L’amore che mi resta

l'amore che mi resta

  • Titolo: L’amore che mi resta
  • Autrice: Michela Marzano
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 4 Aprile 2017
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Quando si perde un genitore si diventa orfani. Quando si perde il congiunto si diventa vedovi. E quando si perde un figlio cosa si diventa? Perché nel tempo nessuno ha mai pensato di coniare un termine che potesse definire questa condizione? Dare un nome al dolore di certo non può farci sentire meglio, non nominarlo come se non potesse esistere però è ingiusto. Forse abbiamo un dannato bisogno di dare un appellativo a tutto ciò che ci circonda e ci succede perché siamo esseri umani e razionali e siamo convinti che spiegando logicamente quello che ci accade evitiamo di soffrire. E’ folle ma nel dolore anche la follia trova un suo senso.

Daria perde la sua Giada una sera, quando lei di punto in bianco decide di porre fine alla sua giovane vita imbottendosi di farmaci e lasciando un biglietto con poche righe scritto per rassicurare i familiari e giustificare il suo gesto. Già perdere un figlio è atroce, di più lo è se questa morte avviene in circostanze come quelle di un suicidio. La morte di Giada spegne qualsiasi tipo di ragione di vita di Daria. Giada era arrivata nella sua vita dopo il lungo iter dell’adozione. Daria infatti aveva problemi a rimanere incinta, era difficile ma non impossibile però lei non aveva ascoltato chi le diceva che a venticinque anni aveva ancora tutto il tempo necessario per provarci. E’ così lei e il marito avevano iniziato tutte le pratiche necessarie per avere un bambino in adozione.

Ma quando sei venuta a prendermi era perché volevi una bambina o perché mi volevi bene?

Per Giada Daria aveva mostrato sin da subito un attaccamento che andava oltre la normale maternità, il suo rapporto con la bambina era quasi morboso, avrà pensato se le trasmetto tutto l’amore di cui ha bisogno riuscirà a sentirsi della famiglia. Giada era una bambina curiosa, più intelligente della media, spigliata e anche crescendo aveva conservato tutte queste qualità; era impegnata in mille attività che rendevano orgogliosi i suoi genitori. Giada afferrava tutto ciò che la vita le offriva, perché aveva fatto quel gesto? Il perché diventa per Daria un’ossessione, capire il gesto della figlia forse era diventata l’unica cosa che le dava una ragione per alzarsi la mattina. La soluzione in realtà non doveva essere cercata così a fondo, era piuttosto chiaro ed evidente, i segnali c’erano e bisognava solo capirli, bastava andare alle origini e ricomporre il puzzle.

Adottare un bambino rientra nella categoria gesti straordinari. La seconda possibilità di vita serena che si offre a un altro essere umano è impareggiabile. Adottare però non significa cancellare la vita precedente di chi si accoglie nella propria famiglia e quindi se a un certo punto uno decide di ricostruire il proprio passato e cercare i propri genitori biologici non bisogna credere di non aver fatto il possibile per renderlo felice e amato. Quando Daria scopre cosa c’era davvero dietro ai progetti della figlia, ossia la ricerca di quella madre che non l’aveva voluta, si chiede dove aveva sbagliato, cosa non aveva dato alla figlia visto che si era affannata a cercare la donna che l’aveva abbandonata quando ce n’era una che l’aveva accolta. Oltre a subire il duro colpo di averla persa si aggiungeva pure quello.

L’amore che mi resta è un romanzo che si snoda su due tematiche: la perdita di un figlio con relativa elaborazione del lutto e la maternità. Non sono madre e il gesto di Daria di voler a tutti i costi un figlio l’ho letto come un gesto egoistico di una persona che non avendo un lavoro e avendo un rapporto ridotto a routine matrimoniale aveva bisogno di qualcosa che completasse la sua vita. Un figlio non dovrebbe mai essere qualcosa che arriva per tappare un’esigenza, si è completi prima di un figlio, prima di un amore. Detto questo però so cosa vuol dire perdere qualcuno. Certo perdere un padre non è come perdere un figlio, ma in ugual misura è un lutto che ti annienta e ti cambia. So cosa vuol dire quando all’improvviso la tua vita smette di avere senso, so cosa vuol dire quando all’improvviso l’assenza diventa lancinante e l’unica cosa che puoi sperare è che passi, ma sei consapevole che non passerà mai e allora impari semplicemente a conviverci. So cosa vuol dire quando devi trovare la forza di andare avanti facendoti bastare i ricordi e sapendo che ci saranno tante di quelle cose che non potrai più fare e tante di quelle cose che non potrai più dire.

