La sirena e Mrs Hancock

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  • Titolo: La sirena e Mrs Hancock
  • Autrice: Imogen Hermes Gowar
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 19 Febbraio 2019

Londra, seconda metà del settecento. Jonah Hancock è un mercante proprietario di navi con cui traffica merce in giro per il mondo. Senza famiglia dopo che moglie e figlio sono morti precocemente, le navi rappresentano per Mr Hancock il suo bene più prezioso e quando il capitano Jones un giorno gli riferisce che ha venduto una sua nave a momenti non ci resta secco. Vendere la nave, perdere la merce che trasportava e tutto per una follia: l’acquisto di una sirena.

La sirena acquistata dal capitano Jones però non ha nulla a che vedere con la creatura leggendaria acquatica metà donna e metà pesce dalla bellezza folgorante capace di ammaliare qualsiasi uomo al proprio cospetto. La sirena recapitata a Mr Hancock è un mostriciattolo senza vita quasi disgustoso da vedere e che nessuno oserebbe definire sirena.

Angelica Neal dopo anni alle dipendenze di Mrs Chappell nella sua casa di intrattenimento per galantuomini è pronta a spiccare il volo mettendosi in proprio, stanca di non vedere il becco d’un quattrino e di essere alla mercé del primo uomo che la reclama. Consapevole di essere tra le ragazze di punta del bordello di Mrs Chappell, Angelica è disposta a rinunciare ai privilegi offerti della mezzana per iniziare a camminare con le proprie gambe.

La stravagante e viziata Angelica farà la conoscenza del dolce e timido Mr Hancock nella casa di appuntamenti di Mrs Chappell dopo che quest’ultima aveva proposto al mercante di esporre nel suo bordello quella strana creatura che molti si azzardavano a chiamare sirena. Mr Hancock rimarrà affascinato da Angelica al primo sguardo, ma lei abile e scaltra e poco disposta a cedere al corteggiamento di un banale mercante di navi dirà a Mr Hancock che si concederà solo nel momento in cui lui sarà in grado di portarle una nuova sirena tutta per sé stessa.

Angelica capirà che ci sono uomini incapaci di mettersi contro la famiglia per difendere il suo amore e altri uomini che non avranno problemi a mettere su una spedizione pur di trovare una sirena, come da lei richiesto.

Ne La sirena e Mrs Hancock c’è la Londra georgiana del grande sviluppo economico e dell’espansione mercantile con un ceto che arricchitosi con il suo commercio ha tempo necessario per dedicarsi ad altri passatempi e allo stesso tempo una parte di città formata da sobborghi grigi e ceti popolari che dovevano fare i salti mortali pur di arrivare a fine mese o peggio a fine giornata.  Partendo da una copertina raffinata e unica nel suo genere (se si rapporta ai classici libri della Einaudi) questo libro ha tutto ciò che un buon libro dovrebbe avere: personaggi unici e distintivi a cui ci si affezionerà ben presto e una storia trascinante, piacevole e suggestiva con un’aggiunta fantasiosa che come la sirena del titolo sarà in grado di ammaliarvi.

Ottanta rose mezz’ora

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  • Titolo: Ottanta rose mezz’ora
  • Autore: Cristiano Cavina
  • Editore: Marcos Y Marcos
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2019

Siete mai stati innamorati di una puttana? Non una facile, come intendono i maschi frustati: voglio dire , siete mai stati innamorati di una che va con gli uomini per soldi?

Lei è una ragazza come tante, con la passione per la danza classica che resasi conto che come ballerina non eccelleva ha preferito rilevare un open space di un vecchio posto abbandonato e diventare insegnante di un gruppo di bambine. Lui è uno scrittore come tanti, di quelli che non vivendo solo grazie alle rendite dei propri libri è costretto a svolgere altri lavoretti affini come ad esempio seminari sulla scrittura.

Il loro incontro avviene per caso, folgorante per lui, un po’ meno per lei che una storia, seppur non esaltante, ce l’ha già. Determinato ad averla inizia a scriverle, a cercarla, a trovare il pretesto minimo per poterle parlare e la sua fermezza paga a tal punto che Chantal lascerà il suo Valentino Rossi per iniziare una storia con Diego.

Il rapporto tra Diego e Chantal sarà pur privo delle smancerie amorose tipiche dei fidanzati all’inizio della storia, ma brucia di passione, quella vera, quella incontenibile che a stento ti lascia tenere i vestiti addosso, quella che spazza via ogni tipo di inibizione. Il sesso continuo, brutale, ardente è ciò che lega Sammi a Ego e che innesca una sorta di dipendenza dell’uno verso l’altro.

