Amori e disamori di Nathaniel P.

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    • Titolo: Amori e disamori di Nathaniel P.
    • Autrice: Adelle Waldman
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 24 Febbraio 2015
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La quarta di copertina di questo libro recita: Adelle Waldman ha scritto il romanzo che nessun fidanzato vorrebbe far leggere alla propria ragazza e che invece dovrebbe leggere anche lui. Raramente mi capita di acquistare un libro senza leggere almeno parte della trama ma quelle due righe sono bastate a convincermi.

Siamo a New York, Nate è un aspirante scrittore trentaduenne con il primo libro in attesa di pubblicazione e un contratto con la casa editrice già firmato. I periodi in cui per mantenersi era costretto a recensire per poco e niente erano ormai alle spalle, ora il suo nome era tra quelli da tenere sotto controllo e che da lì a breve sarebbe stato sulla bocca di tutti. Circondato da amici radical-chic di sinistra con cui passava le serate a parlare di temi importanti come politica, cultura e società, insomma non il classico trentenne con la sindrome di Peter Pan che vive ancora a casa con i genitori  e a cui si illuminano gli occhi solo se gli parti di calcio e donne. In campo amoroso Nate è quello che si definisce gentiluomo, sa come conquistare le donne, come trattarle e come lasciarle; questo però è quello che pensa lui.

Durante una cena a casa dell’ex fidanzata conosce Hannah. Bella, intelligente, anche lei nel campo editoriale e con il suo libro nel cassetto che sta portando a termine speranzosa di vederlo pubblicato a breve. Se ne invaghisce al primo sguardo, seguono poche mail, qualche incontro e iniziano una relazione. Lo stato di benessere che gli provoca la storia d’amore per Nate dura pochissimo. E’ a questo punto che riconosci lo stronzo (pardon) che ogni ragazza ha già incontrato o sta per incontrare (mettetevi l’anima in pace ragazze, un deficiente prima o poi vi tocca, e se siete fortunate ve ne capiterà solo uno). Il tipico ragazzo che ti corteggia fino a quando non cedi, che poco dopo mostra i primi segnali di insofferenza ma che non si assume neanche il coraggio di lasciarti perché vuole fare in modo che a lasciarlo sia tu così invece di avere il ruolo dell’infame potrò avere quello della vittima.

Nate non riesce neanche a capire cosa non va nel suo rapporto con Hannah ma ai tentativi di lei di affrontare i problemi minimizza facendo finta che nulla vada storto. La tattica di Nate è semplice: spazientire la sua ragazza, fare in modo che passi lei per quella isterica che si arrabbia senza motivo e per quella che si affanna a cercare soluzioni per problemi inesistenti (come non si può insultare questo tizio non lo so).

Il tema affrontato, quello delle relazioni amorose non è innovativo è vero, anzi è a dir poco abusato e di certo il libro non propone punti di vista differenti; non sempre però è stato affrontato come in questo caso in maniera intelligente e questo è sicuramente un punto a favore del romanzo. E’ un libro che andrebbe letto per difendersi dagli idioti che popolano questa terra; un libro in cui vorresti che si materializzasse il protagonista per il solo gusto di prenderlo a schiaffi.

Le nostre anime di notte

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    • Titolo: Le nostre anime di notte
    • Autore: Kent Haruf
    • Editore: NN Editore
    • Data di pubblicazione: 13 Febbraio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Le nostre anime di notte

E’ una sera quando Addie si reca a casa da Louis perché aveva una proposta da fargli, non di matrimonio sia chiaro. Si trattava di una cosa molto più semplice ma al tempo stesso particolare o meglio inusuale, perché se una donna del tuo vicinato si reca a casa tua chiedendoti di andare a dormire da lei non è che subito le dici di sì come se fosse la cosa più normale al mondo. A questa strana richiesta Louis dovette pensarci un po’, ma forse spinto dalla curiosità del provare e capirci qualcosa di più una delle sere successive si reca a casa della donna intenzionato a dormire con lei.

Per due persone rimaste vedove è dura dover passare il resto dei propri giorni da soli; certo durante la giornata è più semplice, si può uscire e vedere gli amici, fare commissioni e quindi interagire con gli altri, ma quando cala la sera e ti ritrovi da solo fisicamente e con i tuoi pensieri è difficile e sapere che dall’altra parte del letto c’è qualcuno a farti compagnia rende la nottata più leggera e sopportabile.

