Le parole sono importanti

le parole sono importanti

  • Titolo: Le parole sono importanti. Dove nascono e cosa raccontano
  • Autore: Marco Balzano
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 19 Febbraio 2019

Le parole sono importanti. Quante volte ci capita di dirlo facendo il verso a Nanni Moretti che lo urlava arrabbiatissimo in Palombella Rossa. Le parole sono importanti e ce lo dice anche Marco Balzano nel suo libro uscito qualche settimana fa per Einaudi, libro in cui l’autore ci conduce attraverso un viaggio di dieci parole spiegandocele e facendocele conoscere meglio partendo da quella che Balzano considera fondamentale e che purtroppo viene ignorata da molti e cioè l’etimologia.

In linguistica l’etimologia indica l’origine e la storia delle parole. Da dove nasce una parola? Qual è il suo significato? Come si è trasformata nel tempo e perché? A questi interrogativi prova a rispondere l’autore che decide di focalizzarsi su dieci termini: divertente, confine, felicità, social, memoria, scuola, contenuto, fiducia, parole e resistenza.

Quanto le parole siano cambiate allontanandosi dall’etimologia lo dimostra il termine divertente con cui Balzano dà il via alle danze. Divertente viene definito un qualcosa che provoca ilarità, che sia buffo e spiritoso, ma se guardiamo all’etimologia della parola, divertente significa allontanarsi, volgersi altrove.

Alcune di queste parole sono al centro del dibattito politico e sociale acquisendo quindi familiarità. Confine e resistenza, il primo ormai utilizzato con accezione negativa rimandando all’idea di barriera invalicabile che può superare solo chi ha determinate carte in regola e la seconda che legata a un determinato periodo storico italiano ha mutato il significato e ora prevede un concetto che etimologicamente non era previsto.

Restando sull’attualità non si poteva non analizzare il termine social che inevitabilmente è legato alla parola network. Parola che deriva dal latino socius che nel diritto romano è l’alleato, socius indica la persona con cui intraprendiamo qualcosa, quindi la prima idea che scaturisce è quella di alleato e amico. Se invece pensiamo ai social, l’amicizia ha cambiato i connotati visto che sui social siamo prevalentemente da soli. Sì, chiacchieriamo, interagiamo, ascoltiamo, dibattiamo (le piazze sono state sostituite dalle piazze social dove basta fare tutto senza muoversi dal divano di casa), ma fondamentalmente siamo soli davanti allo schermo di un computer o di uno smartphone.

Più si prosegue nella lettura e più si comprende lo scopo dell’autore. Balzano non vuole spiegarci il significato delle parole in sé, piuttosto vuole farci capire come il significato di parole che usiamo quotidianamente sia cambiato e anche manipolato dai media e dalle persone che attraverso la manipolazione delle parole sperano di ottenere qualcosa. Conoscere il vero significato delle parole significa non restare in superficie, non farsi abbagliare da chi le usa senza conoscerne l’essenza.

Le parole sono importanti di Marco Balzano è un libro che ci mostra la bellezza delle parole e la libertà della conoscenza e che a lettura finita ci spinge a volerne sapere di più: gli strumenti ci sono stati forniti, ora tocca a noi usarli.

A libro aperto. Una vita è i suoi libri

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  • Titolo: A libro aperto. Una vita è i suoi libri
  • Autore: Massimo Recalcati
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 15 Novembre 2018

Cosa significa leggere? In cosa consiste l’esperienza della lettura quando accade di incontrare un libro degno di questo nome? Perché vi sono libri che a differenza di altri, non abbiamo dimenticato ma sono inseriti indelebilmente nella nostra memoria?

Caro Massimo Recalcati, che domande difficili che mi fai. Qualcuno potrebbe dire che in quanto lettrice io sappia le risposte ai tuoi quesiti, ma la verità è che una definizione di leggere non te la so dare. Cosa significa leggere? Cosa significa per me, leggere?

Eviterà le classiche risposte: leggo per imparare, leggo per viaggiare con la mente, leggo per conoscere… Leggo perché da quando ad otto anni ho preso in mano il mio primo fumetto non mi sono più staccata dai libri. Leggo perché è un’abitudine, parte integrante del mio tempo, caratterizzazione delle mie giornate. Leggo, perché non so fare altro. Leggo, perché senza libri non riesco a stare. Mi verrebbe da chiedere agli altri: perché voi non leggete? Leggere è la mia normalità, non leggere è qualcosa che mi sfugge e che non riesco a non comprendere. Sta sempre con un libro in mano, potrebbe essere il mio epitaffio. Dissemino libri per casa, mi lamento dello spazio che si esaurisce in fretta, ho sempre un libro in borsa, se passo davanti ad una libreria vengo richiamata da strani forze che mi trascinano al suo interno. La lettura è parte di me, i libri sono la mia vita.

Come sottotitolo Massimo Recalcati ha scelto: una vita è i suoi libri. Non poteva non esprimere meglio il concetto, perché noi lettori siamo il risultato dei libri che abbiamo letto e non solo quelli che ci sono piaciuti, ma anche quelli di cui ci vergogniamo, quelli abbandonati, quelli ancora non letti e che vorremmo leggere.

