Jingle Books #6: Erri De Luca

La doppia vita dei numeri di Erri De Luca è il libro migliore per chiudere al meglio questi appuntamenti dedicati ai libri e alle festività. Un dialogo teatrale tra due personaggi, una sorella e un fratello, l’ultima notte dell’anno a Napoli. Una partita a tombola tra i due sarà l’occasione per ricordare i due genitori scomparsi anni prima.

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LEI: Senti, quest’anno mi devi fare la grazia di venire a fare capodanno da me.

LUI: Ma perché capodanno? Lo sai che per me le feste comandate sono finite. Già non lo festeggiavo quando c’era mamma. Me ne andavo a dormire dopo cena e la lasciavo sola in quella cucina in mezzo alla campagna a vedersi la mezzanotte alla televisione. Ci penso continuamente e mi maledico. Viveva con me ma io continuavo a vivere da solo. A Natale facevo fatica a fare quattro pacchetti per lei e per te. Dopo la morte di papà per me le feste sono sparite. Ora che non c’è più neanche lei, a Natale me ne sto per conto mio.

LEI: Natale sì, io sto parlando di capodanno. Devi venire, voglio solo passare quella serata con te. Non dire sempre no.

LUI: Passiamo insieme un’altra sera, magari vengo a Napoli prima. Non voglio sentire la grancassa della festa comandata. Mi sta antipatico il capodanno, e pure san Silvestro. Con lui la Chiesa, al tempo di Costantino, passa dalla clandestinità a religione ufficiale dell’Impero, perdendo i suoi migliori connotati.

LEI: A noi i connotati migliori ce li ha cambiati il tempo. Senti, siamo rimasti noi due, i nostri non ci stanno più. Noi dobbiamo rispettare questo poco di vita che ci avanza. Tu sei solo e pure io. In certi giorni mi serve sapere che ci sei.

LUI: In quei giorni io sento la loro assenza, mi salta addosso come la tramontana, mi strappa il caldo a morsi. Me ne sto rannicchiato da una parte e aspetto che passi. Per me ogni giorno è il giorno uno della loro assenza. Scorrono gli anni e io sto fermo al giorno dopo, coi loro corpi appena usciti dalla porta della cucina. Se vengo da te, te lo rovescio addosso il freddo e ti guasto la festa. Tu sei più capace di vivere di me, di rispettare la vita che prosegue. Io non ci penso nemmeno.

LEI: Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città. Resterà fuori dalla finestra. Tu mi tieni compagnia per quella sera. Cucino pasta al sugo alla genovese. A proposito, lo sai perché si chiama così? Genova non c’entra niente.

LUI: No. C’è una spiegazione? Il cuoco si chiamava così?

LEI: No, genovese è una deformazione napoletana di genevoise, “di Ginevra”. Un cuoco svizzero che lavorava presso una grande famiglia dimenticò il soffritto di cipolle sul fornello a fuoco basso. Dopo ore era diventato scuro e denso e con quel sapore sublime.

LUI: Una buona spiegazione. Napoli ha avuto nel 1800 gli svizzeri venuti a lavorare, pasticcieri, cuochi, cioccolatai. Emigravano a Napoli, gli svizzeri. Già questo basta a dire che città era allora.

LEI: È la tua città. Tu sei timbrato Napoli, come la mia finestra. La tieni scritta in faccia la provenienza. Rughe napoletane, mani che fanno mosse napoletane, pure quando stai zitto, fai un silenzio napoletano. Te la porti tatuata addosso la città.

LUI: Si vede che sono così napoletano da non avere bisogno di abitarci. Ci vengo volentieri ma non posso usare il verbo tornare. Il posto da dove mi sono staccato a diciott’anni non c’è più.

LEI: Ce sta. Chiudi gli occhi e lo senti dalle orecchie che c’è. Chiudi pure quelle e lo sai dal naso. Tappalo e lo sai dalla lingua. Chiudi pure la bocca e te o dice la pelle che stai a Napoli. È tale e quale, te ne sei andato e quella è rimasta imbalsamata.

LUI: Stai a vedere che sei più visionaria di me. Ti affacci al balcone e vedi ancora la portaerei della Sesta Flotta? Vedi per strada i soldati col berretto bianco che sbandano ubriachi e svuotati di tasca dagli scugnizzi? Non c’è più il posto che mi ha fatto straniero ancora prima di partire, scambiandomi per uno dei marinai sbarcati a far baldoria. Lo sai che una volta, a sedici anni, mi hanno rastrellato quelli della Shore Patrol e mi stavano caricando sulla portaerei?