Succede che i problemi della felicità di una coppia se ne infischiano e quindi ritornano prorompenti, pronti a reclamare la propria parte. Se per Diego i problemi riguardano il sostentamento della figlia avuta con la sua ex moglie, quelli di Sammi sono il mutuo che continua a farle accumulare debiti, secondi lavori che l’assorbono tanto e rendono poco e che per gioco la portano a una considerazione: se scopassi per soldi?

Stabilire la tariffa, scrivere un annuncio e il resto verrà di conseguenza. Centocinquanta euro la tariffa di un’ora, ottanta per mezz’ora di sesso con uno qualsiasi. All’annuncio ci pensa Diego, alla fine è solo sesso, diverso da quello che lei fa con lui, perché è sesso senza divertimento, col solo scopo di racimolare soldi, senza coinvolgimento emotivo perché dopotutto un cazzo è sempre e solo un cazzo.

Sammi determinata ad estinguere il mutuo il prima possibile incastra appuntamenti su appuntamenti perché ora che il gioco è iniziato è sempre meglio essere previdenti e saldati i debiti converrà mettere un gruzzoletto da parte, giusto per stare più tranquilla quando chiuderà definitivamente con le scopate a pagamento.

Cristiano Cavina racconta senza filtri la storia d’amore di una donna che non ha il pudore di scendere a compromessi vendendo consapevolmente il suo corpo e di un uomo che non si sente tradito e deriso dalla scelta della sua donna ma la incoraggia perché è il caso di dirlo il fine giustifica i mezzi. Se siete ancorati all’idea di amore romantico, di rose rosse da regalare al primo appuntamento, di stucchevoli dichiarazioni d’amore stile baci perugina ve lo dico: questo romanzo non fa per voi. Se pensate che l’amore sia trascinante, dissoluto, sporco, allora mettetevi comodi che questa storia sarà nelle vostre corde e vedrete che le uniche rose saranno quelle che indicano la tariffa di Sammi: ottanta rose, mezz’ora.

La compagnia delle illusioni

la compagnia delle illusioni

  • Titolo: La compagnia delle illusioni
  • Autore: Enrico Ianniello
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 8 Gennaio 2019

Antonio dirige uno sconclusionato gruppo di dentisti nella sua piccola compagnia teatrale amatoriale, fonte di piccolissimo personale guadagno. Lui attore lo è stato davvero quando anni prima interpretava il portiere in una serie televisiva Tutti a casa Belice. Non era tra gli attori protagonisti, ma quel ruolo era rimasto impresso a così tante persone che ancora oggi c’era chi per strada lo fermava e ricollegandolo a quel personaggio così amato gli faceva i complimenti.

Lontani dai fasti della serie televisiva e non avendo chissà quali possibilità economiche, Antonio vive a Napoli con sua mamma e sua sorella Maria che messi via i sogni di diventare architetto lavora in un punto Ikea e litiga puntualmente con suo fratello che di mattina occupa il bagno per un tempo spropositato non per fare i dovuti bisogni, ma perché è l’unico punto in casa dove il cellulare ha campo e gli permette di ricevere le telefonate di Zia Maggie.

Zia Maggie Antonio l’ha conosciuta un bel po’ di anni prima e dopo un paio di birre gli chiese di entrare a far parte della Compagnia delle Illusioni. La Compagnia era una società segreta che per il bene di molti segreta doveva rimanere. Con l’artificio dell’illusione si sbloccavano situazioni rimaste ferme per anni e si dava quel segnale che molti nella vita attendevano per poter andare avanti. Attenzione, non si tratta di truffare nessuno, ci si rivolgeva alla Compagnia delle Illusioni per aiutare qualcuno introducendo personaggi finti in situazioni reali perché le persone non vedono ciò che è vero, ma rendono vero quello che desiderano vedere.

Dopo aver scelto il nome, O’Mollusco, Antonio entra a far parte di quella compagnia che gli permetteva di fare ciò che più gli piaceva fare: recitare. Non a caso anche lui aveva un passato che lo aveva provato a tal punto dall’averlo prosciugato da qualsiasi emozione e si rianimava quando vestiva i panni di qualcun altro calandosi perfettamente nelle parti che Zia Maggie gli proponeva.

Enrico Ianniello, attore e scrittore casertano (e qui parte il momento d’orgoglio visto che il mio paesello è attaccato a Caserta) arriva al secondo romanzo dopo il grande successo del suo libro d’esordio La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin Premio Campiello Opera  Prima. Ne La Compagnia delle Illusioni il background teatrale dell’autore si fa sentire con forza, non è casuale che la storia sia divisa in atti e gli sketch tra Antonio e Maria hanno dei tempi comici perfetti degni del grande teatro partenopeo.

