Diario semiserio di quarantena |Donne sull’orlo di una crisi di nervi

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Sono giorni particolari quelli che stiamo vivendo, sono difficili, pesanti, addirittura al limite per qualcuno. Questa settimana l’intenzione era quella di pubblicare due post su due libri letti nelle scorse settimane, ma la testa è altrove e fingere che vada tutto bene è difficile, quindi ho pensato: bene, proviamo a fare un post diverso dal solito.

Sono a casa come ci è stato consigliato, limito al massimo le mie uscite, anche perché da novella ipocondriaca, del virus che circola ne avevo paura già da settimane e immaginate il mio umore e il mio stato mentale di questi giorni dal momento in cui tutto è precipitato. Filtro le notizie e cerco di stare meno tempo possibile sui social, perché come sappiamo possono essere una preziosa fonte di svago, ma anche di allarmismo puro e quindi via, cellulare spento. Cerco di affidarmi ai punti fermi della mia vita, gli affetti in primis (a distanza di un metro, sia chiaro), le serie TV nuove, quelle da recuperare e quelle da rivedere e poi soprattutto i miei amabili libri, compagni fedeli che accorrono in mio aiuto per cercare di distrarmi quanto più mi è possibile. In questi giorni penso a quanto mi sarebbe piaciuto essere brava in qualche lavoro manuale, tipo l’uncinetto, il bricolage, il decoupage, il giardinaggio: niente, riesco a leggere un libro di quattrocento pagine in una giornata scarsa, ma il lato creativo è totalmente assente in me.

Pazienza, mi affido alle serie TV, ai film e alle letture, su queste cose sono bravissima. Penso a chi in questi giorni si sta dannando nel dire agli italiani «state a casa, leggete un bel libro» e ripenso a me, non c’è bisogno di un’opera di convincimento, a leggere leggo tranquillamente e non dovevo aspettare un periodo forzato per mettermi a leggere. Il mondo è bello, perché è vario e quindi sì, diciamolo a gran voce, state a casa, leggete, vedete la televisione, parlate con vostra madre, giocate con i vostri fratelli, meditate, pregate, fate quello che volete, ma statevenn’ a cas’.

INVENTARIO. COSA LEGGERE E COSA VEDERE IN QUESTI GIORNI (SONO ACCETTI SUGGERIMENTI DI OGNI TIPO).

Ho fatto una scorpacciata di ebook caricandoli sul Kindle, giusto per evitare di rimanere senza libri da leggere. In questi giorni sono in compagnia di Tre donne di Lisa Taddeo, Mondadori, (sono quasi alla fine), Le confessioni di Frannie Langton, Sara Collins, Einaudi, che avevo sul Kindle già da settimane, ma che inspiegabilmente ancora non mi ero decisa ad iniziare ed infine La casa degli angeli spezzati di Luis Alberto Urrea, Einaudi, iniziato da pochissimo e che devo ancora inquadrare come lettura.

Spostandomi in casa Neri Pozza mi sono decisa di dare una seconda possibilità a Le sette morti di Evelyn Hardcastle, Stuart Turton (abbandonato la scorsa estate dopo qualche capitolo) e voglio iniziare quanto prima a leggere due titoli di Natasha Solomons: I Goldbaum e Casa Tyneford. Infine mi aspettano Il sogno della crisalide di Vanessa Montford e Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari (libro sulla pila dei libri da leggere da un po’ di tempo) entrambi Feltrinelli.

SERIE TV

Sul versante serie TV non può mancare Grey’s Anatomy, certo, ormai sono arrivata a passare più tempo a criticarla che apprezzarla, ma è una delle serie che seguo da più tempo e lasciarla farebbe più male che continuare a vederla. Su Sky Atlantic mi sono imbattuta sulla miniserie Piccole Donne (non ho letto il libro, abbiate pietà di me) e mi sta piacendo molto: sono tre puntate appena e mi manca giusto l’ultima e dopo averla terminata sarà la volta buona di iniziare il libro.

Devo decidermi ad iniziare Hunters (disponibile su Amazon Prime Video), così come vorrei dare una seconda chance a Il metodo Kominsky dopo una prima puntata che non mi aveva esaltato. Infine, mi sul fronte rewatch c’è l’idea di dedicarmi alle prime cinque stagioni delle Gilmore Girls (la sesta e parte della settima sono degli scempi che per me non esistono) e alle serie completa di Desperate Housewives, visto che in questo periodo desperate lo siamo un po’ tutti.

Un abbraccio lettori (virtuale ché solo quelli possiamo dare).

(Photo Credits Google Images)

La ragazza con la macchina da scrivere|Desy Icardi

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Delia aveva sempre vissuto con la sua inseparabile Olivetti MP1 rossa. Da quando l’azienda di famiglia era fallita, Delia aveva capito che avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche e darsi da fare, motivo per cui appena aveva terminato il corso da dattilografa aveva pregato il ragioniere che prima lavorava per il padre a darle un lavoro. Aveva cominciato così ad essere una dattilografa a tutti gli effetti e la cosa la rendeva particolarmente felice. Sfiorare la sua macchina da scrivere, battere velocemente i tasti dell’Olivetti le dava energia.