L’Amore che mi resta è un romanzo che ti annienta e che nel mio caso ti porta a fare i conti con quel dolore irrisolto che si custodisce gelosamente in un angolino.

Il mestiere dello scrittore

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    • Titolo: Il mestiere dello scrittore
    • Autore: Haruki Murakami
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 14 Febbraio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Il mestiere dello scrittore

Gli scrittori sono fondamentalmente delle persone egoiste, troppo orgogliose e con un forte spirito di rivalità.

Di certo con Il mestiere dello scrittore Murakami ha dimostrato di essere l’eccezione che conferma la regola visto che con questo libro non si è mostrato egoista, anzi, ha messo a disposizione la sua esperienza in campo letterario delineando questa sorta di manuale. E’ un libro fortemente autobiografico visto che Murakami ripercorre gli inizi, le tappe della sua carriera e le varie difficoltà incontrate, non tanto quelle per diventare scrittore, quanto quelle per restarlo.

Senza giri di parole afferma che un buon libro, ma anche due, è in grado di scriverlo chiunque, basta sedersi e mettersi a scrivere anche le cose più disparate. Quello che è difficile è essere costante negli anni, crearsi una carriera duratura, cercare di proporre  sempre qualcosa di diverso al lettore in modo da non stancarlo. Insomma la difficoltà vera e propria è costruirsi una credibilità di pubblico e critica che non si scalfisca facilmente e brevemente. Il rapporto con il lettore è quanto di più bello possa esserci in questo mestiere, qualcosa che va aldilà di qualsiasi riconoscimento. Il lettore che sceglierà un libro, che spenderà dei soldi (nel mio caso tantissimi soldi), che dedicherà parte del suo tempo sottraendolo ad altre sue attività deve essere soddisfatto, non può essere banalmente accontentato, né tanto meno preso in giro: le uniche persone in grado di dare un giudizio su un’opera, non c’è bisogno di dirlo, sono i lettori. Ma ad avere l’ultima parola sarà il tempo. 

Interessante la riflessione sull’originalità. Cosa vuol dire per uno scrittore essere originali? Sicuramente vuol dire avere uno stile che ti permetta di distinguerti dagli altri. L’originalità dovrebbe essere il marchio di fabbrica degli scrittori, dovrebbe permettere al lettore di riconoscere lo scrittore in mezzo alla marea letteraria di pubblicazioni: è difficile, ma non impossibile. Un po’ come i cantanti, non importa che tu quella canzone non la conosca, appena senti quella voce sai a quale cantante appartiene. Originalità, ribatte Murakami, è anche migliorare e far evolvere il proprio stile. Da lettrice non c’è niente di più brutto che ritrovarsi un autore che propone sempre la solita storia, un autore incapace di rischiare e che scrive le medesime cose solo perché gli garantiscono quel successo minimo di critica e pubblico necessario per sopravvivere e scomparire nel dimenticatoio. Ben vengano gli scrittori che osano, un libro sbagliato ma azzardato sarà più apprezzato di un libro ripetitivo.

Murakami con questo libro fa un gran gesto di generosità aprendo il suo mondo ai lettori e ai suoi colleghi, e siccome Murakami è conosciuto nell’ambiente letterario per essere una persona molto schiva e riservata questo gesto vale doppio.

Cara Ijeawele

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    • Titolo: Cara Ijeawele
    • Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 7 Marzo 2017
    • Acquista il libro su GoodBook 

Cara Ijeawele è un libriccino di appena una novantina di pagine, roba che si legge in una mezz’oretta. Quando lo finisci però non si ripone subito in libreria, ma si ritorna su molti passaggi. Il libro in questione di breve ha solo la lunghezza perché le considerazioni che si possono fare sono molteplici, i passaggi che fanno riflettere sono molti. Quando io l’ho finito mi sono chiesta se nel 2017 abbiamo ancora bisogno di libri del genere. Il medioevo sembra essere alle spalle, le donne hanno conquistato molto, però i recenti fatti di cronaca di costume mi hanno portato alla conclusione che sì, nel 2017 abbiamo ancora bisogno di libro come questo di Adichie.

