Lessico famigliare

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      • Titolo: Lessico famigliare
      • Autrice: Natalia Ginzburg
      • Editore: Einaudi
      • Data di pubblicazione: 1963
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Lessico Famigliare è un libro di memorie. Tuttavia io stessa vi sono ben poco presente: è piuttosto la storia della mia famiglia.

Il lessico famigliare di cui parla l’autrice sono quelle espressioni tipiche della sua famiglia, una sorta di distintivo di appartenenza al gruppo, frasi che una volta pronunciate facevano sentire subito a casa e che riportavano a galla innumerevoli ricordi. E’ infatti attraverso i ricordi che si muove tutta la narrazione e che in quanto tali sono labili, tuttavia permettono in ugual misura di costruire un romanzo con una solida struttura, fatta di frasi immediate e brevi descrizioni.

Oltre ad essere un romanzo che racconta la famiglia dell’autrice, i Levi, Lessico Famigliare offre anche uno spaccato di storia recente, quella del primo dopoguerra, verso gli anni trenta quando in Italia il fascismo stava prendendo sempre più potere ed affermazione. La famiglia Levi in quanto ebrea è coinvolta in prima persona, infatti molti componenti della famiglia di Natalia vengono incarcerati e condannati, anche se loro le condanne le vivevano come medaglie al valore e non di certo come fonte d’imbarazzo. Il marito di Natalia, Leone Ginzburg (da cui la scrittrice erediterà il cognome che terrà anche dopo le seconde nozze) oltre ad essere arrestato verrà anche mandato al confine, dove la moglie deciderà di seguirlo con i bambini, e morirà in seguito alle torture fisiche che subirà in carcere.

Tornando alla storia principale, con naturalezza e semplicità l’autrice racconta la storia della sua famiglia, le sue varie separazioni, i lutti, i problemi che hanno dovuto affrontare come condanne ed incarcerazioni. La Ginzburg rende partecipe il lettore di tutte le persone che abitualmente frequentavano casa Levi, personalità di spicco come Adriano Olivetti (marito della sorella di Natalia), Vittorio Foa, Felice Balbo e Cesare Pavese. Natalia racconta inoltre la nascita della casa editrice di Giulio Einaudi, alla cui formazione iniziale aveva contribuito in maniera fondamentale suo marito Leone e poi Cesare Pavese, il cui carattere inquieto non era sfuggito a Natalia.

Lessico Famigliare è un libro autobiografico ma non deve essere classificato come una biografia, piuttosto come un libro di memorie; le memorie che l’autrice ha della sua famiglia e che ha voluto raccontare. Come lei stessa ha più volte dichiarato Lessico Famigliare era un libro pensato fin da bambina, quando vedendo la sua famiglia pensava che tutto ciò che veniva detto o accadeva fra le quattro mura doveva essere raccontato; non a caso l’autrice si sente poco, è più regista che attrice principale: non so se sia il migliore dei miei libri, ma certo è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà. 

Sostiene Pereira

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    • Titolo: Sostiene Pereira
    • Autore: Antonio Tabucchi
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 1994 (prima edizione)

Lisbona 1938. Pereira è un giornalista di una pagina culturale del Lisboa rimasto vedovo dopo che la moglie è morta in seguito alla tubercolosi. L’assenza della donna per Pereira è ancora difficile da sopportare e accettare per questo non rinuncia a parlare con lei e metterla al corrente di tutto ciò che gli accade con dialoghi che avvengono quotidianamente con lui che parla alla foto di sua moglie. E’ a lei che parla di Francesco Monteiro Rossi, autore di un saggio filosofico sulla morte che ha colpito positivamente Pereira e che lo spinge a contattarlo per proporgli una collaborazione per il suo giornale. Il compito che vorrebbe assegnargli è quello della redazione dei necrologi e lo mette alla prova commissionandogli un necrologio su Georges Bernanos o François Mauriac. Rossi, a dispetto del compito che Pereira gli ha assegnato, gli consegna degli articoli polemici dal forte contenuto politico e che di certo non potevano essere pubblicati, anzi erano articoli contro il regime dell’epoca e quindi altamente pericolosi. Pereira non pubblica gli articoli, però lo retribuisce lo stesso e cerca di aiutarlo con apparente distacco per evitare qualsiasi coinvolgimento.

