La notte non vuole venire

la notte non vuole venire.jpg

  • Titolo: La notte non vuole venire
  • Autore: Alessio Arena
  • Editore: Fandango
  • Data di pubblicazione: 4 Ottobre 2018

Ciò che hai appena letto è un romanzo di finzione ispirato alla vita di Griselda Andretini in arte Gilda Mignonette.

Quando ho finito di leggere La notte non vuole venire e ho letto questo passaggio ho pensato che a quel punto non mi interessava più sapere cosa fosse vero e cosa falso, cosa corrispondeva a verità certificata e cosa a pura finzione narrativa. Voglio immaginare che la vita di Gilda Andreatini conosciuta come la Mignonette sia andata proprio come Alessio Arena me l’ha raccontata attraverso i ricordi di Esterina, la guagliona che il giorno che vide la Mignonette in trattoria non si fece scrupoli a proporsi come sua assistente visto che aveva sentito che Gilda era in partenza con gli Stati Uniti e la guagliona voleva partire con lei.

Il racconto inizia sulla nave che riportava la Mignonette in patria per realizzare il suo ultimo desiderio e cioè morire nella sua amata Napoli. Esterina ricorda la parte della sua vita trascorsa accanto a Donna Gilda, dagli inizi nei teatri di New York fino a giorno in cui dopo l’insospettabile tradimento della guagliona, Donna Gilda pose fine a qualsiasi tipo di rapporto con lei.

Ricorda quando Gilda la vide, minuta e con una capigliatura completamente bianca che la faceva sembrare più vecchia di quello che era. Gilda pensò che una guagliona così le avrebbe fatto comodo, ma cosa più importante Esterina non avrebbe mai rappresentato un pericolo per lei che abituata alle luci della ribalta era abituata anche ad avere tutta l’attenzione su di sé. Insomma nessuno si sarebbe voltato a guardare Esterina quando potevano ammirare Gilda.

La Mignonette quindi si apprestava a conquistare gli Stati Uniti grazie ad una tournée organizzata nel Paese del nuovo continente dal suo futuro marito, l’imprenditore Frank Acierno. A New York e non solo ad attenderla c’erano gli italiani approdati anni prima e che avevano eletto la Mignonette come la voce dei migranti e che grazie alle canzoni che cantava potevano rivivere le emozioni della patria ormai lontana. Un’ascesa professionale certa e un futuro marito follemente innamorato e che si era messo a suo completo servizio facevano di Gilda una donna realizzata in tutti i campi, ma non è tutto oro quello che luccica e il matrimonio all’apparenza solido e fondato sull’amore reciproco aveva una crepa non indifferente e anche se Gilda professionalmente racimolava successi, dal punto di vista privato dovette subire varie batoste, tra cui il sapere di non poter avere figli che accentuarono la sua dipendenza dall’alcool, già fortemente fuori controllo. In tutto ciò la guagliona era sempre al suo fianco, o meglio al suo servizio, beneficiando dell’amicizia del poeta Federico Garcia Lorca, che l’aiuterà in un momento cruciale della sua vita ed otterrà ciò che Gilda credeva esser completamente suo.

Alessio Arena, cantautore e scrittore napoletano, ci fa conoscere la straordinaria vita di una cantante che ha segnato un’epoca e che è stata la voce di Napoli nel mondo per molti anni. Ammetto l’ignoranza: non avevo idea di chi fosse la Mignonette. Merito ad Arena di averla raccontata facendomi appassionare pagina dopo pagina. Riammetto l’ignoranza: conoscevo poco o niente l’autore. Di Alessio Arena avevo letto giusto un suo racconto qualche anno fa contenuto in Panamericana edito La Nuova Frontiera (e già avevo detto che il suo racconto insieme a quello di Paolo Piccirillo erano i migliori in assoluto). Grazie ad Arena ho scoperto Alejandro Palomas avendo lui tradotto due suoi libri (e gli sarò sempre grata di avermi fatto conoscere Palomas), ma di suoi libri avevo letto niente.

Poche settimane fa mi è stato consigliato, o meglio, mi è stato detto: recupera tutti i libri di Alessio Arena perché è uno scrittore che merita. Questo libro ne è la conferma. Leggo tanto, di storie belle ne trovo parecchie e di autori bravi anche, ecco Alessio Arena è bravissimo e scrive storie che valgono la pena di essere lette: vi pare poco?

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Napoli mon amour

napoli mon amour

  • Titolo: Napoli mon amour
  • Autore: Alessio Forgione
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 20 settembre 2018

È andata più o meno così.

Napoli mon amour di Alessio Forgione era l’uscita che più aspettavo in questo 2018, quando a catturarmi bastò semplicemente il titolo (poetico, senza dubbio) visto in vari articoli sui libro che avremmo letto quest’anno. Non conoscevo la trama, non avevo visto la copertina, non mi interessava chi fosse l’autore. Che Napoli mon amour mi sarebbe piaciuto lo sapevo dall’inizio e i dettagli svelati poco per volta non hanno fatto che confermare le sensazioni giuste.

Cosa ha di speciale questo libro di cui fortunatamente in molti stanno parlando? Un protagonista unico e malinconico, una storia d’amore dolce e struggente, una città splendida come Napoli che come una donna sai che farà male amarla, ma senza non sai se riesci a sopravvivere.

