Le mie amiche streghe

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    • Titolo: Le mie amiche streghe
    • Autrice: Silvia Bencivelli
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 24 Aprile 2017
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Alice è una quasi quarantenne laureata in medicina che al posto del camice bianco da dottore ha preferito la penna e una carriera come giornalista scientifica. E’ pagata per studiare, pensare, leggere, viaggiare, fare domande e raccontare e non è insolito che gli amici la considerino un po’ privilegiata e la invidino tanto. A vederla Alice è un perfetto cinquanta e cinquanta di se stessa: un vulcano con mille storie da scoprire e raccontare e una pasticciona, maldestra e svampita. E’ una donna che ha raggiunto il punto ideale della sua vita e non potrebbe chiedere di meglio. Forse qualcosa che cambierebbe sono le sue amiche.

Valeria, Lucia e Arianna sono le solite amiche di sempre, votate come lei alla scienza che da un giorno all’altro hanno messo nel cassetto la loro razionalità per far spazio a pozioni magiche e teorie assurde. Per Alice è incomprensibile che Valeria provi le cose più assurde per far girare in modo naturale il suo piccolo Lorenzo podalico. Non concepisce la svolta bio e l’ossessione per il cibo sano di Lucia, tanto meno non comprende come un’anestesista come Arianna sia portatrice sana di omeopatia. Le sue amiche sono diventate streghe che ai medicinali classici preferiscono gli intrugli trovati su qualche sito internet, che seguono diete strambe e che sono ossessionate dagli oroscopi (su questo punto sono streghetta anche io, scorpione ascendente leone, le caratteristiche ve le risparmio volentieri).

Silvia Bencivelli ha scritto un frizzante romanzo d’esordio regalandoci un irresistibile personaggio come Alice (e a leggere la biografia dell’autrice non possiamo non pensare a quanto di lei possa esserci). Con la bellezza della pura ironia ha trattato argomenti seri, controversi e spinosi come vaccini e omeopatia che stanno scatenando negli ultimi tempi feroci dibattiti. Valeria, Arianna e Lucia, ma anche Alice, sono personaggi specchio dei tempi che viviamo. Chi non ha mai conosciuto un niente vaccini servono solo a far arricchire le lobby farmaceutiche o peggio ancora i vaccini provocano l’autismo? Quelli del io utilizzo solo cure alternative (alternative a chi? a cosa?) esistono e sono tra noi e raramente sono inclini a cambiare idea, piuttosto vogliono farla cambiare a te (te pazzo che ti vaccini o che ti curi con le medicine).

Lungi da me tirare conclusioni su questi argomenti scottanti (dico solo che qualche mese fa di vaccini ne ho fatti due in un solo pomeriggio e altro che omeopatia, io faccio uso e abuso di farmaci), molte volte si è spinti dalla buona fede specie se di mezzo c’è la propria salute o quella di un proprio caro e in casi come questi a volte si è disposti anche a diventare un po’ streghe.

La compagnia delle anime finte

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    • Titolo: La compagnia delle anime finte
    • Autrice: Wanda Marasco
    • Editore: Neri Pozza
    • Data di pubblicazione: 20 Aprile 2017
    • Acquista il libro su GoodBook 

Vincenzina Umbriello e Rosa Maiorana. Una madre e una figlia. La prima distesa sul suo letto di morte, la seconda accanto a lei a ricordarne la vita. La vita di Vincenzina era stata amara fin dall’infanzia. Cresciuta a Villaricca, paesino di campagna vicino Napoli, con un padre adultero morto presto e una famiglia con tanti fratelli e molta povertà. Vincenzina crescendo si era dovuta ben presto rimboccare le maniche e andare a servizio presso una famiglia nella grande città, Napoli, quando quella grande città si stava riprendendo a fatica dalla distruzione che la seconda guerra aveva comportato.

Per Vincenzina però Napoli aveva rappresentato la svolta, perché è in quel di via Duomo che si imbatte in Rafaele Maiorana. La faccia onesta e i modi gentili subito fanno breccia in Vincenzina e anche lui resta colpito da lei.

Rafaele dice a Vincenzina: <<Ti sposo>> e questo a una femmina del dopoguerra può bastare.