In questo saggio Massimo Recalcati ha scelto nove libri che lo hanno segnato e influenzato maggiormente. Quando Feltrinelli qualche mese fa mi ha coinvolto nell’iniziativa #ALibroAperto mi ha chiesto tre titoli a cui sono più legata. Ridurre a tre mi è sembrato impossibile, un po’ come quando ti chiedono; qual è il tuo libro preferito? Dici il primo, poi aggiungi un secondo e poi ti ricordi del terzo e inneschi quella catena infinita perché a loro modo, tutti i libri letti qualcosa lasciano.

Ci provo, provo a raccontarmi attraverso i miei libri (con la promessa di non dilungarmi troppo).

  • L’amico ritrovato di Fred Ulhman. Feltrinelli

Il primo libro non si scorda mai e il mio primo libro è questo classico recente che racconta la storia di un’amicizia tra due bambini, uno tedesco e l’altro ebreo. Avevo dieci anni e le leggi razziali non sapevo cosa fossero perché ancora non le avevo studiate. Non capivo perché non potevano non essere amici. Questo libro mi lasciò con mille interrogativi e con una certezza: leggere mi piaceva dannatamente.

  • Gomorra di Roberto Saviano. Mondadori

Regalo di Natale di tantissimi anni fa, quando Roberto Saviano da scrittore emergente era ormai sulla bocca di tutti. A diciassette anni e con la mentalità ristretta che la provincia contribuisce a formare, di camorra ne avevo sentito parlare poco, anche perché il mio paesello è sempre stato tranquillo e fuori da quel tipo di dinamiche nonostante non disti molto da quella realtà nota come camorra. Gomorra ha avuto il potere di scuotermi come pochi libri in seguito hanno fatto e soprattutto ha contribuito a fare in modo che alcune lacune fossero colmate. Il mio giudizio su Saviano nel tempo è cambiato, ma la potenza di Gomorra, su di me e sulla società è innegabile.

  • 1984 di George Orwell. Mondadori

Inserito nella tesina della maturità, lo lessi per far colpo sulla prof che stroncò il mio entusiasmo con: a me interessa solo la trama. 1984 di George Orwell ha uno dei finali più belli che la letteratura abbia prodotto. La storia è nota e non c’è bisogno di ricordarla, ciò che mi ha lasciato questa lettura è che sì, i finali dei libri possono anche farti piangere.

  • Il maestro e Margherita di Michail Bulgàkov. Feltrinelli

Nonostante abbia iniziato a leggere presto e nonostante sia una lettrice onnivora, i libri hanno ancora il potere di spaventarmi, non nel senso di paura, ma di timore all’approcciarmi ad essi, specie quando si tratta di temibili classici. Ebbene sì, a volte penso di non essere all’altezza, di non capirli, motivo per cui ho molti classici in attesa di essere letti e che se ne stanno ancora sulla mensola senza essere stati mai sfogliati. Il maestro e Margherita rappresentò una delle mie prime sfide (vinte). Se una storia è scritta bene difficilmente noi lettori non potremmo leggerla.

  • Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Einaudi

Questo libro è stato il mio incontro con Natalia e mi ha portato a conoscere e successivamente amare una delle scrittrici di maggiore talento che la nostra letteratura ha prodotto. Scrittrice, editrice, intellettuale, politica, Natalia Ginzburg è il modello di donna a cui aspirare, almeno per me. Lessico famigliare è la storia della sua famiglia e il racconto di una parte della storia recente del nostro Paese. Scritto divinamente è uno dei pochissimi libri che mi capita di risfogliare. La produzione della Ginzburg è immensa e merita di essere conosciuta.

I vostri libri? Raccontatevi.

Ho letto cose…

Dopo un breve periodo in cui ho letto poco (poco per i miei standard intendo), il mese di giugno è stato un mese ricco di letture. Di solito mi sono imbattuta in post in cui si parlava del blocco del lettore dove chiedevano consigli sul come affrontarlo e superarlo. Ebbene io invece sono stata presa da una frenesia assurda: volevo leggere, volevo più tempo per leggere e volevo più libri da leggere. Curiosi di sapere cosa ho letto? Presto detto.

Il mese l’ho aperto con il libro di Pino Imperatore, Aglio olio e assassino, Dea Libri (la recensione completa la trovate sul blog), un giallo napoletano con un ispettore tornato nella sua Napoli che dovrà occuparsi di un assassinio particolare e troverà in una coppia di cuochi, padre e figlio, due validi aiuti. Come sempre nei libri di Imperatore c’è di tutto: ci si emoziona, si ride e ci scappa pure qualche bella riflessione. Finito questo mi sono dedicata esclusivamente a Un romanzo russo, Adelphi (dico esclusivamente perché è mia abitudine leggere più libri in contemporanea). Ero da tempo impaziente di cimentarmi con un libro di Carrère, autore che rimandavo da un po’. Risultato? Proseguirò senz’altro la sua conoscenza (anche in questo caso, recensione sul blog).

Dopo una lettura del genere avevo bisogno di qualcosa di più leggero ed ecco Fa troppo freddo per morire, Einaudi di Christian Frascella ed eccoci arrivati alla prima chicca che consiglio caldamente. Contrera è un ex poliziotto che abusando del suo potere è riuscito a farsi cacciare dalla polizia e si è reinventato come ispettore privato. Divorziato, una figlia che a malapena conosce, vive a casa con la sorella e ha lo studio in una lavanderia a gettoni; insomma solo questo dovrebbe farvi precipitare in libreria a prenderlo.