Amoresano è un trentenne, due lauree e qualche anno passato sulle navi e un presente da disoccupato come molte altri della sua età e non solo, costretto a barcamenarsi tra colloqui assurdi nella speranza di trovare un lavoretto o qualsiasi tipo di impiego che gli faccia sbarcare il lunario (sembra di sentire Troisi che nel suo sketch L’annunciazione diceva: ma è possibile che a Napoli solo lavoro non si trova? deve esserci per forza un’altra parola vicino?). Nelle giornate passate alla ricerca di lavoro le uniche cose belle di Amoresano erano le serate passate con l’amico Russo tra chiacchiere e birre e le partite del Napoli, unica vera fonte di gioia perché quando il Napoli vinse lo scudetto lui era troppo piccolo per goderselo veramente, mentre quest’anno se dovesse veramente succedere…

Degli anni passati sulle navi restavano i pochi risparmi messi da parte, un tesoretto da gestire con parsimonia, perché consapevole che terminato quello le cose si sarebbero messe male seriamente. La decisione poteva essere una sola: finiti i soldi la faceva finita anche lui. Non lo spaventava l’idea di mettere fine alla sua vita con quella facilità, segno che viveva o moriva per lui era lo stesso.

La vede una sera che lo streaming non funzionava e che lo aveva costretto a cercare il primo bar aperto che trasmettesse la partita del Napoli. La vede di sfuggita, quel tanto che basta per farti capire che è lei. È talmente preso da quella ragazza che abbandona il Napoli (che tanto stava vincendo) e la segue, lui timidissimo e incapace di qualsiasi primo approccio, ma una ragazza del genere non la si lascia sfuggire. Si presenta come Lola (come quella di Nabokov), gli lascia il suo numero e Amoresano capisce che la vita lo stava solo preparando a quell’incontro.

Lola lo travolge. È ancora senza lavoro ed è ancora consapevole che finiti i soldi finirà la festa, ma con Lola accanto tutto è diverso, tutto è più bello. L’energia che sprigiona quella ragazza lo risucchia, trascorre le sue giornate nell’attesa di poterla chiamare, con l’ansia di volerla vedere. Lola gli ha ridato la linfa persa, la leggerezza accantonata a causa dei mille problemi da affrontare, tanto che ad Amoresano ritorna la voglia di scrivere e provarci davvero a fare lo scrittore, come il suo mito Raffaele La Capria.

La vita è quella cosa che ti fa assaporare la felicità, ti fa abituare agli effetti che provoca e poi ti toglie tutto all’improvviso e Amoresano è costretto a rimescolare le carte o per usare lo sport da lui amato deve ricominciare una nuova partita.

Napoli mon amour è stato osannato dalla critica e definito un caso letterario che per un romanzo di un esordiente non è roba di poco conto. Non me ne voglia l’autore che ha dichiarato che non è un romanzo generazionale, ma senza dubbio è un ritratto di quella che è la condizione precaria dei trentenni di oggi e non solo. Trentenni costretti a svolgere lavori dequalificati, perché lavorare per ciò che hanno studiato o per cui aspirano è pura utopia. Giovani che se vogliono realizzare i propri sogni sono consapevoli che devono farlo lontano da qui, perché se decidi di restare in determinate parti d’Italia ti devi accontentare di quello che trovi (e se lo trovi devi pure ringraziare di averlo trovato).

E come direbbero le splendide quarte di copertina NN Editore: questo libro è per chi ama il mare e non ha paura di perdersi nelle sue profondità.

Vedi Napoli e poi muori, dicono. Vedi Napoli e poi te ne vai, hanno detto. Vedi Napoli e poi res(is)ti, dico.

P.S. ufficialmente la prima #Forgioners

P.P.S: «Sei più bella del Napoli che vince 4 a 1 a Bologna» è una dichiarazione d’amore che vale più di mille romanticherie

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Il purgatorio dell’Angelo

il purgatorio dell'angelo

  • Titolo: Il purgatorio dell’Angelo. Confessioni per il commissario Ricciardi.
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 28 Giugno 2018

Ho appena letto l’ultima riga. Metabolizzo il finale e appena chiudo il libro penso che il prossimo sarà l’ultimo e rifletto sul fatto che fra un anno non sarò pronta a lasciare il commissario Luigi Alfredo Ricciardi.

L’ho conosciuto cinque anni fa per caso, io non amante dei gialli che però decisi di dare una possibilità a questo commissario di cui tutti parlavano. È bastato un libro a far scattare l’amore, un libro a farmi precipitare a comprare gli altri per mettermi subito in pari. Oggi, dopo cinque anni e dopo undici libri spero ancora che il prossimo non sia l’ultimo e che magari il suo creatore Maurizio de Giovanni lo farà ritornare quanto prima possibile.

È tempo di confessioni e non solo per il commissario Ricciardi. Padre Angelo è stato ucciso con un colpo alla testa in un posto di Napoli che può essere considerato un paradiso terrestre: Posillipo. Padre Angelo, un gesuita settantenne, amato e stimato da tutti per la sua bontà d’animo, per il suo amore verso il prossimo, per il suo mettersi sempre a disposizione di chi soffre e cercare di alleviare le pene di chi andava da lui per confessarsi. Era un confessore, ascoltava i peccati altrui e li assolveva. Per il commissario Ricciardi, fermamente ateo, la confessione era una pratica difficile da comprendere. Vorrebbe avere la forza di confessare il suo dolore, vorrebbe confessare l’inferno che vive sulla sua pelle da quando da bambino vide quel morto recitargli le ultime parole, ma sa che nessuno può accogliere le sue confessioni e nel suo inferno quotidiano non intende portarci nessuno.

