Le rose non si usano più

le rose non si usano più

  • Titolo: Le rose non si usano più
  • Autore: Jacopo Cirillo
  • Editore: Add Editore
  • Data di pubbblicazione: 12 Ottobre 2017

Quando si pensa a Massimo Ranieri ci vengono in mente immediatamente due sue canzoni: Rose rosse e Perdere l’amore. Ne ha cantante molte altre e anche molto belle, ma come scrive Jacopo Cirillo lo leghiamo solo ed esclusivamente a questi due suoi successi e se a bruciapelo chiedessimo il nome di una terza canzone probabilmente non saprebbero neanche cosa rispondere.

Jacopo Cirillo è della classe 1982, poco più grande di me. Tutto avrei pensato di un ragazzo della sua età tranne che di questa passione smoderata per Massimo Ranieri. Come se io vi dicessi che da adolescente invece di sbavare sotto ai poster dei Backstreet Boys amassi alla follia i Pooh. Chiariamo, non è solo una questione anagrafica, ma anche di estetica e contenuti. Ranieri ha vent’anni e la faccia da ventenne, ma per tutto il resto è già un adulto. Ecco il punto: un adulto nel corpo di un ragazzino che cantava canzoni per adulti che però stregano un bambino di cinque anni una domenica come le altre dopo il tradizionale pranzo con i parenti. È in una di quelle tante classiche domeniche che un bambino sente per la prima volta la voce di quel cantante cantare in quel dialetto non proprio che aveva ormai imparato a furia di sentirlo sempre.

Sembra o no una storia d’amore questa? Il classico colpo di fulmine che invece di scattare tra un uomo e una donna scatta tra un bambino e un cantante. Una storia che durerà di più di quelle tra un uomo e una donna perché nel frattempo il bambino è cresciuto ma il suo amore per Massimo Ranieri non è cessato, anzi, è costante con alti picchi e tentazioni di contagio e giusto un breve periodo di negazione rientrato e risolto.

Senza il duro lavoro non si va da nessuna parte, ma senza talento non si può nemmeno incominciare. E il talento non è quello di cantate, d’attore o di regista, il talento è elasticità, intelligenza e adattabilità, soprattutto verso se stessi.

La passione verso il proprio idolo non si può spiegare sempre, tutto ciò in cui sono coinvolti i sentimenti smette di essere razionale. Le rose non si usano più non è una biografia su Massimo Ranieri, non c’è un autore che cronologicamente ripercorre la vita e la carriera di un personaggio noto. Per quello c’è Wikipedia o la biografia che Ranieri stesso ha scritto qualche anno fa. Questo libro è il racconto di quanto determinante sia stato questo artista per questo autore. Che Massimo Ranieri fosse un ottimo cantante, un talentuoso attore teatrale e cinematografico e uno straordinario animale da palcoscenico (uno dei migliori, ricordiamolo più spesso) questo lo sappiamo già e non ci voleva Jacopo Cirillo a metterlo in evidenza. Raccontato però attraverso le sue storie, i suoi aneddoti e insomma la sua vita oltre ad essere diverso e innovativo fa anche molto effetto. Se uno vi raccontasse che durante un viaggio in Croazia ha costretto i suoi amici a sentire le canzoni di Massimo Ranieri che pensereste? E se questa stessa persona per non perdersi il suo show su Rai1 un sabato sera ha corrotto i giovani vicini con delle birre e si è piazzato sul loro divano? Una passione che rasenta la follia, ma per i propri idoli non si fanno follie?

Il rapporto con gli idoli è sempre una questione privata, ciascuno la gestisce come vuole, secondo la propria sensibilità.  

(Questo articolo è presente anche su Idea Napoli)

Heather, più di tutto

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  • Titolo: Heather, più di tutto
  • Autore: Matthew Weiner
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 7 Novembre 2017

Vengo da un periodo in cui sto leggendo poco o niente. Il classico blocco del lettore che mi fa abbandonare presto una lettura e che non mi fa trovare niente di interessante. In un pomeriggio più noioso del solito ho voluto dare una chance a Heather e il risultato è stato che l’ho finito poche ore dopo. Certo, parliamo di un libro di circa centotrenta pagine e non di un tomo da cinquecento e passa ma il punto è un altro: Heather ti assorbe, Heather ti risucchia, Heather ti assilla. Non è un caso che il titolo originale del libro sia Heather, the totality perché è proprio vero che Heather diventerà la vostra totalità.

Mark e Karen si sono conosciuti quando quest’ultima era vicina ai quaranta e aveva accantonato l’idea dell’amore perfetto, ma non le sue amiche si ostinavano a cercarle un uomo e dopo vari tentativi la scelta ricadde su Mark. Mark aveva un buon lavoro, un bell’appartamento, uno che non si faceva riconoscere per la sua bellezza ma che era divertente e questo bastava. La loro fu la classica storia d’amore iniziata per caso e che si evolve in fretta, alla velocità della luce e che li aveva portati al matrimonio prima e a un figlio poi.