Ormai anziana e colpita da un ictus, Delia doveva fare i conti con una memoria ormai andata quasi perduta. Il piccolo incidente, così come preferiva definirlo, le aveva cancellato i ricordi. Si rende conto per caso che sfiorando i tasti della sua macchina da scrivere, il passato che credeva di aver perduto per sempre riaffiora e quindi eccola lì a cercare di ricostruire poco per volta quella che era stata la sua vita.

Si rivede all’età di diciassette anni, in sella alla sua bicicletta con sopra caricata la sua macchina da scrivere. Il lavoro che permetteva di mantenere anche il padre alla costante ricerca di quella idea che gli avrebbe riconsegnato la nobiltà perduta. Le amicizie, in particolare con Ester e con alcune ragazze del paese sempre troppo impegnate a cercare quell’amore che le avrebbe sistemate una volta per tutte. E l’amore che quando si presenta a diciassette anni ti fa battere il cuore, ti fa credere che è quello giusto, senza pensare che anche l’amore più romantico può rivelarsi una vera e propria fregatura.

Quando Delia conosce il giornalista Nuto Cerri che per uno scherzo del destino si ritrova ad alloggiare nella casa che il padre affitta per racimolare denaro, non ha idea di chi sia. Le sue amiche gli morivano dietro, su di lei l’effetto era contenuto. Incontro dopo incontro tra i due si instaura un bel rapporto e quando Nuto la chiede in moglie, Delia risponde subito sì.

Siamo alla fine degli anni trenta, il fascismo governa in Italia, per un uomo di una certa età l’essere celibe è un problema, ma questo Delia non può saperlo e nelle intenzioni di Nuto ci vede sempre e solo l’amore. Si trasferiscono a Tornino, lei convinta di entrare a far parte della società che conta essendo lui un giornalista di chiara fama, dovrà constatare che non è tutt’oro quello che luccica e quel matrimonio che doveva essere la sua fonte di salvezza si rivelerà la sua trappola dorata.

Passano gli anni e la situazione del Paese precipita e Delia capirà che dovrà cavarsela da sola, o quasi. In suo aiuto accorrono Gianni, un suo amico d’infanzia e l’avvocato Ferro che farà padre a Delia più di quanto l’abbia fatto il suo.

Se con “L’annusatrice di libriDesy Icardi ci aveva introdotto nel mondo della lettura e dell’olfatto, con “La ragazza con la macchina da scrivere” (Fazi Editore) ci porta nel mondo della scrittura e del tatto. Raccontandoci la storia di Delia ci racconta la storia di una donna che fa di tutto per non soccombere agli aventi che la travolgono, ma soprattutto ci mostra l’importanza dei ricordi senza i quali probabilmente non avrebbe senso neanche vivere.

  • Titolo: La ragazza con la macchina da scrivere
  • Autrice: Desy Icardi
  • Casa Editice: Fazi Editore
  • Data di pubblicazione: 20 Febbraio 2020

Aria di novità| Carmen Korn

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Perché tutte le cose belle devono finire? Ho appena letto l’ultima riga di Aria di novità di Carmen Korn in uscita lunedì 2 marzo per Fazi Editore e l’unica cosa che penso è che dire addio a dei personaggi che vivono solo sulla carta non fa meno male rispetto al dire addio a persone in carne ed ossa.

Henny, Käthe, Lina ed Ida le abbiamo conosciute all’inizio del novecento, quando erano ancora delle ragazze che pensavano all’amore, al costruirsi una famiglia, all’avere un lavoro. Le abbiamo viste crescere, cambiare, maturare, sposarsi, fare figli ed avere nipoti. Le abbiamo viste alle prese con le gioie e i dolori che la vita riservava ad ognuna di esse. Aspettavo questo libro con trepidazione e al tempo stesso con la malinconia di chi sa che dopo questo il sipario si sarebbe chiusi per sempre.

La narrazione riparte dal marzo del 1970 e i cambiamenti che hanno colpito la vita delle quattro amiche sono molteplici.

Henny ormai settantenne si dedica sporadicamente alla sua attività di ostetrica, è felice ed appagata dal suo terzo matrimonio con Theo, dottore anche lui presso la clinica privata ormai gestita dalla figlia di lei, Marika. Marika ha reso Henny e Theo nonni di due ragazzi che crescono alla velocità della luce. Katja è un’eccellente fotografa di guerra, una ragazza determinata nella vita, meno nell’amore visto che quel Karsten la fa dannare non poco; Konstantin per quanto piccolo ha già la propensione all’ambizione e darà tante soddisfazioni alla sua famiglia allargata. Klaus, secondo figlio di Henny, ormai fa coppia fissa con Alex, ma i tempi non sono ancora maturi per poter gridare ai quattro venti la propria omosessualità. C’è da sperare che con gli anni a venire l’orientamento sessuale di una persona diventi cosa di poco conto.

Käthe e Rudi formano ancora la splendida coppia che abbiamo conosciuto e di sicuro quella che ha dovuto affrontare maggiori difficoltà, con la detenzione in un campo di concentramento della prima e la sparizione del secondo che ormai tutti davano per morto. Fortuna che così non è stato e ora i due che non hanno avuto figli cercano di essere buoni genitori per Ruth che però a rendere tranquilli i suoi non ci pensa proprio e verrà coinvolta in questioni internazionali più grandi di lei.