Nei mesi appena trascorsi abbiamo assistito a una donna che che ha detto a un’altra donna che vestita in un determinato modo (per essere chiari un vestito con un’ampia scollatura e un vistoso spacco) non poteva parlare di argomenti seri. Un giornalista in un editoriale del suo giornale affermava che se quella determinata candidata alla presidenza di stato le elezioni le ha perse è perché ha fatto una politica poco femminile; chissà forse voleva che mentre parlava dei punti del suo programma elettorale facesse pure un bel tutorial sul make-up. Il colmo però l’hanno raggiunto quelli che hanno attaccato un’attrice da tempo impegnata nel giusto riconoscimento delle pari opportunità, rea di aver posato nuda per un servizio di copertina e quindi ma come, parli di femminismo e ti fai fotografare come mamma ti ha fatta?

Come già affermava nel suo precedente libro, Dovremmo essere tutti femministi, il femminismo non ha niente a che vedere con il non curarsi del proprio corpo e dell’estetica. Se non mi trucco e mi vesto da monaca non vuol dire che sono impegnata nella giusta causa, così come se sono una bella ragazza non vuol dire che sono stupida e il femminismo non so neanche dove abita. Femminismo è riconoscere la disuguaglianza di genere, perché mettiamocelo bene in testa che uomini e donne sono diversi (e meglio così, aggiungere) tanto meno le donne sono migliori degli uomini, il femminismo non è affermare che le donne sono migliori in quanto donne; femminismo è creare pari opportunità tra uomini e donne e donne e donne, anche perché la battaglia femminista si rivolge a tutte le donne del mondo, non solo quelle appartenenti alla fetta di mondo più vicina a me.

Questo libriccino, manuale, decalogo, chiamatelo come volete è una sorta di guida per crescere una bambina che dovrebbero leggerlo proprio tutti (e con tutti intendo pure mia madre che piuttosto che in compagnia di un libro preferirebbe vedermi in compagnia di un ragazzo o mia nonna che sarà contenta e orgogliosa di me quando le dirò che sto comprando il corredo per sposarmi).

Sembra assurdo ma c’è ancora il bisogno di dire che il matrimonio non è un traguardo, che una donna sposata non è di certo migliore di una donna che non lo è. Il matrimonio è una delle tante tappe della vita, se ti sposi non ti danno il bollino sulla tessera fedeltà, se non lo fai continuerai ad avere due gambe e due braccia come tutte le altre donne. La maternità, come il matrimonio, non è un processo obbligatorio. Se una donna sceglie di essere madre è stupendo, se non vuole esserlo non facciamo di lei un mostro a tre teste che dovrebbe marcire all’inferno.

Ho ventisei anni, una vita davanti e ancora tante esperienze da fare. Mi piacciono i bambini ma l’idea di averne uno non mi affascina per niente. Ebbene quando dico di non volere figli mi guardano come se gli avessi detto che esco con Satana, oppure mi dicono che parlo così perché sono giovane e sicuramente cambierò idea perché una donna è completa solo se madre. No, una donna è completa sempre, non solo se madre e moglie di qualcuno, quelle sono aggiunte.

Potrei analizzare tutti i quindici punti che Adichie ci offre, però preferisco che leggiate lei piuttosto che i miei deliri. Cara Ijeawele è un piccolo e indispensabile gioiellino letterario, non privatevene.

Magari domani resto

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    • Titolo: Magari domani resto
    • Autore: Lorenzo Marone
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 9 Febbraio 2017
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Luce Di Notte è il mio nome completo. Lo so, non è un nome, è ‘na figura e merd’

Basta una frase per comprendere il carattere di Luce e farci capire a che livello di cazzimma ci troviamo (non fatemi spiegare il significato di cazzimma, per favore).