Heather nacque e divenne il tutto di Karen. Il suo lavoro nell’editoria lo aveva già lasciato da un po’ e l’idea che la figlia fosse cresciuta da una tata non la tollerava. Amava prendersi cura di sua figlia, di allattarla, di star sveglia la notte, di annusarla e toccarla tutte le volte che ne sentiva il bisogno. Documentava tutti i momenti della giornata della figlia in maniera quasi ossessiva e si beava dei continui complimenti che le persone le rivolgevano quando le vedevano insieme. Questo rapporto così esclusivo però iniziò a pesare a Mark che pretese di far parte della vita della figlia nello stesso modo della moglie.

Man mano che Heather cresceva la sua bellezza diventava più evidente, ma in qualche modo secondaria rispetto al fascino, all’intelligenza, e soprattutto a una complessa empatia che poteva diventare profonda. 

Non si trattava solo di bellezza per Heather. Non era solo questo che faceva fermare le persone per strada pur di ammirarla. C’era qualcosa in quella bambina che ipnotizzava gli altri. Heather assorbiva gli stati d’animo altrui e li faceva propri, poteva sentire la tristezza degli altri e soffrirne come se fosse sua. L’empatia di Heather era all’ennesima potenza e portava Karen ad affermare che sua figlia era venuta al mondo per far star meglio le persone.

Se da un lato c’era la famiglia perfetta, con la figlia perfetta che tutti amavano e tutti lodavano, dall’altro c’era Bobby, cresciuto da una madre single tra alcool, droghe e violenze con un destino che sembrava segnato e che lo aveva portato presto dietro le sbarre.

L’idillio del rapporto madre-figlia si era interrotto quando Heather crescendo aveva preteso i suoi spazi. Non era più la bambina che faceva tutto in sintonia con la mamma, era una ragazza che stava crescendo e che sfogava la sua rabbia sulla madre e che nel padre aveva trovato l’alleato comune per poterla attaccare meglio. Infatti se Heather cercava da un lato di stare il più possibile lontano dalla madre, dall’altro amava stare col padre, prendere insieme il loro adorato caffè e discutere di politica e sociale.

Il mondo di Heather era destinato a scontrarsi con il mondo di Bobby in un epilogo completamente diverso da quello che il lettore potrà immaginare mentre legge la storia. La capacità e il talento di Matthew Weiner stanno proprio in questo. Accompagna il lettore passo per passo, lo porta verso una direzione e poi all’improvviso la cambia del tutto lasciando sconvolto chi legge. Sappiamo che qualcosa di brutale accadrà, ma non siamo del tutto consapevoli da chi e da dove arriverà e questo ci lascerà senza parole. Ho sempre amato gli autori in grado di spiazzarmi, quelli che mi cambiano il finale che avevo immaginato. Quando il lettore è in grado di capire come la storia si evolve è segno di debolezza del libro, quando accade tutto il contrario di tutto è segno di potenza e perfezione e in questo caso lasciatemelo dire ci troviamo di fronte alla perfezione.

Dimenticare

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  • Titolo: Dimenticare
  • Autore: Peppe Fiore
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 19 Settembre 2017

Dimenticare… cosa, chi? La domanda resta stampata nella mente e accompagna il lettore durante tutta la lettura. Cosa ha spinto Daniele a lasciare tutto e tutti e perché ha preferito vivere in un paesino di montagna isolato, quali sono i misteri e i segreti che lo accompagnano? Gli interrogativi sono molteplici e non tutti troveranno una risposta.

Daniele è un omaccione alto e robusto di Fiumicino che a un certo punto della sua vita ha voluto mettere chilometri di cemento tra lui e la sua città natale e da chi lo conosceva per rifarsi una nuova vita in un piccolo e sperduto paesino di montagna prendendo in gestione l’unico bar della zona. Quando decidi di rifarti una vita e di ricominciare da zero è perché la vita che stavi conducendo inizia a starti stretta e non ti appaga più. Può anche succedere che gli errori commessi sono così tanti che tentare di rimediare è impossibile, allora meglio darci un taglio, riavvolgere il nastro e ripartire.

Daniele arriva in questo paesino dove tutti conoscono tutti e che è balzato agli onori della cronaca perché una ragazza dopo essere scomparsa è stata ritrovata morta. La causa? Un orso, anche se orsi da quelle parti non se ne sono mai visti. Forse è stato davvero un orso o forse è meglio incolpare una bestia animale che una bestia umana. A Daniele interessa solo lavorare, si cura poco di ciò che lo circonda e vorrebbe dimenticare il perché è lì.

Il motivo è suo fratello Franco, una testa calda col demone del gioco. Un accumulatore di debiti che nella vita ha fatto più guai che cose sensate ed è sempre toccato a Daniele rimediare. Come sempre la vita a un certo punto ti presenta il conto e non basta voler dimenticare per far sì che questo accada. Anche se le cose le seppelliamo in un angolo remoto del nostro cervello queste riemergono e bisogna affrontarle.