Pereira era sempre stato un uomo mite, quiete, dedito alla lettura e alla cultura e la sua routine era rappresentata dal lavoro al giornale, dalla vita con sua moglie e dalla preziosa abitudine di consumare una omelette e una limonata al caffè Orchidea. Tutto ciò che gli accadeva intorno lo osservava e non si lasciava coinvolgere più di tanto. Adesso nella sua vita c’era un giovane che sostenuto ed incitato dalla bellissima fidanzata Marta scriveva senza paura tutto ciò che di scomodo stava avvenendo nel loro Paese e lentamente la sua coscienza civile sembrava svegliarsi dall’apatia verso cui l’aveva condotta.

Fondamentali si riveleranno i due incontri che Pereira intraprese. Il primo con il dottore della clinica dove Pereira si recava abitualmente per curare la cardiopatia di cui soffriva con cui parlò del sentimento di inquietudine che lo affliggeva e della sua recente idea di lasciare il Paese per andare in Francia e il secondo con un’ebrea con cui si ritrovò a viaggiare su un treno che quando apprese che Pereira era un giornalista lo incitò a far qualcosa denunciando ciò che stava accadendo.

Al suo ritorno Pereira trovò una situazione decisamente cambiata. Marta, la bellissima Marta era irriconoscibile e visibilmente preoccupata mentre Rossi presentatosi un pomeriggio da lui gli chiese ospitalità fino alla sua fuga. Pereira accettò di nasconderlo ma prima che il ragazzo potesse fuggire venne trovato e pestato fino ad ucciderlo. Fu questo tragico evento che spinse Pereira a prendere finalmente una posizione e denunciare la violenza e l’uccisione del suo giovane amico, assicurandosi che l’articolo passasse la censura per poter essere pubblicato.

Sostiene Pereira è il romanzo di maggior successo di Antonio Tabucchi oltre che uno dei romanzi più importanti della nostra letteratura. E’ un romanzo fortemente politico e civile e Pereira è l’emblema dell’antieroe che diventa eroe. Pereira è un uomo assorbito dalla routine della sua vita, si disinteressa della realtà in cui vive e non a caso ha scelto di occuparsi di cultura, che implicava il non dover denunciare qualcosa o prendere posizioni contro o pro qualcuno. Quando nella sua vita entra Rossi in Pereira avviene un lento ma importante cambiamento; chissà magari rivedeva nel giovane lui da ragazzo o intravedeva in figlio che non aveva mai avuto con sua moglie. Fatto sta che la sua coscienza si risveglia e poco alla volta prende atto della condizione del suo Paese e dell’Europa intera, della censura a cui erano costretti gli organi d’informazione e delle violenze che il regime operava sui dissidenti. Da antieroe diviene eroe quando decide di usare la sola arma a sua disposizione, la penna, mettendo tutto nero su bianco e fare finalmente qualcosa.

Il fu Mattia Pascal

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    • Titolo: Il fu Mattia Pascal
    • Autore: Luigi Pirandello
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 1904 (prima pubblicazione)

Mattia Pascal vive a Miragno e non ha problemi economici grazie alla discreta eredità che gli ha lasciato suo padre. Il patrimonio è gestito da Batta Malagna, un disonesto che poco a poco deruba la famiglia Pascal senza che loro se ne rendano conto. Quando Mattia mette incinta la nipote di Malagna è costretto a sposarla e, inoltre, visto che la fortuna ereditata si è assottigliata è costretto a cercar lavoro e trova un impiego come bibliotecario, in un paesino che è quasi del tutto analfabeta e che di certo non legge. La vita matrimoniale di Mattia si trasforma ben presto in un incubo; i figli messi al mondo non sopravvivono e per di più con la coppia vive anche la suocera di Mattia che non perde occasione per esprimere disappunto per il genero verso cui non nutre alcuna simpatia.

Mattia decide di dare una svolta alla sua vita partendo alla volta di Montecarlo per tentare fortuna al gioco. Mattia stenta a crederci quando vince una considerevole somma di denaro con cui potrebbe riscattare la sua vita. Mentre è sul treno del ritorno la notizia di un suicidio avvenuto nella sua Miragno cattura la sua attenzione e quando legge che il cadavere è stato identificato con lui è incredulo. Dopo lo stupore iniziale Mattia decide che quella notizia la userà a suo favore non facendo più ritorno a Miragno. Mattia con la sua vecchia vita non vuole averci più a che fare e decide di seppellire Mattia Pascal e ribattezzarsi come Adriano Meis. Dopo aver girato diverse città decide di stabilirsi stabilmente a Roma prendendo una camera in affitto.