Finito il giallo torinese ho letto un gradito ritorno, quello di Francesco Abate e della sua mamma e dell’immancabile signora Corrias. In Torpedone trapiantati, Einaudi un gruppo di trapiantati va in gita e non mancherà niente. Abate si conferma uno scrittore capace di farti piangere dalle lacrime e dall’emozione. Proprio questo libro mi ha portato al suo precedente Chiedo scusa, Einaudi dove lo scrittore racconta attraverso il personaggio di Valter il suo calvario in attesa del trapianto e tutte le conseguenze dell’operazione. Vita e morte procedono paralleli in questo libro, una lettura che provoca mille emozioni (il pianto in primis) e tanta riconoscenza verso la vita, perché se ogni tanto pensassimo realmente a chi sta peggio e chi veramente combatte con  le unghie e con i denti contro la morte forse smetteremmo di lamentarci delle cazzate (la parolaccia è necessaria).

Tra le più belle scoperte fatte quest’anno c’è sicuramente Rosella Postorino. Da dire che io che sono affezionata ad Einaudi e in particolare a Stile Libero, la conoscevo già visto che la sua fama di editor la precede. Chissà perché non mi ero mai presa la briga di conoscerla come scrittrice, cosa che è avvenuta quest’anno grazie a quel capolavoro che risponde al nome de Le assaggiatrici, Feltrinelli. Ho poi recuperato Il corpo docile, Einaudi (stupendo anche questo) e da poco La stanza di sopra, Feltrinelli (L’estate che perdemmo Dio, Einaudi è arrivato da un paio di giorni). Storie che ti rapiscono dalla prima all’ultima riga (e che come gli altri libri di cui vi sto parlando avranno un post tutto loro per poterne parlare più approfonditamente).

Quando leggo un libro che mi piace molto tendo a recuperare quanto è stato già scritto dal suo autore, come nel caso di Peppe Fiore che dopo il suo Dimenticare, Einaudi (tra le più belle letture dello scorso anno) mi ha portata a Nessuno è indispensabile, Einaudi. Il bello è che questo libro ha atteso molto prima che lo iniziassi e una volta lette le prime pagine l’ho terminato in un paio di giorni. In un’azienda iniziano a suicidarsi uno dopo l’altro una serie di dipendenti nella quasi indifferenza dei colleghi e… (e vabbè leggete il libro che è meglio).

Anatomia di uno scandalo, Einaudi di Sarah Vaughan è stato presentato dal suo editore come come il thriller dell’estate. Un politico accusato di stupro da una sua ex amante, una moglie che crede al marito e l’avvocato d’accusa deciso a non lasciarlo impunito. Libro di forte attualità che però pecca per il ritmo, a mio parere troppo lento. Un altro libro che mi aspettava da un bel po’ era Dieci donne, Feltrinelli di Marcela Serrano, nove donne in terapia che raccontano la loro vita e i loro dolori. Non è il primo libro della scrittrice cilena che leggo e gli altri dopo i primi capitoli esaltanti tendevano a dilungarsi troppo e farmi perdere l’interesse cosa che con questo non è capitato, anzi, l’ho letto tutto d’un fiato.

Ultimo libro è stato Voi sapete. L’indifferenza uccide, La nave di Teseo di Giuseppe Civati, neanche un centinaio di pagine per un libro a cui non bisogna aggiungere niente, va semplicemente letto.

 

La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

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  • Titolo: La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg
  • Autrice: Sandra Petrignani
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di pubblicazione: 15 Febbraio 2018

Il 14 luglio 1916 a Palermo, in via Libertà 101, alle sei del mattino, ultima dopo tre fratelli e una sorella, nasce una bambina che viene chiamata Natalia come la protagonista di Guerra e Pace.

La Natalia in questione è Natalia Ginzburg, scrittrice tra le più importanti che la nostra letteratura ha conosciuto ma che per ragioni inspiegabili si tende spesso a dimenticare. Il ritratto che fa Sandra Petrignani ne La corsara edito da Neri Pozza è quanto di più completo si possa trovare sulla sua figura. Definire Natalia Ginzburg solo una scrittrice è riduttivo. Nat, come la chiamavano gli amici, è stata una scrittrice capace di spaziare tra la narrativa, la saggistica e il teatro, è stata una intellettuale le cui opinioni creavano dibattiti e discussioni stimolanti, è stata una donna impegnata politicamente e dal grande senso civico e politico e non ultimo è stata tra le figure determinanti all’ascesa della casa editrice Einaudi.

Se dal punto di vista professionale la vita di Natalia è stata costellata da soddisfazioni e successi, non si può dire lo stesso della parte privata. Natalia ha conosciuto lutti che l’hanno messa in ginocchio e che l’hanno costretta a trovare la forza di rialzarsi e ripartire, primo fra tutti quello di suo marito Leone Ginzburg da cui prenderà il nome che deciderà di tenere anche quando sposerà Gabriele Baldini.

LEONE GINZBURG

Il rapporto tra Leone e Natalia non fu solo un rapporto amoroso ma fu tanto altro. Leone fu il primo a credere nel talento narrativo della giovanissima Natalia e s’impegnò in prima persona affinché i suoi primi lavori venissero pubblicati. L’impegno politico di Leone influenzò moltissimo Nat, ecco perché dopo la morte del marito continuò ad impegnarsi dedicandosi alla vita politica del Paese tanto che nel 1983 venne eletta in Parlamento nel Partito Comunista Italiano. Quando conobbe Leone che era ospite fisso in casa Levi, Natalia pensò che non rientrava minimamente nel suo prototipo di uomo, ma questo contò ben poco visto che i due dopo una regolare corrispondenza nei periodi in cui Leone era in carcere si sposarono appena lui uscì. La posizione politica di Leone condizionò il loro matrimonio tanto che quando lui fu mandato al confino lei con i figli decise di seguire il marito. Leone morì nel carcere di Regina Coeli in seguito alle torture inflitte perché si rifiutò di collaborare. La lettera che scrisse alla sua Natalia è un misto di dolcezza, malinconia, amore e drammaticità.