LEI: Sì, lo so. E allora? Mo’ perché non ci stanno più quei giacconi americani non c’è più Napoli? Ci sta altra gente, altri popoli, mo’ tenimmo pure i cinesi. Napoli ha sempre avuto ospiti in casa. Che differenza fa se sono svizzeri, americani, africani? La differenza tra me e te sai qual’è? Io voglio bene a Napoli e tu no. Sei sempre stato scarso negli affetti. Tieni la scrittura e metti tutto là dentro. Fuori di quella non vuoi bene a nessuno, neppure a te stesso.

LUI: Non ci ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mio corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua.

(Tratto da La doppia vita dei numeri di Erri De Luca, Feltrinelli)

I post più letti dell’anno!

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Quanto a questo Rondini d’inverno, ribadire ogni volta la bravura e il talento di Maurizio de Giovanni sembra scontato. Le emozioni sono sempre tangibili e palpabili, ogni pagina si legge con fervore, ogni volta si vorrebbe non finirlo e desiderare di trovare una nuova indagine subito ad attenderci in libreria. Anche stavolta ci tocca aspettare un anno per rivederlo tornare, anche stavolta vorremmo che l’anno volasse per poter ricominciare a rileggerlo.

Ci sono LUI e LEI, tantissime comparse (tutte elencate nei titoli di coda del libro) a cui è difficile stare dietro, moltissime citazioni cinematografiche e letterarie e degno di nota è il preciso lavoro svolto dalla traduttrice Daniela Almansi, un lavoro non semplice ma riuscito alla perfezione. Soprattutto c’è una storia che aspetta solo di essere letta.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale.

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina.

L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Jingle Books #5: Alejandro Palomas

Il Natale è ormai alle spalle, il tempo di riprendere fiato e si comincia a pensare al 31 dicembre: Capodanno. Fer e la sua strampalata famiglia trascorreranno insieme la sera dell’ultimo dell’anno e a scoppiare non saranno solo i botti fuori, ma anche i sentimenti che per non ferire gli altri hanno tenuto per molto tempo repressi.

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Barcellona. Oggi è il 31 dicembre. «Saremo in cinque» dice la mamma. «Senza contare Olga, ovviamente». Mamma è nervosa e piena di gioia. È così da una settimana, da quando ha avuto la certezza che stasera ci saremo tutti. Finalmente, dopo tanti tentativi frustati, tutti noi che siamo sangue del suo sangue ci siederemo a tavola per festeggiare l’ultimo dell’anno e brinderemo insieme. È un giorno importante per lei e non lo nasconde, perché è incapace di farlo. Da quando ha divorziato da papà è accaduto sempre qualcosa, qualcosa è andato storto e la cena di Capodanno è sempre stata un fallimento. Il primo Natale, Emma restò bloccata per quasi un mese in Argentina perché la compagnia aerea con cui doveva viaggiare è fallita, lasciando a terra i passeggeri di tutti i suoi voli. Poi fu zio Eduardo a disertare: l’anno dopo aveva deciso di andare a vivere a Lisbona e in quei giorni stava aspettando che arrivassero due container pieni di mobili, che pareva si fossero persi per strada e alla fine erano arrivati a Tangeri. E l’anno scorso è stato il turno mio e di Max. Il 31, a mezzogiorno, mentre giocavo con lui al parco, la sua palla rimbalzò contro un albero e finì sulla strada. 

Questa è, finalmente, la sera di mamma, che è in movimento dalle sei di stamattina ed è così emozionata che, tra i nervi a fior di pelle, la goffaggine che la contraddistingue e la vista che non l’aiuta, abbiamo raggiunto un record di danni collaterali ammucchiati vicino alla pattumiera. «Fa’ sparire tutta questa roba prima che arrivi Silvia, per favore, Fer» mi supplica con un’espressione angosciata prima di sedersi al tavolo con l’uva. «Lo sai come se la prende tua sorella quando rompo qualcosa» aggiunge mentre guarda di sottecchi la busta con i resti della lampada di porcellana, tre bicchieri, due cornici per fotografie, una brocca per l’acqua e una teiera, che pare fosse cinese e che fino a oggi era il pezzo forte della sua collezione di orrori in miniatura, offerta da una rivista che lei si rifiuta di leggere, ma compra «per i regali». 