Mattia-Adriano capisce in fretta che una nuova identità non consiste con l’adottare un nuovo nome; anzi in quanto non registrato perché fittizio l’appellativo Adriano Meis non gli garantisce i documenti necessari per poter sposare la figlia del suo affittacamere. Decide di porre fine anche a questa nuova identità e tornare a Miragno per riappropriarsi di Mattia Pascal se non fosse che una volta arrivato si rende conto che le persone sono andate avanti anche senza si lui; sua moglie si è risposata con il suo migliore amico ed hanno avuto una figlia. L’unica cosa che resta a Mattia è il posto da bibliotecario che deciderà di svolgere lontano da tutti.

Ne Il fu Mattia Pascal ci sono i temi che caratterizzano tutta la produzione pirandelliana: il tema della trappola sociale, dell’identità e della maschera. Mattia è stritolato in un matrimonio d’interesse, è vittima di soprusi e disonestà altrui al quale non si ribella se non attraverso la fuga. Scappa dalla sua famiglia, scappa quando gli si presenta l’occasione dopo il viaggio a Montecarlo e scappa dalla sua nuova identità. I temi di identità e maschera tanto cari all’autore qui trovano la loro massima espressione. Identità e maschere che si fondono e che vengono rigettate o uccise a seconda del desiderio dell’interessato.

Insieme a Uno, nessuno e centomila, Il fu Mattia Pascal è il romanzo più rappresentativo di Luigi Pirandello, divenuto negli anni un classico della letteratura letto e studiato nelle scuole con trasposizioni cinematografiche e teatrali.

Il giorno della civetta

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    • Titolo: Il giorno della civetta
    • Autore: Leonardo Sciascia
    • Editore: Adelphi
    • Data di pubblicazione: 1961

Salvatore Colasberna viene ucciso con due colpi di pistola mentre sale sull’autobus diretto a Palermo. Pochi colpi e la folla si disperde, per paura e per non voler essere immischiata. Infatti quando le forze dell’ordine giungono sul posto quei pochi rimasti non hanno niente da dichiarare: non ho visto e non ho sentito.

Le indagini subito partono con a capo il capitano Bellodi, uomo del nord che ora si trova a lavorare in questo piccolo paesino della Sicilia. Contemporaneamente la moglie di Paolo NIcolosi si reca in caserma per denunciare la scomparsa di suo marito che a distanza di molte ore non è tornato a casa, accendendo subito la preoccupazione in sua moglie. Non ci vuole molto per capire che non può essere una coincidenza e che la scomparsa del Nicolosi ha a che fare con l’uccisione dell’imprenditore Colasberna, magari ha riconosciuto l’assassino di quest’ultimo e chi doveva ha già rimediato. A completare il quadro è l’uccisione di Calogero Dibella, conosciuto da tutti come Parrinieddu, uno che faceva il doppio gioco ed era informatore dei carabinieri. Sarà la sua testimonianza sotto forma di lettera contenente i tre nomi dei mandanti ed esecutori dell’omicidio a confermare che si tratta di un delitto a stampo mafioso.

Siamo negli anni in cui la mafia è negata da tutti, dai cittadini e dai politici: omertà nei primi e concussione nei secondi.

Questo è un delitto mafioso. A Salvatore Colasberna era stata offerta protezione per lui e per i suoi affari e non volendosi piegare ed adeguare come gli altri imprenditori già avevano fatto, era stato fatto fuori. Il caso per il comandante Bellodi non è neanche difficile, la testimonianza c’è e i nomi sono stati fatti, ora tocca solo farli confessare. Il mandante però, il padrino don Mariano Arena, ha i suoi santi in paradiso, o meglio i protettori in terra.

I giornali iniziano ad interessarsi al caso, che assume eco nazionale quando la pubblicazione di una foto di don Arena con un ministro fa finire tutto in parlamento che però si risolve con un nulla di fatto. A don Arena viene costruito un alibi ad hoc che lo scagiona, il comandante Bellodi viene rimosso dall’indagine che si conclude con l’accusa all’amante della moglie del Nicolosi, perché “quale mafia e mafia? A chisto piace dire sempre minchiate. Secondo me è tutta una questione di fimmine” riprendendo una battuta del film di Pif La mafia uccide solo d’estate.