EINAUDI

Come già detto, Natalia Ginzburg non fu solo scrittrice, ma fu fondamentale nell’ascesa della casa editrice fondata da Giulio Einaudi e il prezioso contributo di suo marito Leone e il lavoro di Cesare Pavese. Svolse svariati ruoli nella redazione di Torino e in quella di Roma, occupandosi sia della selezione dei libri da pubblicare, sia delle traduzioni di opere straniere da proporre al mercato italiano.

GABRIELE BALDINI

Il secondo matrimonio di Natalia Ginzburg fu con Gabriele Baldini, docente universitario di letteratura inglese. Dall’unione nacquero due figli Susanna e Antonio che si aggiunsero ai tre nati dal matrimonio con Leone: Andrea, Alessandra e Carlo. Purtroppo i due bambini presentarono subito problemi di salute rilevanti; Antonio non sopravvisse a lungo e fu il secondo devastante lutto di Natalia.

NON SOLO LESSICO FAMIGLIARE

Lessico Famigliare è il libro più conosciuto di Natalia che le valse il Premio Strega nel 1963 e che può essere considerato una sorta di autobiografia visto che si concentra sulle vicende della famiglia Levi e sul delicato periodo storico in cui quelle si inseriscono. Natalia però ha una vasta produzione letteraria che comprende oltre ai romanzi, anche una serie di raccolte di racconti, saggi e opere teatrali. Il suo primo romanzo La strada che va in città lo firmò con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte e solo nel 1945 venne stampato con il suo nome. La tematica della memoria, l’indagine psicologica e successivamente l’impianto familiare e le sue tematiche sono i capisaldi della narrativa di Natalia Ginzburg.

Il mio è un brevissimo ritratto di una scrittrice che amo tantissimo. Il lavoro minuzioso, accurato e preciso l’ha fatto Sandra Petrignani ne La Corsara che vi invito a leggere perché Natalia Ginzburg è una personalità che merita di essere conosciuta, una scrittrice che merita di essere letta. Ho apprezzato la ricostruzione storica della sua vita, la ricchezza di particolari e dei momenti della sua vita a me completamente sconosciuti. Le pagine dedicate alla storia d’amore di Leone e Natalia tolgono il fiato dall’emozione e la cura nel raccontare le sue opere mi hanno fatto venire voglia di rileggere i suoi libri e recuperare presto quelli che mi mancano. Un libro del genere lo aspettavo da anni: grazie all’autrice per averlo scritto.

Questo è il mio sangue

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  • Titolo: Questo è il mio sangue
  • Autrice: Elise Thiébaut
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Qualche settimana fa leggevo una notizia su Il Post che titolava “In Nepal si muore di mestruazioni”. Riportava la storia di una studentessa di 22 anni, Gauri Kumari Budha, morta nella sua capanna soffocata dal fumo del fuoco che aveva acceso per scaldarsi. La ragazza non è morta a causa del ciclo, ma a causa del ciclo era stata allontanata dalla propria casa e costretta ad essere isolata perché tradizione vuole che il sangue sia impuro e quindi in quei giorni lì (uso l’espressione tipica che indica i giorni in cui noi donne abbiamo il ciclo) le donne vengono allontanate dai villaggi e isolate.

Le mestruazioni sono un tabù? In molte rideranno e si scandalizzeranno nel sentir definire le mestruazioni un tabù. Dopo tutte le battaglie fatte consideriamo ancora il ciclo un argomento off limits? No, andiamo, non siamo più nel medioevo. Vi do una notizia però. Se in Nepal le donne vengono allontanate e isolate perché impure, se in tantissimi paesi africani le donne in quei giorni non possono andare a scuola perché non sono dotate di assorbenti e devono utilizzare fogliame e carta e altri materiali non idonei ed igienici e se in Bolivia vietano alle donne di farsi persino la doccia (in quei giorni dove l’igiene dovrebbe moltiplicarsi) allora vuol dire che le mestruazioni sono un problema e anche un tabù perché non vale occuparsi solo della propria parte di cielo, troppo facile ed anche irresponsabile.

Di mestruazioni non se ne parla apertamente e dirlo non cancella i diritti che le donne hanno conquistato con le loro battaglie e non ci fa retrocedere negli anni preistorici e medievali. È una cosa naturale, normale ma anche intima e fonte di pudore. C’è chi ne parla apertamente, chi utilizza espressioni per indicarle, chi ci gira intorno e chi preferisce non parlarne. C’è chi non è in grado neanche di dire la parola assorbenti (io per anni a mia madre dicevo mancano i cosi), chi li nasconde in borsetta e quando li caccia riesce in trucchi che farebbero impallidire prestigiatori con anni di carriera alle spalle e chi li nomina, li mostra e chissenefrega ho il ciclo gli assorbenti mi servono e li uso senza problemi.

La scrittrice Elise Thiébaut in questo saggio affronta lo spinoso tema delle mestruazioni facendo anche un interessantissimo excursus storico, religioso, mitologico e sociale e analizzando molteplici questioni che da queste derivano.