La sua Enrica vuole proteggerla il più possibile e ora che le cose tra i due sembrano andare bene dopo il permesso del padre di lei di frequentarsi alla luce del sole, la malinconia torna ad affliggere il commissario. Quale futuro potrà mai offrire alla sua amata se non un futuro di pazzia? La stabilità di un matrimonio e magari di una famiglia con figli non è qualcosa che Ricciardi reputa adatti alla sua vita e trascinare nella sua follia Enrica non sarebbe giusto come non è giusto illuderla che questo possa accadere: se ami una persona la proteggi anche se significa privarti dell’unico amore della tua vita.

È tempo di confessioni. Per il duca Carlo di Marangolo le ore sono contate e quindi non c’è giusta occasione per confessare il suo amore a Bianca, l’unica donna mai amata, la sola desiderata con garbo e discrezione, sempre stando da parte salvo intervenire nei momenti di maggiore difficoltà. Per Bianca, da sempre consapevole dei sentimenti del duca, Carlo era la bussola per non impazzire, la roccia a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà non solo economici a cui si era abituata e a cui aveva reagito con la classe che la contraddistingueva, ma soprattutto per le difficoltà personali. Un ambiente snob come quello aristocratico si beffava di lei ricamando chissà che trame su quella che per Bianca era solo amicizia, ma per altri era chiaramente una tresca clandestina.

È tempo di confessioni per il brigadiere Maione. Quel nuovo agente Felice Vaccaro aveva fatto breccia in Raffaele che lo aveva preso sotto la sua ala protettiva. Era troppo in gamba quel giovanotto sveglio e pronto all’azione, con gli occhi vispi e un sorriso che gli ricordavano l’amato figlio Luca, perso troppo presto e la cui assenza in famiglia si faceva sentire, specie per sua moglie Lucia.

La saga di Ricciardi si avvia verso la sua conclusione. Il prossimo libro metterà la parola fine a uno dei personaggi più amati ed apprezzati del panorama narrativo italiano. Già mi immagino lettori che si strappano i capelli, petizioni online per impedire che finisca sul serio e appostamenti sotto casa dell’autore per convincerlo a fargli cambiare idea. Isterismi e scherzi a parte vedendo il percorso compiuto dal commissario e la sua evoluzione e maturazione è probabilmente la scelta giusta chiudere e farlo adesso. Nei personaggi seriali il rischio di apparire ripetitivo e prevedibile è sempre dietro l’angolo così come la possibilità di annoiare il lettore con vicende trite e ritrite, quindi è giusto salutare il commissario Ricciardi e perché no, augurargli un finale in cui fatta pace con i suoi demoni riesca ad esser felice con la donna che reputerà giusta al suo fianco. Tanto potrà sempre tornare, almeno è questa la speranza che voglio avere.

Arrivederci commissario Luigi Alfredo Ricciardi, ti aspetto alla prossima ultima indagine.

PS: succederà quello che deve succedere, io sarò sempre #TeamBianca.

Aglio, olio e assassino

aglio olio e assassino

  • Titolo: Aglio, olio e assassino
  • Autore: Pino Imperatore
  • Editore: DeA Planeta
  • Data di pubblicazione: 29 Maggio 2018

Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e scrittori di gialli al punto che chi scrittore di gialli non lo era lo diventa. È il caso di Pino Imperatore che dopo averci raccontato la camorra e il terrorismo, decide di creare un ispettore tutto suo, visto che nel panorama nazionale letterario ce ne sono pochi. Ironia a parte, quello scritto da Pino Imperatore non è un giallo canonico stile Agatha Christie o George Simenon, né un giallo sentimentale scuola Maurizio de Giovanni; quello di Pino Imperatore è un giallo napoletano e non poteva essere altrimenti.

L’ispettore Gianni Scapece dopo anni di servizio fuori Napoli decide di tornare a lavorare nella sua città natale, lasciata perché l’assenza dei genitori venuti a mancare a poca distanza l’uno dall’altro era pesante da sopportare. Stare lontano da Napoli però pure è difficile e quindi ora che il tempo ha attutito il dolore Gianni è pronto a tornare e a prestar servizio nella sia città, nel nuovo commissariato di Mergellina.

Il primo caso a cui si ritrova a lavorare è un caso sui generis, non tanto per le modalità (un giovane accoltellato), quanto per come il cadavere viene fatto ritrovare, ossia decorato con aglio, una padella piena d’olio e peperoncino. Una rapina finita male è da escludere a priori, questa è l’opera di un pazzo che tanto pazzo poi non è visto che ha elaborato tutto nei minimi dettagli. In soccorso di Gianni, oltre al commissario suo superiore, accorrono anche i due proprietari della trattoria Parthenope: Ciccio e Peppe Vitiello. La trattoria è uno dei posti più rinomati non solo di Napoli, ma di tutta la regione, grazie al fatto che alla tradizione è stata affiancata la sperimentazione dei nuovi sapori, il tutto senza mai abbandonare l’essenza della cucina napoletana (sarebbe un sacrilegio che Nonno Ciccio non tollererebbe).

Padre e figlio conquistano subito le simpatie dell’ispettore che in trattoria subito si sente uno di casa e torna a respirare quell’aria di famiglia che lui ha perso troppo presto; aggiungiamo che la figlia di Peppe, Isabella, cattura subito l’attenzione dell’imperterrito scapolo Gianni e la storia si scrive da sola.

