Magari domani resto

magari domani resto

    • Titolo: Magari domani resto
    • Autore: Lorenzo Marone
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 9 Febbraio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Magari domani resto

Luce Di Notte è il mio nome completo. Lo so, non è un nome, è ‘na figura e merd’

Basta una frase per comprendere il carattere di Luce e farci capire a che livello di cazzimma ci troviamo (non fatemi spiegare il significato di cazzimma, per favore).

Luce, avvocato, trentacinque anni e una laurea in giurisprudenza con ben 110 che le ha permesso di ottenere un lavoro presso uno studio legale che però la utilizza più per gli adempimenti che per le cause vere e proprie. Il proprietario, l’avvocato Arminio Geronimo è quello che dalle nostre parti si chiamerebbe rattuso, insomma uno che ci prova con qualsiasi tipo di donna gli capiti a tiro, quindi è più probabile che Luce abbia ottenuto il lavoro più perché donna che perché brava. Per quanto Luce a vederla sembrerebbe più un maschio (capello corto e look very casual) ha le forme giuste al posto giusto e figuriamoci se uno come l’avvocato questa cosa non l’ha notata. Cosa più importante Luce ha carattere, non le manda a dire a nessuno, tanto meno al suo capo e quando lui la sfinisce con le sue asfissianti avance di certo lei non lascia fare per paura di perdere il posto, anzi se non sta attento è capace pure che lo prende a mazzate.

Stanca di sembrare più una segretaria che un avvocato Luce si impunta per avere una causa vera e propria e l’avvocato decide di accontentarla affidandole un caso di affidamento di minore che la porterà a conoscere Kevin, un bambino dal nome assurdo ma dall’intelligenza straordinaria. La causa inoltre arriverà in un momento delicato della vita di Luce, uno di quei momenti che ti portano a fare bilanci e a chiudere i conti con il passato. Il passato di Luce è fatto dalla presenza straordinaria di due donne, sua madre e sua nonna, e dall’assenza di suo padre che pesa più di un macigno. Il presente non è che vada meglio, con un compagno che l’ha lasciata nel giro di due giorni, un fratello impegnato a costruirsi una vita lontano da Napoli; fortuna che c’è il cane Alleria e il suo vicino don Vittorio che con Luce condivide il pranzo e pillole di vita.

Magari domani resto è il primo libro che leggo di Lorenzo Marone e avevo nei suoi confronti dei pregiudizi (ammetto ingiustificati) che sono completamente spariti durante la lettura. La prima cosa che colpisce è di sicuro la protagonista. A Luce vuoi bene dalle prime righe e ti affezioni subito alla sua sgangherata vita. E’ un personaggio positivo così come è positivo tutto il libro. La cosa più bella è il calcio agli stereotipi che il libro vuole dare. Luce è dei quartieri spagnoli, luogo folkloristico di Napoli che nella maggioranza delle volte viene associato alla criminalità organizzata. Luce però è avvocato, una persona che ha studiato e che al massimo la criminalità la combatte, non ne resta invischiata. Luce è l’esempio tangibile che con solidi punti di riferimento, in questo caso la madre e la nonna, non importa dove nasci e cresci: il destino te lo crei tu, non lo scrive il luogo da dove provieni. Nei quartieri spagnoli non crescono solo i camorristi, tanto meno dalla Napoli bene non arrivano solo avvocati e dottori e questo è un discorso che si può e si deve ampliare a tutta Napoli. Ragionare per luoghi comuni non porta mai a niente di buono, impariamo a metterci alle spalle gli stereotipi.

La notte ha la mia voce

la notte ha la mia voce

    • Titolo: La notte ha la mia voce
    • Autrice: Alessandra Sarchi
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 7 Marzo 2017
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Tutti diciamo: racconta, ti ascolto. Ma sappiamo farci davvero carico di un racconto e delle sue conseguenze? Quasi mai.

Il primo termine che mi viene in mente per descrivere La notte ha la mia voce è potente. E’ un romanzo potente perché ti mette di fronte ad una realtà che nella quasi totalità dei casi non è la nostra: quella del mondo dei disabili. Se vediamo qualcuno in carrozzina il massimo che possiamo fare è sfoderare lo sguardo adatto alla circostanza e cioè quello di compassione (nella migliore delle ipotesi), oppure adottiamo la strategia del guarda e passa come se nulla fosse successo. Se la cosa non ci tocca perché dovrebbe interessarci, perché dovremmo fermarci e domandarci cosa vuol dire convivere con un corpo a metà?