Lina e Louise continuano a gestire la libreria insieme a Momme. Gli anni passano e accettare lo scorrere del tempo e i cambiamenti che questo ha sul corpo delle persone non è semplice e farne i conti sarà Louise, la più fragile delle due e il cui ricorrere all’alcool sarà sempre più frequente, con una Lina che dovrà rassegnarsi alle fasi depressive della sua compagna.

Ida e Thian vivono ancora nella pensione di Guste e il loro matrimonio è una continua fonte d’amore e l’unica cosa che vorrebbero è che la loro splendida Florentine si decida a sposarsi, ma i piani della modella non prevedono al momento l’altare, ma l’idea di costruire una famiglia con il suo amato Robert è ciò che più la rende impaziente.

Con lo scorrere delle pagine assistiamo allo scorrere degli anni e veniamo trasportati negli anni settanta, ottanta e per concludere negli anni novanta. Poco per volta dovremmo salutare a malincuore alcuni dei nostri personaggi, perché la vita questo ci impone. Non mi ero mai appassionata così tanto ad una saga, non avevo mai fatto mai le gioie e i dolori dei personaggi, ma c’è sempre una prima volta. Metto via Aria di novità con l’idea (probabilmente utopica) che prima o poi alcuni di essi torneranno a farmi compagnia.

  • Titolo: Aria di novità
  • Autrice: Carmen Korn
  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Data di pubblicazione: 2 Marzo 2020

La ricamatrice di Winchester| Tracy Chevalier

La ricamatrice di Winchester

Violet è una donna di trentotto anni decisa a far ripartire la sua vita, motivo per cui si mette alle spalle Southampton, la sua città natale, per approdare a Winchester. Trova lavoro come dattilografa in un ufficio assicurativo e anche se la paga la rende a stento indipendente e in grado di mantenersi, lo preferisce di gran lunga al vivere con la madre che non perdeva mai occasione di ricordarle che gli anni migliori erano ormai passai e che se non voleva rimanere sola a vita avrebbe fatto meglio a fare il tutto per tutto pur di accaparrarsi un uomo.

Gli uomini Violet li considerava un capitolo chiuso visto che la Grande Guerra oltre al fratello le aveva tolto anche l’amore della sua vita, Laurence e arrivata quasi alla soglia dei quarant’anni si faceva bastare gli incontri fugaci che ancora le capitavano e si era rassegnata al destino di donna sola.

Un pomeriggio si imbatte in una strana funzione nella cattedrale di Winchester, una cerimonia di presentazione di cuscini ricamati. In quel momento Violet viene a conoscenza dell’associazione delle ricamatrici della cattedrale ed estasiata dalla bellezza di quelle creazioni sente di volerne far parte.

La vita a Winchester per lei era caratterizzata dal suo lavoro da impiegata, scandita dal rito del tè, da qualche boccata di sigaretta che nei giorni più difficili le placavano i morsi della fame e dalle serate noiose nella sala comune della casa in cui viveva. Quello di cui aveva bisogno era di trovare qualcosa che l’animasse di nuovo e che la potesse portare a fare nuove amicizie e in men che non si dica si ritrova anche lei nell’illustre gruppo di ricamatrici fondato dalla signorina Louise Pesel e diretto dalla signora Biggins che introducono Violet nell’arte del ricamo.

L’idea che qualcosa di suo permanga nel tempo riaccende la passione nella vita di Violet. Durante gli incontri con le ricamatrici si imbatte in Gilda, una donna estroversa e non sposata come lei che in poco tempo diventerà sua grande amica. La presenza di Gilda nella vita di Violet sarà fondamentale e farà capire a Violet il vero significato di amicizia e l’essenza dell’amore che non sempre corrisponde all’idea che ci siamo costruiti.

Ciò che la segnerà maggiormente, invece, sarà la conoscenza di Arthur, il campanaro della cattedrale che come Violet ha conosciuto il dolore e ha dovuto farlo suo pur di non impazzire e andare avanti. Due anime affini che impareranno a conoscersi poco per volta e che riaccenderanno in Violet emozioni che credeva ormai sopite.

Tracy Chevalier con La ricamatrice di Winchester, uscito per Neri Pozza, ci racconta una bellissima storia di una donna che reclama la sua indipendenza a dispetto dell’epoca in cui vive. La maestria con cui la Chevalier ricostruisce periodi storici mi ha sempre incantato così come la delicatezza con cui intesse rapporti d’amore e di amicizia. La ricamatrice di Winchester è un’appassionante e struggente storia, capace di regalare pagina dopo pagina infinite emozioni. 

  • Titolo: La ricamatrice di Winchester
  • Autrice: Tracy Chevalier
  • Data di pubblicazione: 16 Gennaio 2020
  • Casa Editrice: Neri Pozza

Inventario di un cuore in allarme| Lorenzo Marone

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Se avessi letto questo libro un paio di anni fa, probabilmente avrei etichettato Lorenzo Marone come un folle incapace di scindere tra paure reali e paure strambe. Un giudizio affrettato, me ne rendo conto, ma ci troviamo in uno di quei casi in cui se una determinata cosa non la viviamo sulla nostra pelle, fatichiamo a comprenderla. Siccome da un po’ di tempo la mia vita è diventata una montagna russa con alti e bassi (anche bassissimi), leggere questo libro mi ha toccato parecchio, perché molto di ciò di cui parla l’autore lo sto conoscendo mio malgrado e vorrei dire a Lorenzo: scambiamoci i numeri di telefono, confrontiamoci sui nostri sintomi, ridiamo delle nostre paure e/o deprimiamoci insieme.