La scelta di Addie non era stata casuale, di certo non era andata di porta in porta a cercare qualcuno che dividesse il letto con lei, ma aveva ricercato uno di cui potersi fidare e che seppur conosceva superficialmente era certa che fosse un brav’uomo. L’accordo era stretto così i loro appuntamenti notturni erano diventati indispensabili. La sera prima di addormentarsi Louis e Addie impararono a conoscersi meglio. Addie gli aveva raccontato della straziante perdita della sua figlioletta in un incidente che aveva irrimediabilmente incrinato il rapporto con suo marito facendolo diventare un matrimonio di buona facciata agli occhi della comunità ma di zero affettività tra i due. Luois le raccontò della sbadata che prese per un’altra donna che lo portò ad abbandonare casa, moglie e figlia salvo poi tornare pentito sui suoi passi chiedendo perdono a quella moglie che probabilmente nonostante tutto non aveva mai smesso di amarlo; di questa seconda occasione Louis le fu sempre riconoscente e l’assistette amorevolmente fino al giorno in cui il cancro gliela portò via.

Certo il vicinato aveva già dato avvio ai pettegolezzi che avevano raggiunto le orecchie dei rispettivi figli. Se Holly aveva cercato di accettare la cosa per il bene del padre, Gene non fu dello stesso avviso con sua madre, ma occupato e preoccupato per i suoi problemi economici e matrimoniali dovette inizialmente mettere l’orgoglio da parte visto che l’aiuto della madre era quello di cui aveva più bisogno: calmate le acque avrebbe sistemato la situazione. Jamie, il nipotino di Addie, trascorse buona parte dell’estate in compagnia della nonna e di Louis a cui il bambino si affezionò. Rimessosi in sesto e non avendo più bisogno della madre Gene ritornato a Holt per riprendersi il figlio impedì categoricamente alla madre di continuare il rapporto con Louis se voleva continuare a vedere suo nipote.

Di punto in bianco Addie e Louis avevano iniziato a condividere la notte e di punto in bianco avevano smessi di vedersi; Addie aveva messo la parola inizio e la parola fine al loro rapporto, alla loro amicizia e al sentimento che lentamente era nato.

Questo libro è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora stato.

Kent Haruf ci riporta nella Holt che abbiamo imparato a conoscere e a cui ci siamo affezionati e ci regala una storia di una tenerezza infinita e unica. Non si tratta di due persone che si scelgono solo per farsi compagnia la notte, ma sono due persone che ci insegnano che non è mai troppo tardi per provare a fare le cose, per rimettersi in discussione e che arrivi a un certo punto della tua vita in cui impari a fregartene del giudizio altrui e di quello che potrà dire; si vive una sola volta meglio non avere rimpianti e godersi la vita al meglio. La scrittura di Haruf è ciò che più amo, diretta e senza fronzoli, ricca di dialoghi e povera di descrizioni, una scrittura misurata che arriva dritta al punto. Holt mi era mancata, fortuna che mi aspettano altri due viaggi da fare.

L’Arminuta

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    • Titolo: L’Arminuta
    • Autrice: Donatella Di Pietrantonio
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 14 Febbraio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: L’Arminuta

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenevo.

Ha tredici anni l’Arminuta quando viene riportata dalla sua famiglia d’origine, come un pacco postale che ritorna da chi l’ha spedito o come una merce che difettosa è costretta a ritornare al negozio. Nei tredici anni precedenti a quel giorno è cresciuta con quella che credeva la sua vera famiglia, una madre e un padre amorevole che l’hanno allevata come la principessina di casa. Scoprire che quei genitori non sono i tuoi è un duro colpo da assorbire, peggio è sapere che c’è la tua famiglia naturale che ti reclama. L’Arminuta è quindi costretta a ritornare a casa dalla sua famiglia d’origine. Non ne comprende il motivo per cui deve lasciare sua mamma per tornare a vivere da sua madre e si convince da quei pochi elementi che ha a disposizione che sua mamma sia malata e non vuole farla assistere al calvario che starebbe per affrontare. In effetti sua mamma ultimamente stava spesso male, ma lei era grande e avrebbe potuto assisterla e starle accanto invece di sbarazzarsene.