Rafaele promette di sposare Vincenzina ogni volta che i due si vedono, ma poi si conclude tutto con un nulla di fatto. Fino al giorno in cui Vincenzina gli confessa che è incinta e il matrimonio non può essere più rimandato. Vincenzina impara presto che il matrimonio non riserva solo gioie. Subisce e sopporta il tradimento di Rafaele e si indebita con lo strozzino del quartiere per trovare i soldi necessari per le cure del marito quando quest’ultimo si ammala e poi è lei stessa a diventare un’usuraia che porta con sé la figlia Rosa che le tiene in ordine i conti delle persone a cui impresta denaro.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina. Il libro della Marasco richiede particolare attenzione. Lo stile dell’autrice è ricercato, raffinato, poetico e l’uso del dialetto rende la narrazione ancora più teatrale. La compagnia delle anime finte è nella cinquina del Premio Strega: vincerà Cognetti ma il libro della Marasco lo meriterebbe visto che capolavori del genere è raro trovarli oggi in letteratura.

Non aspettarmi vivo

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Finisco di leggere Non aspettarmi vivo mentre alla TV passano le ennesime immagini di un attentato (quello di Londra) che ci ha scossi nuovamente. Mi viene in mente subito un passaggio del libro in cui un uomo spiegava che dietro ad ogni attentato c’è una logica, peccato che sentendo parlare di morti e feriti la logica al momento non riesco a trovarla. Mi viene da dire basta, siamo esausti di questo copione che si sta ripetendo all’infinito verso cui ormai ci stiamo assuefacendo. Faccio un passo indietro dicendomi che non posso ragionare come il Salvini di turno, altrimenti dimostro che questo libro mi è servito a poco e ritorno sui tantissimi passaggi che ho segnato, quelli che richiedevano una rilettura e una maggiore comprensione.

Anna Migotto e Stefania Miretti sono due giornaliste che dopo anni di lavoro sul campo hanno raccolto varie testimonianze di chi col jihadismo ha avuto a che farci da vicino e il racconto che emerge non può lasciarci indifferenti. Le storie raccontate hanno delle caratteristiche di base molto simili. Si parla sempre di ragazzi che hanno studiato, provengono da famiglie agiate e che magari non sono religiosi nel senso stretto del termine. Improvvisamente le abitudini cambiano, iniziano a leggere il Corano, a frequentare le Moschee, a ripulirsi dagli eccessi della vita (e per eccessi non mi riferisco necessariamente ad alcool e droga, ma alla musica e al calcio). Successivamente si opera un vero e proprio lavage de cerveau costituito da fasi ben precise che termina con l’inculcare nei ragazzi l’idea che morire come martire e portare più persone con sé sia affascinante e giusta. Il lavaggio del cervello con le nuove tecnologie è diventato anche più semplice. Twitter e Facebook sono divenuti terreno fertile in cui è facile intercettare ragazzi che nel giro di poco decidono di partire come combattenti dello Stato Islamico; la Siria è la meta più ambita visto che indicata come la terra dello scontro finale.

Che non si tratti di questione di cultura è ribadito fortemente come è sottolineato che i ragazzi che hanno studiato sono quelli più richiesti. Ingegneri, informatici ed economisti sono tra i più ricercati tra le file di Dāʿish. E’ piuttosto una questione di opportunità che il califfato offre a questi ragazzi disorientati. Soldi, donne, lavoro, tutto ciò che tua misera vita prima non ti dava lo Stato Islamico te lo porge.

Le storie qui raccontate non sono solo quelle dei tanti ragazzi che hanno aderito alla causa, ma anche di quelli pentiti della scelta che vorrebbero ritornare dalle proprie famiglie. Genitori che non si sono arresi di fronte alla radicalizzazione dei figli e che darebbero la propria vita per riportali indietro, cosa che è quasi impossibile visto che una volta che sposi Dāʿish non ne esci, se non morto.

