta ché in questi fatti poco chiari voi non ci volete entrare. Opzione B: la lasciate entrare. Se avete optato per la prima rientrate nel 99% della popolazione, se invece la lasciate entrare, le permettete di infilarsi nel vostro letto per crearsi un alibi credibile e infine le date il permesso per una doccia veloce, allora siete Vincenzo Malinconico.  

Quanto ci era mancato l’avvocato più inconcludente di tutti. Attenzione però, che Vincenzo Malinconico ha fatto carriera quindi un minimo di rispetto gli è dovuto. Ebbene sì, dove aver lasciato quel piccolo bugigattolo che spacciava per loft che condivideva con Espedito, l’avvocato è approdato nello studio di Benny Lacalamita in qualità di socio (più o meno), con uno studio tutto suo di oltre cento metri quadri, nessun oggetto made in Ikea e addirittura una segretaria personale di nome Addolorata (o forse Costernata o Desolata, una donna di sicuro afflitta, giusto per capirci).   

Sentimentalmente ci sarebbe una relazione con Veronica, ma la parola relazione è vietata in sua presenza e al momento la storia senza impegno va in scena giusto in svariate stanze d’albergo, per sottolineare il non volersi impegnare seriamente di lei, fosse per lui Veronica avrebbe già il suo spazzolino e la sua parte d’armadio a casa sua.  

Torniamo alla ragazza in mutande. Nel palazzo di Malinconico e più precisamente al quarto piano, è ubicato un bordello, cosa di cui l’avvocato era ignaro e la signorina dai pochi indumenti addosso stava scappando da una retata in corso quando ha suonato alla porta di Vincenzo che come avrete ormai capito l’ha fatta entrare senza indugi. Venere, il suo nome, fiera di essere una prostituta, oltre all’ospitalità, chiederà in un secondo incontro di essere patrocinata da Malinconico che a sua volta scoprirà che la ragazza è la figlia del sindaco e che si trova in guai abbastanza seri che potrebbero compromettere la carriera paterna e non solo.  

E poi succede cosi, all’improvviso, scoprire qualcosa sul tuo corpo che non dovrebbe esserci. Ti allarmi e cerchi di essere calmo. Consulti un dottore, perché ti vuoi togliere il dubbio e dormire tranquillo. Il dottore però non ti alleggerisce il carico, ma ci mette del suo e allora il campanello d’allarme inizia a suonare sul serio e in breve tempo la tua vita cambia rotta, inverte la marcia e ti trovi a dover affrontare una cosa che ti spaventa già solo pronunciarla. La malattia quando arriva, irrompe e spazza tutto e ristabilisce quelli che sono i valori che contano; i figli, anche se Alfio gli nasconde sempre tutto e Alagia che ormai vive a Padova per colpa di Heidegger, una compagna che forse lo ama davvero, un lavoro che dopo tutto dà soddisfazioni e tutte quelle cose che diamo per scontate, ma che quando stiamo per perderle ci mancano tanto, come un semplice tramonto in compagnia delle persone che amiamo.  

Diego De Silva con I valori che contano ci riporta un Vincenzo Malinconico in tutto il suo splendore che in qualche riga riuscirà nell’impresa di farci commuovere: tranquilli però che già in quella successiva ne dirà una delle sue e la normalità sarà ristabilita.  

  • Titolo: I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)
  • Autore: Diego De Silva
  • Casa editrice: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 3 Giugno 2020

Giovanissimi| Alessio Forgione

giovanissimi

Ci sono certi libri che diventano per me delle ossessioni, in senso positivo, sia chiaro. Me ne innamoro così follemente che la mia diventa una vera e propria missione: vai e diffondi il libro. Quando due anni fa è uscito il libro d’esordio di Alessio Forgione, Napoli mon amour e mi sono resa conto di trovarmi di fronte a un libro perfetto, la conseguenza è stata una: consigliare quel libro a chiunque.

Mi rendo conto di sfinire le persone, ma il mio mantra è questo: i libri belli devono essere conosciuti, i libri belli devono essere letti.

La notizia di un secondo libro di Alessio Forgione mi ha rallegrato e al tempo stesso mi ha messo un pizzico d’ansia e chi è lettore mi capisce: se questo libro non sarà all’altezza del precedente? Quando Giovanissimi, questo il titolo uscito il 23 gennaio per NN Editore, mi è arrivato, ci ho messo qualche giorno prima di decidermi ad iniziarlo. Quando l’ho fatto, due ore e mezza dopo l’ho finito (non conosco mezze misure, ma questa è un’altra storia).