La famiglia che la riaccoglie le sembra distante anni luce dal suo essere. Non è solo questione d’ignoranza, ma anche di mancanza d’igiene che pervade la casa e i suoi abitanti unito a un senso di inadeguatezza che non l’abbandonerà mai. Quella vergogna di essere associata a loro ed essere considerata parte di quel mondo a cui sentiva di non appartenere non era snobismo nei loro confronti e non era una questione di sentirsi superiore e migliore, ma quell’ambiente retrogrado non era il suo.

Ogni volta che provava a parlare con sua madre di sua mamma quella cambiava discorso. Sua mamma si era resa irrintracciabile salvo poi farle avere tutto ciò di cui aveva bisogno come effetti personali, biancheria e lenzuola nuove e pulite e un letto a castello in modo da non essere più costretta a dividerlo con sua sorella Adriana. Era uscita dalla sua vita ma continuava a seguirla a distanza operando nel dietro le quinte della sua esistenza. La sorella Adriana era la sola a cui si era affezionata, appoggiandosi a lei e sapendo di averla vicina riusciva a non perdere la testa in quell’assurda situazione. Grazie a lei e al fratello Vincenzo con cui aveva instaurato un rapporto controverso.

Difficile era per l’Arminuta vivere come se fosse tutto normale e la forza per andare avanti la ricavava dalla consapevolezza che quella era una situazione temporanea e presto sarebbe ritornata agli agi di casa sua, dalla sua migliore amica e a dividersi tra le sue lezioni di danza e nuoto. Nella sua mente non smetteva nemmeno per un secondo di formulare le varie ipotesi sul perché tutto ciò le stava accadendo e mentre colpevolizzava la mamma ritenendola l’artefice di tutto la giustificava e la perdonava; con lei non riusciva ad arrabbiarsi mai del tutto, era pronta a correrle incontro appena l’avrebbe rivista.

L’empatia che si crea con la protagonista in questo libro è molto forte. Come lei vogliamo capire il perché di questo impensabile gesto, con lei cerchiamo soluzioni e con lei viviamo la disperazione dell’abbandono. La famiglia è la prima certezza che impariamo a conoscere, venuta meno quella viene meno tutta la nostra stabilità. L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Vita quotidiana dei bastardi di Pizzofalcone

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Qualche giorno fa Maurizio de Giovanni sulla sua pagina Facebook ha scritto un post in cui si è dovuto scusare o meglio giustificare per l’uscita di questo libro. A chi lo accusava di un’operazione commerciale, spinta senza dubbio dagli ottimi ascolti che la fiction sui Bastardi ha registrato su Rai1, lui ha risposto che tutti i libri sono operazioni commerciali. A questo giro non sono d’accordo con lui. Fare gli scrittori è un mestiere, ci sono scadenze da rispettare e impegni presi da onorare, intorno ai libri ci sono persone che ci lavorano e soldi che girano ma dire che tutti i libri sono operazioni commerciali vuol dire offendere chi per i libri nutre una sete sconfinata. I libri dei cantanti ed attori che si improvvisano scrittori, quelli degli youtubers e affini sono libroidi (come disse la Murgia a proposito dei libri di Fabio Volo); tutti gli altri sono libri con la elle maiuscola. Questo libro è ad esempio un’operazione commerciale e non dobbiamo aver paura di dirlo credendo di offendere qualcuno.

Direte voi: dove vuoi arrivare? E soprattutto perché lo hai letto se lo reputavi un’operazione commerciale e lo dici pure? Primo perché di un libro se ne può parlare male solo dopo non dico averlo letto tutto, ma almeno sfogliato in parte, perché parlare (bene o male) di argomenti che non si conoscono è poco corretto. Secondo la cosa che mi ha convinto a leggerlo è il nome dello scrittore che è un marchio divenuto garanzia. Maurizio de Giovanni sa scrivere, altrimenti non si spiegherebbe il notevole (enorme, strabiliante) successo che ha da svariati anni. Non è mai banale, non è mai ripetitivo e soprattutto mette la passione in tutto quello che fa, una passione che emerge anche da poche righe e che ti fa precipitare in libreria appena esce un suo nuovo libro.