C’è una storia, ma ci sono anche tante altre storie in sottofondo abilmente raccontate. C’è ironia, leggerezza, ma anche profondità e una buona dose di sentimenti di quelli dolci e puri che a tratti ti fanno velare gli occhi. Che altro devo aggiungere? Ah sì, vado a recuperare La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin ché la mia amica sono mesi che me lo sta consigliando e se non lo leggo mi sa che mi toglie il saluto. Ho un’amicizia da salvare (e un ottimo libro da recuperare).

Il censimento dei radical chic

il censimento dei radical chic

  • Titolo: Il censimento dei radical chic
  • Autore: Giacomo Papi
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 24 Gennaio 2019

In un’Italia distopica dove cultura e sapere sono ritenute armi per ingannare le persone, superficialità e grettezza hanno preso il sopravvento tanto che l’ignoranza è la qualità da sfoggiare e l’intelligenza qualcosa da nascondere e di cui prendersi beffa.

Fatti fuori i nemici quali migranti, rom e gay, tocca agli intellettuali diventare il capro espiatorio della rabbia di questa massa che per vivere e sopravvivere ha bisogno di un nemico con cui prendersela. Chi meglio di questi intellettuali capaci solo di sfoggiare termini difficili e che tutto sommato non portano nient’altro alla società? D’altronde, cosa hanno fatto gli intellettuali per il Paese se non  parlare e straparlare su tutto senza mai offrire niente di concreto?

In questo bel clima succede che la gente è così arrabbiata che un intellettuale ci rimette la pelle. Il professor Giovanni Prospero che aveva addirittura citato Spinoza in un talk show, viene ucciso brutalmente sul pianerottolo di casa sua. Certo, te ne vai in un programma televisivo per famiglie, ti metti a parlare di Spinoza, un po’ te la sei cercata.

Al fine di proteggere le menti eccelse del Paese, il governo decide di istituire il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Lo scopo è quello di proteggerli, ma gli intellettuali sanno che quello è solo un modo sottile di schedarli e per evitare di entrare in questo elenco decidono di disfarsi di tutto ciò che può essere indizio della loro cultura, iniziando dai libri e proseguendo con i maglioni di cash-mere, i rolex (ah no scusate, quelli sono i comunisti).

Olivia, la figlia del professore che vive in Inghilterra da tanti anni, quando rientra in Italia a causa dell’uccisione del padre, trova un Paese stravolto e incomprensibile, così come non riesce a capire come quel ragazzino timido ed impacciato, suo compagno di scuola, sia diventato il primo ministro dell’Interno sapendo abilmente utilizzare l’ignoranza delle persone a suo favore, rendendo l’Italia povera di cultura e non solo.

I termini intellettuale, buonista e l’abusato radical chic sono diventati all’improvviso insulti. Pensi che sia sconsiderato fare politica sulla pelle di persone lasciate stazionare giorni e giorni in mare? Stai zitto, buonista. Esprimi delle preoccupazioni in merito a questioni relative alla politica del tuo Paese? Eccolo, è arrivato l’intellettuale. Sei di sinistra e hai l’iPhone? Che radical chic, sei di sinistra e poi spendi centinaia di euro per un cellulare? (faccio questo esempio perché mi è stato detto davvero e perché in quanto di sinistra e priva di attico e di rolex potevano attaccarmi solo sul cellulare visto che in conformità ai miei ideali io potrei possedere solo un Nokia 3310).

Mi sono persa il passaggio in cui quelli di sinistra sono asceti che come San Francesco devono spogliarsi di tutte le ricchezze altrimenti risultano essere degli ipocriti radical chic comunisti.

Ho iniziato scrivendo in un’Italia distopica, utilizzando il termine in maniera ironica. L’Italia di Giacomo Papi raccontata in questo esilarante romanzo è l’Italia dei nostri giorni, lui ha solo calcato la mano su alcuni passaggi, enfatizzandoli ma non troppo. Si ride molto in questo libro, si ride quando in realtà si vorrebbe solo piangere.

Io Khaled vendo uomini e sono innocente

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  • Titolo: Io Khaled vendo uomini e sono innocente
  • Autrice: Francesca Mannocchi
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 29 Gennaio 2019

Francesca Mannocchi è una reporter che da anni collabora con varie testate televisive e giornali italiani ed internazionali occupandosi principalmente di conflitti e migrazione. Mi sono imbattuta più di una volta in uno dei suoi splendidi reportage sulle pagine de L’Espresso e da poche settimane è uscito per Einaudi Io Khaled vendo uomini e sono innocente, libro da leggere per capire certe dinamiche e comprendere meglio una delle questioni principali e più complesse degli ultimi anni: la migrazione.