Prima di fondare il nostro privato club stile alcolisti anonimi vediamo un po’ di cosa ci parla stavolta uno dei miei autori napoletani preferiti.

Inventario di un cuore in allarme di Lorenzo Marone uscito per Einaudi Stile Libero l’11 febbraio, è un libro dove lo scrittore ha deciso di mettersi a nudo e mostrare una parte sconosciuta ai suoi lettori: la sua insana ipocondria. Chi è l’ipocondriaco? Una persona che vive nella paura perenne di ammalarsi, che scambia il minimo sintomo per una malattia che lo condurrà in breve termine alla morte, che si analizza per un nonnulla e che al tempo stesso è terrorizzato dagli esiti di quegli esami, che stazionerebbe ore intere nello studio di un medico pur di togliersi ogni minimo dubbio, che come soggiorno preferito ha le stanze di un ospedale e al tempo stesso è anche terrorizzato dai medici: insomma l’ipocondriaco è uno che campa ‘na chiavica. 

Per quanto Marone mantenga un tono ironico durante tutto il libro, ho pensato che non deve essere stato semplice mostrare la sua vulnerabilità e rivelare le sue paure più profonde. Quando ammettiamo di avere paura, cade quella maschera di persona forte che abbiamo deciso di indossare e viene fuori la fragilità che per quanto faccia parte dell’essere umani, preferiamo tenere nascosta ai più.

Come si combattono le paure? Parlandone, sdrammatizzando. Questo è il mantra dell’intero libro: ti parlo delle mie paure, ti svelo i miei segreti, proviamo a ridere insieme e facciamoci forza a vicenda se anche tu ti ritrovi in quello che dico.

Cercando di fissare il momento in cui tutto ha avuto inizio, l’autore ci racconta passo passo le sue paure, ci mostra cosa vuol dire vivere con l’ansia costante del «mi sta per succedere qualcosa di brutto». Parla, riflette, si analizza. Trascina nelle sue paranoie una povera moglie che ahimè, deve sopportarlo e degli amici probabilmente stanchi della sua continua litania, senza dimenticare i terapeuti che ci ascoltano per professione e anche un prete, perché tanto ormai vale tutto e quindi chi più ne ha, più ne metta.

Tra nuove tecniche di rilassamento, gruppi di sostegno su internet (state lontani da internet se non volete aggiungere sintomi ai vostri) e fiori di Bach (avranno mai funzionato su qualcuno?), Inventario di un cuore in allarme, Lorenzo Marone muove le sue riflessioni in campo scientifico e filosofico, passando per la religione e la psicologia, mettendo su un libricino che si legge con curiosità ed interesse.

PS: al sopraggiungere del mio nuovo delirio, piuttosto che assuefarmi di fiori di Bach (che ripeto, non funzionano), proverò a leggere qualche pagina. Alla fine una risata non ha mai ucciso nessuno (vero?).

  • Titolo: Inventario di un cuore in allarme
  • Autore: Lorenzo Marone
  • Casa editrice: Einaudi Stile Libero
  • Data di pubblicazione: 11 Febbraio 2020

Il cielo in gabbia| Christine Leunens

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Durante la cerimonia degli ultimi Golden Globes hanno mandato in onda un frame del film Jojo Rabbit che mostrava un ragazzino che parlava col suo amico immaginario Adolf Hitler. È bastato quel minuto scarso a convincermi a vedere il film. Avevo messo in conto di farmi due risate, non avevo messo in conto di ritrovarmi in lacrime a metà film e disperata dopo la scena finale.

Jojo Rabbit è uscito nelle sale cinematografiche italiane lo scorso 16 gennaio, film del regista Taika Waititi (che nella pellicola interpreta Hitler), con Scarlett Johansson, Roman Griffin Davis e Thomasin McKenzie, film che con ironia cerca di ripercorrere uno dei periodi più tragici che la nostra storia recente ha conosciuto: il nazismo, il conflitto mondiale e la persecuzione degli ebrei. Non lasciatevi ingannare dai toni leggeri, perché questo film scena dopo scena saprà assestare dei colpi emozionali difficili da dimenticare e che vi ridurranno in una valle di lacrime nel momento in cui sullo schermo compariranno i titoli di coda.

Una cosa che non sapevo è che il film è liberamente ispirato al romanzo di Christine Leunens, Come semi d’autunno, libro datato 2004 che è stato pubblicato qui in Italia da SEM nel novembre del 2019 con il titolo Il cielo in gabbia. Sottolineo il verbo ispirato, perché a parte l’idea il libro e il film viaggiano su due rette parallele che non si incontrano neanche all’infinito, rimanendo a mio parere due prodotti ben separati.

Venendo al libro, Il cielo in gabbia racconta di di Johannes Betzler, un ragazzino che sta crescendo nel culto del nazismo, fiero appartenente della Gioventù Hitleriana che nel 1943 parte per difendere la sua patria nel conflitto mondiale, ma a causa di un incidente avvenuto in guerra è costretto a fare ritorno a casa dai suoi genitori e dalla nonna che vive con loro.