Alessandra Sarchi con questo romanzo prova a raccontarcelo senza mai scadere nel banale, senza mai forzare il pedale della autocommiserazione giusto per andare a toccare le corde dell’emozione del lettore. L’autrice racconta una storia e che sia la sua storia personale è solo un dettaglio. La protagonista è una donna che ha visto la sua vita completamente rivoluzionata dopo un incidente che le ha fatto perdere l’uso delle gambe e che l’ha costretta su una sedia a rotelle. Quel dannato aggeggio che è parte costante delle sue giornate e a cui fatica ancora ad abituarsi, non come Giovanna che della sua protesi e della sua sedia ne ha fatti nuove estensioni del suo corpo.

E’ fondamentale l’incontro con Giovanna ribattezzata la Donnagatto sia per le sue abilità quasi feline e sia per il suo apparire e sparire come niente fosse proprio come fanno i gatti. La Donnagatto la educherà a quel mondo in cui involontariamente è entrata a far parte. La dinamicità della Donnagatto, la sua energia, le sue costanti invettive contro gli altri si andranno a scontrare con la sfiducia e l’avvilimento di una persona che probabilmente avrebbe preferito essere morta piuttosto che in quelle condizioni. La notte ha la mia voce infatti non è un libro che grida la bellezza della vita nonostante tutto, la fortuna di esserci anche se non interi, piuttosto racconta cosa vuol dire quando sei costretto a cambiare letteralmente la prospettiva del tuo mondo, perché se prima gli altri potevi guardarli dritto negli occhi ora devi osservare tutti dal basso e questo rende tutto più mortificante. L’empatia con la protagonista fatica a scattare, perché non possiamo immedesimarci e capire davvero cosa voglia dire passare il resto della propria vita seduti e alle costanti dipendenze degli altri, ma questo non vuol dire che non possiamo provare a comprendere il suo dolore e rispettarlo.

La notte ha la mia voce è un libro che ho adorato riga dopo riga ma che a differenza dei libri che mi prendono completamente non sono riuscita a leggerlo tutto d’un fiato, ho dovuto dosarlo in quanto intenso e doloroso. Doloroso non perché racconta il calvario ospedaliero o la riabilitazione, anzi l’autrice è stata bravissima a non fossilizzarsi su quegli aspetti di facile presa emotiva, ma doloroso perché mostra cosa è diventata oggi la sua vita e a cosa ha dovuto rinunciare (passioni come la danza o più banalmente le scarpe). Impossibile non leggerlo, impossibile non amarlo.

Ma dove sono finita io, che con la superficie ho perso contatto?

Ragione e sentimento

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    • Titolo: Ragione e sentimento
    • Autrice: Stefania Bertola
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 31 Gennaio 2017
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C’erano una volta Elinor e Marianne nell’Inghilterra del fine Settecento e ci sono oggi Eleonora e Marianna nella Torino dei giorni nostri. Gianandrea Cerrato, avvocato penalista, viene a mancare in seguito a un infarto stravolgendo del tutto la vita della famiglia composta dalla ormai vedova Maria Cristina e dalle tre figlie Eleonora, Marianna e Margherita. Oltre a fare i conti con il dolore che una morte prematura comporta, la famiglia deve vedersela anche con i debiti di gioco che l’avvocato aveva fatto trovare alle sue donne al posto di una cospicua eredità che almeno avrebbe garantito loro di mantenere il tenore di vita a cui si erano abituate. E certo perché Maria Cristina era il tipo di donna che nella vita a parte sposare un uomo di buon partito e mettere al mondo tre figlie non sapeva fare niente e non aveva mai fatto niente (a parte lamentarsi, quello lo faceva spesso e bene). Non solo, essendo la seconda moglie dell’avvocato, non era mai riuscita in vita ad attirare le simpatie del suocero che a Maria Cristina aveva sempre preferito la prima nuora morta da tempo e alle tre fanciulle preferiva nettamente il figlio di primo letto che era divenuto l’intestatario dei suoi beni. Per questo motivo morto Gianandrea la villa andava di diritto ad Edoardo che l’avrebbe lasciata volentieri ancora alla matrigna e alle sorellastre se non fosse che la moglie aveva già progettato come cambiarla e come spedire la servitù altrove.