Quando Gheddafi era ancora in vita e governava la Libia uno dei suoi obiettivi era quello di rendere nera l’Europa, favorendo in questo modo gli sbarchi perché il modo di rendere nero il vecchio continente era quello di popolarlo a dismisura di neri. Caduto Gheddafi quella premessa di cambiamento auspicata dai ribelli non si è mai realizzata e la situazione è rimasta la stessa o è addirittura peggiorata. La povertà continua a crescere, le banche sono senza soldi, di lavoro non c’è neanche l’ombra e quella cosa chiamata libertà resta un miraggio o come direbbe il nonno di Khaled una cosa da grandi. Ora Khaled è cresciuto, ma la libertà ancora non ha capito cosa sia, ha però capito come sfruttare al meglio la situazione, per arricchirsi, mantenere sé stesso e la sua famiglia, arrivando a un punto della sua vita in cui potrà smettere, ritirarsi e godersi i frutti del suo sporco lavoro.

Khaled si occupa della sicurezza nelle società petrolifere occidentali in Libia, ma ciò che lo rende ricco non è il nero petrolio, ma un altro nero, quello della pelle di coloro che vogliono partire, scappare dall’Africa per giungere nei Paesi europei con la speranza di cambiare vita. Il lavoro di Khaled è quello di mettere sui barconi quanti più neri possibile, poi una volta che il barcone è partito il suo compito si conclude perché ciò che succede in mare non è sua pertinenza, se muoiono non è affar suo. Certo, ci sono quelli che si lamentano perché andiamo, i cadaveri di quei neri che giacciono in mare o sulle spiagge fanno schifo ed impressione, anche lui i neri non li sopporta più di tanto se non fosse per il fatto che rappresentino la sua principale fonte di ricchezza.

«Io sono la sola cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia. Mi chiamo Khaled, il mio nome significa immortale».

Del ragazzino che voleva fare l’ingegnere e che ha lottato contro Gheddafi nella rivoluzione e che in quella rivoluzione ha perso il suo amato fratello e che da piccolo si divertiva a chiamare il colonnello, Santana, nome in codice che usava con sua sorella perché in Libia anche i muri hanno le orecchie, non è rimasto più niente. Oggi c’è solo un trentenne senza scrupoli che guadagna sulla pelle degli altri e che nessun passato ricco di dolore può giustificare le sue azioni odierne.

Sono del parere che per capire bisogna conoscere e per conoscere bisogna andare oltre ed approfondire e trarre poi le conclusioni. Francesca Mannocchi in questo libro opera in questo modo. Ci racconta la storia di un uomo in modo neutro senza propendere da nessuna parte, il giudizio lo lascia nelle mani del lettore.

A libro aperto. Una vita è i suoi libri

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  • Titolo: A libro aperto. Una vita è i suoi libri
  • Autore: Massimo Recalcati
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 15 Novembre 2018

Cosa significa leggere? In cosa consiste l’esperienza della lettura quando accade di incontrare un libro degno di questo nome? Perché vi sono libri che a differenza di altri, non abbiamo dimenticato ma sono inseriti indelebilmente nella nostra memoria?

Caro Massimo Recalcati, che domande difficili che mi fai. Qualcuno potrebbe dire che in quanto lettrice io sappia le risposte ai tuoi quesiti, ma la verità è che una definizione di leggere non te la so dare. Cosa significa leggere? Cosa significa per me, leggere?

Eviterà le classiche risposte: leggo per imparare, leggo per viaggiare con la mente, leggo per conoscere… Leggo perché da quando ad otto anni ho preso in mano il mio primo fumetto non mi sono più staccata dai libri. Leggo perché è un’abitudine, parte integrante del mio tempo, caratterizzazione delle mie giornate. Leggo, perché non so fare altro. Leggo, perché senza libri non riesco a stare. Mi verrebbe da chiedere agli altri: perché voi non leggete? Leggere è la mia normalità, non leggere è qualcosa che mi sfugge e che non riesco a non comprendere. Sta sempre con un libro in mano, potrebbe essere il mio epitaffio. Dissemino libri per casa, mi lamento dello spazio che si esaurisce in fretta, ho sempre un libro in borsa, se passo davanti ad una libreria vengo richiamata da strani forze che mi trascinano al suo interno. La lettura è parte di me, i libri sono la mia vita.

Come sottotitolo Massimo Recalcati ha scelto: una vita è i suoi libri. Non poteva non esprimere meglio il concetto, perché noi lettori siamo il risultato dei libri che abbiamo letto e non solo quelli che ci sono piaciuti, ma anche quelli di cui ci vergogniamo, quelli abbandonati, quelli ancora non letti e che vorremmo leggere.