Se oggi c’è un Isis è perché ieri c’è stato un Iraq. Se c’è stato un Iraq è perché c’è stato un  11 settembre e il gioco può andare avanti all’infinito, fino a chissà dove, incolpando chissà chi. Non voglio tirare conclusioni su un argomento così difficile e delicato e voglio comprendere le ragioni di chi dice che il sangue degli europei è uguale al sangue di tutti gli altri uccisi con maggiore frequenza in Medio Oriente, che se oggi inorridiamo per i video atroci dei combattenti Isis dovevamo inorridirci anche per le torture degli americani sui prigionieri in Iraq. Combattono per la realizzazione di uno Stato Islamico dove in vigore ci sarà solo la suprema legge di un dio (il loro dio ovviamente) che pone fine a tutte le ingiustizie. E’ davvero per la promessa di un paradiso che stanno scatenando l’inferno?

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

Come in un film

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    • Titolo: Come in un film
    • Autore: Régis De Sa Moreira
    • Editore: NN Editore
    • Data di pubblicazione: 25 Maggio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Come in un film

E’ Come in un film quando capisci dal trailer che il film ti piacerà.

E’ Come in un film quando esci dalla sala e pensi che ne è valsa la pena vederlo.

E’ Come in un film quando vedi la storia di lui e lei e pensi: caspita, quei due potremmo essere noi.

Quando ho iniziato a leggere Come in un film, piuttosto che un cinema io ho immaginato un teatro. Un palcoscenico vuoto con solo due sedie e una luce soffusa che a stento illuminava i volti di LUI e LEI. Non serviva altro perché a fare il tutto bastavano i due protagonisti e la loro storia. Entrano, si siedono l’uno accanto all’altro e iniziano a raccontare di come si sono conosciuti.

LUI e LEI si sono conosciuti un giorno per caso (il caso e il fato elemento fondamentale dell’inizio di ogni film). LEI alla ricerca di qualcuno che le accendesse una sigaretta e LUI l’uomo giusto, al momento giusto e con l’accendino giusto.

E’ un po’ come in un film, quando vedi due persone iniziare la giornata in parallelo e senti che non tarderanno ad incontrarsi.

Il colpo di fulmine (altro elemento sacrosanto dei film, specie nelle commedie romantiche) non tarda ad arrivare e LUI e LEI iniziano la loro storia d’amore. E’ la loro ma potrebbe essere quella di chiunque e riconoscersi non sarà difficile. LUI e LEI raccontano senza filtri e censure i primi bollenti incontri, la voglia iniziale di non perdersi neanche un minuto della presenza dell’altro. Gli emozionanti inizi fanno ben presto spazio alle prime insofferenze, alla voglia di stare soli per ricreare i propri spazi e non perdere le abitudini solo perché ora c’è l’altro. Come ogni storia arriva il momento della convivenza, della routine, delle litigate e dei tradimenti reciproci (sì, LUI e LEI non si fanno mancare niente). Come in un film arriva quel punto in cui i beniamini a cui ci siamo affezionati decidono di lasciarsi e ci fanno quindi esclamare: no, non può finire così. Certo che non può finire così, non sarebbe come in un film se LUI e LEI non tornassero insieme più forti di prima e più convinti che mai di far funzionare la relazione e mettere su famiglia. Ecco, ora sì che il film può finire e noi possiamo applaudire, alzarci e uscire dalla sala soddisfatti e contenti e decisi a tornare se dovessero farne un seguito.

Come in un film è forse il libro più originale che io abbia mai letto. Non per il contenuto visto che racconta la più classica delle storie d’amore, ma per come la storia è stata trattata. E’ un infinito dialogo tra i due protagonisti fatto perlopiù da frasi brevi, battute fulminanti che quasi non ti lasciano il tempo di respirare. Una volta iniziato è difficile metterlo via, LUI e LEI creano dipendenza perché vuoi sapere che frase assurda dirà LUI e che risposta nonsense dirà LEI (tranquilli, non sono del tutto svitati). E poi lo avete mai letto un libro dove all’improvviso Britney Spears si mette a cantare Toxic ed Eminem The real slim shady? E’ vero che i protagonisti assoluti della scena sono LUI e LEI ma le comparse sono così tante che se iniziassi a menzionarle probabilmente finirei fra qualche giorno.

Ci sono LUI e LEI, tantissime comparse (tutte elencate nei titoli di coda del libro) a cui è difficile stare dietro, moltissime citazioni cinematografiche e letterarie e degno di nota è il preciso lavoro svolto dalla traduttrice Daniela Almansi, un lavoro non semplice ma riuscito alla perfezione. Soprattutto c’è una storia che aspetta solo di essere letta.