In Giovanissimi ritorniamo a Napoli, non la Napoli del centro storico in cui si muoveva Amoresano, ma la Napoli periferica e precisamente a Soccavo. Marocco è un ragazzino che frequenta il primo anno di liceo a cui deve il soprannome a causa dei suoi capelli ricci e neri e della sua carnagione scura. La voglia di studiare non ce l’ha, frequenta la scuola solo per assecondare il desiderio di suo padre con cui vive dopo che la madre li ha lasciati dall’oggi al domani. L’assenza della donna è una delle grandi ferite aperte di Marocco che vorrebbe almeno una spiegazione di quel gesto tanto assurdo. A casa sua sono sparite anche le fotografie e il ricordo del tono della sua voce si affievolisce giorno dopo giorno.

L’unica cosa che spinge Marocco ad alzarsi dal letto è il pallone. Le partite a calcetto con i suoi amici lo motivano come nient’altro e con quelle la speranza di poter diventare un professionista e cambiare radicalmente la sua vita. Arrivano poi a distanza di poco tempo la proposta del suo amico Lunno e l’incontro con Serena. La prima rientra nella categoria di proposte che non si possono rifiutare, semplici, veloci, che gli permetteranno di guadagnare qualcosa, ma che come controparte hanno il fatto di non essere nei limiti della legalità. Serena, invece, lo stravolgerà del tutto facendogli conoscere il primo amore, quello che quando arriva ti stordisce e ti rincretinisce.

Fu così che pensai che nel primo ciao che ci si dice è compreso anche l’addio e che l’inizio è solo l’inizio della fine e che ogni incontro non è altro che un lungo abbandono, centellinato goccia a goccia, lento.

Con Giovanissimi Alessio Forgione ci parla delle amicizie vere o presunte tali, della fragilità dei rapporti familiari e dell’amore, quello rude e acerbo, tipicamente adolescenziale. Inoltre racconta della labilità dei confini e di quanto facile sia muoversi tra il territorio giusto e quello sbagliato. La scrittura di Forgione è una scrittura che non lascia scampo, ti prende, ti rapisce, ti avvolge e ti trascina e non ti rendi conto di essere arrivato a fine libro. Parlavo con un’amica della bravura di questo autore napoletano, entrambe eravamo d’accordo sulle sensazioni che avevamo avuto leggendo il suo libro d’esordio: Forgione ha delle enormi potenziali e una voce rara in questo grande panorama editoriale (e scusate se è poco).

PS: se Alessio Forgione continua a ridurmi a pezzi ad ogni suo libro, la prossima seduta di psicoterapia me la offre lui.

  • Titolo: Giovanissimi
  • Autore: Alessio Forgione
  • Casa editrice: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2020

L’anno in cui imparai a leggere| Marco Marsullo

41e7458c-e203-4f75-8f2d-d9a45be4f220_medium_p

Non importa quanta dignità tu abbia, se un bambino ti passa una tazzina vuota, tu devi bere.

(esergo)

Quando Niccolò e Simona si conoscono l’unica cosa che li lega è l’età, due venticinquenni in momenti diversi della loro vita. Lui uno scrittore che dopo il primo libro si era ritrovato in cima alle classifiche di vendita, con le librerie strapiene di lettori accorsi ad ascoltarlo e con i giornali e le TV che facevano a gara ad aggiudicarselo per una breve intervista. Lei, una ragazza come tante che aveva messo ben presto nel cassetto il suo sogno di diventare un’attrice teatrale per ritrovarsi a lavorare come commessa in un negozio d’abbigliamento.

Si incontrano proprio ad una presentazione del libro di Niccolò: lui nota lei, lei nota lui e il classico colpo di fulmine scocca all’istante. Tutto troppo bello per essere vero, tranne per il dettaglio non di poco conto che Niccolò apprenderà subito dopo: Simona è madre di un bambino di quattro anni.

Niccolò è già innamorato perso di Simona per tirarsi indietro, per dirle «no, grazie, mi sono sbagliato». È talmente innamorato di quella che considera a tutti gli effetti la donna della sua vita che quando un giorno va da lui e gli dice di voler trasformare il suo sogno in realtà e quindi riprendere col in teatro, invece di dirle «amore, ma sei per caso impazzita?», l’appoggia e soprattutto acconsente alla follia di badare al piccolo Lorenzo per i giorni previsti in cui lei sarà in tournée.

Non poteva certo finire qui, perché un bel giorno direttamente dall’Argentina fa il suo ritorno il padre naturale di Lorenzo, Andrés. Segni particolari: riccioli sempre spettinati, strimpellatore di chitarra a tutte le ore del giorno e soprattutto della notte, divoratore di barattoli di Nutella e tifoso sfegatato del Boca Juniors (vi innamorerete di lui, ve lo assicuro).

Le famiglie sono una trappola a cui nessuno di noi può rinunciare. Le famiglie si distruggono, spaccano le vite a metà, si ricostituiscono. Si autogenerano senza che ce ne accorgiamo, sono un sistema istintivo di sopravvivenza.

Per Niccolò, Lorenzo ed Andrés inizia un periodo di convivenza forzata, che ben presto si trasformerà in un perfetto ingranaggio. Tra cartoni animati alla televisione ventiquattr’ore su ventiquattro, video demenziali su YouTube, partite di calcio improvvisate nel salone di casa, bambini che per attirare l’attenzione dei genitori inscenano suicidi e vicini di casa medium, i tre assumeranno sempre più le sembianze di una sgangherata famiglia.