Luce, avvocato, trentacinque anni e una laurea in giurisprudenza con ben 110 che le ha permesso di ottenere un lavoro presso uno studio legale che però la utilizza più per gli adempimenti che per le cause vere e proprie. Il proprietario, l’avvocato Arminio Geronimo è quello che dalle nostre parti si chiamerebbe rattuso, insomma uno che ci prova con qualsiasi tipo di donna gli capiti a tiro, quindi è più probabile che Luce abbia ottenuto il lavoro più perché donna che perché brava. Per quanto Luce a vederla sembrerebbe più un maschio (capello corto e look very casual) ha le forme giuste al posto giusto e figuriamoci se uno come l’avvocato questa cosa non l’ha notata. Cosa più importante Luce ha carattere, non le manda a dire a nessuno, tanto meno al suo capo e quando lui la sfinisce con le sue asfissianti avance di certo lei non lascia fare per paura di perdere il posto, anzi se non sta attento è capace pure che lo prende a mazzate.

Stanca di sembrare più una segretaria che un avvocato Luce si impunta per avere una causa vera e propria e l’avvocato decide di accontentarla affidandole un caso di affidamento di minore che la porterà a conoscere Kevin, un bambino dal nome assurdo ma dall’intelligenza straordinaria. La causa inoltre arriverà in un momento delicato della vita di Luce, uno di quei momenti che ti portano a fare bilanci e a chiudere i conti con il passato. Il passato di Luce è fatto dalla presenza straordinaria di due donne, sua madre e sua nonna, e dall’assenza di suo padre che pesa più di un macigno. Il presente non è che vada meglio, con un compagno che l’ha lasciata nel giro di due giorni, un fratello impegnato a costruirsi una vita lontano da Napoli; fortuna che c’è il cane Alleria e il suo vicino don Vittorio che con Luce condivide il pranzo e pillole di vita.

Magari domani resto è il primo libro che leggo di Lorenzo Marone e avevo nei suoi confronti dei pregiudizi (ammetto ingiustificati) che sono completamente spariti durante la lettura. La prima cosa che colpisce è di sicuro la protagonista. A Luce vuoi bene dalle prime righe e ti affezioni subito alla sua sgangherata vita. E’ un personaggio positivo così come è positivo tutto il libro. La cosa più bella è il calcio agli stereotipi che il libro vuole dare. Luce è dei quartieri spagnoli, luogo folkloristico di Napoli che nella maggioranza delle volte viene associato alla criminalità organizzata. Luce però è avvocato, una persona che ha studiato e che al massimo la criminalità la combatte, non ne resta invischiata. Luce è l’esempio tangibile che con solidi punti di riferimento, in questo caso la madre e la nonna, non importa dove nasci e cresci: il destino te lo crei tu, non lo scrive il luogo da dove provieni. Nei quartieri spagnoli non crescono solo i camorristi, tanto meno dalla Napoli bene non arrivano solo avvocati e dottori e questo è un discorso che si può e si deve ampliare a tutta Napoli. Ragionare per luoghi comuni non porta mai a niente di buono, impariamo a metterci alle spalle gli stereotipi.

La notte ha la mia voce

la notte ha la mia voce

    • Titolo: La notte ha la mia voce
    • Autrice: Alessandra Sarchi
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 7 Marzo 2017
    • Acquista il libro su Amazon: La notte ha la mia voce

Tutti diciamo: racconta, ti ascolto. Ma sappiamo farci davvero carico di un racconto e delle sue conseguenze? Quasi mai.

Il primo termine che mi viene in mente per descrivere La notte ha la mia voce è potente. E’ un romanzo potente perché ti mette di fronte ad una realtà che nella quasi totalità dei casi non è la nostra: quella del mondo dei disabili. Se vediamo qualcuno in carrozzina il massimo che possiamo fare è sfoderare lo sguardo adatto alla circostanza e cioè quello di compassione (nella migliore delle ipotesi), oppure adottiamo la strategia del guarda e passa come se nulla fosse successo. Se la cosa non ci tocca perché dovrebbe interessarci, perché dovremmo fermarci e domandarci cosa vuol dire convivere con un corpo a metà?

Alessandra Sarchi con questo romanzo prova a raccontarcelo senza mai scadere nel banale, senza mai forzare il pedale dell’autocommiserazione giusto per andare a toccare le corde dell’emozione del lettore. L’autrice racconta una storia e che sia la sua storia personale è solo un dettaglio. La protagonista è una donna che ha visto la sua vita completamente rivoluzionata dopo un incidente che le ha fatto perdere l’uso delle gambe e che l’ha costretta su una sedia a rotelle. Quel dannato aggeggio che è parte costante delle sue giornate e a cui fatica ancora ad abituarsi, non come Giovanna che della sua protesi e della sua sedia ne ha fatti nuove estensioni del suo corpo.