Allah, san Gennaro e i tre kamikaze

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    • Titolo: Allah, san Gennaro e i tre kamikaze
    • Autore: Pino Imperatore
    • Editore: Mondadori
    • Data di pubblicazione: 16 Maggio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Allah, san Gennaro e i tre kamikaze

Cosa ci fanno tre kamikaze a Napoli? Sembra una di quelle barzellette che iniziano con c’era un francese, un inglese e un napoletano e dove il napoletano riesce sempre ad avere la meglio sui due stranieri.

Salim, Feisal e Amira sono i tre terroristi scelti per compiere un attentato nel Belpaese e contrariamente all’opinione generale che vorrebbero Roma o al massimo Milano come città prescelte, ordini superiori hanno deciso che sarà Napoli a dover esplodere in aria con tutti i suoi cittadini. I tre vengono mandati nella città partenopea con il compito di individuare gli obiettivi sensibili e portare a termine la missione nel giorno che verrà loro comunicato. A ognuno un compito preciso e diverso. Salim si occuperà dei trasporti, Feisal della chiesa e dei monumenti, mentre Amira dei locali della movida. Il piano è studiato nei minimi dettagli, cosa potrebbe andare storto? Tutto.

Partendo dal fatto che una missione del genere è stata affidata ai tre kamikaze più fessi della storia del terrorismo. C’è uno che non ha fatto i conti con gli innumerevoli ritardi dei mezzi di trasporto napoletani e le pessime condizioni in cui questi mezzi riversano (l’avete mai presa la Cumana? E la Cirumvesuviana? Insomma avete capito di cosa parlo), e un altro che dopo aver visto il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro ormai nelle sue preghiere invoca prima il patrono napoletano e poi Allah. Se poi vieni a Napoli e decidi di andare allo stadio San Paolo e il Napoli gioca contro quella squadra lì, evita i colori bianco e nero, te lo diciamo con il cuore, perché i tifosi napoletani ti perdonano più l’esser terrorista che l’esser juventino. Quello che i tre kamikaze non avevano preso in considerazione è che la città di Napoli con i suoi abitanti e la loro mentalità è capace di influenzare il terrorista più devoto alla causa che esista sulla faccia della terra.

Pino Imperatore ci aveva già mostrato che scherzare con i temi seri è possibile. Lo aveva fatto benissimo con la saga degli Esposito in cui si faceva beffa dei camorristi, cosa che dopo il libro Gomorra appariva addirittura impossibile, e ce lo mostra ora ironizzando sul tema più caldo e attuale del momento: l’Isis. Questo Allah, san Gennaro e i tre kamikaze è una commedia allo stato puro dove si ride parecchio, ma non prendetelo solo come un libro scanzonato, anzi, di considerazioni serie ce ne sono. Non a caso è stato inserito un personaggio, il professor Giorgio De Bottis, che ci parla di dialogo possibile e aggiungo necessario. Ci stiamo abituando all’intolleranza, alla paura del diverso, all’attaccare il nemico, a far emergere la parte più razzista che è in noi, a declamare la supremazia della nostra razza.

Dobbiamo smetterla di alzare i muri e dedicarci alla costruzione di ponti. Il dialogo è un valore da cui non si può prescindere. E lo è anche fra l’Islam e l’Occidente, due mondi in teoria distanti e contrapposti, in realtà vicini e conciliabili per merito di molti elementi storici, culturali e finanche religiosi.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità. Questo libro oltre a farvi ridere fino alle lacrime fa venire voglia di andare a Napoli e visitare il Museo Archeologico, il Maschio Angioino e la Cappella di Sansevero per poter ammirare l’unicità del Cristo Velato. Io ad esempio ho già messo nella lista delle cose da fare prossimamente il Duomo di Napoli nel giorno del miracolo del sangue di San Gennaro e di fermarmi poi a mangiare da Nennella: fatelo pure voi!