Pino Imperatore con questo libro si è messo alla prova con qualcosa di nuovo rispetto a ciò a cui i suoi lettori sono stati abituati. La sua ironia e il suo umorismo non li ha riposti in un cassetto per far spazio al giallo classico, anzi, le caratteristiche del suo stile che abbiamo conosciuto e apprezzato le ha messe al servizio della storia producendo un risultato niente male. Funziona tutto. L’ispettore Gianni Scapece, il commissario, la famiglia Vitiello e tutto il team della Parthenope, sono personaggi a cui vuoi subito bene e che non vedi l’ora di rivedere. Altro marchio di fabbrica di Pino Imperatore è Napoli, non una città buttata lì per caso a fare da splendida cornice alla storia, piuttosto una Napoli da scoprire volta per volta, tassello dopo tassello, raccontato attraverso i suoi gioielli artistici e i suoi magnifici monumenti, soprattutto quelli meno conosciuti ai più e che in queste pagine vengono descritti nei minimi dettagli. I libri di Pino Imperatore io li ho usati come mia guida personale, ho visitato il Cimitero delle Fontanelle dopo che ne aveva parlato in Bentornati in casa Esposito, sono tornata al Duomo per cogliere i particolari che mi erano sfuggiti dopo la bellissima descrizione che ne fa in Allah, San Gennaro e i tre kamikaze e ora mi sono segnata la chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina.

A questo punto l’unica speranza è di vedere tornare al più presto tutta la banda alle prese con una nuova indagine.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

 

Se vuoi vivere felice

se vuoi vivere felice

  • Titolo: Se vuoi vivere felice
  • Autore: Fortunato Cerlino
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 24 Aprile 2018

Quando hai dieci anni e vivi in una famiglia dalle condizioni precarie dove la parola povertà non la dici ma la sussurri, la felicità tocca inventartela.

Quando hai dieci anni e la conoscenza della tua città è relegata al quartiere in cui vivi e da cui raramente esci, sogni di andartene il prima possibile per essere felice e avere una vita migliore di quella che al momento i tuoi genitori, tra mille sacrifici, ti stanno offrendo.

Fortunato ha dieci anni, una fame insaziabile, un po’ perché sei in quell’età in cui stai crescendo e la fame è la costante delle tue giornate e un po’ perché in una famiglia che comprende madre, padre, quattro figli, uno in arrivo, una nonna e uno stipendio scarso, ti devi accontentare di quello che trovi nel piatto e non puoi lamentarti perché saresti un altro pensiero in una famiglia che di pensieri ne ha fin troppi.

Vivere a Pianura non è semplice, d’altronde un quartiere soprannominato Far West non fa presagire agio e tranquillità. A Pianura un ragazzino dell’età di Fortunato ha due tipi di destini: o studia o finisce con una pistola in tasca (e usarla il prima possibile). Dire questo significa ammettere che il posto dove nasci determini chi sei, superficiale ma a volte corretto (purtroppo) specie se nasci in un posto come Pianura dove l’unica realtà che conosci sono i ragazzini che si atteggiano a boss di quartiere, il sangue che macchia le strade e i cadaveri per terra coperti da lenzuola.

Fortunato probabilmente è l’eccezione, sa che quella non è la fine che vuole fare. Va bene a scuola e ha una maestra che lo incoraggia a continuare gli studi, ha una bella voce e alla pistola in tasca preferisce di gran lunga un microfono in mano e magari un giorno diventerà un cantante neomelodico, uno di quelli che si vedono nelle trasmissioni delle emittenti regionali che vengono trattati da veri e propri divi e vengono richiesti alle comunioni e ai matrimoni preferendoli ai cantanti conosciuti a livello nazionale. Potrebbe fare l’attore, anche quello non sarebbe male, a pensarci bene…

Fortunato Cerlino, il don Pietro Savastano della celebre serie tv Gomorra, alla sua prima prova da scrittore decide di affidare la narrazione al sé stesso bambino, per ripercorrere la sua infanzia e la prima adolescenza, facendo i conti con le mancanze vissute sulla propria pelle come la povertà, la mancanza di lavoro e la violenza sempre presente tanto da essere protagonista e normalità. Una violenza che per chi in quelle zone non ha mai vissuto è difficile da comprendere, un degrado civile e culturale che sfocia nel più pericoloso dei modi, che sicuramente non appartiene solo alla Napoli periferica ma che negandola o trattandola in maniera superficiale danneggia la città stessa (della serie, non è nascondendo i problemi che questi si risolvono).

Avendo come molti associato Cerlino alla figura inquietante e violenta del boss Savastano, vederlo in questa veste malinconica mi ha fatto un certo effetto. Se vuoi vivere felice racconta una storia di riscatto personale e di crescita, una storia dove il male non prevarica il bene. All’autore rimprovero solo il tono eccessivamente serioso che ha scelto per raccontare (e raccontarsi) che rende la narrazione a tratti pesanti e danneggia la buona riuscita del libro, ma alla prima prova gli errori si perdonano, alla seconda tiriamo le somme.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Sara al tramonto

sara al tramonto

  • Titolo: Sara al tramonto
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Rizzoli
  • Data di pubblicazione: 10 Aprile 2018

Accantonati momentaneamente le sue creature Ricciardi e Lojacono, Maurizio de Giovanni ci presenta un nuovo personaggio: Sara.

Sara è una donna di mezza età che ha vissuto per il suo lavoro e per il suo compagno Massimiliano. Quando quest’ultimo è venuto a mancare per Sara si è spento ogni interesse per la sua vita. Per Massimiliano aveva lasciato marito e figlio, per Massimiliano aveva rinnegato il suo essere moglie e madre. Una scelta di cui non si era mai pentita dato che a lui la legava l’amore e il lavoro, un lavoro particolare quello di Sara, un lavoro che non si poteva dire apertamente.

Le sue abilità di leggere il labiale, di interpretare le espressioni facciali e i gesti corporali l’avevano resa la più brava, ecco perché la sua amica e collega, la Bionda da lei soprannominata, si rivolge a Sara sperando in un suo aiuto in un caso ricco di mistero.