E’ fondamentale l’incontro con Giovanna ribattezzata la Donnagatto sia per le sue abilità quasi feline e sia per il suo apparire e sparire come niente fosse proprio come fanno i gatti. La Donnagatto la educherà a quel mondo in cui involontariamente è entrata a far parte. La dinamicità della Donnagatto, la sua energia, le sue costanti invettive contro gli altri si andranno a scontrare con la sfiducia e l’avvilimento di una persona che probabilmente avrebbe preferito essere morta piuttosto che in quelle condizioni. La notte ha la mia voce infatti non è un libro che grida la bellezza della vita nonostante tutto, la fortuna di esserci anche se non interi, piuttosto racconta cosa vuol dire quando sei costretto a cambiare letteralmente la prospettiva del tuo mondo, perché se prima gli altri potevi guardarli dritto negli occhi ora devi osservare tutti dal basso e questo rende tutto più mortificante. L’empatia con la protagonista fatica a scattare, perché non possiamo immedesimarci e capire davvero cosa voglia dire passare il resto della propria vita seduti e alle costanti dipendenze degli altri, ma questo non vuol dire che non possiamo provare a comprendere il suo dolore e rispettarlo.

La notte ha la mia voce è un libro che ho adorato riga dopo riga ma che a differenza dei libri che mi prendono completamente non sono riuscita a leggerlo tutto d’un fiato, ho dovuto dosarlo in quanto intenso e doloroso. Doloroso non perché racconta il calvario ospedaliero o la riabilitazione, anzi l’autrice è stata bravissima a non fossilizzarsi su quegli aspetti di facile presa emotiva, ma doloroso perché mostra cosa è diventata oggi la sua vita e a cosa ha dovuto rinunciare (passioni come la danza o più banalmente le scarpe). Impossibile non leggerlo, impossibile non amarlo.

Ma dove sono finita io, che con la superficie ho perso contatto?

Lo scarabocchio

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La Nazzareno – ha scritto per la quarta di copertina – racconta con delicatezza un’intera epopea familiare, attraverso la difficoltà di una protagonista in absentia, intima e lieve, che vuole affermare la propria identità sessuale in una Sicilia ancora impreparata al cambiamento (Emanuela Ersilia Abbadessa)

Dopo l’esordio con Il sole in fondo al cuore Cinzia Nazzareno torna con un romanzo delicato e perturbante che non può che promettere bene, una storia coraggiosa sull’identità di genere che partirà dalla Sicilia per arrivare a Roma negli anni ’70. Un viaggio immaginato in un determinato contesto sociale e momento storico pronto a ricreare un contesto bigotto pieno di pregiudizi nei confronti della tanto temuta diversità. 

Ambientata ad Olmo, piccolo borgo siciliano degli anni ’70, la famiglia di Filippo Aletta, compaesano stimato e rispettato da tutti, vive apparentemente felice e decisamente ricca. La tranquillità della famiglia è però rovinata dall’ultimogenito Gianni detto Genny, che con il suo carattere tormentato preoccupa non poco gli altri. Il ragazzo chiede semplicemente di sentirsi libero da quel corpo che lo vorrebbe maschio quando in realtà si sente donna. Per questo motivo il padre lo allontana da casa e lo fa trasferire nella capitale.

cinzia nazzarenoIl libro di Cinzia Nazzareno (nella foto) è uscito non a caso il primo aprile. Restando in tema di scherzi anche Genny potrebbe essere considerato uno scherzo della natura. La scrittrice, con una penna delicata che però non rinuncia a tratti più perversi, muove una forte denuncia nei confronti della società ancorata netta divisione dei sessi e proseguendo con colpi di scena arriva ad un finale struggente.

Il libro Lo scarabocchio è uscito per la casa editrice Bonfirraro e l’editore a proposito di questo libro ha dichiarato parole a dir poco entusiaste affermando che la Nazzareno ci ha sorpreso ancora una volta riconfermandosi grande affabulatrice di storie non facili da raccontare, vivificate dal suo animo delicato di scrittrice e dalla sua grande forza emotiva, caratteristiche che ci colpirono sin dal primo incontro. 