Tanta vita

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    • Titolo: Tanta vita
    • Autore: Alejandro Palomas
    • Editore: Neri Pozza
    • Data di pubblicazione:
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Mencia, Flavia, Lia, Beatriz e Ines. Cinque donne, tre generazioni, tante vite e tanti dolori. Nonna Mencia è una noventenne che agli sgoccioli della sua vita ha deciso di non avere più peli sulla lingua con nessuno. Non è un’adorabile vecchietta, anzi, è arzilla, indisponente, per certi versi maleducata e pretende di essere accudita dalle sue due figlie. Flavia ha visto andar via senza fare più ritorno il grande amore della sua vita; Lia ha visto sparire o meglio non ha visto più tornare sua figlia Helena. Helena era la figlia piana di vita e irrequieta che alla madre aveva sempre preferito il padre e che con Lia nel tempo aveva costruito un rapporto che coincideva più con l’amicizia che con l’essere madre e figlia. Beatriz e Ines avevano capito entrambe che i loro matrimoni erano ormai finiti per colpe e ragioni diverse. Per Beatriz era stato Arturo a mettere la parola fine con un semplice bigliettino, per Ines era stata lei ad essersi innamorata di un’altra donna che le aveva fatto capire che la passione e il trasporto che provava per Sandra non era paragonabile a ciò che Ines provava per suo marito.

Queste cinque donne già cariche di dolori propri si troveranno al capezzale del piccolo Tristan, il figlio di Ines, dal momento che una forma aggressiva di leucemia ha deciso di strapparlo alla vita a soli sei anni.

Alejandro Palomas affronta uno dei temi più ricorrenti nei suoi romanzi: l’esistenza del dolore nella vita e il suo superamento. Si può convivere con il dolore o meglio si può tornare a vivere dopo aver sofferto tanto? Quando tua figlia scompare nelle acque del mare e il suo corpo non viene neanche ritrovato per potergli dare degna sepoltura e poterlo piangere, quando tuo figlio riesce a vivere solo sei anni e poi una malattia te lo porta via dove trovi le forze per andare avanti e tornare a vivere? Queste perdite sono dolori che irrimediabilmente ti cambiano, ti abbrutiscono, ti rendono ostili alla felicità altrui e ti fanno sentire in colpa di provare nuova serenità e felicità. Alejandro Palomas oltre a scrivere un emozionante romanzo riesce a delineare alla perfezione differenti tipi di donna che in comune hanno la grinta di andare avanti e il coraggio di non lasciarsi scoraggiare nemmeno di fronte alla morte. Tanta Vita è forse il romanzo più toccante dello scrittore spagnolo che ho conosciuto per caso e che in breve tempo è diventato uno dei miei preferiti.

Exit West

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    • Titolo: Exit West
    • Autore: Mohsin Hamid
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 25 Aprile 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Exit west

In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò. Per molti giorni.

Per molti giorni dopo averla notata Saeed non ha rivolto la parola a Nadia. Passato del tempo e preso coraggio le ha proposto un caffè da prendere insieme e dopo il primo rifiuto di lei i due il caffè lo hanno preso e dopo il caffè c’è stato anche un appuntamento in un ristornante cinese.

Nadia e Saeed si sono incontrati e conosciuti come la stragrande maggioranza dei ragazzi in una città che non è come la maggioranza delle città che siamo abituati a conoscere. E’ una città che vive di calma apparente, che non è un guerra ma non è neanche in pace e che non ti permette di capire quale sia la parte giusta con cui schierarsi, se con il governo o i miliziani. La storia di Nadia e Saeed procede normalmente fino a quando la bolla di calma scoppia e iniziano i coprifuochi, gli attentati e i bombardamenti che non permettono ai due giovani di vedersi regolarmente. Il clima precipita in maniera disastrosa nel giro di poco tempo portando Saeed e Nadia alla soluzione più ovvia: andarsene.

Ci sono delle porte capaci di trasportarti in altre parti del mondo in un baleno, certo è pericoloso e costoso ma è l’alternativa a vivere in un posto dove un bombardamento potrebbe far crollare nel giro di un minuto il palazzo in cui vivi. E’ Nadia a convincere Saeed ad usare le porte, anche se costoso, anche se rischioso e così i due si trovano trasportati prima in Grecia e poi a Londra insieme a migliaia di altre persone nella loro condizione provenienti da città immerse in conflitti.