«Credi che piacerà a tutti?» domanda per l’ennesima volta, tornando a guardare nel forno. «È che… stavo pensando che forse non basterà. Anche se, in effetti, ci sono le due insalate, e zio Eduardo arriverà di sicuro con qualcosa di Duty Free. Poi sono rimasti i torroni che ha portato Silvia il giorno di Natale, e…». «Calmati, mamma» la interrompo con gentilezza. «Ci sarà cibo a volontà». Avremo avuto questa conversazione almeno una decina di volte nelle ultime tre ore. Il cibo basterà? Sarà sufficiente? Piacerà a tutti? Fa molto caldo? Non sarà meglio abbassare un poco il riscaldamento? Accendiamo subito le candele o aspettiamo che arrivino? E l’aperitivo? Ah, senza aperitivo? Sei sicuro?… Domande. 

(Tratto da Capodanno da mia madre, Alejandro Palomas, Neri Pozza)

Jingle Books #4: Jonathan Franzen

Terzo appuntamento del Jingle Books. Questa volta ci spostiamo negli Stati Uniti, in una cittadina del Midwest americano dove i Lambert si apprestano a festeggiare il Natale. Enid è sicurissima che questo Natale coinciderà con l’ultimo che suo marito Alfred potrà festeggiare visto che il Parkinson sta facendo il suo corso. Radunare i tre figli ormai sparsi nel Paese è la missione che la capofamiglia si assume e anche se i figli tutto vogliono tranne che stare con quella madre che ha passato la vista a correggere i loro comportamenti decidono di realizzare il suo desiderio.

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Nel seminterrato, all’estremità orientale del tavolo da ping pong, Alfred stava aprendo il cartone di whisky Maker’s Mark pieno di luci dell’albero di Natale. Sul tavolo aveva già le sue medicine e un kit per l’enteroclisma. Aveva un biscotto appena sfornato da Enid, che doveva essere a forma di renna ma faceva pensare a un terrier. Aveva un cartone di sciroppo d’acero Log Cabin contenente le grandi luci colorate che in passato aveva appeso ai tassi del giardino. Aveva un fucile a pompa in custodia di tela con la chiusura lampo, e una scatola di proiettili calibro venti. Aveva un’insolita lucidità e la volontà di usarla finché fosse durata. La luce incerta del tardo pomeriggio era imprigionata nei vani delle finestre. La caldaia si accedeva spesso, la casa perdeva calore. Il maglione rosso gli pendeva dalle spalle formando pieghe e protuberanze sghembe, come se Alfred fosse stato un ceppo o una sedia. I pantaloni di lana grigia erano afflitti da macchie che doveva per forza tollerare, perché l’unica altra scelta sarebbe stata quella di perdere il ben dell’intelletto, e non era del tutto pronto a farlo. La prima cosa che emerse dallo scatolone del Maker’s Mark fu una lunghissima fila di luci natalizie bianche avvolte intorno a una striscia di cartone. Le luci, conservate nel ripostiglio sotto la veranda, puzzavano di muffa, e quando Alfred inserì la spina nella presa si accorse subito che qualcosa non andava. La maggior parte delle luci brillava allegramente, ma vicino al centro del rocchetto c’era una chiazza di lampadine spente- una sub-stantia nigra nel cuore del groviglio. Districò il filo con mani esitanti e lo stese sul tavolo da ping-pong. All’estremità c’era uno sgradevole segmento di lampadine fulminate. Alfred sapeva cosa si aspettava da lui la modernità. La modernità si aspettava che andasse in un grosso discount a sostituire le luci guaste. Ma i discount erano affollati in quel periodo dell’anno; avrebbe fatto una coda di venti minuti. Non gli dava fastidio aspettare, ma Enid non gli avrebbe permesso di guidare la macchina, e a lei dava fastidio aspettare. Enid era al piano di sopra a frustarsi sulla dittatura d’arrivo dei preparativi per il Natale.