L’anno in cui imparai a leggere di Marco Marsullo uscito per Einaudi Stile Libero è un romanzo che racconta una meravigliosa storia d’amore, quella tra un ragazzo che di amore famigliare ne ha ricevuto poco e un bambino che nella vita ha sempre potuto contare solo sulla madre e che all’improvviso si ritrova ben due papà. La famiglia è il tema su cui si snoda l’intero romanzo, ma famiglia in senso ampio, non solo quella determinata dai legami di sangue, perché le famiglie non sono quelle che unicamente il DNA costruisce.

Nell’anno in cui trascorreranno insieme Niccolò, Andrés e Lorenzo capiranno che famiglia è semplicemente esserci al di là di ciò che può certificare un atto di nascita. Cresceranno insieme, accetteranno pregi e difetti l’uno dell’altro, capiranno che si può sbagliare e che quegli errori fanno parte della vita.

Questo libro l’ho letto col sorriso perenne sulle labbra, salvo accorgermi certe volte che i miei occhi si inumidivano e a quel punto ritirare le lacrime indietro era difficile, se non impossibile. Concludo come l’autore è solito finire nei suoi ringraziamenti: ci leggiamo al prossimo.

  • Autore: Marco Marsullo
  • Titolo: L’anno in cui imparai a leggere
  • Casa Editrice: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 22 Ottobre 2019

PS: per questo libro ho coinvolto un po’ di amiche che sui loro blog ne hanno parlato in maniera egregia. Ne approfitto per ringraziarle, per aver reso tutto ciò una bella avventura di squadra. Leggere è condivisione, sempre.

Dodici rose a settembre| Maurizio de Giovanni

dodici rose a settembre

Ogni nuova uscita di Maurizio de Giovanni è accompagnata da una sorta di rito che faccio insieme al mio gruppo che ormai avete imparato anche voi a conoscere, i mitici #deGiovanners. Lo aspettiamo insieme e ci diamo appuntamento a lettura terminata per poterne parlare liberamente. Dopo la fine del ciclo dedicato a Ricciardi ho notato che questo Dodici rose a settembre (Sellerio) era meno atteso rispetto al solito, come se tutte le energie le avessimo dirottate sull’altro personaggio che tanto ci ha fatto soffrire e gioire e soprattutto devo ammettere che mi sono avvicinata a questo nuovo libro con molto sospetto e soprattutto timore: ma questa Mina Settembre mi piacerà?

Ai Bastardi ci arrivai perché in piena febbre Ricciardi e avendo letto tutti i libri a lui dedicati avevo bisogno di colmare il vuoto con qualcosa e al più presto possibile e mi dirottai sui primi libri incentrati sul nucleo di Pizzofalcone. Con Sara (il personaggio sviluppato per Rizzoli) le cose non sono andate bene: empatia zero e abbandonata al primo libro. I Guardiani (sempre made in Rizzoli) sono un capitolo che ho preferito dimenticare più in fretta possibile. Capite bene che non era scontato che questa Gelsomina detta Mina facesse breccia nel mio cuore di lettrice, perché anche gli autori del cuore sbagliano e dire il contrario significa solo mentire.

Basta chiacchiere e arriviamo a parlare del libro. Gelsomina Settembre era già apparsa in due racconti contenute in due antologie Sellerio: Un giorno di Settembre a Natale, in Regalo di Natale Un telegramma da Settembre in La scuola in giallo. Con Dodici rose a settembre si è guadagnata un romanzo tutto per sé.

Mina è una donna che ha superato i quaranta con una vita dai tanti sogni infranti. Un matrimonio con un magistrato che è terminato con un divorzio e che l’ha costretta a tornare a vivere nella cameretta in cui è cresciuta a casa da mammà, una donna costretta sulla sedia a rotelle, con un lingua affilata ed un parlato colorito. Lo sport preferito della mamma di Mina è ricordare alla figlia che fallimento totale è la sua vita, senza uno straccio d’uomo e con un impiego che tutto si può definire tranne che lavoro. Mina infatti è un’assistente sociale in un consultorio di Napoli situato in un palazzo fatiscente dei Quartieri Spagnoli, dove ogni giorno è costretta a misurarsi con i pochi mezzi a disposizione e la ristrettezza mentale delle persone che vanno da lei per ogni tipo di consulto.

Con lei il dottore Domenico Gammardella «chiamami Mimmo», un nuovo ginecologo somigliante a Robert Redford che fa impazzire le donne di mezza Napoli le quali passano ore in fila da lui pur di farsi visitare e «Rudy» Trapanese il portiere dello stabile che alle forme di Mina, una bella quinta abbondante, proprio non sa resistere.

«Mi chiamo Flor, ho undici anni, e sono qui perché penso che mio padre ammazzerà mia madre».