La storia è semplice, il tema complesso. Quando capita di leggere un libro e trovarlo attuale c’è da chiedersi se si deve considerarla una vittoria per il libro o una sconfitta per i tempi che viviamo. In questo caso sconfitta su tutti i fronti visto che la mafia continua ad esserci, a fare i suoi sporchi affari e mietere vittime, l’omertà è ancora presente e l’inciucio con lo Stato è più forte che mai.

Il mare non bagna Napoli

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      • Titolo: Il mare non bagna Napoli
      • Autore: Anna Maria Ortese
      • Editore: Adelphi
      • Data di pubblicazione: prima edizione del 1953
      • Acquista il libro su Goodbook

 

Il mare non bagna Napoli è costituito da cinque racconti dove ad essere protagonisti sono la miseria e la povertà di Napoli nell’immediato secondo dopoguerra, il degrado dei quartieri e la noncuranza dei suoi abitanti. Il primo racconto Un paio di occhiali rappresenta l’essenza dell’intero libro. Protagonista è Eugenia, una bambina che vede poco e male, nel giorno in cui finalmente arrivano i suoi occhiali nuovi con cui potrà vedere chiaramente ciò che la circonda. Una volta indossati, rendendosi conto della sofferenza e dell’orrore che la circonda vomita, non pronta a gestire quella realtà così diversa da come l’aveva immaginata. Il racconto è metafora dell’impegno che la Ortese prese nello scrivere il libro, scegliendo di essere autentica nel raccontare l’effettivo stato della sua città, non nascondendosi dietro una miopia, ma mostrando, seppure non senza difficoltà o dolore, la condizione indecorosa della sua Napoli.

Anche nel secondo racconto Interno Familiare ad essere protagonista è una donna, Anastasia. Lei che con il suo lavoro mantiene tutta la famiglia e lei considerata ormai troppo avanti con gli anni per sposarsi. Fino a quando un giorno la notizia del ritorno di un suo ex fidanzato le fa sperare di sistemarsi. Anastasia in cuor suo ha sempre immaginato una famiglia, una stabilità. A rovinare questa sua segreta fantasia è che quello che sarebbe dovuto essere il suo spasimante è in realtà promesso sposo di un’altra donna. Un sogno era stato, non c’era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita… era una cosa strana la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornava il sonno.  

E’ nell’ultimo racconto Il silenzio della ragione che la Ortese muove una forte critica agli intellettuali e scrittori che abitavano a Napoli all’epoca, colpevoli di vivere distaccati da tutto ciò che accadeva in città. Dopo l’iniziale entusiasmo per i temi sociali e culturali, il gruppo che comprendeva tra gli altri Domenico Rea e Raffaele La Capria, si sgretolò. Come mai Napoli non è mai stata capace di costruire una classe intellettuale che potesse incidere sulla vita della città, che potesse dar voce agli strati più bassi dei suoi abitanti, che portasse avanti battaglie sociali troppo spesso dimenticate dalla politica? Anna Maria Ortese senza nascondersi critica in maniera netta e dura questo assenteismo e ciò le costò molte critiche e polemiche oltre che un allontanamento fisico, ma mai mentale, da Napoli. La scrittrice stessa nella prefazione di una edizione successiva de Il mare non bagna Napoli prova ad interrogarsi sul perché questo libro venne frainteso e lei accusata di essere anti napoletana.

Erano molto veri il dolore e il male di Napoli, usciti in pezzi dalla guerra. Ma Napoli era città sterminata, godeva anche di infinite risorse nella sua grazia naturale, nel suo vivere pieno di radici. E’ questo il punto fondamentale, non bisogna lasciarsi abbattere dalle misere condizioni in cui versa la propria città, bisogna alzarsi, affidarsi alle sua straordinarie ed infinite risorse che Napoli offriva ed offre, lasciarsi scivolare quel vittimismo costante e rimboccarsi le maniche, perché se c’è qualcuno che può farlo sono senza dubbio i napoletani.  