(Tratto da Le correzioni di Jonathan Franzen, Einaudi)

La ragazza della fontana

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  • Titolo: La ragazza della fontana
  • Autore: Antonio Benforte
  • Editore: Scrittura & Scritture
  • Data di pubblicazione: 16 Novembre 2017

L’estate del 1994 è rimasta impressa nella memoria di tutti gli italiani perché fu l’estate in cui il rigore sbagliato di Roberto Baggio consegnò la coppa del mondo al Brasile. In un paesino dell’entroterra campano per quanto il mondiale avesse appassionato chiunque, l’uccisione di una ragazzina fu l’argomento clou dell’estate e che rimase impresso nella mente di altri per buona pace della nazionale italiana. M. è un quindicenne che ha appena finito la scuola con voti nella media e per lui estate vuol dire giocare a pallone fino a  notte fonda con i suoi amici sfidando i ragazzini dei paesini limitrofi che considerano la squadra di M. e compagni tra le più forti del territorio. Se poi capita si può trascorrere una giornata a mare o al centro commerciale per ammirare le ultime novità in campo tecnologico e passare del tempo nella piazzetta sempre in compagnia degli inseparabili amici.

Il nostro era un paesino di persone fredde e povere d’animo, di quelli in cui ci si conosce tutti, in cui la gente mormora e da cui i ragazzi con un briciolo di cervello scappano appena compiuta la maggiore età.

Il paese di M. è il classico paesino di provincia in cui tutti si conoscono e tutti vengono a sapere tutto nel giro di un millesimo di secondo. Una realtà soffocante per alcuni, rassicurante per altri. Nel paesino dove tutti si conoscono c’è solo un elemento che sfugge: il Capitano. Tutti lo chiamano così per via di quel cappello da marinai da cui pare non separarsi mai e tutti lo considerano lo strambo da cui stare alla larga e a cui non dare confidenza. Della sua vita passata non si sa niente, di quella presente bastano le chiacchiere del paese per costruirla: un solitario che inveisce contro chiunque, che beve parecchio e che sicuramente ha qualcosa da nascondere perché uno sano di mente non si comporterebbe mai così.

Quando quell’estate il corpo di un’adolescente, Rebecca, viene ritrovato nella fontana la colpa ricade in automatico sul Capitano, perché nessun’altro avrebbe commesso un atroce delitto e perché se il paese ha già la sua bestia perché affannarsi a trovarne un’altra? M. sa che non è così sa che il passato del Capitano ha conosciuto solo l’amore, per una donna e per i libri, e che a dispetto delle apparenze non farebbe del male a nessuno.

La ragazza della fontana è il romanzo d’esordio di Antonio Benforte, giovane scrittore e giornalista napoletano, edito da Scrittura & Scritture. È un libro che ha il pregio di lasciarsi leggere velocemente complice una scrittura molto scorrevole e una storia ben narrata. Tuttavia qualche punto debole c’è e la presenza di questi limita la riuscita ottimale del romanzo. L’episodio dell’omicidio che dà il titolo al libro è relegato a semplice episodio di contorno, un pretesto per raccontare altro e la cui conclusione appare frettolosa e indebolisce il finale. La scrittura di Benforte è elegante e molto pulita e contrasta molto con la storia raccontata. Se ci sono uccisioni, omertà e torbidi segreti ci si aspetterebbe una scrittura più graffiante e sporca come il maestro Ammaniti insegna. È un esordio e le basi per qualcosa di promettente ci sono, vediamo cosa succede nei prossimi.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Jingle Books #3: Marco Marsullo

Non voglio fare il discorso che Natale è una festa di famiglia e la mia, di famiglia, sembra un bollettino della Farnesina in cui si contano i dispersi. Non voglio neanche dire che il Natale mi mette malinconia perché a me il Natale nonostante tutto piace. Le lucine per le strade, gli alberi che si intravedono brillare per le finestre, il film con Eddie Murphy che fa il finto paraplegico alla tivú. Alla cena della Vigilia siamo rimasti in cinque (io, mamma, mia zia e i miei due cugini), ma non importa. Le cose importanti sono due: gli spaghetti con le vongole e… basta. 