È proprio Flor un giorno a chiedere l’aiuto di Mina e «chiamami Mimmo», stanca di vedere il padre massacrare di botte la madre, convinta che prima o poi la poverina possa rimetterci la vita.

«La legge è un recinto, dentro il quale e fuori dal quale si muovono gli esseri umani. E se qualcuno si trova nei guai, la legge non dovrebbe essere un impedimento a dargli una mano, ma un supporto. Hai capito?».

Parallelamente una specie di serial killer sta seminando paura in città, firmando i suoi omicidi con un mazzo di dodici rose che fa recapitare alla vittima una alla volta.

Il doppio binario è una delle idee vincenti del romanzo. Mentre seguiamo le sventure di Mina, della sua vita e del suo lavoro, seguiamo non senza apprensione e giusta suspense la storia del serial killer che, senza svelare troppo della trama, andranno per forza di cose ad intrecciarsi. Maurizio de Giovanni con questo nuovo personaggio fa centro. Divertente, spiritoso, con la cazzimma giusta e tante cose ancora da dirci, Mina è il personaggio nuovo che aspettavamo e a cui volevamo affezionarci: una buonissima ventata fresca di cui avevamo bisogno. Fondendo commedia e noir Maurizio mette su un romanzo niente male: gran colpo Maestro, qui già aspettiamo il prossimo.

  • Titolo: Dodici rose a settembre
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Casa Editrice: Sellerio
  • Data di pubblicazione: 29 Agosto 2019

Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi| Maurizio de Giovanni

il pianto dell'alba

«L’alba ricevette il primo pianto»

Probabilmente questa è uno dei post più difficili che mi ritrovo a scrivere, perché da un lato vorrei mettere nero su bianco tutte le emozioni che la lettura di questo libro mi ha scatenato e dall’altro comprendo che questo non è un libro come un altro e come l’ho atteso con ansia io, lo attendono con ansia migliaia di altri lettori e nemmeno per sbaglio vorrei farmi sfuggire qualcosa che rovini loro la lettura.

Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi uscito il 25 giugno per Einaudi Stile Libero segna la fine di un’era, chiude, come ha detto il suo creatore Maurizio de Giovanni, un cerchio e noi lettori ci ritroviamo a maneggiare questa strana sensazione, un misto di tristezza e malinconia verso dei personaggi che abbiamo conosciuto e amato, a cui ci siamo affezionati e che abbiamo visto evolvere libro dopo libro.

Venendo al libro e promettendo un post spoiler free vi dico che il nostro amato commissario dagli occhi verdi ha trovato quella serenità che invano cercava e che tanto lo tormentava. Il Fatto, il suo principale incubo che non gli permetteva di avere una vita come quella degli altri, continua ad essere la sua caratteristica principale, ma si sa che quando i problemi si condividono questi si alleggeriscono.

Lo avevamo lasciato sul lungomare in compagnia della sua amata Enrica, la donna i cui movimenti aveva spiato di nascosto da dietro la finestra di camera sua e a lei aveva pronunciato queste parole: sposami Enrica, sposami ti prego.

Lo ritroviamo un anno dopo, in pieno 1934 in un clima sociale più oscuro del solito e che non fa presagire niente di buono. Il compito del commissario Ricciardi è sempre stato quello di indagare, ma quando degli individui dall’alto glielo impediscono, non gli resta che continuare il suo lavoro in parallelo e in totale segretezza, con il suo fidato Maione e il dottore amico Modo.

Non è tipo da lasciare che un innocente paghi per un colpevole che non sono riusciti ad incastrare, specie se quell’innocente è una persona che Ricciardi conosce bene, che gli è stato accanto negli ultimi due anni, provando per lui dei sentimenti ben chiari. Certo, lo avrebbe fatto per chiunque, ma non può non farlo per quella che lui definisce una cara amica.

Procede lento Il pianto dell’alba, probabilmente perché lo schema dell’indagine canonica non viene proposto o molto più probabilmente perché il vero colpo di scena lo riserva il finale, struggente senza dubbio, ma anche il più logico e il più coerente a dirla tutta.

Agli addii non si è mai pronti e che siano personaggi di fantasia piuttosto che in carne ed ossa conta poco. È consuetudine degli autori di riservare l’ultima pagina del libro ai ringraziamenti, ma il ringraziamento questa volta lo faccio io all’autore. Grazie per questi quattordici anni fatti di dodici libri, migliaia di pagine lette con fervore, persone conosciute legate dallo stesso amore, amicizie nate grazie a questi libri, presentazioni ed eventi a cui abbiamo presenziato in giro per l’Italia. Grazie per non esserti mai negato a qualche chiacchiera, un abbraccio, un sorriso e una battuta (o a qualche velata scherzosa minaccia se libro non finiva in un certo modo).

E ora cari #deGiovanners che si fa? Non so voi, ma io da ieri mi sento un po’ orfana e l’unica speranza che mi fa andare avanti è che questo addio si trasformi ben presto in un più sopportabile arrivederci.