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Bartleby lo scrivano

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    • Titolo: Bartleby lo scrivano
    • Autore: Herman Melville
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 1853 prima edizione originale

In uno studio legale di Wall Street l’impiegato Bartleby svolge con diligenza il suo lavoro da copista, peccato che si rifiuti di svolgere qualsiasi altro compito richiesto dando al proprio principale sempre la medesima risposta: avrei preferenza di no. Questo strano comportamento non passa inosservato e per quanto il principale cerchi di capire il perché del rifiuto di Bartleby si vede costretto a licenziarlo. La sorpresa sta nel vedere che Bartleby nonostante il licenziamento si presenza con costanza al suo posto di lavoro come se nulla fosse successo. Il titolare dello studio, che è anche il narratore del racconto, esasperato da questa situazione a cui non riesce a venire a capo, scopre inoltre che Bartleby non ha casa e amici propri e vive nello studio legale. La situazione diventa sempre più assurda e inspiegabile con un datore di lavoro che non riesce a licenziare e sfrattare un proprio impiegato e che è quindi costretto a trasferire altrove la propria attività. Quando infine Bartleby viene arrestato per vagabondaggio, il titolare va a trovarlo in prigione e nota che lo spirito di Bartleby è sempre lo stesso, se non peggiorato: Bartleby si rifiuta persino di mangiare e ciò ovviamente lo porterà a morire.

Il senso che più prevale in questo libro è la curiosità. Curiosità verso il comportamento di Bartleby, il suo distacco da ogni cosa, che tu speri possa essere spiegato almeno alla fine del libro, cosa che non avviene. Il narratore prova a dare una spiegazione personale, attraverso alcune sue ricerche viene a sapere che il lavoro precedente di Bartleby era all’ufficio delle lettere smarrite, e ipotizza che lo stare a contatto con delle lettere morte lo abbia portato alla depressione. Bartleby rifiuta costantemente tutto ciò che gli viene chiesto, ma non con arroganza o prepotenza, anzi, con leggerezza ed educazione.

 

L’amico ritrovato

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    • Titolo: L’amico ritrovato
    • Autore: Fred Uhlman
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 1971 (Prima edizione originale)
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Hans è un ragazzino di sedici anni che vive a Stoccarda con la sua famiglia appartenente all’alta borghesia, integrati con gli altri, dalla mente aperta e quasi non curanti del loro essere ebrei, o meglio, vivono la loro fede nella normalità più assoluta, come è giusto che sia. Konradin è un ragazzino di nobile famiglia tedesca che si aggrega alla classe di Hans; inizialmente l’atteggiamento di Konradin nei confronti degli altri ragazzi della classe è di puro distacco, ma l’obiettivo di Hans è quello di riuscire in qualche modo ad essergli amico. Quando un giorno mentre i due tornano a casa dopo la scuola Konradin rivolge la parola a Hans, capisce di aver fatto finalmente colpo su di lui e piano piano i due stringono una forte amicizia. Sebbene Konradin inizierà a frequentare con costanza la casa di Hans, non avviene il contrario e le uniche volte che Hans andrà a casa di Konradin i genitori del ragazzino saranno assenti. L’essere ebreo è un problema per i genitori di Konradin e questo incrinerà il rapporto tra i due, non solo, l’ideologia nazista entrerà anche nella quotidianità scolastica e costringerà Hans ad andare in America. Molti anni successivi, quando l’orrore della seconda guerra mondiale è ormai un ricordo, Hans noterà il nome di Konradin tra i caduti durante il conflitto, giustiziato perché tra i fautori di un attentato a Hitler, e sarà questo a fargli ritrovare l’amico.

L’amico ritrovato è quel genere di libro di cui tutti hanno sentito parlare e con molte probabilità letto; in neanche 100 pagine è condensata la storia di un’amicizia narrata nella sua forma più pura e distrutta a causa di ideologie sbagliate. Quando ho letto questo libro avevo dieci anni, la seconda guerra mondiale ancora non l’avevo studiata e per quanto il libro lo avessi trovato alla mia portata faticavo a capire come poteva una semplice religione, una semplice appartenenza a una razza, scatenare un profondo odio da parte di un’intera nazione e non.