Sara aveva chiuso con quel mondo che le ricordava troppo l’amore della sua vita, ma le sue giornate vuote potevano tornare ad avere un senso e soprattutto aveva bisogno di impegnare la mente. Oltretutto nell’ultimo periodo alla batosta della perdita del compagno si era aggiunta quella del figlio Giorgio. Giorgio era il figlio che lei non aveva cresciuto e che non aveva voluto conoscere. La sua morte però non le era stata indifferente e attraverso la compagna del figlio, Viola, Sara provava a conoscere il suo Giorgio. Così ogni sera al tramonto le due donne, Sara e Viola, si incontravano e piano piano si conoscevano.

Accettato di aiutare la collega/amica, Sara si butta a capofitto nell’indagine, assistita dal giovane ispettore di polizia Davide Pardo che se all’inizio la figura di Sara lo inquietava, vedendola all’opera ne resta completamente entusiasta.

Dopo essermi affezionata al bel commissario dagli occhi verdi Ricciardi e all’affascinante ispettore siculo Lojacono, ammetto che non vedevo l’ora di conoscere Sara, anche perché i gialli di Maurizio de Giovanni sono gli unici che leggo e quindi ogni suo libro diventa fonte di mio interesse. Quello che più mi intrigava era il fatto che a questo giro il protagonista sarebbe stato di sesso femminile e quindi almeno per il genere è in netto contrasto con i due precedenti. Le differenze però non si fermano qui, anzi, ce ne sono altre due che reputo fondamentali se rapportate ai precedenti lavori di questo autore.

Napoli. A differenza degli altri libri in cui Napoli è protagonista tanto quanto i personaggi, in questo libro la città resta in sottofondo, mai esplicata e quasi sussurrata. Negli altri invece Napoli viene descritta e raccontata non solo attraverso le sue strade e monumenti, ma anche attraverso le sue tradizioni, il suo folklore, i suoi piatti tipici e col dialetto che ogni tanto fa capolino. Qui se non fosse stato per un passaggio in cui si nominano Fuorigrotta e il Vomero avremmo potuto pensare a qualsiasi altra città di mare italiana.

Nessuna storia d’amore. La fortuna di Ricciardi e Lojacono è data anche dalle storie d’amore (e i relativi triangoli, diventati pure quadrati per Ricciardi) che intrecciano i due protagonisti. Lo stesso autore ha sempre definito i suoi libri dei gialli sentimentali, con dei delitti e delle indagini che sembrano dei semplici pretesti per raccontare invece le vicende sentimentali dei suoi protagonisti. Qui invece c’è un ribaltamento, con il giallo che è protagonista assoluto e dei personaggi che si muovono più in relazione ad esso.

Come personaggio Sara mi è piaciuto molto, col suo lavoro inusuale, col suo modo di approcciarsi alle persone e con la sua vita passata tutta da scoprire. Mi è piaciuto anche il modo che l’autore ha scelto per raccontarla, tentando una strada per certi versi differente da quella a cui ci aveva abituato con i suoi precedenti lavori. Venendo a Sara non so se tornerà a farci compagnia, ma questo a noi non deve interessare. Lo stesso autore ha rivelato in un’intervista che Sara non è nato come personaggio seriale e il suo ritorno sarà deciso solo dai lettori e dai loro giudizi. Personalmente sarei curiosa di vederla di nuovo all’azione.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Due come loro

  • Titolo: Due come loro
  • Autore: Marco Marsullo
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 20 Marzo 2018

Vi siete mai fermati a pensare a Dio e al Diavolo? Sembra una domanda da testimone di Geova, lo so, ma tranquilli che non voglio diffondere alcuna dottrina religiosa. Fede e religione a parte anche chi non è credente ha comunque elaborato nella propria mente una sorta di immagine o idea del Signore dei Cieli e del Signore degli Inferi. Sono andata alla materna dalle suore e quindi è dall’età di tre anni che sento parlare di Bene e Male, Dio eternamente presentato a pregare per noi e farsi carico di tutte le sofferenze di noi umani e il Diavolo come una creatura che fa paura solo nominarla responsabile invece di tutti i mali dell’umanità. Poi è arrivato Marco Marsullo e il suo Due come loro e i tre anni delle suore e i due di catechismo sono andati a farsi benedire.

Immaginate Dio un fricchettone che organizza feste in continuazione, dice parolacce e va a donne (giustamente, lui le ha create e lui se ne vede bene), ha probabilmente dimenticato tutte le preghiere a Lui dedicate e ha un figlio che sulla Terra si diverte a reinventare la propria identità, ultimamente pare sia in fissa col sushi e sta seguendo un corso per imparare a cucinarlo. Immaginate anche il Diavolo, molto zen e che si esprime con aforismi, frasi di Baudelaire e Vasco Rossi, che non perde una puntata di Don Matteo (niente, sto prete conquista proprio tutti) e si rilassa a sentire la musica di Katy Perry, una delle popstar meno trasgressive del pop americano e che quando si ricorda di essere il principio di tutti i mali fa saltare famiglie da un momento all’altro.