Certe cose non si devono dire. Quando le dici le uccidi.

Questa frase è il leitmotiv utilizzato dallo scrittore, visto che sono molte le cose che non dice preferendo far lavorare il lettore e far trarre a lui le conclusioni. C’è un equilibrio spettacolare in Dimenticare, si muove tutto fra essenzialità e omissione. Sappiamo che Daniele ha un segreto, ecco perché se ne va tra i boschi, perché spera che isolandosi lui isoli tutto il resto. Speriamo che a un certo punto Daniele ci riveli il segreto che lo tormenta, che lo imputerebbe come essere ignobile anche se ai nostri occhi è un bravo ragazzo, capace di prendersi cura di suo fratello anche quando tutti gli altri avrebbero detto basta; un uomo capace di amare alla follia il nipote desiderando che fosse suo figlio. Il segreto di Daniele ci contagia anche se non lo conosciamo, ci ossessiona a tal punto che le pagine le divoriamo. Probabilmente qualcuno storcerà il naso per questo troppo non detto, per la limitata caratterizzazione dei personaggi e della poca introspezione. Il bello di Dimenticare invece è proprio questo. Oltre alla bellezza della storia del protagonista colpisce anche lo stile che l’autore ha adottato.

Mi rendo conto che sono tanti i libri che dico essere i migliori di quest’anno (scusate se ho la fortuna di scegliere bene le mie letture) e sono anche tanti quelli che consiglio di leggere. Questa è una lettura da fare, perché sarà una lettura difficile da dimenticare (gran gioco di parole, vero?).

(Questo articolo è presente anche su Idea-Napoli)

I gatti non hanno nome

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  • Titolo: I gatti non hanno nome
  • Autrice: Rita Indiana
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2016

Ad esser senza nome non sono solo i gatti, ma anche la protagonista che passa le sue giornate a fare la segretaria nella clinica veterinaria dello zio Fin e a cercare ossessivamente un nome per il suo gatto. Quando qualcuno le piace e sembra convincerla lo segna sulla sua agendina, anche se sa che serve a poco. I gatti non sono come i cani che a sentire il proprio nome corrono dritti dal padrone, ma passare le giornate in quella clinica non è il massimo per una ragazzina e quindi meglio avere qualche passatempo carino per distrarsi quando è possibile. Meno male che ogni tanto a farle compagnia c’è Radames, il ragazzo haitiano passato dal tagliare i capelli alle sue sorelline a fare il barbiere per gli animali.

Attorno a lei si muovono personaggi buffi, strambi e particolari a partire dagli zii con cui vive da quando i genitori sono partiti per una seconda luna di miele. Zio Fin che da poco si è scoperto buddista e che reputa ogni momento buono per filarsela dalla clinica e la moglie Clelia, gelosissima, sempre presa dal lavoro dei suoi ragazzi haitiani e che quando si arrabbia compaiono sulla fronte scritte al neon. A casa con loro c’è anche Armenia, la bambina prodigio che guariva i malati sradicando la malattia con un cucchiaino e che dopo aver perso il bambino che aveva in grembo aveva perso anche il dono e quindi zia Clelia aveva deciso di portarla con sé offrendole un lavoro da domestica.

Infine Vita, la sua migliore amica. Italiana, bianchissima e molto femminile, proprio come piaceva a zia Clelia che le ripeteva che era un bene che si circondasse di figure femminili. Vita le faceva scoprire la musica, i libri da cui imparava quel poco di italiano e il cinema. Ricordava ancora il giorno in cui con la famiglia di Vita vide un film diretto da Pasolini e il padre di Vita nel bel mezzo della proiezione le disse che era gay e lei rimase di stucco a sentire pronunciata quella parola con quella naturalezza. Amava far ridere Vita o forse semplicemente amava Vita. La più sorprendente resta la nonna, a cui le rotelle sono partite e che aveva sempre tante storie da raccontare, sempre diverse e sempre impressionanti.

La letteratura sud-americana si è sempre contraddistinta per il forte realismo magico presente nelle opere, un mix di leggende, folklore e velata malinconia tipiche di questa letteratura che mi ha sempre affascinata ma di cui ho letto veramente poco. Oltre ai notissimi Gabriel García Márquez e Jorge Luis Borges e alle recenti scoperte di Manuel Puig e Reinaldo Arenas la letteratura sud-americana l’ho sempre trascurata ecco perché sono doppiamente contenta di aver letto il primo romanzo di Rita Indiana approdato in Italia grazie ad NN (che mi hanno fatto conoscere anche Cristina Henríquez). Oltre ad aver apprezzato la storia ho potuto, seppur in minima parte, colmare un vuoto e aggiungere un nome alla mia ristretta lista.