In questo saggio Massimo Recalcati ha scelto nove libri che lo hanno segnato e influenzato maggiormente. Quando Feltrinelli qualche mese fa mi ha coinvolto nell’iniziativa #ALibroAperto mi ha chiesto tre titoli a cui sono più legata. Ridurre a tre mi è sembrato impossibile, un po’ come quando ti chiedono; qual è il tuo libro preferito? Dici il primo, poi aggiungi un secondo e poi ti ricordi del terzo e inneschi quella catena infinita perché a loro modo, tutti i libri letti qualcosa lasciano.

Ci provo, provo a raccontarmi attraverso i miei libri (con la promessa di non dilungarmi troppo).

  • L’amico ritrovato di Fred Ulhman. Feltrinelli

Il primo libro non si scorda mai e il mio primo libro è questo classico recente che racconta la storia di un’amicizia tra due bambini, uno tedesco e l’altro ebreo. Avevo dieci anni e le leggi razziali non sapevo cosa fossero perché ancora non le avevo studiate. Non capivo perché non potevano non essere amici. Questo libro mi lasciò con mille interrogativi e con una certezza: leggere mi piaceva dannatamente.

  • Gomorra di Roberto Saviano. Mondadori

Regalo di Natale di tantissimi anni fa, quando Roberto Saviano da scrittore emergente era ormai sulla bocca di tutti. A diciassette anni e con la mentalità ristretta che la provincia contribuisce a formare, di camorra ne avevo sentito parlare poco, anche perché il mio paesello è sempre stato tranquillo e fuori da quel tipo di dinamiche nonostante non disti molto da quella realtà nota come camorra. Gomorra ha avuto il potere di scuotermi come pochi libri in seguito hanno fatto e soprattutto ha contribuito a fare in modo che alcune lacune fossero colmate. Il mio giudizio su Saviano nel tempo è cambiato, ma la potenza di Gomorra, su di me e sulla società è innegabile.

  • 1984 di George Orwell. Mondadori

Inserito nella tesina della maturità, lo lessi per far colpo sulla prof che stroncò il mio entusiasmo con: a me interessa solo la trama. 1984 di George Orwell ha uno dei finali più belli che la letteratura abbia prodotto. La storia è nota e non c’è bisogno di ricordarla, ciò che mi ha lasciato questa lettura è che sì, i finali dei libri possono anche farti piangere.

  • Il maestro e Margherita di Michail Bulgàkov. Feltrinelli

Nonostante abbia iniziato a leggere presto e nonostante sia una lettrice onnivora, i libri hanno ancora il potere di spaventarmi, non nel senso di paura, ma di timore all’approcciarmi ad essi, specie quando si tratta di temibili classici. Ebbene sì, a volte penso di non essere all’altezza, di non capirli, motivo per cui ho molti classici in attesa di essere letti e che se ne stanno ancora sulla mensola senza essere stati mai sfogliati. Il maestro e Margherita rappresentò una delle mie prime sfide (vinte). Se una storia è scritta bene difficilmente noi lettori non potremmo leggerla.

  • Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Einaudi

Questo libro è stato il mio incontro con Natalia e mi ha portato a conoscere e successivamente amare una delle scrittrici di maggiore talento che la nostra letteratura ha prodotto. Scrittrice, editrice, intellettuale, politica, Natalia Ginzburg è il modello di donna a cui aspirare, almeno per me. Lessico famigliare è la storia della sua famiglia e il racconto di una parte della storia recente del nostro Paese. Scritto divinamente è uno dei pochissimi libri che mi capita di risfogliare. La produzione della Ginzburg è immensa e merita di essere conosciuta.

I vostri libri? Raccontatevi.

Idda

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  • Titolo: Idda
  • Autrice: Michela Marzano
  • Editore: Einaudi (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 22 Gennaio 2019

Idda in dialetto pugliese significa lei. Ci sono due lei in questa storia: Alessandra e Annie. Alessandra è una donna che in seguito a un tragico evento ha ricostruito la sua vita a migliaia di chilometri di distanza dalla sua terra natia. L’incidente in cui la madre di Alessandra ha perso la vita l’ha portata a chiudere ogni rapporto con il padre, allontanandosi da quel passato doloroso, rifacendosi una vita in Francia come insegnante all’università e con al suo fianco Pierre.

Ad Annie, la madre di Pierre, le viene diagnosticato l’Alzheimer. Questo è una forma di demenza senile che colpisce la memoria intaccando i ricordi e agendo sulle nozioni cognitive più elementari.

Se scompaiono i ricordi, cosa resta di noi? Sembra esser questo l’interrogativo che Alessandra si pone dopo ogni visita alla suocera. Cerca di apparire forte per tranquillizzare il suo Pierre che pare non voler accettare la condizione della madre, ma vedendo Annie non riesce a non pensare ai suoi di ricordi, specie quelli dolorosi.