Lessico famigliare

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      • Titolo: Lessico famigliare
      • Autrice: Natalia Ginzburg
      • Editore: Einaudi
      • Data di pubblicazione: 1963
      • Acquista il libro su Amazon: Lessico famigliare

Lessico Famigliare è un libro di memorie. Tuttavia io stessa vi sono ben poco presente: è piuttosto la storia della mia famiglia.

Il lessico famigliare di cui parla l’autrice sono quelle espressioni tipiche della sua famiglia, una sorta di distintivo di appartenenza al gruppo, frasi che una volta pronunciate facevano sentire subito a casa e che riportavano a galla innumerevoli ricordi. E’ infatti attraverso i ricordi che si muove tutta la narrazione e che in quanto tali sono labili, tuttavia permettono in ugual misura di costruire un romanzo con una solida struttura, fatta di frasi immediate e brevi descrizioni.

Oltre ad essere un romanzo che racconta la famiglia dell’autrice, i Levi, Lessico Famigliare offre anche uno spaccato di storia recente, quella del primo dopoguerra, verso gli anni trenta quando in Italia il fascismo stava prendendo sempre più potere ed affermazione. La famiglia Levi in quanto ebrea è coinvolta in prima persona, infatti molti componenti della famiglia di Natalia vengono incarcerati e condannati, anche se loro le condanne le vivevano come medaglie al valore e non di certo come fonte d’imbarazzo. Il marito di Natalia, Leone Ginzburg (da cui la scrittrice erediterà il cognome che terrà anche dopo le seconde nozze) oltre ad essere arrestato verrà anche mandato al confine, dove la moglie deciderà di seguirlo con i bambini, e morirà in seguito alle torture fisiche che subirà in carcere.

Tornando alla storia principale, con naturalezza e semplicità l’autrice racconta la storia della sua famiglia, le sue varie separazioni, i lutti, i problemi che hanno dovuto affrontare come condanne ed incarcerazioni. La Ginzburg rende partecipe il lettore di tutte le persone che abitualmente frequentavano casa Levi, personalità di spicco come Adriano Olivetti (marito della sorella di Natalia), Vittorio Foa, Felice Balbo e Cesare Pavese. Natalia racconta inoltre la nascita della casa editrice di Giulio Einaudi, alla cui formazione iniziale aveva contribuito in maniera fondamentale suo marito Leone e poi Cesare Pavese, il cui carattere inquieto non era sfuggito a Natalia.

Lessico Famigliare è un libro autobiografico ma non deve essere classificato come una biografia, piuttosto come un libro di memorie; le memorie che l’autrice ha della sua famiglia e che ha voluto raccontare. Come lei stessa ha più volte dichiarato Lessico Famigliare era un libro pensato fin da bambina, quando vedendo la sua famiglia pensava che tutto ciò che veniva detto o accadeva fra le quattro mura doveva essere raccontato; non a caso l’autrice si sente poco, è più regista che attrice principale: non so se sia il migliore dei miei libri, ma certo è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà. 

A Milano con il Maschio

Il Pirellone di Gio Ponti, 127.10 metri.

La guglia maggiore del Duomo di Milano, 108.50 metri.

La Torre Littoria del Parco Sempione, 108 metri.

La Torre Velasca, 106 metri.

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Il Bosco Verticale (nella foto), Torre E, 110 metri. Torre D, 76 metri.

L’Uomo ha le mani sul volante, gira a destra passando sotto un ponte, poi risale. Tiene il navigatore impostato, ma non ne ha bisogno. Recita a memoria le altezze delle torri per restare sveglio. Prosegue costeggiando un cubo di cemento con la scritta FRIGOMERCATO. Intanto continua a bassa voce.

La Torre di viale Filippetti, 89 metri.

La Torre del Filarete, 70 metri.

Viaggia a bordo di una berlina blu con i sedili in pelle. Sul cruscotto un quotidiano e un libro. Sul sedile di fianco una borsa. Dietro confusione di fogli, un computer, indumenti.

Torre Isozaki, Il Dritto, 217 metri.

Torre Hadid, Lo Storto, 175 metri.

Torre Libeskind, Il Curvo, 160 metri.

