Ti consiglio un Adelphi| Cinque libri che non puoi non leggere

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In questi giorni sono varie le case editrici che hanno messo il loro catalogo in promozione e non approfittarne è da veri e proprio folli. Dopo essermi dedicata alla promozione Einaudi e quella Feltrinelli, ecco che entra in campo Adelphi che dal 16 luglio al 16 agosto offre ai propri lettori il 20% di sconto sull’acquisto di un loro libro.

Guardando la mia libreria mi sono accorta (questo in verità già lo sapevo) che di titoli Adelphi ne ho pochissimi. È una casa editrice che mi piace e di cui riconosco il pregio, ma alla fine dei conti mi capita raramente di acquistare e di conseguenza leggere qualcosa da loro pubblicato, quindi non aspettatevi una guida all’acquisto folta, ma come si dice? Pochi ma buoni, quindi apriamo le danze.

Potevo non iniziare con due libri ambientati nella mia città del cuore? No, certo che no. «Il mare non bagna Napoli» di Anna Maria Ortese è il libro per eccellenza per capire la città dalle mille contraddizioni, Napoli. Non sono solita dire «questo libro mi ha cambiato la vita», ma posso dire che certo libri l’hanno segnata e una volta letti sei consapevole che qualcosa nella scelta dei libri futuri è cambiata. La lettura del libro di Anna Maria Ortese ha significato questo per me. Oltre a farmi conoscere una grandissima autrice e farmi apprezzare maggiormente questa città che è più facile odiare che amare, ha fatto sì che mettessi un punto con tutto ciò che avevo letto prima. «L’altra madre» di Andrej Longo è stata una lettura difficile da descrivere e non mi riferisco alla trama, ma alla potenza delle emozioni che ne scaturiscono. L’ho letto in una sola sera, perché una volta che sei nel vortice non ne esci se non quando hai finito e una volta arrivata all’ultima riga ho fatto fatica a scrollarmi di dosso la storia che avevo appena letto.

Di «Benevolenza cosmica» di Fabio Bacà mi è capitato di parlarne spesso e sempre bene, perché quando mi capita un libro che mi piace tanto il desiderio è farlo arrivare a quanti più lettori possibili. Francesca, vorrai mica dire che li prendi per sfinimento? Sì, ma diciamo che il fine giustifica i mezzi. Il libro di Bacà è un concentrato di avvenimenti che si sviluppano in un arco narrativo relativamente breve: per trentasei ore seguiamo la vita del protagonista, Kurt O’Reilley e tutti i suoi colpi di fortuna che per lui sono vere e proprie persecuzioni. Riuscirà Kurt ad accettare questa benevolenza improvvisa? La risposta è nel libro, per scoprirlo tocca leggerlo. «Abbiamo sempre vissuto nel castello» di Shirley Jackson mi ha ricordato per certi versi Alice nel paese delle meraviglie in versione dark. C’è una diciottenne, Mary Katherine, c’è sua sorella Constance e il loro invalido zio. Tutti e tre vivono beati nel loro castello senza mai uscire di casa e a loro sta bene così, tanto tra cucina, giardinaggio ed hobby vari il tempo scorre lo stesso. Cosa c’è di strano in questa perfetta armonia? Ah sì, che i sei membri della famiglia sono morti avvelenati sei anni prima, mentre erano tutti insieme a pranzo. Colpo di scena amici lettori, ma credetemi che ce ne saranno molti altri e il trucco per saperli è sempre lo stesso: leggere, leggere, leggere.

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Chiudiamo in bellezza con un libro che mi ha tenuto compagnia poco tempo fa: «La famiglia Karnowski» di Israel J. Singer. È il racconto di una famiglia attraverso i suoi tre componenti che crescono in tre epoche differenti. David, Georg Moses e Joachim Georg Jerog sono rispettivamente padre, figlio e nipote. Il primo, David, è un mercante che della frase «tedesco in strada e ebreo in casa» ne ha fatto un  motto e uno stile di vita che ha cercato di imporre al figlio Georg Moses che di quella fede tanto ostentata dal padre non sa che farsene tanto che preferirà diventare ateo. Georg Moses diventa un medico affermato è rispettato da tutti che sposerà una donna ariana da cui nascerà Joachim Georg Jerog che di questo suo esser meticcio pagherà le conseguenze. Joachim grazie ai racconti dello zio, il fratello della madre, crescerà con il mito della supremazia della razza tedesca, motivo per cui ripugnerà con tutto se stesso il suo essere ebreo. Sullo sfondo la storia, quella con la esse maiuscola capace di dare il peggio di sé e mostrare tutta la bassezza umana ricercando in una razza e nella sua fede la colpevolezza di non si sa bene cosa.