Quindi fatti i bagagli le donne Cerrato si trasferiscono nel modesto appartamento messo a disposizione dal cugino Gianmaria (seguire tutte le parentele in questo libro è un’impresa) consapevoli di doversi dar da fare visto che non potevano contare solo sullo stipendio da insegnante di Eleonora. Da dire che la preoccupazione maggiore di Maria Cristina di certo non era che le figlie trovassero impiego ma che si sbrigassero a trovare marito e quindi il suo unico obiettivo era maritare le ragazze.

L’amore per le ragazze Cerreto aveva per ognuna un significato e una valenza diversa. Marianna era alla ricerca del grande amore, quello che leggeva nei sonetti di Shakespeare; era tanto sicura che un giorno l’avrebbe trovato che si stava conservando per il fortunato. Margherita era ancora piccola per le storie serie e al momento riversava tutto il suo ardore adolescenziale su ben due uomini, poco importa se uno era morto e l’altro era vecchio. Eleonora invece era così occupata a tenere l’unico barlume di ragione in quella famiglia di strampalate che all’amore poco ci credeva e poco ci pensava.

Ragione e sentimento di Stefania Bertola è una libera riscrittura in chiave ironica del celebre romanzo di Jane Austen. Come nell’originale anche qui si gioca molto sulla soggettività dell’amore ideale e sulla contrapposizione razionalità-emozionalità. Come Elinor e Marianne anche Eleonora e Marianna vedranno capovolgere le loro idee sull’amore facendo il contrario di ciò in cui avevano creduto fermamente per molto tempo. Per assurdo Eleonora la razionale sposerà l’uomo amato mentre Marianna dovrà mettere da parte il suo amore da favola ed accontentarsi di sposare colui che non era stato la sua prima scelta. Già Jane Austen con il suo libro prendeva in giro i romanzi d’amore dell’epoca, Stefania Bertola si appresta a fare dell’ironia sull’ironia ottenendo una lettura piacevole e a tratti irresistibile.

La figlia femmina

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    • Titolo: La figlia femmina
    • Autrice: Anna Giurickovic Dato
    • Editore: Fazi
    • Data di pubblicazione: 26 Gennaio 2017
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Ci sono libri di cui si è consapevoli che faranno male leggere. La figlia femmina rientra in questa categoria perché affronta un tema doloroso e controverso di cui per assurdo si parla poco: l’abuso sui minori. Nonostante i casi di cronaca ci assicurano che purtroppo fatti del genere accadono, l’abuso sui minori porta con sé tabù e reticenze che impediscono di parlarne.

Maria è cresciuta tra Rabat e Roma, figlia unica e forse per questo motivo immensamente amata dai suoi genitori. Silvia, sua madre, era spesso preoccupata dello strano comportamento di sua figlia che cambiava umore velocemente passando dalla calma all’aggressività, dalla contentezza alle lacrime nello stesso tempo di un battito di ciglia. Il marito invece in quella figlia che sua moglie non aveva paura di definire mostro non ci vedeva niente di strano. Era solo più intelligente rispetto ai bambini della sua età e i suoi cambi umorali erano dovuti a quello. Silvia dal suo canto non poteva che dar retta a quel marito che amava più della sua stessa vita e per cui si era messa contro l’intera famiglia che disapprovava l’unione vista la notevole differenza d’età.

Quando Giorgio muore precipitando inspiegabilmente dalla finestra il mondo di Silvia crolla. Per lei era impossibile andare avanti senza suo marito, senza il punto fermo fermo della sua vita; bisognava però farlo per amore della sua bambina che nonostante fosse legata visceralmente al padre non aveva versato neanche una lacrima. Sarà che era troppo piccola, sarà che ognuno reagisce al dolore in modo differente, ma Maria che aveva assistito alla scena e aveva visto svolgere l’incidente sotto i suoi occhi non mostrava alcun segno di turbamento. Silvia non poteva immaginare quello che succedeva la notte in camera della figlia. Non poteva immaginare che oltre alle favole che il marito raccontava alla figlia per farla addormentare succedesse dell’altro. I genitori hanno il dovere di difendere i figli dai pericoli del mondo esterno e dai mostri che lo abitano, ma cosa succede se il male arriva da chi ha il compito di proteggerci? Se l’orrore proviene da chi dovrebbe amarci? Cosa accade quando il mostro è uno dei nostri genitori?   

Sono passati degli anni dalla morte di Giorgio e sia Maria che Silvia hanno provato a mettersi alle spalle il dolore. Maria è una bella tredicenne che si porta addosso le insicurezze tipiche della sua età aggiunte a quelle della terribile esperienza vissuta, mentre Silvia prova a far ripartire la sua vita accanto a un nuovo uomo. E’ proprio Antonio che vuole presentare a sua figlia in una serata in cui Maria preso atto della sua avvenenza e consapevole di poter affascinare il suo corpo sembrerà voler sedurre il nuovo fidanzato della madre. Non ci vuole molto a capire che il tentativo di Maria è voler punire sua madre rea di non aver capito quello che accadeva sotto il suo tetto.