Venendo a questo, ve lo dico: si legge in pochissimo tempo. E’ per lo più un libro fotografico fatto di materiale di set e backstage durante i mesi della lavorazione della serie TV. E’ un libro che ci offre uno sguardo in più sulla vita dei protagonisti che abbiamo conosciuto nella serie. Nei Bastardi si sente forte più che mai la coralità, tutti i personaggi hanno una vita, un trascorso che stiamo assaporando poco per volta e che l’autore ci porta a conoscere meglio in queste pagine. Vi siete mai chiesti da dove derivi la rabbia incontrollabile di Romano? E la fissazione per i suicidi di Pisanelli? Non vi siete mai domandati cosa significhi vivere con un segreto inconfessabile come quello di Alex o quali siano i veri pensieri di Ottavia, la calma fatta persona che al suo interno ha un inferno? Ecco qui i Bastardi non hanno nessuna indagine da portare a termine, vogliono solo farsi conoscere di più, diamogliela questa opportunità.

Un’imprecisa cosa felice

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  • Titolo: Un’imprecisa cosa felice
  • Autrice: Silvia Greco
  • Editore: Hacca
  • Data di pubblicazione: 2 Marzo 2017
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A volte è questione di attimi. Un minuto prima sei lì che cammini tranquillo e spensierato per strada e un secondo dopo ti ritrovi senza vita perché magari una macchina che sfrecciava ad alta velocità ti ha buttato sotto. In situazioni del genere, in morti così improvvise e dolorose non puoi che restare senza parole.

Nino e Marta sono accomunati da un destino simile. Entrambi hanno perso la persona amata in modo improvviso, ma per quanto strano a dirsi in un modo di certo stupido e che raccontandolo non può che provocare nell’altro un leggero sorriso o più sfacciatamente una fragorosa risata. Certo con la morte non si scherza e tanto meno si ride, ma sfido chiunque a non ridere se un vostro amico vi dicesse: mia zia è morta scivolando su una cacca di cane. Non vi verrebbe da ridere o trovarlo dannatamente assurdo? Sembra una scenetta da cabaret o da cartone animato, la classica scivolata sulla buccia di banana che fa sbellicare dal ridere. In quel caso però è finzione e l’attore si rialza come se niente gli fosse successo, mentre nei cartoni animati non muore mai nessuno sul serio.

La zia di Marta, Marisa, invece sulla cacca di cane è morta sul serio ed anche troppo presto provocando nell’amata nipote prima un rifiuto verso il mondo e poi una voglia di fuggire da quel paesino da cui ormai non si sentiva più legata. Senza la zia Marisa, la donna che del capannone aveva fatto un ospedale per i giocattoli rotti dei bambini di tutto il paese, che preparava le marmellate più buone del mondo a cui metteva nomi come marmellata per i giorni tristi e che soprattutto aveva fatto innamorare lo zio Ernesto e che lo aveva trasformato in perfetto gentiluomo nulla aveva più senso. Marisa e Ernesto erano la seconda famiglia di Marta o meglio la famiglia da mettere sullo stesso piano della mamma Erminia.

La mamma di Nino era morta di un colpo al cuore. Non un infarto ma un vero e proprio colpo provocato dalla vista del suo ex marito che se ne era andato di casa molti anni prima lasciando soli lei e il suo Nino. Non lo vedeva da anni e forse la sorpresa di ritrovarselo all’improvviso alla porta di casa era stata così inaspettata che il suo cuore non aveva retto. Il povero Nino si era ritrovato in un colpo senza la mamma ma aveva guadagnato due sorelline uguali e bionde che non parlavano la sua lingua e con un papà che non lo considerava uno scemo come la maggior parte delle altre persone e che gli avrebbe fatto fare tutto ciò che lui desiderava. A Nino bastava semplicemente tenere il bugigattolo vicino alla stazione, vendere gli oggetti che aveva all’interno e poter fantasticare sulla bellissima ragazza dalle orecchie leggermente a sventola.

Marta e Nino non avevano solo il destino che li accomunava e che li aveva fatti sfiorare quando erano ancora piccoli e manco se lo ricordavano , ma era un destino che anni dopo li avrebbe fatti incontrare in una situazione assurda in cui entrambi erano inconsapevolmente finiti e che li avrebbe legati al punto da dar vita a una splendida amicizia.