Canto di Natale

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  • Titolo: Canto di Natale
  • Autore: Charles Dickens
  • Editore: Giunti
  • Data di pubblicazione: Prima edizione 1843

In perfetto clima la recensione di uno dei racconti natalizi per eccellenza non poteva mancare. Il Canto di Natale di Charles Dickens è stato riproposto in così tante versioni, cartoon, fumetti e film di animazione che è quasi impossibile non conoscerlo. L’avaro Scrooge, interessato unicamente agli affari, pare aver dimenticato il vero significato del Natale e nella notte della vigilia ci penseranno tre spiriti a ricordarglielo. Lo spirito del Natale passato riporta Scrooge alla sua infanzia vissuta in un collegio, quello del Natale presente gli mostra la sua attuale vita fatta di ricchezza vissuta con avidità e in perfetta solitudine. Di conseguenza lo spirito del Natale futuro gli mostra che il suo comportamento attuale lo porterà all’isolamento totale, tanto da non essere ricordato da nessuno nel momento in cui morirà.

Per quello che all’apparenza sembra un racconto leggero, in verità tratta temi molto importanti e complessi come la povertà e lo sfruttamento minorile e si inserisce nel filone del romanzo gotico. Dickens attraverso questo romanzo muove una critica alla società del suo tempo e lo scrittore Robert Louis Stevenson affermò di aver pianto come un bambino, ho fatto uno sforzo impossibile per smettere dopo la lettura di questo racconto.

Uno, nessuno e centomila

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    • Titolo: Uno, nessuno e centomila
    • Autore: Luigi Pirandello
    • Editore: Newton
    • Data di pubblicazione: 1926 la prima edizione
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Ho iniziato più volte questo libro, ed ogni volta che l’ho ripreso ho ricominciato la lettura dall’inizio; finirlo però era tra i miei obiettivi e quindi, quasi controvoglia l’ho terminato. Mi rendo conto di trovarmi a commentare uno di quei libri che appartengono alla lista degli intoccabili, ma veniamo alla storia!

Mentre una mattina Vitangelo Moscarda si osserva allo specchio sua moglie Dida gli fa notare che il suo naso pende leggermente da un lato. Quello che potrebbe essere considerato un particolare di poco conto, innesca in Moscarda una vera e propria crisi d’identità: il modo in cui ci vedono gli altri differisce da persona a persona, non solo, noi crediamo di apparire in un modo, ma il ciò che siamo e il ciò che crediamo di essere per gli altri non corrisponde. Il tema della maschera domina in tutta la storia, fatta principalmente di monologhi dove Moscarda cerca anche di coinvolgere il lettore nei suoi ragionamenti sull’essere.

Probabilmente è proprio il susseguirsi dei suoi ragionamenti, il fatto che i concetti, per quanto interessanti, siano ripetuti troppo spesso a rendere la lettura leggermente pesante. Non metto in discussione la maestria di Pirandello, il significato e la profondità della storia; è una lettura che richiede impegno da parte del lettore e probabilmente in futuro avrò bisogno di una rilettura!

Mastro Don Gesualdo

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    • Titolo: Mastro don Gesualdo
    • Autore: Giovanni Verga
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 1889 (prima pubblicazione)
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Mastro Don Gesualdo era una lettura che volevo fare dai tempi del liceo, quando studiando Verga venni colpita subito dalla storia, ma poi per un motivo o per un altro rimandavo sempre. Ora invece eccomi dopo aver finalmente letto questo splendido romanzo che non ha per niente deluso le mie aspettative create nel corso degli anni.

Mastro Don Gesualdo è il classico uomo che si è fatto da solo attraverso il proprio lavoro che gli ha permesso di riscattare la propria condizione ed entrare così a far parte di un’altra classe sociale. Una persona come lui dovrebbe creare ammirazione, cosa che però non accade a Gesualdo Motta: la sua famiglia quasi lo rimprovera della sua nuova ricchezza non sentendosi mai all’altezza di chi ricco lo è nato; i suoi compaesani si rivolgono a lui solo al fine di ottenere benefici, salvo poi lasciarlo solo e criticarlo quando ciò non avviene. Un matrimonio d’interesse e una sola figlia a cui lasciare tutta la ricchezza da lui accumulata nel corso degli anni , Gesualdo si ritroverà a passare gli ultimi giorni della sua vita solo, come spesso si è ritrovato in passato: solo a costruire la propria fortuna, solo contro la sua famiglia e solo contro chi lo voleva amico solo per i propri interessi.