Tra i due estremi c’è Shep che lavora sia per Dio che per il Diavolo tenendo all’oscuro l’uno dell’impiego che ha con l’altro. Svolge per entrambi lo stesso lavoro, si occupa dei suicidi, ma con finalità diverse. Se per conto di Dio ha il compito di salvare quelle povere anime, per conto del Diavolo deve solo spingerle a trovare il coraggio necessario all’estremo gesto. In mezzo a questo lavoro folle l’indice di normalità in Shep è rappresentato in quella che è la condizione in cui tutti ci siamo ritrovati: essere innamorati del proprio ex. Shep è ancora follemente innamorato della sua ex Viola, vive per il momento in cui lei con il capo cosparso di cenere tornerà da lui, perché uno dei primi teoremi dell’amore di Shep (segnate) è che tornano tutti gli ex (tranne quelli che veramente vorresti che tornassero, ovviamente). Viola ha un nuovo fidanzato, un uomo che è la normalità fatta persona. Un avvocato, e quindi per Shep un uomo triste, dall’aspetto triste, con completi color marrone triste (è una tonalità, giuro) un uomo che presto diventerà il marito di Viola, aspetto che Shep conosce ma ignora volutamente (tanto Viola torna, è solo questione di tempo)

Quando sulla lista in cui sono indicati i prossimi aspiranti suicidi che Shep riceve ogni mese c’è il nome del futuro marito di Viola per lui si presenta l’occasione della vita. Fatto fuori Pino (pure il nome è triste) Shep avrà campo libero per riprendersi la sua amata. Dopo l’euforia iniziale però inizia a ragionare: perché un uomo come lui vuole suicidarsi? Che segreti può mai avere?

Inizia così l’indagine di Shep che lo porterà a scoprire il passato di Pino e a far i conti con il suo di passato, quello in cui era stato tanto vicino al lavoro che svolge. Per quanto superficiale possa sembrare, Shep sente su di sé tutte le vite che non è riuscito a salvare e che iniziano a pesare sulla sua esistenza. Inizia a comprendere che il passato determina il futuro e che quegli errori commessi a volte a cuor leggero incidono sulla vita condizionandola del tutto. Puoi mettere distanza tra te e il passato, ma sappiamo tutti che questo prima o poi ritorna presentandoci anche il conto.

Dopo il romanzo di formazione I miei genitori non hanno figli (libro che porto nel cuore) e la parentesi sportiva con Il Tassista di Maradona (Rizzoli), Marco Marsullo torna con una black comedy innovativa e diversa da tutto ciò a cui ci ha abituati. Etichettare Due Come Loro in un solo genere è difficile perché è un mix di elementi che insieme si fondono alla perfezione. C’è il lato più humor e irriverente che strizza l’occhio al primo Ammaniti, quello di Branchie per intenderci e c’è un lato più serio che analizza la vita con il suo carico di dubbi, errori e sentimenti. Due Come Loro è anche un romanzo che parla d’amore, di relazioni che finiscono, degli strascichi che lasciano nelle persone e delle paure che segnano e che portano a considerarci finiti quando una storia d’amore ai nostri occhi perfetta giunge a termine.

Da lettrice quello che più amo sono gli autori che non hanno timore di mettersi in discussione con storie del tutto nuove e diverse da ciò che hanno già proposto. Il rischio dovrebbe essere una componente di questa strana professione che li porta a comporre le storie da cui noi siamo completamente dipendenti. Sempre da lettrice amo i finali che mi spiazzano, quelli che non avresti mai previsto e quelli che in un certo senso non avresti mai voluto leggere. Marco Marsullo ha centrato entrambi i punti, ha scritto un libro che si lega poco ai precedenti (per tematiche e per stile) con un finale che è una bomba. Leggo Marco Marsullo dal suo primo libro, ogni volta mi spiazza e ogni volta mi impressiona la maturità stilistica raggiunta. Ora speriamo di non dover attendere troppo per leggerlo di nuovo.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Un ragazzo normale

un ragazzo normale

  • Titolo: Un ragazzo normale
  • Autore: Lorenzo Marone
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 22 Febbraio 2018

Il 23 settembre del 1985 Giancarlo Siani venne ucciso da due assassini sotto casa sua. Le sue inchieste giornalistiche che si occupavano principalmente di camorra fecero di lui un personaggio scomodo da eliminare quanto prima. Giancarlo aveva da pochi giorni compiuto 26 anni. Era un ragazzo, un giornalista e cosa fondamentale era un ragazzo normale. 

Normale… quante volte usiamo questo termine, quante volte lo usiamo per descrivere noi stessi o altre persone. Mimì ad esempio è un ragazzo normale, fissato con la scienza, amante dei libri e delle storie e soprattutto ossessionato con i supereroi. La famiglia di Mimì? Normale anche quella. Papà portinaio di uno stabile tra il Vomero e l’Arenella, mamma segretaria di un avvocato, sua sorella Beatrice e due nonni che vivevano tutti insieme appassionatamente (per non dire uno addosso all’altro) in un bilocale.

Le giornate di Mimì trascorrevano normalmente come quelle della maggior parte dei bambini di quegli anni, siamo negli anni ottanta la tecnologia è ben lontana dall’invadere e stravolgere la nostra vita. A dire il vero Mimì era un po’ diverso rispetto ai suoi coetanei a cui bastava un pallone e con la fantasia ergevano campetti di calcio dove immaginarsi goleador. Mimì giocava a calcio più per far contento il suo inseparabile amico Sasà, ma avrebbe preferito di gran lunga disquisire di scienza, fare esperimenti, leggere. La sua passione sfrenata per la lettura l’aveva portato ad esprimersi come un vocabolario e le conoscenze acquisite gli facevano spiegare le cose meglio delle enciclopedie.

Per questo motivo sua sorella lo prendeva costantemente in giro, per sua madre invece era la luce dei suoi occhi e motivo di vanto per tutte le altre donne del quartiere; suo padre si limitava ad alzare gli occhi al cielo e a non capire la maggior parte delle cose che uscivano dalla bocca del figlio.