Un’imprecisa cosa felice è un romanzo che sprizza positività da tutte le righe. Si lascia leggere velocemente non solo perché le storie di Nino e Marta sono coinvolgenti ma anche perché è permeato da una costante positività. E’ allegro, spensierato e divertente e mostra che dalle difficoltà che la vita ci riserva possono sempre nascere cose buone e che è vero che certe volte la vita è dolorosa e dura, ma può cambiare in qualsiasi momento e può rimettersi sulla carrellata giusta e tornare ad essere solare.

Sostiene Pereira

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    • Titolo: Sostiene Pereira
    • Autore: Antonio Tabucchi
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 1994 (prima edizione)
    • Acquista il libro su Amazon: Sostiene Pereira

Lisbona 1938. Pereira è un giornalista di una pagina culturale del Lisboa rimasto vedovo dopo che la moglie è morta in seguito alla tubercolosi. L’assenza della donna per Pereira è ancora difficile da sopportare e accettare per questo non rinuncia a parlare con lei e metterla al corrente di tutto ciò che gli accade con dialoghi che avvengono quotidianamente con lui che parla alla foto di sua moglie. E’ a lei che parla di Francesco Monteiro Rossi, autore di un saggio filosofico sulla morte che ha colpito positivamente Pereira e che lo spinge a contattarlo per proporgli una collaborazione per il suo giornale. Il compito che vorrebbe assegnargli è quello della redazione dei necrologi e lo mette alla prova commissionandogli un necrologio su Georges Bernanos o François Mauriac. Rossi, a dispetto del compito che Pereira gli ha assegnato, gli consegna degli articoli polemici dal forte contenuto politico e che di certo non potevano essere pubblicati, anzi erano articoli contro il regime dell’epoca e quindi altamente pericolosi. Pereira non pubblica gli articoli, però lo retribuisce lo stesso e cerca di aiutarlo con apparente distacco per evitare qualsiasi coinvolgimento.

Pereira era sempre stato un uomo mite, quiete, dedito alla lettura e alla cultura e la sua routine era rappresentata dal lavoro al giornale, dalla vita con sua moglie e dalla preziosa abitudine di consumare una omelette e una limonata al caffè Orchidea. Tutto ciò che gli accadeva intorno lo osservava e non si lasciava coinvolgere più di tanto. Adesso nella sua vita c’era un giovane che sostenuto ed incitato dalla bellissima fidanzata Marta scriveva senza paura tutto ciò che di scomodo stava avvenendo nel loro Paese e lentamente la sua coscienza civile sembrava svegliarsi dall’apatia verso cui l’aveva condotta.

Fondamentali si riveleranno i due incontri che Pereira intraprese. Il primo con il dottore della clinica dove Pereira si recava abitualmente per curare la cardiopatia di cui soffriva con cui parlò del sentimento di inquietudine che lo affliggeva e della sua recente idea di lasciare il Paese per andare in Francia e il secondo con un’ebrea con cui si ritrovò a viaggiare su un treno che quando apprese che Pereira era un giornalista lo incitò a far qualcosa denunciando ciò che stava accadendo.

Al suo ritorno Pereira trovò una situazione decisamente cambiata. Marta, la bellissima Marta era irriconoscibile e visibilmente preoccupata mentre Rossi presentatosi un pomeriggio da lui gli chiese ospitalità fino alla sua fuga. Pereira accettò di nasconderlo ma prima che il ragazzo potesse fuggire venne trovato e pestato fino ad ucciderlo. Fu questo tragico evento che spinse Pereira a prendere finalmente una posizione e denunciare la violenza e l’uccisione del suo giovane amico, assicurandosi che l’articolo passasse la censura per poter essere pubblicato.