La figlia femmina è un esordio duro con passaggi che provocano rabbia e ribrezzo e il merito va all’autrice che ha trattato un tema forte ma in maniera delicata. Un libro che affronta un caso di una bambina violata dal suo stesso padre non si legge a cuor leggero; una storia in cui la sacrosanta infanzia e la purezza dei bambini non restano intatte non la dimentichi.

Un’imprecisa cosa felice

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  • Titolo: Un’imprecisa cosa felice
  • Autrice: Silvia Greco
  • Editore: Hacca
  • Data di pubblicazione: 2 Marzo 2017
  • Acquista il libro su GoodBook

A volte è questione di attimi. Un minuto prima sei lì che cammini tranquillo e spensierato per strada e un secondo dopo ti ritrovi senza vita perché magari una macchina che sfrecciava ad alta velocità ti ha buttato sotto. In situazioni del genere, in morti così improvvise e dolorose non puoi che restare senza parole.

Nino e Marta sono accomunati da un destino simile. Entrambi hanno perso la persona amata in modo improvviso, ma per quanto strano a dirsi in un modo di certo stupido e che raccontandolo non può che provocare nell’altro un leggero sorriso o più sfacciatamente una fragorosa risata. Certo con la morte non si scherza e tanto meno si ride, ma sfido chiunque a non ridere se un vostro amico vi dicesse: mia zia è morta scivolando su una cacca di cane. Non vi verrebbe da ridere o trovarlo dannatamente assurdo? Sembra una scenetta da cabaret o da cartone animato, la classica scivolata sulla buccia di banana che fa sbellicare dal ridere. In quel caso però è finzione e l’attore si rialza come se niente gli fosse successo, mentre nei cartoni animati non muore mai nessuno sul serio.

La zia di Marta, Marisa, invece sulla cacca di cane è morta sul serio ed anche troppo presto provocando nell’amata nipote prima un rifiuto verso il mondo e poi una voglia di fuggire da quel paesino da cui ormai non si sentiva più legata. Senza la zia Marisa, la donna che del capannone aveva fatto un ospedale per i giocattoli rotti dei bambini di tutto il paese, che preparava le marmellate più buone del mondo a cui metteva nomi come marmellata per i giorni tristi e che soprattutto aveva fatto innamorare lo zio Ernesto e che lo aveva trasformato in perfetto gentiluomo nulla aveva più senso. Marisa e Ernesto erano la seconda famiglia di Marta o meglio la famiglia da mettere sullo stesso piano della mamma Erminia.

La mamma di Nino era morta di un colpo al cuore. Non un infarto ma un vero e proprio colpo provocato dalla vista del suo ex marito che se ne era andato di casa molti anni prima lasciando soli lei e il suo Nino. Non lo vedeva da anni e forse la sorpresa di ritrovarselo all’improvviso alla porta di casa era stata così inaspettata che il suo cuore non aveva retto. Il povero Nino si era ritrovato in un colpo senza la mamma ma aveva guadagnato due sorelline uguali e bionde che non parlavano la sua lingua e con un papà che non lo considerava uno scemo come la maggior parte delle altre persone e che gli avrebbe fatto fare tutto ciò che lui desiderava. A Nino bastava semplicemente tenere il bugigattolo vicino alla stazione, vendere gli oggetti che aveva all’interno e poter fantasticare sulla bellissima ragazza dalle orecchie leggermente a sventola.

Marta e Nino non avevano solo il destino che li accomunava e che li aveva fatti sfiorare quando erano ancora piccoli e manco se lo ricordavano , ma era un destino che anni dopo li avrebbe fatti incontrare in una situazione assurda in cui entrambi erano inconsapevolmente finiti e che li avrebbe legati al punto da dar vita a una splendida amicizia.

Un’imprecisa cosa felice è un romanzo che sprizza positività da tutte le righe. Si lascia leggere velocemente non solo perché le storie di Nino e Marta sono coinvolgenti ma anche perché è permeato da una costante positività. E’ allegro, spensierato e divertente e mostra che dalle difficoltà che la vita ci riserva possono sempre nascere cose buone e che è vero che certe volte la vita è dolorosa e dura, ma può cambiare in qualsiasi momento e può rimettersi sulla carrellata giusta e tornare ad essere solare.