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A differenza del protagonista del romanzo di Marco Marsullo, I miei genitori non hanno figli, la vigilia di Natale nella mia famiglia conta un minimo di dieci persone e un massimo di venti. La classica famiglia numerosa del sud e di classico del sud abbiamo solo quello perché se vi aspettate un menu che conta tre antipasti, tre primi, tre secondi e dolci di ogni genere che ti impongono di stare a tavola dalle cinque a alle dieci ore rimarrete delusi. Sono capitata nell’unica famiglia di terroni che consuma il cenone della Vigilia in un’oretta (un’oretta e mezza massimo), roba che se si sa in giro possiamo beccarci qualche denuncia. Non sto esagerando, ricordo un cenone della Vigilia di Capodanno terminato alle nove di sera, tanto che potevamo andare a fare un secondo cenone a casa di qualcun’altro visto che il tempo c’era. E il bello è che prima di metterci a tavola ogni anno c’è sempre lo zio che dice mi raccomando andiamo piano e cerchiamo di arrivare alla mezzanotte ma niente, dobbiamo correre (per andare dove poi non lo so). Prima o poi questi cenoni fast li brevetto, sai mai che possa farci qualcosa di soldi. Prima frase (la sento dal Natale del ’94): teniamoci leggeri, perché dobbiamo appesantici e magari stare male il giorno dopo? (questa la dice mia zia ogni anno e vorrei dirle, una cosa è stare leggeri un’altra è fare la fame, ma vabbè). Seconda: io con il sale nell’acqua degli spaghetti non esagero perché è sempre meglio sciapito che salato (questa la dice un’altra zia e a lei vorrei dire metticelo sto sale nell’acqua che altrimenti ‘sti spaghetti con le vongole non sanno di niente).

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Il tavolo è apparecchiato come fossimo i concorrenti di un reality sul Natale, in sfida con un’altra famiglia, magari del Nord, di Mogliano Veneto. MasterChristmas: solo una delle due avrà un Natale sereno, per l’altra, la sconfitta, il disprezzo del pubblico da casa e niente luci sull’albero. Mia mamma la sera della Vigilia dà il meglio: è una gara contro la sé stessa dell’anno precedente, vuole che tutto sia impeccabile. Sta cucinando dalle nove alle venticinque del mattino; primo, secondo, contorni. Ogni portata, tranne il dolce. Prima amava fare i dolci, ne faceva uno per ogni occasione. Da quando si è separata con papà ha smesso, così, di punto in bianco. Le fruste elettriche non so neanche se le ha buttate. La sera del 24 c’è sempre un tema, un colore, un abbinamento. Quest’anno è stato rispolverato un grande classico. Il rosso. Tovaglioli rossi, piatti rossi con sottopiatti bianchi (e rossi), bicchieri di carta rossi, flûte in finto vetro rosse, tovaglia rigorosamente rosse e, come centrotavola, una candela grande quanto il cranio di un’ippopotamo. Neanche a dirlo, rossa. Cestino per il pane rosso, posate in plastica rosse, segnaposti rossi con sopra disegnata una stella di Natale (che è rossa, certo). 

Lo zio che si improvvisa chef lo tengo pure io, però i suoi esperimenti culinari non è che siano granché e vorresti avere il coraggio di dirgli zio vai a fare ratatouille da qualche altra parte, ma è Natale e a Natale siamo tutti più buoni quindi mangi, sorridi e fingi che sia buono mentre nella tua testa immagini di essere Carlo Cracco che fa volare quel piatto che sei stato costretto a mangiare.

È automatico: se la cena del 24 è con mia mamma, il pranzo del 25 è con mio padre. Come per magia il paesaggio si stravolge, una pallina di vetro che, agitata, fa nevicare all’Equatore. Dalla città, da una cucina con lo stereo e la tivú accesa, dai discorsi incessanti, alla campagna, dove vive mio padre, al suo salone grandissimo, spoglio, il tavolo in legno senza tovaglia e il camino acceso a riscaldare le mura bianche. 

(Tratto da I miei genitori non hanno figli di Marco Marsullo, Einaudi)

Libri 2017!

Avete letto classifiche sui migliori libri di questo 2017 ovunque, lo so e al solo pensiero di leggerne un’altra state male, vi capisco, però visto che le avete lette ovunque magari potete dedicare qualche minuto del vostro tempo anche alla mia di classifica, perché poi le altre sì e la mia no?. Neanche io sono una fan delle classifiche, ridurre le molte letture a una decina è un compito un po’ difficile, anche perché di libri belli (ma veramente belli) ne ho letti parecchi quest’anno e quindi mi spiace per quelli che ingiustamente (per questione di numero) sono rimasti fuori. Quindi ecco la mia personale top 10 (e se volete ditemi anche i vostri titoli di questo 2017 ché sono curiosa).

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

La storia della sua famiglia era una grande processione di stanze una dentro l’altra, stanze invase dal sole e dalla polvere, alcune vuote, altre pullulanti di spettri e altre ingombre di pezzi di mobili e vecchie foto e oggetti inservibili, ammucchiati gli uni sugli altri come nel retro di un teatro. Quelle erano le stanze in cui era meglio non entrare. 