Sostiene Pereira è il romanzo di maggior successo di Antonio Tabucchi oltre che uno dei romanzi più importanti della nostra letteratura. E’ un romanzo fortemente politico e civile e Pereira è l’emblema dell’antieroe che diventa eroe. Pereira è un uomo assorbito dalla routine della sua vita, si disinteressa della realtà in cui vive e non a caso ha scelto di occuparsi di cultura, che implicava il non dover denunciare qualcosa o prendere posizioni contro o pro qualcuno. Quando nella sua vita entra Rossi in Pereira avviene un lento ma importante cambiamento; chissà magari rivedeva nel giovane lui da ragazzo o intravedeva in figlio che non aveva mai avuto con sua moglie. Fatto sta che la sua coscienza si risveglia e poco alla volta prende atto della condizione del suo Paese e dell’Europa intera, della censura a cui erano costretti gli organi d’informazione e delle violenze che il regime operava sui dissidenti. Da antieroe diviene eroe quando decide di usare la sola arma a sua disposizione, la penna, mettendo tutto nero su bianco e fare finalmente qualcosa.

Quasi Grazia

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    • Titolo: Quasi Grazia
    • Autore: Marcello Fois
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 29 Novembre 2016
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Nuoro 1900. Grazia è prossima al trasferimento che dalla Sardegna l’avrebbe portata a vivere a Roma, un trasferimento che avrebbe coinciso con una rottura con il suo passato e l’inizio di una nuova vita. Bastano poche battute per capire il carattere ostinato di questa donna, non disposta a contrattazioni o ad avere la peggio nello scontro a parole con sua madre. Il rapporto con sua madre è un continuo botta e risposta con Grazia che non comprende la chiusura mentale del genitore e la madre che le ha sempre rimproverato questa sua strana passione per la lettura e la scrittura. Questo fatto di stare lì a raccontare storie e attirare attenzione sulla famiglia, loro che erano così discreti si erano ritrovati questa figlia con i grilli per la testa. Grazia ne era consapevole di essere vista come un problema, di essere stata additata come diversa solo perché invece di stare dietro al corredo e a tutte quelle faccende da femmina a momenti ci rimetteva la vista sui libri.

Stoccolma 1926. Grazia con il suo inseparabile marito Palmiro è in attesa del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (prima ed unica donna italiana ad aver ricevuto questo riconoscimento), la massima onorificenza a cui uno scrittore possa aspirare. In quello che dovrebbe essere uno dei giorni più importanti non mancano di certo le polemiche. I giornali ipotizzano che la scelta del premio a Grazia sia stata più politica che altro, Pirandello che in una commedia avrebbe ironizzato e preso in giro il rapporto matrimoniale di Grazia e i sardi non del tutto felici di essere rappresentati dalla penna della scrittrice. Quello che lei tiene a sottolineare nell’intervista con un giovane giornalista accorso dalla Deledda è che lei non ha mai avuto pretesa di parlare a nome della Sardegna né tanto meno esaurirla nei suoi romanzi. Quella di Grazia era una terra più complessa per poterla ridurre in poche righe e lei si era sempre limitata a scrivere solo la Sardegna che conosceva, ma chissà perché questo non riuscivano a capirlo.

Roma 1935. Sempre insieme al suo Palmiro in un studio medico in cui viene a conoscenza di quella malattia a cui non c’è più scampo e che la condurrà da lì a poco alla morte. Consapevole del suo destino e impegnata a far forza più al marito che a se stessa, quell’appuntamento porta Grazia a tracciare un bilancio della sua vita.

Emerge il fondamentale rapporto che ha con la madre, presente in tutti e tre gli atti (fisicamente nel primo, oniricamente negli altri due), come emerge la concezione che la Deledda ha della scrittura: lo scrittore è uno specchio, riflette e ti mette davanti a quello che sei senza sconti, sennò non è uno scrittore. Tre atti non sono certo abbastanza per ricostruire l’intera vita di una persona, ma Fois in questo libriccino ha deciso di parlare di quelle che potrebbero essere state le tappe fondamentali della vita della scrittrice sua compaesana: prima, durante e alla fine del suo essere donna e immensa scrittrice. Un omaggio e un tributo che vedrà Michela Murgia impersonare la scrittrice nell’omonima pièce teatrale.