PS (qualche anno fa, in ascensore al PAN insieme a Maurizio, Paola e la mia amica Sofia, io azzardai un finale…)

  • Titolo: Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Casa Editrice: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 25 Giugno 2019

Tutto sarà perfetto| Lorenzo Marone

tutto sarà perfetto

  • Titolo: Tutto sarà perfetto
  • Autore: Lorenzo Marone
  • Casa Editrice: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 30 Maggio 2019

E dire che all’inizio Lorenzo Marone un po’ lo snobbavo. Lo consideravo un autore da storie leggere, troppo leggere, dai buoni sentimenti da cui io me ne tenevo volentieri alla larga. C’è voluto un giro in libreria senza fretta, un titolo che colpì subito la mia attenzione e una trama promettente per far cadere qualsiasi forma di resistenza e decidermi a leggere quel Magari domani resto che mi ha fatto entrare nell’universo maroniano senza più uscirne.

A distanza di un paio di anni Lorenzo Marone è entrato in quella mia personale rosa di autori le cui uscite attendo particolarmente, quelle che sul calendario contrassegno con la voce libri da non lasciarsi scappare. Quelle storie da cui io con snobismo mi tenevo alla larga sono le storie che ogni tanto sento il bisogno di leggere. Esce oggi per Feltrinelli Tutto sarà perfetto dove Lorenzo Marone ci racconta una storia delle sue, quelle fatte di buoni sentimenti e permeate da quella dolce malinconia tipica napoletana e tipica troisiana.

Se dovessi descrivere la famiglia di Andrea direi tutto tranne che perfetta. Libero Scotto, il padre, è un ex comandante di navi che ha passato la vita a dirigere e controllare gli equipaggi e che ha portato quella rigidità tipica di chi ricopre un ruolo di comando all’interno delle mura domestiche. Marina ha ereditato dal padre l’ossessione delle regole e del controllo probabilmente convinta del fatto che ciò che puoi controllare lo puoi anche gestire. Andrea da questa malsana rigidità è riuscito a sfuggire, peccato che si ritrovi appiccicato addosso l’etichetta di irresponsabile. Quarantenne ancora nel pieno del suo fascino, fotografo di moda ed eventi occasionali, single incallito: relazioni serie, poche, fiamme da una notte di passione, tante. I rapporti di Andrea con padre e sorella negli anni si sono ridotti ai minimi termini, fatti di telefonate sporadiche una volta ogni tanto giusto per comunicare che p vivo e che la sua vota procede.

È in una di queste rare telefonate che Marina comunica ad Andrea che dovrà occuparsi del padre nel fine settimana in cui li sarà via con marito e figlie, non prima di aver compilato un decalogo con le regole che il fratello dovrà seguire. Durante il fine settimana Andrea sarà capace di infrangere quasi tutte le regole e in barba alle condizioni precarie di salute di suo padre acconsentirà a realizzare quello che Libero definisce il suo ultimo desiderio: tornare a Procida e dire addio alla sua Delphine.

Se c’è stato un tempo in cui tutto era perfetto quello era quando Andrea era piccolo e viveva con mamma, papà e la sorella sull’isola di Procida. Forse era perfetto quando lo vedeva con gli occhi di un bambino, perché a distanza di anni ricorda solo un padre assente e quando era presente era sfuggente e pronto costantemente a riprenderlo e una madre amorevole e affettuosa che all’improvviso cambiava umore e si isolava anche dai suoi figli. Tornare su quell’isola per Andrea significa fare a botte con i ricordi dolorosi, quelli che ti velano gli occhi, ti fanno venire un groppo in gola e che se vuoi sopravvivere devi tenere a bada.

Riempivo lo spazio con il silenzio, perché ero grande e avevo già capito che la bellezza dura quanto un tramonto, e la mattina dopo ti ritrovi di nuovo con la normalità fuori dalla porta e un ricordo dolce che ti fa apparire quella normalità ancora più difficile da mandare giù.

Lorenzo Marone in questo romanzo ci parla dell’imperfezione dei legami famigliari, della malinconia dei ricordi, dell’esigenza della memoria e dell’importanza delle radici. Ci mostra il dolore e soprattutto quanto questo influenzi il nostro percorso e le nostre scelte nel momento in cui fa capolino nella nostra vita. E a proposito delle scelte, ribadisce la necessità di non perdere tempo con le scelte sbagliate e di non aver paura di rimettere tutto in discussione se quelle che abbiamo fatto non ci soddisfano più, perché la vita ne è una e vale la pena viverla nel migliore dei modi.