Exit West si legge come una favola ma fa riflettere più di un saggio. E’ una perfetta sintesi di romanzo politico, come è stato da più voci definito, e romanzo fantastico. La presenza di queste porte fantastiche che permettono alle persone di spostarsi alla velocità della luce non è l’elemento centrale, centrale è la storia d’amore dei due ragazzi e la piega che prende. E’ affascinante la storia di Nadia e Saeed, il loro legame sembra indistruttibile ma bisogna fare i conti con quello che succede all’esterno e che irrimediabilmente coinvolge le loro vite. Di libri che affrontano questi temi mi è capitato di leggerne vari, ma non so perché Exit West ha avuto una presa differente. Forse perché racconta di un prima e un dopo, un prima fatto di vite che scorrono normalmente e un dopo fatto di vite completamente stravolte che ti portano lontano dai tuoi affetti e dalla tua terra. Quello che però emoziona di Exit West è sicuramente la speranza che emerge dal finale di questa storia che per ovvie ragioni non riporto (nessun allarme spoiler) e che quindi mi porta alla conclusione più ovvia: leggetelo!

Anche noi l’America

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    • Titolo: Anche noi l’America
    • Autrice: Cristina Henriquez
    • Editore: NN Editore
    • Data di pubblicazione: 17 Marzo 2016
    • Acquista il libro su Amazon: Anche noi l’America

Partire perché si vuole, partire perché si è costretti. Alla fine la differenza sta tutta tra il volere e dovere. La famiglia Rivera è costretta a partire e a lasciare il Messico perché dopo l’incidente della figlia Maribel i dottori hanno detto che le uniche scuole con un programma d’apprendimento adatto per lei si trovano negli Stati Uniti. Hanno preso poca della loro roba e tanta ne hanno lasciata nella loro vecchia casa e sono partiti per il Delaware, speranzosi di offrire una vita migliore alla figlia.

Come loro anche la famiglia Toro molti anni prima aveva lasciato Panama perché in giro ormai c’era solo distruzione e disordine civile e costruire una famiglia o semplicemente vivere era diventato impossibile. I Rivera e i Tori e tanti altri come loro erano arrivati nell’America che offre possibilità e avevano lasciato l’America (perché anche se latina sempre di America si tratta) senza però dimenticarla e senza sperare di ritornarci un giorno magari da vincenti, da persone che dopo estremi sacrifici ce l’avevano fatta. Si erano ritrovati tutti a vivere in un palazzo gestito la un latinos, Fito, che aveva creato questa sorta di isola felice dove i latinos per quanto lontani da casa potessero sentirsi a casa.

Mayor, il figlio dei Toro, nota Maribel appena i Rivera si trasferiscono. E’ bellissima, quella bellezza che ti lascia senza fiato e non ti fa volgere lo sguardo altrove. Non sapeva quello che le era successo, quell’incidente per cui Alma non la smetteva di dannarsi notte e giorno e che la faceva vivere con un senso di colpa eterno. Quando Mayor ne viene a conoscenza non fa che aumentare il senso di protezione nei confronti di Maribel e non sarà l’unico sentimento che svilupperà verso la ragazza.

Anche noi l’America è un libro bellissimo. Potrei girarci intorno, potrei usare paroloni come capolavoro, eccellente, straordinario, magnifico: il succo è quello. E’ un libro che ruota prevalentemente intorno alla storie di Alma e la sua famiglia e della famiglia di Mayor, ma riesce a dosare alla perfezione e dare la giusta importanza anche agli altri personaggi comprimari ed indispensabili alla storia.

Affronta un tema come quello dell’immigrazione che in qualsiasi latitudine della Terra sta scatenando dibattiti e polemiche. Se noi in Italia abbiamo un essere che vuole provvedere agli immigrati con le ruspe, in America hanno un altro essere che vuole innalzare i muri per difendersi dalla minaccia che queste persone porterebbero. Esseri come loro sono privi di empatia, questo è certo, come è certo che sono esseri privi di cervello. Dovrebbero per un attimo fermarsi a capire cosa spinge una persona a lasciare la propria città, il proprio Paese e i propri affetti. Povertà, guerre, mancanza di libertà sono tra i principali fattori che costringono le persone ad abbandonare il proprio Paese. Io sono del sud Italia, comprendo in minima parte cosa voglia dire vivere in un posto che non ti offre le basi tali per costruire il proprio futuro. Capisco cosa voglia dire amare visceralmente la propria città, ma al tempo stesso odiarla con tutte le forze perché consapevole che se ti vuoi realizzare da qui prima o poi devi andartene. Certo è una condizione lontana dalle storie raccontate dalla Henriquez, ma delle similitudini le ho riscontrate. In quanto a questo libro posso dire che il finale mi ha spezzato in due, mi ha fatto commuovere come pochi libri ci sono riusciti in tanti anni di carriera di lettrice perché un posto ti può far molto male, ma se è casa tua o lo stato una volta, lo ami comunque. Funziona così. 