E’ perso nei suoi pensieri quando vede i fari di una vettura che si avvicina velocemente nella corsia opposta, sembra per qualche istante puntare verso di lui, poi fa una curva e si schianta contro un palo della luce. Parte un clacson. L’Uomo rallenta d’istinto, una donna scende dal marciapiede e si getta in mezzo alla strada, allarga le braccia, grida. Lui schiaccia il freno e inchioda, a pochi metri da lei. Periferia sud orientale di Milano. Nonostante la notte il buio non c’è. Lampioni e insegne, un impasto giallo e raffreddato dai neon. Rumori in rilievo, forme degli edifici ortogonali e svuotate. A sinistra c’è il quartiere Ettore Ponti, millenovecentotrentotto. A destra c’è l’Ortomercato, millenovecentosessantacinque. Ci passa davanti da quando è bambino, ha l’abitudine di riguardare in continuazione le stesse cose.

porta-venezia-13Ci sono alcuni punti della città dove l’Uomo passa tutti i giorni. E’ vicino ai giardini di Porta Venezia (nella foto), tra il benzinaio e il ristorante giapponese. Conta la durata del semaforo. Il giallo: tre secondi. Il rosso: trenta secondi. Sono tutti diversi i semafori di Milano, l’unica costante è il giallo. L’hanno spostato da quattro secondi a tre. Il tempo delle multe. Lui ama il tempo perso, quell’inerzia che hanno gli automobilisti quando scatta il verde, prima di ripartire. Aspetta sempre qualche secondo di proposito, scommette sul fatto che la macchina dietro gli suoni. Oggi non succede. Arriva a Palazzo Reale. Politici, facce note, artisti, studiosi, direttori di archivio, professori.

Ragione e sentimento

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    • Titolo: Ragione e sentimento
    • Autrice: Stefania Bertola
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 31 Gennaio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Ragione & sentimento

C’erano una volta Elinor e Marianne nell’Inghilterra del fine Settecento e ci sono oggi Eleonora e Marianna nella Torino dei giorni nostri. Gianandrea Cerrato, avvocato penalista, viene a mancare in seguito a un infarto stravolgendo del tutto la vita della famiglia composta dalla ormai vedova Maria Cristina e dalle tre figlie Eleonora, Marianna e Margherita. Oltre a fare i conti con il dolore che una morte prematura comporta, la famiglia deve vedersela anche con i debiti di gioco che l’avvocato aveva fatto trovare alle sue donne al posto di una cospicua eredità che almeno avrebbe garantito loro di mantenere il tenore di vita a cui si erano abituate. E certo perché Maria Cristina era il tipo di donna che nella vita a parte sposare un uomo di buon partito e mettere al mondo tre figlie non sapeva fare niente e non aveva mai fatto niente (a parte lamentarsi, quello lo faceva spesso e bene). Non solo, essendo la seconda moglie dell’avvocato, non era mai riuscita in vita ad attirare le simpatie del suocero che a Maria Cristina aveva sempre preferito la prima nuora morta da tempo e alle tre fanciulle preferiva nettamente il figlio di primo letto che era divenuto l’intestatario dei suoi beni. Per questo motivo morto Gianandrea la villa andava di diritto ad Edoardo che l’avrebbe lasciata volentieri ancora alla matrigna e alle sorellastre se non fosse che la moglie aveva già progettato come cambiarla e come spedire la servitù altrove.

Quindi fatti i bagagli le donne Cerrato si trasferiscono nel modesto appartamento messo a disposizione dal cugino Gianmaria (seguire tutte le parentele in questo libro è un’impresa) consapevoli di doversi dar da fare visto che non potevano contare solo sullo stipendio da insegnante di Eleonora. Da dire che la preoccupazione maggiore di Maria Cristina di certo non era che le figlie trovassero impiego ma che si sbrigassero a trovare marito e quindi il suo unico obiettivo era maritare le ragazze.

L’amore per le ragazze Cerreto aveva per ognuna un significato e una valenza diversa. Marianna era alla ricerca del grande amore, quello che leggeva nei sonetti di Shakespeare; era tanto sicura che un giorno l’avrebbe trovato che si stava conservando per il fortunato. Margherita era ancora piccola per le storie serie e al momento riversava tutto il suo ardore adolescenziale su ben due uomini, poco importa se uno era morto e l’altro era vecchio. Eleonora invece era così occupata a tenere l’unico barlume di ragione in quella famiglia di strampalate che all’amore poco ci credeva e poco ci pensava.