Almarina| Valeria Parrella

almarina

Leggenda vuole che Posillipo, il ragazzo più corteggiato del quartiere si innamorò senza essere ricambiato di Nisida, tanto bella quanto malvagia. Dopo mesi di amore non corrisposto e per mettere fine alle sue pene d’amore Posillipo decise di gettarsi in mare. Il Fato non potendo accettare quella fine crudele decise di intervenire trasformando Posillipo in un promontorio nel golfo di Napoli e punì Nisida trasformandola in una piccola isola che giace proprio di fronte Posillipo: non vi siete amati in vita, ma starete uno di fronte all’altro in eterno.

Di leggende Napoli ne è piena e di verità ne contengono sempre poco o niente, però se ci fermiamo un attimo e pensiamo che Nisida oggi ospita un istituto penitenziario minorile non vi sembra una sorta di legge del contrappasso? Quasi a voler punire ancora quella fanciulla che si rifiutò di amare Posillipo. Nisida è un’isola che non sembra un’isola perché è legata a Napoli da un braccio di cemento e rocce. Nisida è bellezza paradisiaca associata a un luogo che per molti rappresenta l’inferno.

Elisabetta Maiorano è un’insegnate che si reca ogni giorno nella scuola del carcere di Nisida, perché forse non tutti sanno che in quel carcere c’è una scuola e i ragazzi sono obbligati a seguirla. Ha cinquant’anni ed è rimasta vedova da un giorno all’altro quando il suo Antonio è stato stroncato da un infarto e lei l’ha saputo ore dopo perché una volta che entri nel carcere sei fuori dal resto del mondo.

C’è una scuola ma niente funziona come una scuola perché i ragazzi hanno età differenti e non c’è una campanella che segni le ore, ma Elisabetta non riuscirebbe ad immaginarsi ad insegnare altrove, perché oltre alla matematica che prova ad infondere sa che a quei ragazzi serve altro e che fuori avranno una vita da ricostruire e un futuro da riprendersi in mano.

Almarina è una ragazza romena di sedici anni arrivata a Nisida a scontare la sua pena. Il giorno in cui Almarina entra in classe Elisabetta percepisce che con lei costruirà un rapporto diverso, un rapporto in cui è impossibile fare domande sul passato della ragazza (altra regola del carcere), perché una delle cose fondamentali è non fare domande da cui non potrai avere risposte.

Le posso dire perché si è dispiaciuta? Posso provarci? Ci penso da vent’anni. Allora. Io credo che lei si sia dispiaciuta perché se c’è un minore colpevole c’è un adulto colpevole. E non basta uscire ed entrare per assumersi la responsabilità della colpa

Parlare dei libri belli dovrebbe essere semplice ma certe volte le storie sono così potenti da lasciarti senza parole. Valeria Parrella in Almarina ci racconta della vita e del dolore, quello che arriva all’improvviso e ti lascia un vuoto incolmabile e quello che ti è inferto dalle persone che chiamiamo famiglia e che in questo mondo hanno il ruolo di proteggerci e non di distruggerci. Ci parla dell’ingiustizia e ci costringe a fare un passo indietro e a non giudicare storie che non sono la nostra. Non c’è niente di più bello di potersi ricredere su un autore che in passato non ci ha convinto. Non c’è niente di più bello di leggere fino notte inoltrata perché incapaci di staccarsi da un libro.

  • Titolo: Almarina
  • Autrice: Valeria Parrella
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 2 Aprile 2019

La compagnia delle illusioni| Enrico Ianniello

la compagnia delle illusioni

Antonio dirige uno sconclusionato gruppo di dentisti nella sua piccola compagnia teatrale amatoriale, fonte di piccolissimo personale guadagno. Lui attore lo è stato davvero quando anni prima interpretava il portiere in una serie televisiva Tutti a casa Belice. Non era tra gli attori protagonisti, ma quel ruolo era rimasto impresso a così tante persone che ancora oggi c’era chi per strada lo fermava e ricollegandolo a quel personaggio così amato gli faceva i complimenti.

Lontani dai fasti della serie televisiva e non avendo chissà quali possibilità economiche, Antonio vive a Napoli con sua mamma e sua sorella Maria che messi via i sogni di diventare architetto lavora in un punto Ikea e litiga puntualmente con suo fratello che di mattina occupa il bagno per un tempo spropositato non per fare i dovuti bisogni, ma perché è l’unico punto in casa dove il cellulare ha campo e gli permette di ricevere le telefonate di Zia Maggie.

Zia Maggie Antonio l’ha conosciuta un bel po’ di anni prima e dopo un paio di birre gli chiese di entrare a far parte della Compagnia delle Illusioni. La Compagnia era una società segreta che per il bene di molti segreta doveva rimanere. Con l’artificio dell’illusione si sbloccavano situazioni rimaste ferme per anni e si dava quel segnale che molti nella vita attendevano per poter andare avanti. Attenzione, non si tratta di truffare nessuno, ci si rivolgeva alla Compagnia delle Illusioni per aiutare qualcuno introducendo personaggi finti in situazioni reali perché le persone non vedono ciò che è vero, ma rendono vero quello che desiderano vedere.