Dall’arricchimento delle aziende che si occupano della protezione periodica delle donne, e parliamo di trenta miliardi di dollari l’anno, ai rischi che tali protezioni possono provocare alle donne e di cui nessuno parla. I famosi assorbenti e tampax che a sentire la pubblicità ti alleggeriscono la favolosa esperienza mensile non vengono sottoposti agli stessi controlli di qualsiasi prodotto cosmetico e la loro stessa composizione non viene mostrata nei dettagli sulle confezioni. Ebbene i rischi che il loro utilizzo comporta ci sono, ma tutti preferiscono far finta di nulla, così come dovremmo far finta di nulla sulla questione Iva che ci tocca pagare su questo prodotto che per noi donne è un genere di prima necessità ma che non viene reputato come tale. Il paragone che farà arrabbiare in molti è che la Coca-Cola ha un’aliquota del 5,5% e gli assorbenti del 20%.

Perché abbiamo tanta paura di un processo naturale che ci permette di dare la vita? Perché ci affrettiamo a nascondere nella borsa i tamponi interni quando ci capita di tirarli fuori per sbaglio? Perché bisbigliamo mestruazioni quando siamo pronti a gridare troia, zoccola e puttana?

La risposta lo ammetto mi sfugge. Bisognerebbe scindere tra vergogna e pudore e provare a ragionarci. Non ho vergogna sia chiaro, anche perché vergognarmi di qualcosa che mi mette k.o. fisicamente e mentalmente per quattro/cinque giorni al mese per una media di trenta/quaranta anni mi sfinirebbe. Pudore sì, perché la reputo una questione personale ed intima che non nascondo ma ometto. Nella mia famiglia quando a una di noi ragazze arrivavano le mestruazioni per la prima volta partivano le telefonate dei parenti che ti facevano gli auguri (quando vennero a me intimai a mia madre che se l’avesse detto ad anima viva povera a lei e le congratulazioni me le sono scampate). Che sia arrivato il momento di una rivoluzione mestruale? Che sia arrivato il momento di parlarne liberamente senza curarsi troppo degli altri? Per il momento è arrivato questo libro. Leggete Questo è il mio sangue e poi ne parliamo.

Addicted. Serie TV e dipendenze

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  • Titolo: Addicted. Serie TV e dipendenze
  • A cura di Carlotta Susca. (Casella, Cirillo, Di Maro e Gregorio)
  • Editore: LiberAria Editrice
  • Data di pubblicazione: 5 Ottobre 2017

Io sono una serial Tv addicted. Se non avete capito di cosa stia parlando ve lo spiego in breve. Ho una dipendenza da serie TV, ne seguo tante, ne vorrei seguire ancora di più e il mio tempo libero è scandito dalla visione in massa di serie TV (se non leggo guardo le serie e viceversa). Le seguo in contemporanea con gli Stati Uniti per paura di spoiler, le rivedo quando vengono trasmesse qui da noi e organizzo vere e proprie maratone in cui faccio fuori intere stagioni (il record lo detengo con How To Get Away With A Murder, quindici episodi in un solo sabato).

Di dipendenze serie ce ne sono davvero ma quelle per le serie TV non è da sottovalutare e Addicted. Serie TV e Dipendenze uscito per LiberAria Editrice raccoglie cinque saggi in cui sviscera e analizza gli aspetti di questo fenomeno. Partiamo da un punto fondamentale: essere dipendente da serie TV significa essere dipendente dalle storie. Niente di più artificioso ed elaborato. Le serie TV sono delle storie narrate sul piccolo schermo così come i film lo sono sul grande e i libri sulla carta. Ci sono storie, chi le racconta e chi le fruisce. Ci appassioniamo a quelle storie fatte di amori, passioni, intrighi e misteri, ci identifichiamo nei personaggi che le vivono, soffriamo e ci emozioniamo con loro e attraverso loro. La dipendenza è talmente forte che soffriamo sul serio quando un personaggio che abbiamo amato muore (sì Derek Shepherd mi riferisco a te) o una serie TV che abbiamo visto per tanto tempo decide di far calare il sipario (Friends e Desperate Housewives perché non potevate continuare all’infinito?).

Leonardo Gregorio, Michele Casella, Marika Di Maro, Jacopo Cirillo e Carlotta Susca si soffermano ognuno sui vari aspetti analizzandoli in tutto e per tutto. Si parte dalle serie derivare dai film. In certi casi non sempre la trasposizione funziona sganciandosi del tutto dal film che lo spettatore ha già visto e amato; in altri casi riuscirà ad essere un prodotto a sé capace di prendere gli elementi fondamentali del film e svilupparli in maniera ottimale nella serie, come ad esempio è accaduto con Fargo. Si prosegue con l’importanza della colonna sonora, elemento basilare per la riuscita della serie. Ci sono canzoni che si legano indissolubilmente a delle scene che restano impresse nella memoria dello spettatore (fan di Grey’s Anatomy, quando sentite How to save a life e Chasing cars non vi scende la lacrimuccia?). Viene citato l’esempio della colonna sonora della nostrana Gomorra dove Right to the edge dei Mokadelic la farebbe riconoscere a chiunque. Altri cardini sono la trama e il personaggio. La trama ovviamente deve essere valida perché è da qui che la dipendenza si sviluppa. Validi inoltre devono essere i personaggi e alcuni di questi sono talmente potenti che fuoriescono dalle serie TV per diventare dei veri e propri riferimenti culturali.