La cosa che però era diventata fissazione per Mimì era la ricerca di un supereroe e lo trova un giorno in un ragazzo che vive nel suo palazzo e che scopre essere un giornalista. Uno che racconta storie, storie pericolose tra l’altro, non può che essere un eroe. Deciso: Giancarlo Siani sarebbe diventato il suo eroe.

Tra Mimì e Giancarlo piano piano si costruirà un rapporto d’amicizia delicato, fatto di poche frasi ma di quelle significative che ti cambiano e restano scolpite nel cuore. In quel ragazzo Mimì vedrà il supereroe che aveva sempre cercato anche se Giancarlo gli aveva sempre ripetuto che i poteri non esistono e i supereroi neanche. La lettura, i libri, quelli i super-poteri a noi accessibili, quelli che hanno la forza di cambiare le persone e perché no, salvare il mondo.

Un ragazzo normale è la storia di una famiglia normale tipica di quegli anni che magari aveva mancanze dal punto di vista culturale ma aveva ben chiari i valori in cui credere ed educare i figli. Mimi era il solo componente a non rispecchiarsi in quella mediocrità, in quel rassegnarsi del padre a non tentare mai qualcosa che potesse migliorargli la vita o in quella superficialità della sorella Beatrice troppo presa dall’apparire e dai suoi primi amori. Non che Mimì fosse perfetto con quell’aria da saccente che emergeva involontariamente e con il suo sentirsi superiore grazie alle conoscenze acquisite, ma non ci vuole molto a capire che tutta quella sete di conoscenza nasceva dalle sue insicurezze. E poi la figura di Giancarlo Siani che entra nella storia quasi in punta di piedi e resta al margine anche se poi la sua uccisione piomberà nella vita del piccolo Mimì diventando l’evento che porterà fine alla sua infanzia.

img_0697

Lorenzo Marone dedica questo romanzo a Giancarlo Siani, ma non aspettatevi una sua biografia o un resoconto dei suoi ultimi giorni: è un romanzo con Siani, non su Siani. In un periodo in cui i modelli negativi sono diventati esempi per i ragazzi l’urgenza e la necessità di mostrare le facce positive di Napoli ha portato l’autore a fare questa scelta. Nel presentare il romanzo Marone ha usato un’espressione che mi ha colpito molto: racconto la Napoli grigia. Il grigio è il colore intermedio tra il bianco e il nero. Il bianco potrebbe rappresentare la Napoli da cartolina, quella della pizza, del Vesuvio e del golfo più bello per molti e la nera è quella di Gomorra, della criminalità, delle baby gang che prendono sempre troppo spazio nella cronaca. Nel mezzo il grigio, la Napoli di tutti i giorni che mescola bellezza e bruttezza, positività e negatività, malviventi ed eroi e soprattutto la Napoli fatta di persone normali che ogni giorno lottano per fare in modo che ad emergere sia la Napoli di cui andare più fieri.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Incontro al PAN con Lorenzo Marone

Grazie a Feltrinelli Editore ho potuto partecipare a un incontro riservato ai blogger dove ho potuto confrontarmi con altri lettori sul romanzo e soprattutto sentirne parlare direttamente dall’autore. Lorenzo Marone ha raccontato quindi della genesi del romanzo, della sua intenzione di inserire Giancarlo Siani nella storia, Siani che ha definito una delle facce buone di Napoli. Nel parlarne non l’ha mai indicato come eroe ma semplicemente come un ragazzo normale. Oltre alla figura di Siani che seppur importante non è centrale, Lorenzo ha confidato di essersi sentito un po’ Mimì durante la sua adolescenza e il suo amore per i libri ha voluto farlo trasparire proprio attraverso il suo protagonista. Il romanzo infatti è una bella elegia ai libri e alla passione per la lettura, importante quanto fondamentale per la crescita e non solo. Per chiudere, altro elemento essenziale del romanzo è Napoli; l’autore ha confessato che non riuscirebbe mai a vedere i personaggi dei suoi romanzi lontano dalla sua Napoli, senza il dialetto utilizzato o senza la saggezza tipica dei napoletani.

L’altra madre

l'altra madre

  • Titolo: L’altra madre
  • Autore: Andrej Longo
  • Editore: Adelphi
  • Data di pubblicazione: 28 Aprile 2016

Genny ha sedici anni, lavora in un bar, guida il motorino in modo spettacolare roba che un altro così non lo trovi in tutta Napoli e si prende cura di sua madre che ha problemi di salute e arrotonda con piccoli lavori di sartoria e ama leggere le carte. Tania ha quindici anni, la scuola, la sua migliore amica, le feste spensierate con i compagni di scuola, una madre poliziotta che ama alla follia e che è il suo modello di vita. Le vite di Genny e Tania si intrecciano un pomeriggio come un altro e cambiando drasticamente la vita di entrambi.

Quando Salvatore aveva proposto a Genny un lavoretto lui aveva fermamente rifiutato. Lui un lavoro già lo aveva, certo, non guadagnava oro, ma era un lavoro onesto, che lo teneva lontano dalla strada e soprattutto da quel mondo. Salvatore però lo aveva in un certo senso sfidato, non sei un uomo vero se non accetti, pochi minuti e vedi che ci esce qualcosa pure per te e poi come guidava il motorino Genny non lo guidava nessuno, ci avrebbero messo niente. Genny ci pensa, alla fine tiene ragione Salvatore e poi lui è un uomo fatto e finito e di certo non ha paura di fare uno scippo.