Che succede, mà? Vuoi che racconti la storia tua e del tuo sposo e mi hai dato la vista potente dei tuoi ultimi istanti? Quando, si dice, l’intera vita e quella delle persone care scorre davanti agli occhi. 

  • Con molta cura. Severino cesari (Rizzoli)

Lo sai benissimo, di ciò che è in tuo potere affrontare ha senso prendersi cura. Ma proprio nel momento in cui pensi di esserti preso già abbastanza cura, abbastanza, e che potresti accontentarti, rimane in fondo solo quel poco di cui mi occuperò domani. 

La vita è fatta di pochi momenti importanti che spesso nemmeno riusciamo a scorgere mentre li viviamo. Loro ci seguono sempre un passo indietro e quando ti volti è già tutto fatto, irrimediabilmente compromesso, nel bene o nel male. 

Il male lascia senza parole. Se non lo nomini, non esiste. Se non lo chiami, scompare. Fino a che non impazzisci per aver ingoiato tutte quelle parole impronunciabili. Ma non è meglio staccarsi dalla realtà piuttosto che ammettere che sia finita ogni cosa?

Né uniti né divisi. E il problema è che questo è vero anche per i loro nemici. Che poi saremmo noi. In teoria, siamo tutti schierati contro il terrorismo: però, sul terreno, le cose sono sempre più ambigue. A volte la priorità è un altro nemico.

Voi civili non potete essere il mio nemico, finché non lavate la mano contro di me. Ma sempre con la massima sincerità vi devo ricordare che voi uccidete continuamente i nostri civili. E rubate le nostre terre, il nostro petrolio, le nostre miniere, le nostre cose. Ci fate soffrire ogni giorno. Se gli fai male, il gatto ti graffia. 

Quello che non capivo, quello che avevo capito adesso, all’improvviso, era che se smettevo di andare indietro, di cercare di recuperare il passato, forse c’era un futuro che mi aspettava, che ci aspettava, un futuro che si sarebbe svelato se solo mi fossi voltata a guardarlo. 

La sua intelligenza lo ha portato a percorrere una strada a tre tappe: dal semplice al complicato e poi di nuovo al semplice. 

Jingle Books #2: Maurizio de Giovanni

Per il secondo appuntamento con Jingle Books non poteva mancare uno dei personaggi a cui sono più legata: il commissario Ricciardi. Il bel tenebroso dagli occhi verdi creato dalla penna di Maurizio de Giovanni sarà impegnato anche nei giorni prima che precedono il Natale, con una delle sue tante indagini. Nel libro Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi accanto al giallo vero e proprio non mancano i momenti in cui si descrivono le tradizioni natalizie come la preparazione del presepe o dei piatti tipici che si consumano durante quei giorni. Pronti? Ecco un estratto.

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Quella prima di Natale è una domenica assai strana. È un po’ domenica, perché suonano le campane fin dal primo mattino; perché l’aria è quella della festa, coi tempi e i modi delle giornate fintamente senza impegni; perché molte botteghe rimangono chiuse e qualche commerciante ricco si consentirà un’ora di sonno in più; perché le ragazze penseranno a qualche incontro clandestino, se il papà o la mamma le manderanno a fare qualche commissione che per pigrizia non vorranno sbrigare direttamente. Ma non è solo domenica. È un po’ festa, perché i mendicanti sciameranno fuori le chiese per mettere i bigotti di fronte alla loro miseria, per spuntare un soldo o due; perché venditori di palloncini e castagnole prenderanno posizione nella Villa Nazionale, coi mezzi guanti e il volto coperto da stracci di lana per combattere il vento, richiamando i bambini con la merce e facendo loro paura per l’aspetto; perché i profumi di mandorle caramellate, di castagne arrosto, di carciofi alla brace e di pizze fritte saranno portati ovunque dal vento, facendo aumentare la saliva in tutte le bocche e gorgogliare gli stomaci. Ma non è solo festa. È un po’ Natale , perché i marciapiedi sono invasi da merce stesa su lenzuola vecchie, e ognuno vende qualsiasi cosa, lecita o non lecita, in ogni grande via di passeggio e in ogni vicolo adiacente; perché i potenziali clienti sono costretti a camminare sulla strada, prendendosi strombazzate e schizzi di fango dalle automobili e dalle carrozze; perché i negozianti di frutta e quelli di salumi hanno preparato grandi archi di merce colorata: per smontarli ci vorrebbero delle ore e quindi già da giorni non chiudono più, e rimangono la notte a chiacchierare tra loro, imbacuccati nelle coperte e col braciere davanti; perché i capitoni guizzano vispi nelle grandi vasche dipinte di azzurro come il mare, lungo via Santa Brigida, e ogni tanto uno sguscia per strada e il pescatore lo insegue tra le gambe delle donne che scappano terrorizzate. Ma non è ancora Natale.