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Per chiudere si parla dei finali e dei revival. Finali che hanno lasciato il pubblico perplesso come How I meet your mother (nove stagioni per dirci che Ted è innamorato da sempre di Robin, ma va?) e Lost che ancora in molti non l’hanno capito. Revival che ormai vanno per la maggiore ma che non sempre sono riuscitissimi. Amo le Gilmore Girl e aspettavo il revival come aspetto il periodo dei saldi, ma vedere Lorelai che dopo anni ancora non si è sposata con Luke e Rory che era partita per seguire la campagna elettorale di Barak Obama ed è tornata e a momenti manco la gazzetta di Stars Hollow la vuole a me ha fatto tristezza, molta tristezza. Will & Grace ad esempio sono tornati alla grandissima, irresistibili e divertenti come sempre ma i segni del tempo passato si vedono e se nei primi anni duemila vedere dei gay dichiarati e felici sul piccolo schermo era un azzardo e rischioso oggi è la normalità visto che l’omosessualità è stata sdoganata ed è quasi prassi che ci siano rappresentanti LGBT nelle serie TV (vedi Glee, Modern Family, The New Normal, HTGAWM)

Insomma se siete dipendenti da serie TV questo libro fa al caso vostro. Unico avvertimento: vi verrà voglia di vedere tutte le serie TV che qui vengono citate e quindi piuttosto che curarla la vostra dipendenza verrà alimentata.

(Questo articolo è presente anche sul sito Telesimo)

L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone

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  • Titolo: L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone
  • Autore: Giovanni Bianconi
  • Editore: Einaudi. (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 24 Maggio 2017

Il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29 nei pressi di Capaci un attentato ad opera di Cosa Nostra uccide Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta del magistrato siciliano. Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, è stato l’esempio più forte della lotta alla mafia che il nostro Paese ha conosciuto. Un uomo, un magistrato ucciso in un vile attentato, una personalità conosciuta per il suo lavoro anche a livello internazionale a cui lo Stato rende ogni anno omaggio perché è doveroso ricordare che la lotta alle mafie non è purtroppo ancora conclusa e si continua a combattere giorno dopo giorno.

Giovanni Bianconi ci riporta indietro nel tempo facendo partire al narrazione il 30 gennaio 1992, una data non casuale, ma la data in cui la Cassazione confermò le condanne del Maxiprocesso di Palermo. Il pool di magistrati formato da Borsellino, Caponnetto, Di Lello e Falcone aveva chiesto condanne per oltre quattrocento imputati difesi da circa duecento avvocati. Il processo considerato il più grande mai celebrato che portò alla realizzazione di una struttura ad hoc che potesse contenere tutti passata alla storia come aula bunker si concluse con diciannove ergastoli per 2665 anni di reclusione.

Con un salto nel passato l’autore si concentra sugli ultimi due anni di vita del giudice. Giovanni Bianconi ha l’intento di mostrarci come i nemici di Falcone non fossero solo i mafiosi che combatteva con ostinazione se non ossessione, ma anche i colleghi che incontrava nei corridoi delle procure pronti a sorriderti davanti e criticarti aspramente dietro, i politici e l’opinione pubblica che non vedeva di buon occhio il protagonismo di questo magistrato.

Il protagonismo di Falcone, troppo presente nelle trasmissioni televisive e sui giornali in cui si parlava esclusivamente di lui gli costò la carica come capo dell’Ufficio Istruzione. Non importava che Falcone fosse riconosciuto dai più come il più qualificato per ricoprire quella carica, ormai tutto ciò che Falcone faceva era tassato come protagonismo, mettersi in mostra ed egocentrismo.

Sembra impossibile una cosa del genere specie per chi come me in quegli anni neanche c’era e ha conosciuto Falcone grazie alle commemorazioni che ogni anni gli vengono tributate. L’idea che mi sono sempre fatta è quella di un uomo amato da tutti e soprattutto supportato da tutti. Invece era un uomo che oltre alle difficoltà lavorative ha dovuto affrontare anche quelle personali come l’essere stato lasciato solo, isolato, allontanato, calunniato ed invidiato. Un uomo che dopo il fallito attentato dell’Addura di dovette scusare per essere ancora in vita perché si sa per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati. 

Giovanni Bianconi ricostruisce con assoluta precisione probabilmente il periodo più duro per il giudice, costantemente nell’occhio del ciclone, sempre più criticato e osteggiato. Un uomo costretto a trasferirsi a Roma per poter continuare il suo lavoro visto che Palermo non glielo permetteva più. Un uomo che in vita ha subito così tante sconfitte e che probabilmente è stato da alcuni preso sul serio solo dopo la sua morte. L’assedio rende omaggio a una delle figure a cui il nostro Paese dovrebbe essere più grato e con dovizia ricostruisce uno dei periodi più contorti e bui della nostra storia recente.

Perdere tempo su internet

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    • Titolo: Perdere tempo su internet
    • Autore: Kenneth Goldsmith
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 13 Giugno 2017

Perdere tempo su internet è il nome di un corso che Kenneth Goldsmith ha tenuto alla Pennsylvania University nato come necessità di dimostrare che su internet tutto si fa tranne che perdere tempo, anche se i giornali facendoci sentire in colpa vorrebbero affermare il contrario. Il corso è nato come esperimento e il libro che ne è conseguito offre ottime argomentazioni e molti spunti di riflessione sul mondo digitale, come si è evoluto e come ci ha mutati.