Seppur non apertamente i genitori di Johannes non sposano gli ideali in cui crede il figlio e come anti-nazisti decidono di rischiare in prima linea nascondendo in casa propria Elsa, una ragazzina ebrea. Il giorno in cui Johannes scopre la sua presenza, ne è inorridito e al tempo stesso attratto. Elsa è l’incarnazione dei principi che lui combatte fermamente, ma non può negare il fascino che quella bella ragazza di qualche anno più grande esercita su di lui.

Gli anni passano, il conflitto mondiale continua e tra Johannes ed Elsa si sviluppa un rapporto di amicizia ed amore e soprattutto di dipendenza. Elsa è dipendente dalle visite e dal tempo che Johannes le riserva, Johannes è completamente dipendente dalla presenza di Elsa nella sua vita.

Gli anni passano, il conflitto continua, la relazione tra i due si intensifica fino a quando giunge la notizia che la guerra è finita e il nazismo non ha più ragione di esistere. Dopo essere stato costretto a dire addio a sua madre, morta in guerra e a suo padre, disperso chissà dove, Johannes non può dire addio a un’altra persone che fa parte della sua vita e per questo motivo decide di sacrificare la libertà di Elsa a suo favore, illudendola sui veri vincitori della guerra e costringendola a continuare il suo stato di prigionia.

Il cielo in gabbia è un libro faticoso e che ti lascia in uno stato di angoscia nel momento in cui si porta a termine la lettura. I protagonisti sono difficili, complicati ed egoisti, mettono sé stessi prima degli altri incuranti dei sentimenti e delle libertà altrui. Fino a che punto può arrivare un uomo pur di trattenere la donna che ama accanto a sé? E se l’amore è tutto basato su un’enorme bugia, di che amore si tratta?

Amore significa due persone che stanno insieme a qualunque costo. L’amore è una colla, la più potente che ci sia, che tiene assieme due persone.

  • Titolo: Il cielo in gabbia
  • Autrice: Christine Leunens
  • Casa editrice: SEM
  • Data di pubblicazione: 21 Novembre 2019

Non superare le dosi consigliate| Costanza Rizzacasa D’Orsogna

non superare le dosi consigliate

Ci sono volute interminabili sedute di psicoterapia per capire che se tieni tutto dentro, se non riesci a parlare, il dolore da qualche parte deve uscire e uscirà.

Certi libri mi annientano, mi lasciano senza parole e mi continuano a frullare in testa una volta portati a termine. Sono quei libri che leggo con una lentezza che non mi è propria, io che sono capace di divorare centinaia di pagine nel giro di poche ore. Certi libri non possono essere divorati, vanno letti con calma, prendendosi le giuste pause: bisogna dosarli.

Non superare le dosi consigliate di Costanza Rizzacasa D’Orsogna pubblicato da Guanda, rientra nella categoria di cui sopra.

Dovrei scrivere un post, dovrei farvi conoscere la storia di Matilde, ma vorrei concludere tutto in due righe dicendovi: non perdete tempo a leggere me, leggete lei piuttosto.

Facciamo che ci provo, vi racconto la storia di questa bambina prima e donna poi in eterna lotta con il suo peso. A sedici anni la bilancia segnava ottanta chili, a diciotto, quarantotto, mentre a quarantatré anni la lineetta è in bilico tra centotrenta e centotrentuno chili.

È iniziato tutto quando Matilde era piccola e vedeva continuamente sua madre correre in bagno per vomitare tutto ciò che ingeriva. Il padre la guardava sconsolato, aggiungendo un laconico «Franca, che dobbiamo fare?», ma alla fine non faceva mai niente. È bella sua madre, di una bellezza che non si può descrivere e di una magrezza a cui Matilde aspirava. Voleva essere come sua madre, mentre sua madre non perdeva occasione per apostrofarla con parole velenose, non tipiche di chi ti ha messo al mondo e che dovrebbe essere la tua prima sostenitrice.

A casa nostra c’è un farmaco per qualsiasi cosa

A otto anni Matilde si ingozza con qualsiasi cosa le capiti a tiro, poi ricaccia tutto grazie alle dosi di Dulcolax, proprio come fa la madre. Un dottore avrebbe detto che Matilde è bulimica come la madre e che entrambe soffrono di un disturbo alimentare serio. Nessun medico le ha mai visitate, nessun medico ha mai elaborato una diagnosi ed entrambe continuano ad ingerire Dulcolax come niente fosse.

A diciotto anni si cambia registro, Matilde si è messa alle spalle quella bambina paffutella e passa da ottanta a quarantotto chili. La bulimia cede il passo all’anoressia, un altro disturbo alimentare non trattato come tale, sempre minimizzato, tanto alla fine il magro è bello, è più accettato, più tollerato, ma il magro deve essere sano, altrimenti anche questo è un disturbo, ma Matilde questo lo ignora, le importa solo di avere finalmente i polsi magri come quelli di sua madre, sempre lei, che quando Matilde era piccola li metteva a confronto e ne usciva felicemente vincitrice da quella insana competizione.