Raccontare I gatti non hanno nome non è semplice. È un meraviglioso caos di storie che si intrecciano e trovano pian piano il loro posto e la loro logica. Stare qui a raccontarle e spiegarle farebbe perdere la magia tipica di questo libro. Tocca a voi leggerle, tocca a voi emozionarvi. Posso assicurarvi che si tratta una lettura che si legge tutta d’un fiato e in cui vi immergerete del tutto. La prosa di Rita Indiana (adattata alla perfezione da Vittoria Martinetto) è sorprendente e le tantissime metafore utilizzate sono incantevoli. Quelli di NN Editore stanno collezionando chicche una dopo l’altra, non perdetevele.

Parla, mia paura

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  • Titolo: Parla, mia paura
  • Autrice: Simona Vinci
  • Editore: Einaudi (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 19 Settembre 2017

La mia paura nei confronti di questo libro era quella di non apprezzarlo visto la tematica affrontata. Ansia, depressione e attacchi di panico sono situazioni in cui non mi sono mai trovata e l’autrice non ha problemi a dire che chi non lo ha vissuti sulla propria pelle potrebbe non capirli. I libri però non si leggono solo se si ritrovano riferimenti autobiografici o situazioni effettivamente vissute, i libri si leggono per svariate ragioni e quindi messe da parte le mie riserve mi sono immersa nella lettura senza alcun tipo di pregiudizio.

Altra premessa necessaria. Faccio parte di quella categoria di persone che a volte ha pensato che per la depressione bastasse una maggiore forza d’animo, un modo differente di approcciarsi alla vita e di affrontarla, della serie pensa positivo ché i problemi veri sono altri. Non giudicatemi male, ma avendo superato altro in passato ho imparato a relativizzare le esperienze dolorose e distinguere i problemi veri da quelli lievi. Non che esista una classificazione, ma c’è chi si abbatte per niente. Purtroppo il dolore a volte fa anche questo, ti anestetizza verso il dolore altrui e ti fa diventare quasi indifferente.

La depressione non è una stupidaggine, è diventato il famoso male del secolo ed è riconosciuta come malattia vera e propria che anche se non ti lascia cicatrici vere sulla pelle te le lascia nella mente, che forse è peggio.

Quelle che l’autrice racconta sono cicatrici di entrambi i tipi, sulla pelle e sull’anima, ha ripercorso il suo passato raccontando di come sia dovuta intervenire non solo sul suo corpo ma anche sulla sua mente, alternando lo studio di un chirurgo estetico e quello di un analista.

Ci sono persone che con i difetti del proprio corpo riescono a conviverci pacificamente e non ne fanno il cruccio della loro esistenza. Ci sono altre persone che ne fanno una questione di vita e di morte. Non riuscire a star bene nel proprio corpo, non riuscirsi ad accettare non può essere sempre etichettato come superficialità e far risalire tutto alla questione l’importante è essere e non apparire. Anche in questo non si può essere precipitosi e di conseguenza giudicare in fretta le persone solo perché ricorrono alla chirurgia.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. C’è un passaggio in cui l’autrice dice che le storie di depressione sono tutte diverse, anche perché diverse sono le cause scatenanti. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi. Simona Vinci utilizza un linguaggio universale in cui magari qualcuno può ritrovarsi e sentirsi meglio: il famoso potere salvifico della letteratura.

Spesso mi chiedono se c’è un libro che mi abbia segnato. È una domanda difficile questa, a volte si rischia di cadere nel banale o nell’esagerazione. A questo giro posso dire che questa lettura mi ha segnato (eccome mi ha segnato) e soprattutto mi ha insegnato molto. Non bisogna aver paura delle proprie paure, non bisogna aver paura di raccontarle, di affrontarle e di chiedere aiuto quando si ha bisogno. Se ci siete passati leggerete questo libro trovando un minimo di consolazione (si spera), se non ci siete passati questo libro potrà mettervi in guardia su molte cose.

Gilgi, una di noi

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  • Titolo: Gilgi, una di noi
  • Autore: Irmgard Keun
  • Editore: L’Orma Editore
  • Data di pubblicazione: 24 Novembre 2016

Nel 1933 Gilgi, una di noi venne condannato e bruciato dai nazisti insieme ad altri libri mentre nel 1934 conobbe una prima edizione italiana che venne però sottoposta a censura. Se gli italiani a differenza dei tedeschi non vietarono il libro, la riedizione che ne fecero trasformò un libro potente in un testo a dir poco banale, omettendo quelle parti che potevano essere considerate scabrose per l’epoca.

Chi era Gilgi e perché spaventava così tanto un personaggio di un libro?

Gilgi era quella che oggi definiremmo una ragazza semplice, una di noi, una ragazza con pochissimi vezzi, come quella di ascoltare il jazz e una ostinata voglia di indipendenza. Gilgi sopportava a malapena il dover vivere in quella casa impregnata d’aria e ipocrisia borghese con dei genitori poco amorevoli, ma lo faceva perché quello l’aiutava a perseguire il suo obiettivo. Si svegliava la mattina, si recava a lavoro presso un ufficio in cui svolgeva la segretaria e dattilografa e a fine giornata era sempre più entusiasta perché lavorare significava guadagnare e poter mettere soldi da parte.