Dopo aver scelto il nome, O’Mollusco, Antonio entra a far parte di quella compagnia che gli permetteva di fare ciò che più gli piaceva fare: recitare. Non a caso anche lui aveva un passato che lo aveva provato a tal punto dall’averlo prosciugato da qualsiasi emozione e si rianimava quando vestiva i panni di qualcun altro calandosi perfettamente nelle parti che Zia Maggie gli proponeva.

Enrico Ianniello, attore e scrittore casertano (e qui parte il momento d’orgoglio visto che il mio paesello è attaccato a Caserta) arriva al secondo romanzo dopo il grande successo del suo libro d’esordio La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin Premio Campiello Opera  Prima. Ne La Compagnia delle Illusioni il background teatrale dell’autore si fa sentire con forza, non è casuale che la storia sia divisa in atti e gli sketch tra Antonio e Maria hanno dei tempi comici perfetti degni del grande teatro partenopeo.

C’è una storia, ma ci sono anche tante altre storie in sottofondo abilmente raccontate. C’è ironia, leggerezza, ma anche profondità e una buona dose di sentimenti di quelli dolci e puri che a tratti ti fanno velare gli occhi. Che altro devo aggiungere? Ah sì, vado a recuperare La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin ché la mia amica sono mesi che me lo sta consigliando e se non lo leggo mi sa che mi toglie il saluto. Ho un’amicizia da salvare (e un ottimo libro da recuperare).

  • Titolo: La compagnia delle illusioni
  • Autore: Enrico Ianniello
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 8 Gennaio 2019

Cara Napoli| Lorenzo Marone

cara napoli

Cara Napoli ti scrivo, potremmo dire parafrasando la celebre canzone di Lucio Dalla. Cosa ti scrivo? Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Da ogni cosa a Napoli, bella o brutta che sia, si può ricavare un racconto e da questa idea che sono nati i Granelli, rubrica che Lorenzo Marone cura settimanalmente su Repubblica Napoli. Maurizio de Giovanni nelle sue presentazioni dice spesso questo: io sono napoletano e nella vita avrei potuto fare solo lo scrittore, perché ovunque ti giri c’è una storia che aspetta di essere raccontata. Dai dettagli che Marone osserva nella sua città riesce a farci dei racconti che Feltrinelli ha raccolto in questo libro.

Cara Napoli si apre con una passeggiata per le strade della città, con lo scrittore impegnato nella ricerca di un colore per identificarla. Di solito quando si pensa a Napoli si pensa all’azzurro: quello del mare, del cielo, della squadra, ma per Marone il colore di Napoli è il grigio, quella tinta intermedia tra il bianco e il nero, troppo netti per identificare una città che vive di sfumature. Di grigio esistono ben seicento variazioni, come poter dare un solo colore a una città che vive di contraddizioni? Napoli è tutto e il contrario di tutto, definirla è un azzardo, capirla è un’impresa.

Napoli è una variabile costante con una realtà capace di cambiare in soli cento metri. Accanto a un palazzo nobiliare troverete un basso con l’intonaco scrostato, c’è la metropolitana con le stazioni più belle al mondo ma fortunato chi riesce a prenderla (io detengo il record di attesa di 35 minuti a Toledo); ha una storia millenaria piena di primati che le altre città si sognano (la prima ferrovia, l’università laica più antica, la più antica fabbrica di navi) ma se li dimenticano un po’ tutti; ha i tesori di valore che lasciano marcire piuttosto che valorizzarli. È una città difficile Napoli, e non mi riferisco alla questione Gomorra. È una città complicata perché bisogna lavorare il doppio per dimostrare che è sullo piano delle altre. Il lavoro da fare è sempre in salita, come se in una gara partisse cento metri dietro rispetto agli avversari. È una città che vive di ossimori, in cui paradiso e inferno, bellezza e bruttezza, miseria e nobiltà, viaggiano in parallelo per poi mischiarsi all’improvviso. Assurdo? No, è Napoli. Non è un caso che le sezioni del libro siano divise in nord-sud, acqua-fuoco, storie-leggende: è un rimando alla contrapposizione costante.

A questo punto vi immagino scoraggiati, magari volevate venire a Napoli e vi ho fatto cambiare idea, della serie ma chi me o’ fa fare? Aspettate un attimo e siate più fiduciosi perché vi dico che nonostante questo, nonostante tutto, Napoli ha la capacità di far innamorare chiunque decida di non fermarsi all’apparenza. È come quel fidanzato stronzo che vi tratta una munnezza ma che vi fa dire: ca’ aggia farè? Io lo amo. Napoli ha quel fascino a cui pochissimi sanno resistere, ha infinite risorse e la forza di trovare il buono laddove sembra non esserci. È una città dotata di accoglienza e che non conosce il pregiudizio perché sa da sola cosa vuol dire avercelo appiccicato addosso da sempre. Napoli adotta chiunque, chiunque le mostri rispetto viene considerato suo figlio senza troppe formalità. Napoli è l’arte di arrangiarsi, la battuta sempre pronta, il sorriso sulle labbra anche se il periodo è nero, la maestosità del Vesuvio, la forza del mare agitato, il calore dei vicoli, il vociare delle persone a tutte le ore… Insomma non è solo pizza, babà e sfogliatelle da una parte o Gomorra nell’altra; è tante di quelle cose che sentite a me, leggetevi Cara Napoli ché Lorenzo Marone ve lo spiega meglio.  