Matilde cresce, di essere magra non le importa più niente. Ricomincia a collezionare chili, a mangiare in modo scorretto, a mentire al padre e al fratello sui risultati delle sue analisi. Nasconde al padre che la sostiene economicamente il conto in banca prosciugato dalle sue spese folli di cibo. Incanala una relazione sbagliata dopo l’altra, perché quando si prova così tanto disprezzo per sé stessi, non si può pretendere rispetto da chi si ha accanto e ti accontenti delle poche briciole che le persone sono disposte a lasciarti.

Matilde arriva a pesare centotrenta, centotrentuno chili, ma le importa poco. È negli Stati Uniti lontana dai suoi cari a cui può nascondere la sua reale condizione, ma vivere nascondendosi è vivere?

Non superare le dosi consigliate è la storia di un corpo in constante cambiamento ed è la storia di una bambina prima e di una donna poi che nella sua vita ha abilmente creato un castello di bugie salvo accorgersi a un certo punto di esserne diventata prigioniera. Quanti giudizi frettolosi ci capita di dare nella vita, magari vediamo una persona obesa, la etichettiamo come grassa senza pensare che storia c’è dietro quel corpo. Dietro il corpo di Matilde c’è una storia di menzogne e di dipendenze, verso il cibo e verso le persone. C’è una storia di violenze (tre, quattro?), c’è la storia di un amore sbagliato e di un bambino abortito. C’è la storia di una bambina che cercava amore e approvazione da parte di sua madre, di gratificazione da parte di suo padre, di amore da parte di sé stessa, ma di tutto ciò non ha mai trovato niente.

Non sono mai stata brava a mentire, ma sono migliorata. E se vi stessi mentendo anche adesso?

Vi avevo avvertito: non perdete tempo a leggere me, leggete lei piuttosto.

  • Titolo: Non superare le dosi consigliate
  • Autrice: Costanza Rizzacasa D’Orsogna
  • Casa editrice: Guanda
  • Data di pubblicazione: 30 Gennaio 2020

Il diritto di opporsi| Bryan Stevenson

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Il breve tempo trascorso nel braccio della morte mi rivelò le lacune riguardo al nostro modo di trattare le persone all’interno del sistema giudiziario, e che forse alcuni individui venivano giudicati ingiustamente.

È il 1983 e Bryan Stevenson è uno studente alla Facoltà di Legge alle prese con il tirocinio. Una visita in un carcere di massima sicurezza in Georgia, un incontro con un detenuto rimasto senza avvocato dalla durata di ben tre ore, fanno capire a Bryan quale sarebbe stato il suo destino: occuparsi dei detenuti nel braccio della morte.

La Equal Justice Initiative è l’organizzazione senza scopo di lucro fondata dall’avvocato statunitense Bryan Stevenson, uno degli avvocati più conosciuti ed influenti al mondo. In questo libro, Il diritto di opporsi che Fazi Editore ha pubblicato in Italia il 30 gennaio in concomitanza con l’uscita nelle sale del film che ne è stato tratto, Stevenson ripercorre gli arbori della sua carriera, gli incontri più significativi con i detenuti e il caso più intenso a cui ha lavorato, quello di Walter McMillian.

Walter McMillian è un abitante della contea di Monroe, Alabama. Coincidenza vuole che Monroeville abbia dato i natali  alla scrittrice Harper Lee il cui celebre libro Il buio oltre la siepe racconta proprio di un’ingiustizia legale. Walter con una serie di abili mosse era riuscito a mettere su un’attività tutta propria negli anni ottanta, attività che gli regalava una soddisfacente indipendenza economica e che lo aveva reso padrone di sé stesso a differenza di tanti altri neri che si ritrovavano a lavorare sempre per qualche padrone bianco.

Quell’indipendenza non era tollerata da tutti, considerata la forte discriminazione razziale a cui erano soggette le persone di colore del sud degli Stati Uniti. Il passo falso di Walter fu quello di intrecciare una relazione amorosa con una donna della contea, Karen Kelly, una venticinquenne di diciotto anni più giovane di lui, sposata, ma soprattutto bianca. Quando la notizia divenne di dominio pubblico le cose per lui iniziarono a mettersi male, perché le relazioni miste erano fuorilegge in molti Stati americani. Il male diventò peggio quando Walter fu incastrato dal nuovo compagno di Kelly, Ralph Myers, che lo accusò dell’omicidio di Ronda Morrison, una studentessa diciottenne uccisa con tre colpi di pistola.

Walter fu condannato nel braccio della morte nonostante delle prove deboli o inesistenti a suo carico e quando Bryan lo incontra per la prima volta, capisce che deve fare il tutto per tutto per fargli riacquistare la libertà perduta.

Il diritto di opporsi è un libro che mostra le inefficienze del sistema giudiziario americano, un sistema che dovrebbe garantire equità e che invece è pieno di falle e punti deboli. Caso dopo caso Stevenson porta alla luce le storie di ragazzini giudicati come adulti, persone affette da disabilità mentali punite per i loro stati di salute, ma soprattutto le tante, troppe storie di persone giudicate sommariamente a causa del loro stato sociale e del colore della propria pelle. Questo libro è un susseguirsi di pagine pregne di emozioni, pagine toccanti e commoventi su una condizione sociale che continua ad essere purtroppo reale, ma per quanto desolanti possano essere alcune di esse, questo libro riesce nell’intento di infondere una pur lieve luce di speranza.