Non potendo conservare tutti i ricordi, agiamo in maniera selettiva, preservando i ricordi belli ed eliminando quelli dolorosi o inutili. Cancellare un ricordo è impossibile, al massimo lo immagazziniamo in qualche parte del nostro io, ma la memoria, bastarda, è capace di ricacciarlo a tempo debito, destabilizzandoti. A pensarci, è assurdo come opera la memoria e come a volte rievochiamo un ricordo. Basta un odore, un suono, una parola detta con un’intonazione diversa, un luogo, insomma a volte basta un niente e ciò che credevamo cancellato, riemerge, scuotendoti del tutto.

Ricostruendo il passato di Annie, mettendo ordine tra i suoi ricordi per preservarli all’oblio, Alessandra ritorna con la mente alla sua infanzia e prima giovinezza, nelle campagne della sua puglia, accanto alla sua mamma, morta troppo presto e la cui colpa fa ricadere sul padre. I ricordi che rievoca e che continuano ancora a tormentarla la mettono di fronte all’unica conseguenza possibile: ritornare, affrontare i demoni e provare ad andare avanti. Lo deve a sé stessa, lo deve a Pierre che con gentilezza non ha mai oltrepassato i paletti da lei imposti e che non ha mai indagato sul perché di alcune sue decisioni che riguardavano anche lui come la sua ferma ostinazione al non volere figli.

La memoria è strana. C’è chi dice che sia selettiva. C’è chi dice che sia intenzionale e deliberata. C’è chi dice che sia irrazionale. C’è chi dice che sia tutte queste cose insieme, ma che è specialmente quella inconscia a influenzarci: senza sapere bene perché, ci spinge a comportarci in determinati modi e a scartare la possibilità di cambiamento.

Michela Marzano in questo splendido e delicato romanzo racconta la storia di due donne vissute in contesti diversi, in epoche diverse, ma unite da un filo comune: il dolore. Possiamo scappare dai ricordi, possiamo credere di cancellarli, possiamo essere convinti di averli superati e invece no, non li cancelliamo, non del tutto e anche se non lo ammettiamo, sono loro a condizionarci, a plasmarci. La fuga che ci imponiamo prima o poi termina e il conto col passato deve essere estinto, se vogliamo sopravvivere al presente.

Facciamo che ero morta

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  • Titolo: Facciamo che ero morta
  • Autrice: Jen Beagin
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 15 Gennaio 2019

Facciamo che ero morta era il gioco che Mona faceva da bambina insieme a suo padre. Si fingeva morta e lui si affrettava a salvarla: quel gioco era l’unico momento in cui pensava che suo padre in fondo a lei ci tenesse.

A ventiquattro anni Mona aspettava ancora qualcuno che la salvasse e nell’attesa si definiva una fiera donna delle pulizie. Che male c’era se una ragazza bianca puliva le case dei ricchi? Dalle loro cianfrusaglie poteva carpire i segreti delle loro vite, immaginarle, ricostruirle. Tra una passata ai pavimenti e una scrostata ai bagni (adorava pulirli) Mona si dimenticava della sua vita e si concentrava su quella dei suoi datori di lavoro.

Il martedì sera invece lo dedicava al volontariato con i tossicodipendenti ed è lì che s’imbatte in Mister Laido. Non un uomo dalla bellezza straordinaria, semplicemente era l’unico che tra le mani aveva sempre un libro e questo era un fattore decisamente positivo. Con Mister Laido inizia una relazione, breve ma intensa e che una volta terminata la lascia peggio dei suoi stracci per le pulizie. Il mondo di Mona, già fragile e ricco di insane dipendenze, all’improvviso perde il poco senso che per lei aveva avuto e decide di seguire il consiglio del suo Mister Laido e cioè abbandonare quella vita precaria e trovarsi una casita de adobe per ricominciare da capo. Prende poche cose e si trasferisce a Taos, nel deserto del New Mexico, un posticino traquillo, troppo tranquillo.

Nigel e Shiori sono i primi in cui si imbatte e tanto è forte la necessità di ampliare la sua rete relazionale che Mona li elegge subito suoi amici, anche se li considera strambi e troppo dipendenti l’uno dall’altro, la versione rivisitata di John Lennon e Yoko Ono (ribattezzati Yoko e Yoko). A Taos decide di fare l’unica cosa per cui si sente portata: la donna delle pulizie; per questo si prodiga per dare il via ad una ditta tutta sua. Grazie al lavoro conoscerà altre persone, da Henry a Betty, una strampalata sensitiva. Soprattutto a Taos troverà il coraggio per chiamare quel padre che l’ha delusa tante di quelle volte che ormai ha perso il conto.