Se non era a lavoro Gilgi era con i suoi due amici Pit e Olga. Al primo invidiava l’immensa cultura e il trasporto che metteva nelle questioni politiche e sociali, alla seconda il fascino e la bellezza inconsapevole capace di stregare chiunque, lei per prima.

La vita di Gilgi cambia il giorno del suo ventunesimo compleanno quando i genitori le rivelano che lei non era loro figlia e questo scatena in Gilgi qualcosa di non ben definito. La notizia non la sconvolge, la lascia indifferente, ma nonostante questo la spinge a cercare i suoi veri genitori. Contemporaneamente Gilgi conosce Martin, uno scrittore bohèmien che la cattura come nessuno mai ci era riuscito.

Se fino a poco prima di conoscere Martin Gilgi aveva sempre tenuto fede ai suoi impegni, la conoscenza con l’uomo la cambierà e ridimensionerà la sua vita. Martin era un artista che si cibava di parole, che amava vivere in libertà senza pensare troppo all’oggi, senza programmare il domani. Viveva con una leggerezza tipica degli artisti secondo Gilgi, ma era semplicemente tipica dei fannulloni. A Martin non interessava lavorare, gli bastava ciò che il fratello gli passava mensilmente. Gilgi invece era sempre stata previdente, precisa, intenta a costruirsi le basi per un solido futuro. Non concepiva il tipo di vita che Martin faceva, ne era preoccupata e al tempo stesso affascinata, tanto da farsi influenzare da lui e iniziare a vivere alla giornata. Martin era l’amore della sua vita, non lo avrebbe lasciato per niente al mondo e se stare con lui significava iniziare a vivere come lui lei era disposta a farlo.

E’ spaventoso a volte ciò che riesce a fare l’amore. Sentirsi così dipendente da qualcuno, sapere di non riuscire a vivere se non accanto alla nostra persona, annullarsi del tutto per sopravvivere. E’ ingiusto, folle, irrazionale ma è l’amore e anche se sappiamo che non dovrebbe essere così non riusciamo a sottrarci da quella potenza che sentiamo dentro e ci dilania. Gilgi sa che sta sbagliando, sa che la cosa giusta è altro, ci prova a rimediare ma ci riesce? Dovrà toccare il fondo prima di capire che è ancora in tempo per rimettersi in carreggiata e non perdersi del tutto, ma lo scotto da pagare sarà alto e doloroso.

Gilgi, una di noi, l’ho comprato mesi e mesi fa. All’inizio confesso che non riusciva a prendermi. L’ho messo da parte più volte e l’ho iniziato più volte. Anche i libri però hanno i loro momenti per essere letti e quando quest’estate ho deciso di leggerlo con più impegno non mi sono separata da lui fino a quando l’ho finito. Gilgi è veramente una di noi, una donna che aspira all’indipendenza e che rivoluziona tutto quando nella sua vita conosce l’amore. Una donna scaltra, intelligente e ostinata che senz’altro era troppo per l’epoca in cui il libro è uscito. Un libro che tocca dei temi considerati tabù che hanno portato la censura italiana a eliminarli. L’Orma Editore vi da la possibilità di scoprire ed apprezzare questo libro nella sua totale bellezza, non lasciatevelo sfuggire.

L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone

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  • Titolo: L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone
  • Autore: Giovanni Bianconi
  • Editore: Einaudi. (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 24 Maggio 2017

Il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29 nei pressi di Capaci un attentato ad opera di Cosa Nostra uccide Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta del magistrato siciliano. Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, è stato l’esempio più forte della lotta alla mafia che il nostro Paese ha conosciuto. Un uomo, un magistrato ucciso in un vile attentato, una personalità conosciuta per il suo lavoro anche a livello internazionale a cui lo Stato rende ogni anno omaggio perché è doveroso ricordare che la lotta alle mafie non è purtroppo ancora conclusa e si continua a combattere giorno dopo giorno.

Giovanni Bianconi ci riporta indietro nel tempo facendo partire al narrazione il 30 gennaio 1992, una data non casuale, ma la data in cui la Cassazione confermò le condanne del Maxiprocesso di Palermo. Il pool di magistrati formato da Borsellino, Caponnetto, Di Lello e Falcone aveva chiesto condanne per oltre quattrocento imputati difesi da circa duecento avvocati. Il processo considerato il più grande mai celebrato che portò alla realizzazione di una struttura ad hoc che potesse contenere tutti passata alla storia come aula bunker si concluse con diciannove ergastoli per 2665 anni di reclusione.