  • Titolo: Il diritto di opporsi
  • Autore: Bryan Stevenson
  • Casa editrice: Fazi Editore
  • Data di pubblicazione: 30 Gennaio 2020

Book Influencer |Di polemiche ne abbiamo?

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Anno nuovo, vita nuova, polemiche vecchie. Primo post del 2020, speravo di iniziare l’anno raccontandovi un po’ delle letture che mi hanno fatto compagnia in questi giorni di festa, se non fosse che sono incappata nell’ennesima polemica sui libri e sulle book influencer. Ogni giorno un giornalista e/o critico letterario si sveglia e dice: da quanto tempo non parlo male di chi si occupa di libri? Nel corso degli ultimi tempi se avessi messo da parte una moneta per ogni qual volta ho letto di polemiche sul mondo dei blogger che si occupano dei libri, avrei già la somma necessaria per il mio viaggio per i trentanni a Barcellona.

Se vi siete persi quella in ordine di tempo, ve la racconto brevemente io. Tizio (non farò il nome di quello lì, anche perché lui si è curato bene di chiamare tizia tutte le ragazze da lui citate nel suo articolo) dalle colonne del Il Giornale (che detto tra noi non userei neanche per accendere il fuoco del caminetto di casa mia) ha scritto un articolo titolato così: social, sessiste e carine, ecco le influencer (modaiole) del libro.

Fa nomi, cognomi di alcune di quelle che hanno più seguito su Instagram, le prende in giro per le letture che fanno, per le foto che fanno, senza mai dimenticare di aggiungere un “carina” qua e lì, perché si sa che il maschilismo e il sessismo sono duri a morire.

La colpa di queste ragazze, ma di tutte noi che su Instagram ci occupiamo di libri, è quella di leggere autrici per la maggiore, di allestire set fotografici con tazze, tazzine, ceste e affini e soprattutto di essere donne.

La nausea è venuta a me mentre leggevo le parole di tizio che per fare il simpatico sciorinava i nomi degli autoroni, convinto forse in quel poco di cervello che ha, che noi povere stupide lettrici donne nella nostra vita non abbiamo mai letto i libri di quegli autori.

Cerchiamo di fissare un attimo dei punti. Instagram è un social fotografico. È basato interamente sulle immagini. Non ci vuole molta intelligenza per capire che le foto più saranno belle e più saranno curate e più ne guadagnerà l’account: alla fine è questione di follower e like.

Dietro l’immagine c’è di più.

I libri sembrano essere diventati degli oggetti d’arredo. È verissimo, per presentare i libri vengono allestiti dei veri e propri set fotografici. Dietro tutta quella cura, però c’è una persona che il libro lo ha letto, ne parla, lo consiglia e lo fa arrivare a quanti più lettori possibili. In un paese in cui si legge sempre di meno, bisognerebbe apprezzare di più chi ogni giorno attraverso i propri canali parla e consiglia libri indipendentemente dal numero di copie che smuove: una, nessuna e centomila.

Anni fa io ho iniziato a parlare dei libri che leggevo attraverso Twitter. A un certo punto mi sono accorta che i vecchi 180 caratteri erano troppo pochi per poter riassumere tutto ciò che scaturiva dalla lettura (anche se oggi Twitter resta per me lo strumento migliore attraverso cui promuovo i libri) e quindi è arrivato il blog. Pensavo di chiuderlo dopo qualche mese ed invece dopo tre anni sono ancora qui, grazie a chi mi legge che mi spinge ad andare avanti. I tempi cambiano, le cose evolvono e nuovi strumenti ci vengono messi a disposizione. Instagram è un social che non mi aveva mai affascinato (anche perché sono negata con le foto). I libri sono arrivati anche lì e ho capito che anche attraverso un social fatto esclusivamente di immagini si poteva parlare di libri.

Quello che vorrei far capire a tizio è che demonizzare i nuovi strumenti non serve a niente. Sparare merda su chi contribuisce alla diffusione della cultura nel nostro Paese non porterà a niente. Il mondo del libro è un mondo snob ed è una delle cause per cui in Italia si legge sempre di meno. Guardiamo di mal occhio chi legge generi narrativi differenti dai nostri e non supereremo mai l’eterna diatriba carta vs ebook. Dovremmo imparare a collaborare di più, in fondo guardiamo tutti nella stessa direzione

PS: lo sapete che mi trovate anche su Instagram, vero? instagram.com/francescanevis

(Photo Credits Google Images)

Cosa resterà di questo 2019?|L’anno in pillole!

Cosa resterà di questo 2019? Compilata la classifica delle migliori letture dell’anno, un altro must del blog che amo tanto scrivere è quello relativo al bilancio dei mesi appena trascorsi: positivo o negativo? Diciamo che l’ultimo anno e mezzo per me è stato come un giro sulle montagne russe, con alti e bassi (soprattutto bassi) e con tutte le conseguenze che tali sbalzi comportano. Ci sono dei momenti in cui mi ripeto, ma chi me lo fa fare, seguiti da momenti in cui vorrei fare tremila cose al secondo e sfruttare tutte le cose belle che la vita ti offre (sono una persona abbastanza complicata, ma questa è tutta un’altra storia).

Torniamo alla domanda iniziale: cosa resterà di questo 2019? Provo a dirvelo in queste brevi pillole.