I guardiani

i guardiani

    • Titolo: I guardiani
    • Autore: Maurizio de Giovanni
    • Editore: Rizzoli
    • Data di pubblicazione: 13 Aprile 2017
    • Acquista il libro su Amazon: I Guardiani

Chi è lettore delle creature nate dalla penna di de Giovanni probabilmente in questo libro faticherà a riconoscere lo scrittore che ha ideato Ricciardi e Lojacono. Con i precedenti gialli questo libro non ha niente in comune partendo dalla cosa più ovvia: non è un giallo. Qualche morto c’è, ma i protagonisti non hanno il compito né il dovere di cercare i colpevoli ed assicurarli alla giustizia, al massimo devono capire come questi morti siano collegati ai misteri che stanno seguendo.

Marco Di Giacomo è un antropologo, cinico, egoista e probabilmente anche egocentrico, scorbutico con gli studenti e antipatico con chiunque. E’ la barzelletta di tutto il mondo accademico perché ha sprecato tutta la sua carriera a star dietro a degli studi che non hanno mai trovato fondamento. E’ costretto dal rettore dell’Università a far da guida a una giornalista tedesca di una rivista scientifica che guarda caso si occupa proprio delle bizzarre ricerche del professore. Vorrebbe dire no, ma al rettore no non si può dire e decide di coinvolgere nella comitiva anche il suo fido scudiero/assistente Brazo Moscati e la sua unica ed adorata nipote Lisi cresciuta come sua figlia che ha ereditato non il carattere (per fortuna), ma la passione o meglio l’ossessione delle sue ricerche. Lisi infatti ha del tutto inglobato le teorie dello zio secondo cui c’è uno stretto legame tra i diversi luoghi dove si celebrano i riti di culto e che questi culti non sono da confinare in epoche passate, ma continuano ad essere celebrati a cadenza trentennale.

Napoli è una città ricca di sfaccettature, culture, culti e miti. E’ una città di luci ed ombre, di superfici e sottosuoli, ed è nella parte sotterranea che si focalizza il gruppo. E’ attraverso la chiesa di Pietrasanta, che sorge su un antico tempio di Diana, che accedono a uno spazio che probabilmente era un tempio dedicato ad Iside. Diana, Iside, Mithra: culti e luoghi. Luoghi così sacri in cui si celebravano questi antichissimi riti di certo non possono essere lasciati incustoditi, meglio affidarli a dei Guardiani…

Se con Ricciardi e Lojacono il giallo è un pretesto per raccontare i personaggi, qui i personaggi servono per raccontare una storia. Sono semplici strumenti, la storia è la protagonista assoluta. E’ una storia complessa e che richiede attenzione e maggiore sforzo da parte del lettore che dovrà star dietro a culti, teorie e colpi di scena degni di un action-movie. C’è chi lo ha paragonato a Glenn Cooper, Indiana Jones e Martyn Mistere, io facendo appello alle mie letture più umili lo paragonerei a Dan Brown, una sorta di Codice DaVinci in salsa partenopea.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

L’amore che mi resta

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  • Titolo: L’amore che mi resta
  • Autrice: Michela Marzano
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 4 Aprile 2017
  • Acquista il libro su Amazon:

Quando si perde un genitore si diventa orfani. Quando si perde il congiunto si diventa vedovi. E quando si perde un figlio cosa si diventa? Perché nel tempo nessuno ha mai pensato di coniare un termine che potesse definire questa condizione? Dare un nome al dolore di certo non può farci sentire meglio, non nominarlo come se non potesse esistere però è ingiusto. Forse abbiamo un dannato bisogno di dare un appellativo a tutto ciò che ci circonda e ci succede perché siamo esseri umani e razionali e siamo convinti che spiegando logicamente quello che ci accade evitiamo di soffrire. E’ folle ma nel dolore anche la follia trova un suo senso.