I fannulloni nella valle fertile

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    • Titolo: I fannulloni nella valle fertile
    • Autore: Cossery
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 18 ottobre 2016
    • Acquista il libro su Amazon: I fannulloni nella valle fertile

Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo, ma non è il caso della famiglia di Serag che considera il lavoro come una macchia che intacca l’onore e la rispettabilità. L’ozio e il sonno sono valori estremamente importanti, il lavoro danneggia e rovina le persone. Per questo motivo quando il piccolo di casa, il giovane Serag, annuncia a tutti gli altri di voler andare a lavorare la notizia viene accolta nel peggiore dei modi possibili. Come se non bastasse a catastrofe si aggiunge altra catastrofe quando il capofamiglia, il vecchio Haref, annuncia che vuol trovare una donna con cui contrarre matrimonio il prima possibile. La pace e la tranquillità, ma soprattutto l’ozio e il sonno sono così rovinati e toccherà al secondogenito, incitato dal primo fratello in quei rari momenti in cui è sveglio, impedire i due eventi e riportare tutti alla ragione.

Lavoro e matrimonio: che pazzia, che assurdità, Dio ce ne scampi. Il matrimonio vorrebbe dire avere una donna in casa e si sa che le donne non portano mai nulla di buono. Per prima cosa starebbero sempre in casa a fare faccende e riordinare facendo così baccano, per non parlare di tutte quelle finestre aperte che farebbero entrare la luce nelle camere impedendo un tranquillo riposo. Inoltre una donna chiama altre donne e sarebbe un via vai continuo di pettegole e di chiacchiericcio in sottofondo che disturberebbe la quiete di casa. E’ tutto fuori discussione e Rafik è disposto a rinunciare al suo di sonno pur di sistemare i problemi. Lui è furbo e sa che il matrimonio è una pazzia e che ci sono dei sacrifici che un uomo deve fare per preservare le sue dormite, non ha caso ha lasciato l’unica donna che abbia mai amato in vita sua. Quanto al lavoro e la voglia di andare in città del giovane Serag basta spaventarlo un po’ facendogli credere che ci sono persone che si svegliano ogni mattina all’alba per andare a lavorare e guadagnare pochi centesimi e che la città non è come la periferia in cui vivono, ma è un luogo pieno di pericoli, con tram e macchine pronte ad investire chiunque e con il governo che non aspetta altro che buttare in carcere i ribelli.

Si gioca molto con il paradosso in questo libro acclamando e difendendo vizi come l’ozio e rigettando qualità come l’impegno e il darsi da fare e quindi lavorare. Il sacrosanto diritto a non fare niente e semplicemente dormire è la massima espressione di vita a cui aspirare e sarebbe da folli a rinunciarci solo in nome di quel lavoro che disonora le famiglie. In realtà dietro a questo si nasconde un attacco velato che lo scrittore fa alla società e al mondo, non  a caso il lavoro a cui Serag aspira è un lavoro in fabbrica simbolo di sfruttamento dell’uomo a favore del progresso che crea disuguaglianze. Certo gli uomini di questa famiglia a prima vista sembrerebbero dei semplici nullafacenti, sfaticati che non vivono se non dormendo. Non è una pigrizia fine a se stessa, altrimenti i fannulloni non si sarebbero ingegnati per mandare all’aria le catastrofi che avrebbero colpito la famiglia, ma è la difesa di quella pigrizia che assicura libertà. Ironico e divertente l’ho divorato in un solo giorno.

Vuoi lavorare! Mi domando come una tale idea abbia potuto germogliare in te. Sei probabilmente un mostro o un imbecille. In ogni caso, sicuramente non sei della famiglia.

Pelle di donna

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  • Titolo: Pelle di donna
  • Autore: Alina Rizzi
  • Editore: Bonfirraro

Pelle di donna è un’antologia composta da diciotto racconti con protagoniste delle donne. Il filo conduttore di questi racconti è rappresentato dalle violenze, fisiche e psicologiche, che queste donne hanno dovuto affrontare nella loro vita. C’è un punto comune in tutti questi racconti ossia l’illusione di aver trovato l’amore della loro vita, il perfetto fidanzato o l’ideale marito, ma all’improvviso quello che era per loro il principe azzurro si è trasformato nel loro incubo ad occhi aperti.