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Il Natale è un’emozione. Un’aspettativa di qualcosa di nuovo, finalmente. O solo del ritorno, con valigie di cartone legate con lo spago in vagoni pieni e puzzolenti, dai posti del lavoro a quelli degli antichi amori, che ridiventano nuovi se visti da così lontano. Il Natale è un’emozione. È forte, come la voglia di casa nel freddo e nel vento, e sottile, come il suono di una fisarmonica in una taverna per chi passa in fretta, senza sapere bene dove andare. Il Natale è un’emozione. Lo puoi aspettare giorno dopo giorno, da quando lo scirocco cade sotto i colpi del vento del Nord, ma quando ti arriverà addosso all’improvviso, comunque, come un cavallo imbizzarrito pieno di sonagli e pennacchi. Il Natale è un’emozione

(Tratto da Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni, Einaudi)

Souvenir

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  • Titolo: Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 5 Dicembre 2017

Ottobre da ricordare. Ottobre da dimenticare. 

Ottobre. Che mese strano è ottobre. Le vacanze sono un lontano ricordo e per il periodo natalizio manca ancora troppo. Anche il tempo è indeciso, è capace di cambiare dall’oggi al domani o anche dalla mattina alla sera. Ottobre è uno sbalzo d’umore perenne ed in questo caos umorale è capace di trascinare anche te. È una mattina d’ottobre che un signore viene ritrovato in un cantiere della metropolitana, sprovvisto da tutto ciò che potrebbe fornirgli un’identità e in stato comatoso. Non è una rapina finita male, di questo ne sono certi i Bastardi di Pizzofalcone chiamati a risolvere la questione. Dopo aver appurato che l’aggredito è un turista americano in villeggiatura a Sorrento con la sorella e la madre, vengono a conoscenza del fatto che la madre di quest’ultimo Charlotte Wood è un ex diva hollywoodiana che per un brevissimo periodo nel passato ha animato la piccola cittadina del golfo quando si è recata per girarci uno dei suoi film più famosi: Souvenir.

È nel passato che bisogna tornare, è nel passato che bisogna scavare per risolvere il mistero di oggi.

Quanta strada hanno fatto i Bastardi e quanta ne dovranno fare ancora per dimostrare che nonostante i peccati commessi in precedenza sono degli ottimi poliziotti. Lavorare in un commissariato sempre a rischio chiusura non li fa star tranquilli, ma forse stavolta dopo tanta fatica anche gli altri finalmente si stanno accorgendo del loro merito e del loro valore. Tranquilli i Bastardi non possono esserlo mai, tanto meno questa volta che la loro indagine intreccia la vita di una famosissima attrice oggi colpita da Alzheimer con quella di una donna coniugata di un colletto bianco resosi latitante. Da una parte le pressioni del consolato americano e dall’altro quello della direzione distrettuale antimafia che con un solo battito di ciglia potrebbe portare via il caso ai Bastardi.

Come sempre non c’è solo l’indagine a cui pensare, i Bastardi hanno una loro vita e i loro problemi personali. Lojacono sempre preso dalla sua incasinata vita sentimentale e dall’evidenza che la sua bambina stia crescendo; Ottavia sempre pensierosa per il suo Riccardo e Romano impegnato in tutto e per tutto per ottenere l’affidamento della piccola Giorgia. Infine i più giovani Alex e Aragona, entrambi alle prese con due figure paterne autoritarie ed ingombranti con la differenza che se il padre della Di Nardo di è celato dietro un muro fatto di silenzio e che con la figlia non vuole averci più niente a che fare, il padre di Marcolino non solo parla (e pure più del figlio), ma dal figlio vuole pure un favore, ma di quelli grossi, capace di mandare in crisi il povero Aragona (lui con tutta la sciarpa) che dovrà capire da che parte stare e che tipo di poliziotto vuole essere.

Niente è come ottobre, per riproporre un antico souvenir. Nessun souvenir vale un ottobre. Perché è ottobre stesso, un souvenir.