Daria perde la sua Giada una sera, quando lei di punto in bianco decide di porre fine alla sua giovane vita imbottendosi di farmaci e lasciando un biglietto con poche righe scritto per rassicurare i familiari e giustificare il suo gesto. Già perdere un figlio è atroce, di più lo è se questa morte avviene in circostanze come quelle di un suicidio. La morte di Giada spegne qualsiasi tipo di ragione di vita di Daria. Giada era arrivata nella sua vita dopo il lungo iter dell’adozione. Daria infatti aveva problemi a rimanere incinta, era difficile ma non impossibile però lei non aveva ascoltato chi le diceva che a venticinque anni aveva ancora tutto il tempo necessario per provarci. E’ così lei e il marito avevano iniziato tutte le pratiche necessarie per avere un bambino in adozione.

Ma quando sei venuta a prendermi era perché volevi una bambina o perché mi volevi bene?

Per Giada Daria aveva mostrato sin da subito un attaccamento che andava oltre la normale maternità, il suo rapporto con la bambina era quasi morboso, avrà pensato se le trasmetto tutto l’amore di cui ha bisogno riuscirà a sentirsi della famiglia. Giada era una bambina curiosa, più intelligente della media, spigliata e anche crescendo aveva conservato tutte queste qualità; era impegnata in mille attività che rendevano orgogliosi i suoi genitori. Giada afferrava tutto ciò che la vita le offriva, perché aveva fatto quel gesto? Il perché diventa per Daria un’ossessione, capire il gesto della figlia forse era diventata l’unica cosa che le dava una ragione per alzarsi la mattina. La soluzione in realtà non doveva essere cercata così a fondo, era piuttosto chiaro ed evidente, i segnali c’erano e bisognava solo capirli, bastava andare alle origini e ricomporre il puzzle.

Adottare un bambino rientra nella categoria gesti straordinari. La seconda possibilità di vita serena che si offre a un altro essere umano è impareggiabile. Adottare però non significa cancellare la vita precedente di chi si accoglie nella propria famiglia e quindi se a un certo punto uno decide di ricostruire il proprio passato e cercare i propri genitori biologici non bisogna credere di non aver fatto il possibile per renderlo felice e amato. Quando Daria scopre cosa c’era davvero dietro ai progetti della figlia, ossia la ricerca di quella madre che non l’aveva voluta, si chiede dove aveva sbagliato, cosa non aveva dato alla figlia visto che si era affannata a cercare la donna che l’aveva abbandonata quando ce n’era una che l’aveva accolta. Oltre a subire il duro colpo di averla persa si aggiungeva pure quello.

L’amore che mi resta è un romanzo che si snoda su due tematiche: la perdita di un figlio con relativa elaborazione del lutto e la maternità. Non sono madre e il gesto di Daria di voler a tutti i costi un figlio l’ho letto come un gesto egoistico di una persona che non avendo un lavoro e avendo un rapporto ridotto a routine matrimoniale aveva bisogno di qualcosa che completasse la sua vita. Un figlio non dovrebbe mai essere qualcosa che arriva per tappare un’esigenza, si è completi prima di un figlio, prima di un amore. Detto questo però so cosa vuol dire perdere qualcuno. Certo perdere un padre non è come perdere un figlio, ma in ugual misura è un lutto che ti annienta e ti cambia. So cosa vuol dire quando all’improvviso la tua vita smette di avere senso, so cosa vuol dire quando all’improvviso l’assenza diventa lancinante e l’unica cosa che puoi sperare è che passi, ma sei consapevole che non passerà mai e allora impari semplicemente a conviverci. So cosa vuol dire quando devi trovare la forza di andare avanti facendoti bastare i ricordi e sapendo che ci saranno tante di quelle cose che non potrai più fare e tante di quelle cose che non potrai più dire.

L’Amore che mi resta è un romanzo che ti annienta e che nel mio caso ti porta a fare i conti con quel dolore irrisolto che si custodisce gelosamente in un angolino.