Il 2019 dei post più letti sul blog. Il blog è la cosa a cui tengo di più in assoluto (tolti gli affetti e i miei amabili libri, ovviamente). Vedere che per moltissimi è un appuntamento fisso mi rende felice in un modo che non riesco a descrivere a parole. Grazie a tutti quelli che dedicano anche un minuto del loro tempo a leggere ciò che scrivo. Grazie, ma grazie davvero. Anche quest’anno siete stati tantissimi e di seguito vi lascio i dieci post che più avete cercato, letto e cliccato durante l’anno.

  1. Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi. Maurizio de Giovanni. Einaudi.
  2. Il treno dei bambini. Viola Ardone. Einaudi.
  3. Tutto sarà perfetto. Lorenzo Marone. Feltrinelli.
  4. Persone normali. Sally Rooney. Einaudi.
  5. Io Khaled vendo uomini e sono innocente. Francesca Mannocchi. Einaudi.
  6. Nozze per i Bastardi di Pizzofalcone. Maurizio de Giovanni. Einaudi.
  7. Facciamo che ero morta. Jen Beagin. Einaudi.
  8. Benevolenza cosmica. Fabio Bacà. Adelphi.
  9. La compagnia delle illusioni. Enrico Ianniello. Feltrinelli.
  10. L’anno in cui imparai a leggere. Marco Marsullo. Einaudi.

Il 2019 del Salone del Libro di Torino. Non potevo non iniziare dalla cosa più bella che ho vissuto quest’anno. Il Salone per eccellenza, il sogno di ogni lettore, il mio personale mondo delle meraviglie. Ogni anno negli ultimi anni mi dicevo: il salone del libro è il mio sogno. A volte i sogni diventano realtà. Sono stati quattro giorni folli, pieni, divertenti ed emozionanti. Conoscere le persone con cui mi confronto ogni giorno in rete, abbracciare molte di queste, incontrare tantissimi autori del cuore e stazionare allo stand Einaudi per un tempo infinito, perché, diciamocelo, chissà quando mi ricapita.

Il 2019 delle iniziative culturali. Il Maggio dei Libri ed Io Leggo Perché sono diventati due appuntamenti fissi. Entrambi mirano a sensibilizzare la cultura, il primo durante il mese di maggio e il secondo per dieci giorni ad ottobre. Il primo raccontato al meglio delle mie capacità attraverso il blog e i miei canali social e il secondo fatto in prima persona ne mio paesello. Ogni tanto anche in quel posticino che mi sembra fuori dal mondo, riesco a fare delle cose.

Il 2019 del mio primo laboratorio di lettura. Chi l’avrebbe mai detto? Io no. Ho sempre ribadito l’importanza della lettura a scuola, sono quegli gli anni in cui si formano lettori. Negli ultimi anni ho impiegato tempo ed energia a proporre progetti legati alla lettura in quasi tutte le scuole del mio paesello. Ho avuto la mia buona dose di «le faremo sapere», di «sì, ma i ragazzi hanno già tanti progetti a cui partecipare», la più abusata «la scuola è senza fondi» (per quanto io di soldi non ho mai parlato). Succede ogni tanto di trovare qualche dirigente scolastico che ci crede davvero e che ti mette una scuola a disposizione. Succede che qualche docente decide di dedicare le ore di un progetto extra curricolare proprio alla lettura e succede che in men che non si dica ti ritrovi a parlare di libri davanti a una trentina di ragazzini. La ragazza timida che dice sempre no a chi le propone di presentare i libri, si ritrova così a gestire l’intero progetto. Trenta ragazzini, sessanta occhi che la guardano, sessanta orecchie che l’ascoltano: chi l’avrebbe mai detto? Io no.

Il 2019 della blogger-squad. Questa cosa è partita in un modo in cui confesso, non sapevo neanche dove mettere le mani. Facile dire, metto su una squadra di blogger per promuovere un libro alla sua uscita. Difficile era cercare le persone giuste, seguire passo dopo passo tutte le partecipanti, assicurarsi che tutto il lavoro procedesse al meglio. Alla fine si è rivelato il lavoro di squadra più bello a cui ho partecipato e di cui sono davvero molto orgogliosa (ps il libro in questione è quello di Marco Marsullo, L’anno in cui imparai a leggere, c’era bisogno di dirlo?).

Il 2019 dei film e delle serie TV. Non si vive di soli libri e anche i film e le serie TV alla fine raccontano storie che generano dipendenza. Il 2019 è stato l’anno di Downton Abbey: il film. L’ho atteso, l’ho visto con leggera malinconia e commozione e ho pensato: la serie TV era decisamente meglio, del film ne potevamo fare a meno. Sul lato serie TV invece ve ne segnalo due che per me rientrano nella categoria imperdibili. Fleabag, una commedia drammatica con una protagonista di cui vi innamorerete. Due stagioni di sei episodi ciascuno dalla durata di una trentina di minuti scarsi. Il risultato? Dopo il finale di stagione, mi trovate ancora sul pavimento del bagno a piangere come la buona Izzie Stevens ci ha insegnato. La seconda è The morning show con Jennifer Aniston, Reese Witherspoon e Steve Carrell, sul mondo dei talk notiziari in auge negli Stati Uniti e sul Metoo. Ve lo dico: questa serie crea dipendenza.

E per il 2020? Lo scopriremo solo vivendo. Buone vacanze lettori, ci leggiamo presto.