Quando si parla di internet e dei suoi strumenti (p.es social network, blog, mail) si tende a parlare di una popolazione iperconnessa e schiava del mezzo, automi solitari impegnati ad agire esclusivamente virtualmente e che vivono solo attraverso gli schermi dei loro smartphone. Questo saggio vuole ribaltare questa visione facendo riscoprire il lato positivo del web e le infinite possibilità che esso crea.

Partendo dal titolo, cosa significa perdere tempo su internet? Se apro il mio Twitter, nella home vedrò scorrere tweet di varia natura. Ci saranno post ironici, irrilevanti, ma anche stralci di agenzie di informazioni correlati da link che mi porteranno a leggere articoli di politica, cultura, attualità e sport. Tutte le notizie in tempo reale su Twitter vengono dibattute e molti è attraverso i social che vengono informati su cosa nel mondo stia accadendo. A differenza della televisione che ci rende passivi perché ci permette solo di seguire le notizie, internet con i suoi social ci permette di interagire, creare dibattito e intervenire, di essere parte attiva del momento.

Altra cosa che ci viene imputata è che non leggiamo più. Quando escono i dati Istat sulla lettura (che in Italia crolla a vista d’occhio) la prima cosa che si dice è che non si legge più perché passiamo molto tempo su internet. Facciamo chiarezza una volta per tutte: non si leggono più i libri, ma si legge in continuazione. Anche se si tende a fare una lettura scanner e sommaria dei contenuti in rete, siamo probabilmente (anzi sicuramente) la generazione che più legge e scrive in assoluto. Che quello che leggiamo o scriviamo non sia di natura letteraria è ovvio, ma oggi anche chi non legge nemmeno un libro in anno ha un account su un social dove passerà le sue giornate a leggere e scrivere.  Internet ha ribaltato questa visione. Se prima scriveva solo chi di dovere, oggi tutti sono in grado di esprimere le proprie opinioni su tutto ciò che accade e sugli argomenti più disparati. Positivo o negativo che sia non sta a me giudicarlo, ma è un dato di fatto che non va tralasciato.

I social network occupano parte delle riflessioni di Goldsmith. Se Cartesio diceva penso, dunque sono oggi si potrebbe dire twetto dunque sono, posto dunque sono: insomma esisto se sono online. A differenza di quanto vorrebbero farci credere i social non ci hanno reso asociali, anzi, ci immettono in un circuito che ci porta a comunicare, interagire, scambiare pareri. Si fa amicizia in un modo diverso attraverso nuovi dispositivi, ma è un rapporto che non può essere banalizzato o declassato solo perché dissimile da ciò a cui siamo abituati. Dalle lettere siamo passati ai messaggini e da quelli siamo approdati ai whatsapp e ai tweet. Il mondo è in costante divenire e in perpetua evoluzione, stare ancorati al passato e rimpiangerlo a cosa ci porta? A niente. Ci siamo abituati alla musica digitale, agli ebook, ai film in streaming da vedere direttamente sul divano di casa propria. C’è chi con malinconia affermerà che la qualità della musica in vinile è superiore, che il libro di carta ha la sua poesia e che le emozioni di un film al cinema sono impagabili ma in tutto questo c’è una realtà che è mutata e chissà dove ancora ci porterà.

Perdere tempo su internet è un ottimo saggio, pieno di riferimenti letterari, culturali e artistici e in modo provocatorio ribalta le nostre concezioni del rapporto che abbiamo con il web; un’analisi completa e articolata da non lasciarsi sfuggire.

Ma quale paradiso?

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    • Titolo: Ma quale paradiso?
    • Autrice: Francesca Borri
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione:  30 Maggio 2017

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In un posto del genere ci vivrei tutto l’anno. E’ una frase che probabilmente avrete detto se avete avuto la fortuna di andarci alle Maldive o semplicemente avete visto una foto del posto su internet o in un’agenzia di viaggi. Le Maldive sono una delle mete turistiche più ambite in assoluto, con sole, mare cristallino e relax, un vero paradiso sulla terra che convincerebbe chiunque a fare i bagagli e trasferirsi. La realtà però è ben diversa da come appare e il reportage di Francesca Borri ha completamente rivoltato l’immagine di giardino dell’eden che siamo abituati a conoscere o meglio a credere di conoscere.

Le Maldive sono un concentrato di povertà, criminalità e corruzione, dove il 5 per cento della popolazione detiene il 95 per cento della ricchezza, dove a farla da padrone sono le gang, dove non puoi sperare nell’aiuto della polizia che dovrebbe proteggerti e che invece con queste gang va a braccetto, dove c’è un uso e uno spaccio spropositato di eroina e dove in teoria c’è la libertà di opinione ma guai a te ad usarla contro l’Islam, perché l’Islam è la religione di stato e non puoi avere religione diversa da questa. Il problema delle Maldive è l’economia, ma anche la politica, e perché no la religione e il suo fanatico fondamentalismo e aggiungeteci pure la Siria, la jihad, la sharia e chissà quante altre cose.

Male, la capitale, è dove risiede la maggior parte della popolazione e dove la maggior parte della popolazione è costretta ad andare per ogni genere di servizi come banche, università, medici o semplicemente per andare a comprare un paio di scarpe. Una capitale che ha i prezzi di Londra con la vita del Burundi. Ovviamente una situazione del genere fa comodo a chi le cose non vuole che cambino, perché una popolazione ridotta alla fame e che vive in condizioni di povertà costante e che non sente di avere l’appoggio della polizia o della politica difficilmente scenderà in piazza per protestare perché semplicemente non ne ha le forze. E’ una popolazione che preferisce bussare alla porta del potente di turno, chiedergli il dovuto, far finta di niente e continuare a sopravvivere.