  • Titolo: Cara Napoli
  • Autore: Lorenzo Marone
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 8 novembre 2018

La notte non vuole venire| Alessio Arena

la notte non vuole venire.jpg

Ciò che hai appena letto è un romanzo di finzione ispirato alla vita di Griselda Andretini in arte Gilda Mignonette.

Quando ho finito di leggere La notte non vuole venire e ho letto questo passaggio ho pensato che a quel punto non mi interessava più sapere cosa fosse vero e cosa falso, cosa corrispondeva a verità certificata e cosa a pura finzione narrativa. Voglio immaginare che la vita di Gilda Andreatini conosciuta come la Mignonette sia andata proprio come Alessio Arena me l’ha raccontata attraverso i ricordi di Esterina, la guagliona che il giorno che vide la Mignonette in trattoria non si fece scrupoli a proporsi come sua assistente visto che aveva sentito che Gilda era in partenza per gli Stati Uniti e la guagliona voleva partire con lei.

Il racconto inizia sulla nave che riportava la Mignonette in patria per realizzare il suo ultimo desiderio e cioè morire nella sua amata Napoli. Esterina ricorda la parte della sua vita trascorsa accanto a Donna Gilda, dagli inizi nei teatri di New York fino al giorno in cui dopo l’insospettabile tradimento della guagliona, Donna Gilda pose fine a qualsiasi tipo di rapporto con lei.

Ricorda quando Gilda la vide, minuta e con una capigliatura completamente bianca che la faceva sembrare più vecchia di quello che era. Gilda pensò che una guagliona così le avrebbe fatto comodo, ma cosa più importante Esterina non avrebbe mai rappresentato un pericolo per lei che abituata alle luci della ribalta era abituata anche ad avere tutta l’attenzione su di sé. Insomma nessuno si sarebbe voltato a guardare Esterina quando potevano ammirare Gilda.

La Mignonette si apprestava a conquistare gli Stati Uniti grazie ad una tournée organizzata nel Paese del nuovo continente dal suo futuro marito, l’imprenditore Frank Acierno. A New York, e non solo, ad attenderla c’erano gli italiani approdati anni prima e che avevano eletto la Mignonette come la voce dei migranti e che grazie alle canzoni che cantava potevano rivivere le emozioni della patria ormai lontana. Un’ascesa professionale certa e un futuro marito follemente innamorato e che si era messo a suo completo servizio facevano di Gilda una donna realizzata in tutti i campi, ma non è tutto oro quello che luccica e il matrimonio all’apparenza solido e fondato sull’amore reciproco aveva una crepa non indifferente e anche se Gilda professionalmente racimolava successi, dal punto di vista privato dovette subire varie batoste, tra cui il sapere di non poter avere figli che accentuarono la sua dipendenza dall’alcool, già fortemente fuori controllo. In tutto ciò la guagliona era sempre al suo fianco, o meglio al suo servizio, beneficiando dell’amicizia del poeta Federico Garcia Lorca, che l’aiuterà in un momento cruciale della sua vita ed otterrà ciò che Gilda credeva esser completamente suo.

Alessio Arena, cantautore e scrittore napoletano, ci fa conoscere la straordinaria vita di una cantante che ha segnato un’epoca e che è stata la voce di Napoli nel mondo per molti anni. Ammetto l’ignoranza: non avevo idea di chi fosse la Mignonette. Merito ad Arena di averla raccontata facendomi appassionare pagina dopo pagina. Riammetto l’ignoranza: conoscevo poco o niente l’autore. Di Alessio Arena avevo letto giusto un suo racconto qualche anno fa contenuto in Panamericana edito La Nuova Frontiera (e già avevo detto che il suo racconto insieme a quello di Paolo Piccirillo erano i migliori in assoluto). Grazie ad Arena ho scoperto Alejandro Palomas avendo lui tradotto due suoi libri (e gli sarò sempre grata di avermi fatto conoscere Palomas), ma di suoi libri avevo letto niente.

Poche settimane fa mi è stato consigliato, o meglio, mi è stato detto: recupera tutti i libri di Alessio Arena perché è uno scrittore che merita. Questo libro ne è la conferma. Leggo tanto, di storie belle ne trovo parecchie e di autori bravi anche, ecco Alessio Arena è bravissimo e scrive storie che valgono la pena di essere lette: vi pare poco?

  • Titolo: La notte non vuole venire
  • Autore: Alessio Arena
  • Editore: Fandango
  • Data di pubblicazione: 4 Ottobre 2018