Non ci vuole un bravo psicoterapeuta per capire che l’origine dei problemi di Mona è da ricondurre in quel padre che le ha provocato la prima grande sofferenza della sua vita e che continua a fare capolino nei suoi pensieri e che se anche la fa dannatamente arrabbiare per il suo essere bugiardo, superficiale, assente non può fare a meno di chiamarlo, anche solo per attaccargli il telefono in faccia.

Tutti abbiamo pensato almeno una volta nella vita di andarcene, cambiare città e ricominciare da zero, per dare un calcio all’opprimente routine, specie quando si è al limite in certe situazioni. La fregatura però sta nel fatto che se ti allontani di mille chilometri i problemi si infilano nella valigia e li ritrovi pari pari appena decidi di disfarla. Per dirla con una metafora che userebbe Mona, se la polvere la metti sotto al tappeto apparentemente non la vedi, ma tu sai che c’è e non puoi ignorarla e quindi prima o poi devi pulire.

Tidying Up with Marie Kondo

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Se c’è una cosa che i social sanno fare bene è quello di creare polemiche. Non passa giorno in cui non ci arrabbiamo per qualcosa o per quello che ha detto qualcuno. La nostra missione quotidiana è scovare polemiche, farle nostre, batterci nel campo di battaglia del web ed uscirne vincenti (e ricominciare il giorno dopo).

Una polemica nei giorni scorsi ha scosso noi lettori. Marie Kondo vi dice niente? È l’autrice de Il magico potere del riordino. Da questo best seller mondiale è stata tratta una serie TV in onda su Netflix: Facciamo ordine con Marie Kondo. In ogni puntata Kondo spiega come riordinare secondo metodo le case in base alla tecnica del decluttering. Siccome vivere in mezzo al caos non aiuta, Kondo basandosi su questo principio insegna a riordinare, eliminando il superfluo (ed evitando di farvi finire nei programmi dedicati agli accumulatori seriali). Fin qui, nessun problema: la penso come Marie. Un oggetto che non uso più e che considero inutile mi è d’intralcio ed occupa spazio inutile e anche a me non piace circondarmi di tanta roba (eccetto i vestiti e i libri, sia chiaro). Certo, prima di buttare qualcosa non chiedo gentilmente “does this spark joy?”, ma si sa che quella insensibile sono io.

Nel momento in cui si è aperto il capitolo libri non si è capito più niente: la polemica è stata servita e noi lettori ci siamo scatenati. Procediamo con ordine. Marie ha detto che non bisogna accumulare libri. Hai sentito Ughè?, del tuo “chi accumula libri, accumula desideri” la Kondo non sa che farsene. Bisogna avere un numero massimo di libri in casa e degli altri bisogna disfarsene. Lei ad esempio ha scelto di non superare trenta libri. Di alcuni libri poi ha suggerito di tenere solo le parti che più ci sono piaciute, strappando le parti che non ci sono piaciute. Sì, Marie Kondo ha detto di strappare i libri.

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Marie bella, Marie cara, io ai libri non faccio neanche le orecchiette per tenere il segno e tu dal Giappone mi vieni a dire di strappare le pagine? Brandelli di pagine, in memoria dei tomi che ci hanno occupato casa per un po’. Partiamo dal fatto che io sono disposta a rinunciare a qualche componente della mia famiglia e a nessuno dei miei libri, perché quando guardo le mie librerie stracolme sono orgogliosa come se avessi vinto un Oscar e non sono disposta a rinunciare neanche a quelli brutti. Li tengo nascosti, perché cari lettori, una reputazione da difendere la tengo pure io, ma devono essere in casa, devo sapere che ci sono, devo vergognarmene segretamente ma devono stare lì.

Si apre allora il quesito da un milione di euro: perché non riusciamo a buttare i libri? Che patologia strana si è impossessata di noi lettori? Perché abbiamo reso Bibbia qualsiasi tipo di libri che abbiamo in casa? Ci ragionavo su con qualche altro lettore in rete e nessuno mi ha saputo dare una risposta esaustiva. Guardo le mie librerie, sono piene, al momento ho giusto due mensole quasi libere e questo significa che tra ben poco ho finito lo spazio. Volevo prendere alcuni libri e venderli (quelli che non mi sono piaciuti e un paio che mi sono stati regalati e che guarda caso non rispettano i miei gusti). Ho stilato la lista: la prima versione contava diciotto libri. L’ho riletta e redatta: scesi a dodici. L’ho riletta per l’ultima volta: tre libri. Non ne valeva più la pena. In biblioteca avrà portato qualche libro nel corso degli anni e una volta fuori solo l’idea di fare una brutta figura mi ha trattenuto dal rientrare e salvare i miei libri da quel destino di finire tra le mani di chicchessia. Insomma, se neanche le Cinquanta sfumature di grigio riesco a buttare, il fatto è veramente serio.