Con un salto nel passato l’autore si concentra sugli ultimi due anni di vita del giudice. Giovanni Bianconi ha l’intento di mostrarci come i nemici di Falcone non fossero solo i mafiosi che combatteva con ostinazione se non ossessione, ma anche i colleghi che incontrava nei corridoi delle procure pronti a sorriderti davanti e criticarti aspramente dietro, i politici e l’opinione pubblica che non vedeva di buon occhio il protagonismo di questo magistrato.

Il protagonismo di Falcone, troppo presente nelle trasmissioni televisive e sui giornali in cui si parlava esclusivamente di lui gli costò la carica come capo dell’Ufficio Istruzione. Non importava che Falcone fosse riconosciuto dai più come il più qualificato per ricoprire quella carica, ormai tutto ciò che Falcone faceva era tassato come protagonismo, mettersi in mostra ed egocentrismo.

Sembra impossibile una cosa del genere specie per chi come me in quegli anni neanche c’era e ha conosciuto Falcone grazie alle commemorazioni che ogni anni gli vengono tributate. L’idea che mi sono sempre fatta è quella di un uomo amato da tutti e soprattutto supportato da tutti. Invece era un uomo che oltre alle difficoltà lavorative ha dovuto affrontare anche quelle personali come l’essere stato lasciato solo, isolato, allontanato, calunniato ed invidiato. Un uomo che dopo il fallito attentato dell’Addura di dovette scusare per essere ancora in vita perché si sa per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati. 

Giovanni Bianconi ricostruisce con assoluta precisione probabilmente il periodo più duro per il giudice, costantemente nell’occhio del ciclone, sempre più criticato e osteggiato. Un uomo costretto a trasferirsi a Roma per poter continuare il suo lavoro visto che Palermo non glielo permetteva più. Un uomo che in vita ha subito così tante sconfitte e che probabilmente è stato da alcuni preso sul serio solo dopo la sua morte. L’assedio rende omaggio a una delle figure a cui il nostro Paese dovrebbe essere più grato e con dovizia ricostruisce uno dei periodi più contorti e bui della nostra storia recente.

Consigli di lettura estivi


L’estate è la stagione dove le liste di consigli di lettura vanno per la maggiore. Tutti sono pronti a consigliare ai lettori e non, cosa portare con sé in vacanza, quale libro sfogliare sotto l’ombrellone o semplicemente leggere in totale relax senza l’assillo del lavoro o di qualsiasi altro impegno. GoodBook mi ha coinvolto con serie di blogger e chiedendoci di fare una piccola lista di consigli estivi. Non è stato semplice scegliere perché la pila di libri che mi attende è notevole e non fa che crescere. Ho semplicemente scelto quelli che mi ispirano di più e che vorrei leggere quando prima. Quindi carta e penna e segnatevi questi libri.

  • Gilgi, una di noi di Irmgard Keun. (L’Orma Editore)

La bellezza dell’indipendenza e la difesa della propria libertà sono al centro di questo romanzo che vede luce per la prima volta in Italia grazie a L’Orma Editore. Gilgi, una di noi è la storia di una ragazza come tante, cresciuta in una famiglia borghese dai solidi principi e regole ferree. La vita di Gilgi cambierà quando conoscerà uno scrittore che la introdurrà nel suo mondo e soprattutto le farà conoscere l’amore. Un romanzo con una protagonista che promette scintille e che proprio a causa del suo stile irriverente per l’epoca fu censurato e messo al rogo dai nazisti.

  • La fine dei vandalismi di Tom Drudy. (NN Editore)

La NN Editore è stata la casa editrice che ha fatto conoscere ai lettori italiani Kent Haruf e li ha fatti innamorare perdutamente di Holt e dei suoi abitanti. Ora ci riprova con La Fine dei Vandalismi, libro uscito negli Stati Uniti nel 1994 acclamato da pubblico e critica e che è il primo di una trilogia, stavolta ambientata a Grouse Country. E’ un libro che si limita a raccontare la normalità della vita di tutti i giorni, quella fatta di gioie e tristezze, di compagnie e solitudini, di amori ed amicizie. Per i dialoghi serrati e surreali è stato paragonato alla serie tv “Gilmore Gilr” ed io da fedele adepta di Lorelai e Rory non potevo lasciarmi sfuggire una lettura del genere.

  • Un complicato atto d’amore di Miriam Toews. (Marcos y Marcos)

Miriam Toews è nata in Canada ed è cresciuta in una rigida comunità mennonita (una branchia degli anabattisti, una delle tante sfumature del cristianesimo) ed è proprio una comunità mennonita che fa da sfondo al terzo romanzo della scrittrice canadese già conosciuta ed apprezzata in Italia grazie al suo precedente romanzo “I miei piccoli dispiaceri”. Nomi vive con la metà della sua famiglia, cioè con suo padre, dopo che sua sorella prima e sua madre dopo se ne sono andate da un giorno all’altro. Suo padre è un fedele mennonita che come lei prova a sopravvivere senza due delle donne di famiglia e si affida completamente all’unica rimasta. La voglia di ribellarsi però è forte come sarà forte la voglia di ricerca del suo posto nel mondo. È un romanzo che non risponde al termine di autobiografico ma che sicuramente ha preso larga ispirazione dalla vita stessa della Toews.

  • Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac. (Feltrinelli)

Benjamin Malaussène è uno di quei personaggi che potremmo definire surreali. Di mestiere fa il capro espiatorio ed ha una famiglia che si potrebbe definire disneyana. Il Paradiso degli Orchi è il primo romanzo che Pannac ha dedicato alla sua creatura più amata ed apprezzata, un vero e proprio cult apprezzato in tutto il mondo. Malaussène nel corso degli anni mi è stato consigliato da tantissimi altri lettori: ma come, tu che leggi così tanto non hai mai letto un libro su Malaussène? Nel 2017 sempre con Feltrinelli è uscita una nuova avventura, ma sembrava giusto che se gli dovevo dare un’opportunità dovevo iniziare dal principio, quindi spazio a Il Paradiso degli Orchi e benvenuto monsieur Malaussène.

  • L’amore prima di noi di Paola Mastracola. (Einaudi)

A un certo punto gli dei ci hanno abbandonati. O noi abbiamo abbandonato loro, decidendo di non crederci più. Sono sempre stata affascinata dai miti, da queste storie che ci sono state tramandate nel corso del tempo e che continuano ad incantare generazioni ed essere fonte d’ispirazione. Quello che mi è sempre piaciuto è che per quanto gli dei fossero esseri perfetti erano al tempo stesso esseri imperfetti, che si innamoravano non solo tra loro ma anche dei comuni mortali. Ne L’amore prima di noi, Paola Mastracola ci conduce in uno spettacolare viaggio tra le divinità e ci racconta l’amore in tutte le sue forme quali eccesso, follia e fuga senza dimenticare di dare il suo prezioso tocco personale. Una riscrittura dei miti greci assolutamente imperdibile.

(Questo articolo è presente anche su GoodBook)

Rock ‘n Books

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Avete mai sentito parlare della leggenda del doppio Beatle? E del club dei 27? E dove eravate il 25 giugno del 2009? Un passo alla volta e vi spiego tutto.

Della leggenda del doppio Beatle ne sono venuta a conoscenza dopo aver visto una puntata di Voyager, dove Roberto Giacobbo in un servizio spiegava ed analizzava questo mistero che resta uno dei più affascinanti del mondo del rock.

Leggenda vuole che Paul McCartney sia morto in un incidente automobilistico nel 1966. La notizia della morte avrebbe sconvolto non solo i fan del gruppo, ma tutto il mondo musicale. Si decise quindi di non lasciar trapelare la notizia, tenerla segreta e sostituire Paul con un sosia somigliante in tutto e per tutto al Beatle originale dopo una serie di interventi di chirurgia plastica. Nessuno avrebbe sospettato nulla e i Beatles avrebbero continuato ad esistere e suonare. Gli altri componenti del gruppo però, col tempo, presi dai rimorsi e dai sensi di colpa, avrebbero iniziato a disseminare degli indizi nei loro lavori per far emergere la verità. Copertine dei vinili, lyrics delle canzoni, messaggi nei dischi sentiti alla rovescia i mezzi utilizzati.

Assurdo? Certo. Affascinante? Tantissimo. Il libro Il caso del doppio Beatle. Il dossier completo sulla «morte» di Paul McCartney di Gauco Cartocci per Robin Edizioni, analizza in modo dettagliato tutti gli indizi che sono apparsi nel corso degli anni, analizzando i pro e i contro per conferire un quadro completo e logico nella sua illogicità.

Cosa hanno in comune Jim Morrison, Jimi Hendix, Kurt Cobain, Brian Jones e Janis Joplin? Sono tutti delle rockstar e sono morte tutte a soli 27 anni. Una macabra coincidenza che ha reso il 27 un numero maledetto e ha indotto i giornalisti ad utilizzare questo gergo il club dei 27. 

Non sono una rockettara ma ho sempre trovato affascinante le brevi vite di questi artisti che hanno conosciuto una fama improvvisa e una morte precoce, sempre a causa di abusi di alcool e droghe.

Delitti rock di Ezio Guaitamacchi per Arcana Editore, è una preziosa antologia per chi fosse interessato all’argomento. Racchiude non solo le vite dei cantanti citati, ma anche quelle di altri artisti dal talento eccezionale venuti a mancare troppo presto. Da Elvis Presley e John Lennon, da Tupac e Notorious B.I.G., passando per Sid Vicious, Nancy Spungen e John Belushi, duecento indagini che ricostruiscono le ultime ore di questi immensi artisti.

P.S. Restando sempre in tema consiglio inoltre queste tre biografie: Jim Morrison: Vita, morte, leggenda (Stephen Davis per Mondadori), La stanza degli specchi. Jimi Hendrix: la vita, i sogni, gli incubi (Charles R. Chross per Feltrinelli) e Heavier Than Heaven by Kurt Cobain.