Il tempo che Salvatore decida le vittime e chi meglio di due ragazzine della Napoli bene che possono permettersi di spendere nei negozi d’alta moda, tanto hanno paparino che paga. Tutto avviene in pochi minuti, il motorino che corre veloce, Salvatore che strappa la borsa alla ragazza, Tania che fa resistenza ma che alla fine cede e cade per terra, sbattendo la testa, morendo all’istante.

Aveva ragione Genny a non voler entrare in quelle tarantelle, avrebbe fatto meglio a fare la figura del fifone: meglio fifone che assassino. La madre di Tania è poliziotta e dopo la morte della figlia la sua unica ragione di vita è trovare chi ha ucciso la figlia e fargli fare la sua stessa fine.

L’altra madre è un libro che scardina tutto, che rovescia i ruoli e distrugge tutte le certezze. Cosa succede se chi rappresenta i buoni passa dalla parte dei cattivi? Cosa succede se il difendibile diventa indifendibile? Cosa succede se provi pietà per un assassino? Le domande ci sono ma non pensate di riuscire a trovare le risposte, perché di risposte il libro non ha intenzione di darle. Andrej Longo racconta una storia e che sia ambientata a Napoli, la città dove bene e male si mescolano e sovrappongono in continuazione, è un dettaglio. Di scippi ce ne sono ovunque e di fatalità anche e il libro non intende focalizzarsi su questo. Si parte da una situazione ben delineata, ossia da una parte il bene e la giustizia e dall’altra il male e l’illegalità. A un certo punto questo equilibrio si rompe e cambia. C’è una madre che ha visto la sua unica figlia uccisa per colpa di uno scippo e che vuole farsi giustizia da sola, lei che rappresenta la legge contravviene alle regole che lei stessa fa rispettare. C’è il dolore atroce di una madre che sicuramente merita rispetto, ma le azioni che Irene intraprenderà in preda alla sua sete di vendetta non la possono giustificare, non è etico né deontologico visto la professione che svolge ed è inumano perché alla fine siamo esseri umani. Questo libro è una escalation di suspense e colpi allo stomaco, scritto magistralmente e con un utilizzo perfetto del napoletano.

(Questo articolo è presente su Idea Napoli)

La ragazza della fontana

41qmQsB4fmL._SX369_BO1,204,203,200_

  • Titolo: La ragazza della fontana
  • Autore: Antonio Benforte
  • Editore: Scrittura & Scritture
  • Data di pubblicazione: 16 Novembre 2017

L’estate del 1994 è rimasta impressa nella memoria di tutti gli italiani perché fu l’estate in cui il rigore sbagliato di Roberto Baggio consegnò la coppa del mondo al Brasile. In un paesino dell’entroterra campano per quanto il mondiale avesse appassionato chiunque, l’uccisione di una ragazzina fu l’argomento clou dell’estate e che rimase impresso nella mente di altri per buona pace della nazionale italiana. M. è un quindicenne che ha appena finito la scuola con voti nella media e per lui estate vuol dire giocare a pallone fino a  notte fonda con i suoi amici sfidando i ragazzini dei paesini limitrofi che considerano la squadra di M. e compagni tra le più forti del territorio. Se poi capita si può trascorrere una giornata a mare o al centro commerciale per ammirare le ultime novità in campo tecnologico e passare del tempo nella piazzetta sempre in compagnia degli inseparabili amici.

Il nostro era un paesino di persone fredde e povere d’animo, di quelli in cui ci si conosce tutti, in cui la gente mormora e da cui i ragazzi con un briciolo di cervello scappano appena compiuta la maggiore età.

Il paese di M. è il classico paesino di provincia in cui tutti si conoscono e tutti vengono a sapere tutto nel giro di un millesimo di secondo. Una realtà soffocante per alcuni, rassicurante per altri. Nel paesino dove tutti si conoscono c’è solo un elemento che sfugge: il Capitano. Tutti lo chiamano così per via di quel cappello da marinai da cui pare non separarsi mai e tutti lo considerano lo strambo da cui stare alla larga e a cui non dare confidenza. Della sua vita passata non si sa niente, di quella presente bastano le chiacchiere del paese per costruirla: un solitario che inveisce contro chiunque, che beve parecchio e che sicuramente ha qualcosa da nascondere perché uno sano di mente non si comporterebbe mai così.

Quando quell’estate il corpo di un’adolescente, Rebecca, viene ritrovato nella fontana la colpa ricade in automatico sul Capitano, perché nessun’altro avrebbe commesso un atroce delitto e perché se il paese ha già la sua bestia perché affannarsi a trovarne un’altra? M. sa che non è così sa che il passato del Capitano ha conosciuto solo l’amore, per una donna e per i libri, e che a dispetto delle apparenze non farebbe del male a nessuno.

La ragazza della fontana è il romanzo d’esordio di Antonio Benforte, giovane scrittore e giornalista napoletano, edito da Scrittura & Scritture. È un libro che ha il pregio di lasciarsi leggere velocemente complice una scrittura molto scorrevole e una storia ben narrata. Tuttavia qualche punto debole c’è e la presenza di questi limita la riuscita ottimale del romanzo. L’episodio dell’omicidio che dà il titolo al libro è relegato a semplice episodio di contorno, un pretesto per raccontare altro e la cui conclusione appare frettolosa e indebolisce il finale. La scrittura di Benforte è elegante e molto pulita e contrasta molto con la storia raccontata. Se ci sono uccisioni, omertà e torbidi segreti ci si aspetterebbe una scrittura più graffiante e sporca come il maestro Ammaniti insegna. È un esordio e le basi per qualcosa di promettente ci sono, vediamo cosa succede nei prossimi.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)