È malinconico questo romanzo, a partire dal titolo. Cos’è un souvenir se non il tentativo di bloccare per sempre il ricordo di un posto in cui siamo stati felici? Tutta l’indagine che si snoda tra Napoli e Sorrento e tra presente e passato è permeata da una malinconia di fondo, da un tempo che è stato per poco felice e che mai tornerà, dai rimpianti e dai rimorsi che ci portiamo dietro e che ci fanno esclamare e se? Ci pensa il finale a scuoterci e a farci desiderare di poter avere la prossima indagine da leggere il prima possibile tra le mani. 

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

 

Jingle Books #1: Charles Dickens

Natale si avvicina e per entrare di più nell’atmosfera festiva non c’è niente di meglio di una carrellata di libri in cui i protagonisti festeggiano il Santo Natale. Non potevo non iniziare questo appuntamento del Jingle Books (perdonatemi ma con i titoli non vado forte) con il classico dei classici natalizi, ossia “Il canto di Natale” di Charles Dickens.

La storia del vecchio ed avido Ebenezer Scrooge che si converte allo spirito natalizio dopo aver ricevuto nella notte la visita di tre spiriti del Natale passato, presente e fututo è conosciuta anche da chi i libri li usa solo per riempire gli spazi vuoti di casa propria, anche perché da questo libro sono state tratte innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e animate. Infatti il mio primo approccio con la storia di Dickens non è avvenuto attraverso il libro, bensì con il cartone “Il canto di Natale di Topolino” in cui Zio Paperone, Topolino, Paperino e compagni disneyani facevano rivivere Il canto di Natale originale.

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Leggo fumetti da quando ero piccola e il cartone “Il canto di Natale di Topolino” era per me l’appuntamento da non perdere nel periodo natalizio, un po’ come per quelli che il giorno della vigilia non si perdono il film “Una poltrona per due” (che io non ho mai visto, ma questa è un’altra storia).

C’è da aggiungere una cosa, nella realizzazione del personaggio di Zio Paperone i suoi creatori si sono proprio ispirati al vecchio Scrooge creato da Dickens.

«Lieto Natale, zio. Dio sia con te» gridò l’allegra voce di un nipote di Scrooge, il quale gli arrivò addosso così rapidamente che l’augurio l’aveva proceduto da poco. «Bah!» fece Scrooge, «sciocchezze!». Il nipote si era tanto riscaldato, camminando rapidamente nella nebbia e nel gelo, che sembrava tutto acceso; la faccia era bella rossa, gli occhi gli brillavano, il fiato fumava ancora. «Sciocchezza Natale, zio?» chiese il nipote. «Non vorrai certo dir questo.». «Sì, che lo dico» ribattè Scrooge. «Lieto Natale! Che diritto hai tu di essere lieto? che ragione hai di essere lieto? Non sei abbastanza povero?». «Via!» rimbeccò gaiamente il nipote. «E che diritto hai tu di essere scontento? che ragione hai di essere di cattivo umore? Non sei abbastanza ricco?». 

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Scrooge, non avendo una risposta migliore fece: «Bah!» di nuovo, e aggiunse un altro: «Sciocchezze!»«Non essere in colera, zio» disse il nipote. «E che altro posso essere» replicò lo zio,  «dovendo vivere in un mondo di idioti come questo? Lieto Natale! Basta, con il lieto Natale! Che cosa è in fin dei conti la ricorrenza di Natale, se non il giorno di pagare conti senza avere soldi in tasca, il giorno in cui ti trovi di un anno più vecchio senza essere di un’ora più ricco! il giorno di fare il bilancio e di notare come ogni partita, durante i dodici mesi, sia stata un deficit! Se potessi fare come dico io» esclamò infine con indignazione, «ogni idiota che va in giro con il “lieto Natale!” sulle labbra, dovrebbe venire bollito nel suo stesso pudding, e sepolto con un rametto di agrifoglio sul cuore. Questo vorrei!». «Zio» implorò il nipote. «Nipote» replicò severamente lo zio, «festeggia pure il Natale alla tua maniera, ma lascia che io lo festeggi alla mia.». «Festeggiarlo!» rispose il nipote. «Ma tu non lo festeggi per niente…». «Lasciami in pace, allora, e possa Natale portarti un mucchio di bene, proprio come te ne ha portato finora.». 

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(Tratto da Il canto di Natale di Charles Dickens, Bur)