Sono le donne a prendere la parola in questi racconti, l’autrice ha solo riportato fedelmente le loro terribili esperienze e riportarle nero su bianco: come giornalista e come donna mi sono semplicemente messa in ascolto, con empatia e profondo rispetto, cercando di restituire a questi vissuti la dignità che meritano, portandoli alla luce del foglio bianco. Sono storie atroci ma in un certo senso a buon fine, perché tutte queste donne sono riuscite a superare il buio delle violenze e ritrovare la forza di andare avanti. Certo, fa uno strano effetto dire che sono storie che terminano bene perché l’inferno che hanno passato di certo non lo si può mettere alle spalle e dimenticarlo, ma ti lascia quel genere di cicatrice che resta indelebile sulla pelle.

Tra le testimonianze spicca quella di Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata dal suo ex fidanzato diventata ormai simbolo della lotta al femminicidio e alla violenza sulle donne. Il suo coraggio non solo nel raccontare la sua esperienza, ma anche su come ha affrontato il duro percorso di riabilitazione e l’impegno che ha assunto ad esortare le vittime di violenza a denunciare il proprio carnefice e riprendere in mano la loro vita prima che sia troppo tardi: chiunque nella vita affronta momenti duri non deve mai perdere il desiderio di vivere perché la vita vale sempre la pena di essere vissuta. 

Per concludere Pelle di donna oltre ad offrire una serie di testimonianze toccanti è un libro fondamentale che riporta l’attenzione su un tema su cui non bisogna mai abbassare l’attenzione.

Gli aspetti irrilevanti

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    • Titolo: Gli aspetti irrilevanti
    • Autore: Paolo Sorrentino
    • Editore: Mondadori
    • Data di pubblicazione: 29 Novembre 2016
    • Acquista il libro su GoodBook

Ci sono due tipi di passione. Una non mi piace, l’altra non m’interessa.

Capita che mentre leggiamo proviamo a ricreare nelle nostre menti i vari personaggi delle storie narrate con gli elementi che ci mette a disposizione l’autore o con il solo lavoro della nostra immaginazione. In questo libro Paolo Sorrentino ci facilita il compito perché partendo da una fotografia ci racconta tutto, o quasi, della persona in questione. Grazie alla collaborazione del fotografo Jacopo Benassi lo scrittore e regista premio Oscar costruisce ben ventitré vite partendo da semplici fotografie e arrivando a raccontarci le loro vite fatte di gioie e dolori, tic e stranezze, abitudini e particolarità.

Quindi spazio ad Elsina Marone che ama vantarsi di avere la pressione bassa e a Linda Giugiù che quando è stato rinvenuto il suo cadavere hanno trovato sul suo corpo un tatuaggio che recitava non mi piacciono i tatuaggi. E che dire di Donna Emma che a vederla mai o poi mai si potrebbe pensare che è la donna più cattiva del mondo? Fa la portinaia in un palazzo di Napoli e tutto ciò che di cattivo esiste abita in lei. Il segreto di Antonella Costa è che non sa andare in bicicletta, non l’ha mai rivelato a nessuno perché se ne vergogna troppo, mentre quello di Valerio Affabile, camorrista, è che ama cantare, ma non lo farebbe mai davanti agli altri e nel tanto tempo libero che trascorre in carcere compone delle bellissime (a suo parere) canzoni neo-melodiche.

In una narrazione fatta di frasi brevi e all’apparenza confuse o meglio slegate tra loro Sorrentino ci fa conoscere le vite di queste persone senza tralasciare quegli aspetti irrilevanti che alla fine ci formano e ci caratterizzano. Non siamo solo il risultato di grandi azioni e buoni sentimenti ma anche di cose che possono sembrare inutili, di fobie assurde e di manie insensate. Di una persona l’ultima cosa che vorremmo sapere è se odia i picnic, o se è un grande risolutore di cruciverba, tanto meno se è un appassionato di utensili da cucina o odia i cipressi.

Imperdibili infine i ritratti di Paride Bussolotti in cui lo scrittore sembra richiamare le lezioni di seduzione che aveva introdotto e argomentato nel suo primo romanzo Hanno tutti ragione, e quello di Settimio Valori, un regista amatoriale di filmini controversi, ritratto in cui è possibile scovare delle cose sull’autore stesso; non a caso la fotografia da cui parte la narrazione è quello di Sorrentino stesso.

Molti interessanti, alcuni divertenti, altri permeati di malinconia mentre altri più spensierati, tutti che formano un ottimo collage di storie, un imperdibile romanzo corale oltre che una bellissima galleria di volti da apprezzare.