Il 25 giugno 2009 il sito TMZ informa il mondo del decesso del re del pop. Ricordo che io avevo la seconda prova della maturità, nello specifico il problema di matematica. Non voglio dire che non seppi svolgerlo perché pensavo a MJ, ma mentre aspettavo che un’anima pia mi passasse il compito, i frame dei suoi video più famosi mi passavano insistentemente in mente.

Michael Jackson è stato uno degli artisti più bravi di sempre, un talento puro e un fuoriclasse eccezionale. Negli ultimi tempi le sue ombre facevano più notizia. Era considerato uno stramboide che viveva alienato nella sua Neverland e un molestatore di bambini. L’immagine di popstar conosciuta e apprezzata a livello mondiale era purtroppo solo un ricordo.

Dopo la sua morte, come spesso accade in questi casi, oltre a schizzare in classifica tutti i suoi album, uscirono una miriade di libri a lui dedicati. Vi segnalo questi tre.

  •  Michael Jackson l’uomo nello specchio: La vita, la morte, il successo e i misteri del Re del Pop di Tommaso Labranca uscito per Rizzoli. Una vera e propria biografia sul Re del Pop.
  • Il libro che Michael Jackson avrebbe voluto farti leggere di Shmuley Boteach uscito per la Newton Compton. E’ il resoconto delle registrazioni che Jackson fece con il rabbino e che affronta svariati aspetti della vita di Michael. Un libro davvero intimo e davvero imperdibile.
  • Michael Jackson. Il complotto di Aphrodite Jones uscito per Alacran. Se si parla di Jackson non si può non menzionare l’aspetto più controverso della sua persona e cioè quello che lo vorrebbe un molestatore di minori. Il libro dimostrerebbe un complotto ai danni della popstar e l’autrice intende dimostrarlo con questo testo.

Fuori piove

fuori piove

    • Titolo: Fuori piove
    • Autrice: Serena Ricciardulli
    • Editore: Bonfirraro Editore
    • Data di pubblicazione: 1 Maggio 2017

Avete presente quella sensazione quando fuori piove? In questo momento in cui la colonnina registra alte e insopportabili temperature forse no, allora provo a ricordarvelo io. Quando sei a casa e fuori piove e magari sei sul divano e guardi la tua serie TV preferita o sei a letto a leggere quel libro che tanto aspettavi di iniziare e sembra che tutto sia in ordine e soprattutto ti senti in pace con te stessa e con gli altri. Quando fuori piove e tu sei al sicuro a casa, tra le tue cose e i tuoi affetti è uno dei momenti più magici che la vita possa offrire.

Di cosa parla Fuori Piove? È un libro sull’amicizia, l’amicizia che lega da anni cinque splendide donne, come quelle si Sex and the city. Anzi no, quelle erano quattro ed erano a New York, queste sono cinque come le dita di una mano e siamo a Livorno.

Anna, Lory, Tina, Marta e Laura. Si sono conosciute e non si sono mai lasciate. Sono diventate esseri che vivono in simbiosi, che non riescono a stare lontane le une dalle altre. Sono quel tipo di amiche che ci sono sempre state e che ci saranno sempre, che sono presenti per aiutarsi nei momenti difficili e che non sono lì di certo per giudicarti. Le amiche sono la famiglia che ci scegliamo e loro cinque si sentivano tutte come componenti di una grande famiglia.

Qualcosa però era cambiato da quando Anna era volata a New York per seguire la sceneggiatura del suo libro e per il bisogno di mettere una distanza da tutto ciò che era stato. Anna era considerato il collante del gruppo delle bimbe, come amavano chiamarsi tra loro e ora che non c’era la mancanza si sentiva ed aveva effetti sulle altre.

Lory da eccellente ginecologa che era, capace di esaudire il desiderio di far diventare mamme le altre donne, provava timore a rivelare a se stessa che aveva voglia anche lei di provare le gioie della maternità. Valentina diventatata da poco mamma proprio grazie alla sua amica, si era fatta risucchiare completamente dal ruolo di madre e si era dimenticata di essere anche una moglie e una donna. Laura, la cui vita sembrava la perfezione assoluta, stava mettendo a rischio il suo matrimonio con la più banale delle storie: avendo una relazione con un uomo molto più giovane di lei. Marta infine non faceva che incasellare storie sbagliate con uomini che la riducevano a pezzi e sempre sull’orlo di una crisi di nervi.

Sembrava che il destino all’improvviso avesse deciso di mescolare le carte e mettere tutte alla prova d vedere come avrebbero reagito alle avversità della vita. Queste cinque donne, oltre a fare i conti con il caos delle loro esistenze saranno chiamate a superare l’ostacolo più grande e più difficile, provando ad uscirne più forti di prima e più legate di sempre.

Fuori Piove si legge in un pomeriggio, perché quando conoscerai queste cinque meravigliose donne non potrai più farne a meno.