La realtà desolante che ne esce ci fa entrare meglio nell’ottica e forse ci fa leggermente comprendere perché dalle Maldive parte il più alto numero di foreign fighters. L’Islam per questi ragazzi non è solo una religione con i suoi precetti e le sue preghiere; l’Islam è completa sottomissione al Dio in cui credono e la jihad rappresenta per loro una forma di redenzione e riscatto per poter mettere in atto una giustizia equa. La Siria diventa quella terra per cui è giusto sacrificarsi. Partire ed andare in Siria rappresenta quella svolta economica e morale che la loro terra non è in grado di offrire. Perché la Siria significa non solo avere un lavoro e uno stipendio, ma anche un’identità e una causa valida per cui combattere.

Quello che questo libro vuole provare a raccontarci è che non esiste solo il bianco e il nero, che non ci può essere una netta differenza tra i buoni (che poi saremmo noi occidentali i buoni?) e i cattivi, che non è tutto così chiaro come vorrebbero farci credere, bisogna scavare a fondo e cercare di non restare in superficie e trarre conclusioni ovvie e affrettate.

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Non aspettarmi vivo

non aspettarmi vivo

    • Titolo: Non aspettarmi vivo. La banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti
    • Autrici: Anna Migotto, Stefania Miretti
    • Editore: Einaudi (Stile Libero)
    • Data di pubblicazione: 18 Aprile 2017

Finisco di leggere Non aspettarmi vivo mentre alla TV passano le ennesime immagini di un attentato (quello di Londra) che ci ha scossi nuovamente. Mi viene in mente subito un passaggio del libro in cui un uomo spiegava che dietro ad ogni attentato c’è una logica, peccato che sentendo parlare di morti e feriti la logica al momento non riesco a trovarla. Mi viene da dire basta, siamo esausti di questo copione che si sta ripetendo all’infinito verso cui ormai ci stiamo assuefacendo. Faccio un passo indietro dicendomi che non posso ragionare come il Salvini di turno, altrimenti dimostro che questo libro mi è servito a poco e ritorno sui tantissimi passaggi che ho segnato, quelli che richiedevano una rilettura e una maggiore comprensione.

Anna Migotto e Stefania Miretti sono due giornaliste che dopo anni di lavoro sul campo hanno raccolto varie testimonianze di chi col jihadismo ha avuto a che farci da vicino e il racconto che emerge non può lasciarci indifferenti. Le storie raccontate hanno delle caratteristiche di base molto simili. Si parla sempre di ragazzi che hanno studiato, provengono da famiglie agiate e che magari non sono religiosi nel senso stretto del termine. Improvvisamente le abitudini cambiano, iniziano a leggere il Corano, a frequentare le Moschee, a ripulirsi dagli eccessi della vita (e per eccessi non mi riferisco necessariamente ad alcool e droga, ma alla musica e al calcio). Successivamente si opera un vero e proprio lavage de cerveau costituito da fasi ben precise che termina con l’inculcare nei ragazzi l’idea che morire come martire e portare più persone con sé sia affascinante e giusta. Il lavaggio del cervello con le nuove tecnologie è diventato anche più semplice. Twitter e Facebook sono divenuti terreno fertile in cui è facile intercettare ragazzi che nel giro di poco decidono di partire come combattenti dello Stato Islamico; la Siria è la meta più ambita visto che indicata come la terra dello scontro finale.

Che non si tratti di questione di cultura è ribadito fortemente come è sottolineato che i ragazzi che hanno studiato sono quelli più richiesti. Ingegneri, informatici ed economisti sono tra i più ricercati tra le file di Dāʿish. E’ piuttosto una questione di opportunità che il califfato offre a questi ragazzi disorientati. Soldi, donne, lavoro, tutto ciò che tua misera vita prima non ti dava lo Stato Islamico te lo porge.

Le storie qui raccontate non sono solo quelle dei tanti ragazzi che hanno aderito alla causa, ma anche di quelli pentiti della scelta che vorrebbero ritornare dalle proprie famiglie. Genitori che non si sono arresi di fronte alla radicalizzazione dei figli e che darebbero la propria vita per riportali indietro, cosa che è quasi impossibile visto che una volta che sposi Dāʿish non ne esci, se non morto.

Se oggi c’è un Isis è perché ieri c’è stato un Iraq. Se c’è stato un Iraq è perché c’è stato un  11 settembre e il gioco può andare avanti all’infinito, fino a chissà dove, incolpando chissà chi. Non voglio tirare conclusioni su un argomento così difficile e delicato e voglio comprendere le ragioni di chi dice che il sangue degli europei è uguale al sangue di tutti gli altri uccisi con maggiore frequenza in Medio Oriente, che se oggi inorridiamo per i video atroci dei combattenti Isis dovevamo inorridirci anche per le torture degli americani sui prigionieri in Iraq. Combattono per la realizzazione di uno Stato Islamico dove in vigore ci sarà solo la suprema legge di un dio (il loro dio ovviamente) che pone fine a tutte le ingiustizie. E’ davvero per la promessa di un paradiso che stanno scatenando l’inferno?

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.