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Sono una drogata di libri. Sono un’accumulatrice seriale di libri. Sono talmente fuori di testa che quando leggo un libro in formato digitale e mi è piaciuto, poi compro anche la copia cartacea. Il primo passo per risolvere un problema è ammettere la sua esistenza, ho un problema con i libri, ma non me ne priverei mai, quindi mi tengo il problema e i libri.

 

Ferrante Fever

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Il mio incontro con Elena Ferrante è avvenuto un paio di anni fa. I giorni dell’abbandono prima e L’amore molesto poi mi avevano fatto capire che i libri della Ferrante non facevano per me. Se esistesse la categoria personaggio dei libri più insopportabili al mondo i protagonisti di quei due libri avrebbero occupato i vertici della classifica (insieme ad Holden) e se non ho scaraventato i libri per aria è solo perché nutro un amore totale verso di loro che mi impedisce di fargli del male. Esagerazione o meno, a me succede questo: quando non sopporto i protagonisti di conseguenza la storia fatico a leggerla e farmela piacere: se vi sta antipatico uno ci uscite? Ecco, con i libri capita lo stesso eh.

Quando il promo de L’amica geniale è iniziato ad andare in onda ammetto che subito mi ha colpito. Sono bastate poche immagini per conquistarmi, già prima che andasse in onda il mio hype era a mille. Lo volevo vedere perché mi incuriosiva e ammetto che lo volevo vedere perché tutti l’avrebbero visto, tutti ne avrebbero parlato e io volevo far parte di quel tutti. La prima puntata è stata il colpo di fulmine che mi serviva e che soprattutto mi ha fatto prendere la decisione di iniziare la saga. La mole dei quattro volumi (quasi cinquecento pagine ognuno) mi spaventava, così come mi spaventava l’idea che non mi sarebbe piaciuto ma: uno, dovevo capire il perché dell’hashtag #sarratoremerda e due, non ne potevo più del “ma come? Una lettrice come te non ha letto la saga? (off-topic, leggo, leggo tanto, ma non ho mica letto tutti i libri che hanno pubblicato dall’anno zero ad oggi?).

In poche parole, ho evitato per anni la lettura della tetralogia e mi sono ritrovata a leggere i primi tre volumi in una settimana scarsa (l’ultimo invece è stato il libro con cui ho iniziato questo 2019).

La tetralogia de L’amica geniale è stata la mia personale droga letteraria per svariati giorni. Il primo minuto libero mi serviva per andare avanti, occhi stanchi e mal di testa non mi hanno impedito in questa folle impresa di leggerlo in così poco tempo. Limitare la tetralogia all’amicizia tra Lenù e Lila è altamente riduttivo, perché c’è così tanto in questi quattro libri. L’amicizia è leit motiv, la cornice di tutti gli avvenimenti che vivono le due con lo sfondo di un’Italia che cambia, una Napoli che recepisce i cambiamenti in ritardo e che è ancora ancorata alle legge di quartiere dove i più ricchi e potenti comandano e si fanno rispettare senza il minimo sforzo da quei poveri che costretti stanno sempre a guardare. La forza dell’istruzione che noi donne oggi diamo per scontato e che ieri invece era riservata ai maschi perché se sei donna devi stare a casa ad aiutare tua madre nell’attesa di diventare madre e moglie anche tu. Certo, l’odiosità dei personaggi Ferrantiani l’ho sentita anche qui. Prendiamo Lila. È cattiva, perfida, consapevole di essere magnete per gli altri e sfrutta questo a suo vantaggio. Ha le sue sofferenze, le sue batoste, ma il coltello dalla parte del manico è sempre ben saldo nelle sue mani. Lenù è quasi sempre passiva, incapace di ribellarsi a quell’amicizia ossessiva, incapace di riconoscere i suoi errori, anzi, di commetterne in serie uno dopo l’altro senza avere l’umiltà di capire di aver sbagliato per non ricommetterli. Lo stesso rapporto tra le due è nocivo, ma come molti rapporti d’amore che sappiamo esser sbagliati non riusciamo a portarli a termine.

Insomma questo è il mio piccolo resoconto della mia FerranteFever (qualche piccola postilla):

  • il quarto libro non è all’altezza dei precedenti, come ha detto la mia migliore amica: sembra un harmony fatto male;
  • Nino Sarratore sei il prototipo di uomo che la maggior parte delle donne prima o poi trova: la merda;
  • Lenù, la bella addormentata in confronto a te era più sveglia;
  • Lila, ti ho amato, odiato, amato e poi di nuovo odiato:
  • nel mondo più Enzo Scanno per tutte.

Primo post del 2019: scusate il ritardo.