Il mare non bagna Napoli| Anna Maria Ortese

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Il mare non bagna Napoli è costituito da cinque racconti dove ad essere protagonisti sono la miseria e la povertà di Napoli nell’immediato secondo dopoguerra, il degrado dei quartieri e la noncuranza dei suoi abitanti. Il primo racconto Un paio di occhiali rappresenta l’essenza dell’intero libro. Protagonista è Eugenia, una bambina che vede poco e male, nel giorno in cui finalmente arrivano i suoi occhiali nuovi con cui potrà vedere chiaramente ciò che la circonda. Una volta indossati, rendendosi conto della sofferenza e dell’orrore che la circonda vomita, non pronta a gestire quella realtà così diversa da come l’aveva immaginata. Il racconto è metafora dell’impegno che la Ortese prese nello scrivere il libro, scegliendo di essere autentica nel raccontare l’effettivo stato della sua città, non nascondendosi dietro una miopia, ma mostrando, seppure non senza difficoltà o dolore, la condizione indecorosa della sua Napoli.

Anche nel secondo racconto Interno Familiare ad essere protagonista è una donna, Anastasia. Lei che con il suo lavoro mantiene tutta la famiglia e lei considerata ormai troppo avanti con gli anni per sposarsi. Fino a quando un giorno la notizia del ritorno di un suo ex fidanzato le fa sperare di sistemarsi. Anastasia in cuor suo ha sempre immaginato una famiglia, una stabilità. A rovinare questa sua segreta fantasia è che quello che sarebbe dovuto essere il suo spasimante è in realtà promesso sposo di un’altra donna. Un sogno era stato, non c’era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita… era una cosa strana la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno.  

È nell’ultimo racconto Il silenzio della ragione che la Ortese muove una forte critica agli intellettuali e scrittori che abitavano a Napoli all’epoca, colpevoli di vivere distaccati da tutto ciò che accadeva in città. Dopo l’iniziale entusiasmo per i temi sociali e culturali, il gruppo che comprendeva tra gli altri Domenico Rea e Raffaele La Capria, si sgretolò. Come mai Napoli non è mai stata capace di costruire una classe intellettuale che potesse incidere sulla vita della città, che potesse dar voce agli strati più bassi dei suoi abitanti, che portasse avanti battaglie sociali troppo spesso dimenticate dalla politica? Anna Maria Ortese senza nascondersi critica in maniera netta e dura questo assenteismo e ciò le costò molte critiche e polemiche oltre che un allontanamento fisico, ma mai mentale, da Napoli. La scrittrice stessa nella prefazione di una edizione successiva de Il mare non bagna Napoli prova ad interrogarsi sul perché questo libro venne frainteso e lei accusata di essere anti napoletana.

Erano molto veri il dolore e il male di Napoli, usciti in pezzi dalla guerra. Ma Napoli era città sterminata, godeva anche di infinite risorse nella sua grazia naturale, nel suo vivere pieno di radici. È questo il punto fondamentale, non bisogna lasciarsi abbattere dalle misere condizioni in cui versa la propria città, bisogna alzarsi, affidarsi alle sua straordinarie ed infinite risorse che Napoli offriva ed offre, lasciarsi scivolare quel vittimismo costante e rimboccarsi le maniche, perché se c’è qualcuno che può farlo sono senza dubbio i napoletani.  

(Post in collaborazione con GoodBook)

  • Titolo: Il mare non bagna Napoli
  • Autore: Anna Maria Ortese
  • Editore: Adelphi
  • Data di pubblicazione: prima edizione del 1953
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