Ragione e sentimento di Stefania Bertola è una libera riscrittura in chiave ironica del celebre romanzo di Jane Austen. Come nell’originale anche qui si gioca molto sulla soggettività dell’amore ideale e sulla contrapposizione razionalità-emozionalità. Come Elinor e Marianne anche Eleonora e Marianna vedranno capovolgere le loro idee sull’amore facendo il contrario di ciò in cui avevano creduto fermamente per molto tempo. Per assurdo Eleonora la razionale sposerà l’uomo amato mentre Marianna dovrà mettere da parte il suo amore da favola ed accontentarsi di sposare colui che non era stato la sua prima scelta. Già Jane Austen con il suo libro prendeva in giro i romanzi d’amore dell’epoca, Stefania Bertola si appresta a fare dell’ironia sull’ironia ottenendo una lettura piacevole e a tratti irresistibile.

La figlia femmina

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    • Titolo: La figlia femmina
    • Autrice: Anna Giurickovic Dato
    • Editore: Fazi
    • Data di pubblicazione: 26 Gennaio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: La figlia femmina

Ci sono libri di cui si è consapevoli che faranno male leggere. La figlia femmina rientra in questa categoria perché affronta un tema doloroso e controverso di cui per assurdo si parla poco: l’abuso sui minori. Nonostante i casi di cronaca ci assicurano che purtroppo fatti del genere accadono, l’abuso sui minori porta con sé tabù e reticenze che impediscono di parlarne.

Maria è cresciuta tra Rabat e Roma, figlia unica e forse per questo motivo immensamente amata dai suoi genitori. Silvia, sua madre, era spesso preoccupata dello strano comportamento di sua figlia che cambiava umore velocemente passando dalla calma all’aggressività, dalla contentezza alle lacrime nello stesso tempo di un battito di ciglia. Il marito invece in quella figlia che sua moglie non aveva paura di definire mostro non ci vedeva niente di strano. Era solo più intelligente rispetto ai bambini della sua età e i suoi cambi umorali erano dovuti a quello. Silvia dal suo canto non poteva che dar retta a quel marito che amava più della sua stessa vita e per cui si era messa contro l’intera famiglia che disapprovava l’unione vista la notevole differenza d’età.

Quando Giorgio muore precipitando inspiegabilmente dalla finestra il mondo di Silvia crolla. Per lei era impossibile andare avanti senza suo marito, senza il punto fermo fermo della sua vita; bisognava però farlo per amore della sua bambina che nonostante fosse legata visceralmente al padre non aveva versato neanche una lacrima. Sarà che era troppo piccola, sarà che ognuno reagisce al dolore in modo differente, ma Maria che aveva assistito alla scena e aveva visto svolgere l’incidente sotto i suoi occhi non mostrava alcun segno di turbamento. Silvia non poteva immaginare quello che succedeva la notte in camera della figlia. Non poteva immaginare che oltre alle favole che il marito raccontava alla figlia per farla addormentare succedesse dell’altro. I genitori hanno il dovere di difendere i figli dai pericoli del mondo esterno e dai mostri che lo abitano, ma cosa succede se il male arriva da chi ha il compito di proteggerci? Se l’orrore proviene da chi dovrebbe amarci? Cosa accade quando il mostro è uno dei nostri genitori?   

Sono passati degli anni dalla morte di Giorgio e sia Maria che Silvia hanno provato a mettersi alle spalle il dolore. Maria è una bella tredicenne che si porta addosso le insicurezze tipiche della sua età aggiunte a quelle della terribile esperienza vissuta, mentre Silvia prova a far ripartire la sua vita accanto a un nuovo uomo. E’ proprio Antonio che vuole presentare a sua figlia in una serata in cui Maria preso atto della sua avvenenza e consapevole di poter affascinare il suo corpo sembrerà voler sedurre il nuovo fidanzato della madre. Non ci vuole molto a capire che il tentativo di Maria è voler punire sua madre rea di non aver capito quello che accadeva sotto il suo tetto.

La figlia femmina è un esordio duro con passaggi che provocano rabbia e ribrezzo e il merito va all’autrice che ha trattato un tema forte ma in maniera delicata. Un libro che affronta un caso di una bambina violata dal suo stesso padre non si legge a cuor leggero; una storia in cui la sacrosanta infanzia e la purezza dei bambini non restano intatte non la dimentichi.