Quasi Grazia

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    • Titolo: Quasi Grazia
    • Autore: Marcello Fois
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 29 Novembre 2016
    • Acquista il libro su Amazon: Quasi grazia

Nuoro 1900. Grazia è prossima al trasferimento che dalla Sardegna l’avrebbe portata a vivere a Roma, un trasferimento che avrebbe coinciso con una rottura con il suo passato e l’inizio di una nuova vita. Bastano poche battute per capire il carattere ostinato di questa donna, non disposta a contrattazioni o ad avere la peggio nello scontro a parole con sua madre. Il rapporto con sua madre è un continuo botta e risposta con Grazia che non comprende la chiusura mentale del genitore e la madre che le ha sempre rimproverato questa sua strana passione per la lettura e la scrittura. Questo fatto di stare lì a raccontare storie e attirare attenzione sulla famiglia, loro che erano così discreti si erano ritrovati questa figlia con i grilli per la testa. Grazia ne era consapevole di essere vista come un problema, di essere stata additata come diversa solo perché invece di stare dietro al corredo e a tutte quelle faccende da femmina a momenti ci rimetteva la vista sui libri.

Stoccolma 1926. Grazia con il suo inseparabile marito Palmiro è in attesa del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (prima ed unica donna italiana ad aver ricevuto questo riconoscimento), la massima onorificenza a cui uno scrittore possa aspirare. In quello che dovrebbe essere uno dei giorni più importanti non mancano di certo le polemiche. I giornali ipotizzano che la scelta del premio a Grazia sia stata più politica che altro, Pirandello che in una commedia avrebbe ironizzato e preso in giro il rapporto matrimoniale di Grazia e i sardi non del tutto felici di essere rappresentati dalla penna della scrittrice. Quello che lei tiene a sottolineare nell’intervista con un giovane giornalista accorso dalla Deledda è che lei non ha mai avuto pretesa di parlare a nome della Sardegna né tanto meno esaurirla nei suoi romanzi. Quella di Grazia era una terra più complessa per poterla ridurre in poche righe e lei si era sempre limitata a scrivere solo la Sardegna che conosceva, ma chissà perché questo non riuscivano a capirlo.

Roma 1935. Sempre insieme al suo Palmiro in un studio medico in cui viene a conoscenza di quella malattia a cui non c’è più scampo e che la condurrà da lì a poco alla morte. Consapevole del suo destino e impegnata a far forza più al marito che a se stessa, quell’appuntamento porta Grazia a tracciare un bilancio della sua vita.

Emerge il fondamentale rapporto che ha con la madre, presente in tutti e tre gli atti (fisicamente nel primo, oniricamente negli altri due), come emerge la concezione che la Deledda ha della scrittura: lo scrittore è uno specchio, riflette e ti mette davanti a quello che sei senza sconti, sennò non è uno scrittore. Tre atti non sono certo abbastanza per ricostruire l’intera vita di una persona, ma Fois in questo libriccino ha deciso di parlare di quelle che potrebbero essere state le tappe fondamentali della vita della scrittrice sua compaesana: prima, durante e alla fine del suo essere donna e immensa scrittrice. Un omaggio e un tributo che vedrà Michela Murgia impersonare la scrittrice nell’omonima pièce teatrale.

Gli aspetti irrilevanti

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    • Titolo: Gli aspetti irrilevanti
    • Autore: Paolo Sorrentino
    • Editore: Mondadori
    • Data di pubblicazione: 29 Novembre 2016
    • Acquista il libro su GoodBook

Ci sono due tipi di passione. Una non mi piace, l’altra non m’interessa.

Capita che mentre leggiamo proviamo a ricreare nelle nostre menti i vari personaggi delle storie narrate con gli elementi che ci mette a disposizione l’autore o con il solo lavoro della nostra immaginazione. In questo libro Paolo Sorrentino ci facilita il compito perché partendo da una fotografia ci racconta tutto, o quasi, della persona in questione. Grazie alla collaborazione del fotografo Jacopo Benassi lo scrittore e regista premio Oscar costruisce ben ventitré vite partendo da semplici fotografie e arrivando a raccontarci le loro vite fatte di gioie e dolori, tic e stranezze, abitudini e particolarità.

Quindi spazio ad Elsina Marone che ama vantarsi di avere la pressione bassa e a Linda Giugiù che quando è stato rinvenuto il suo cadavere hanno trovato sul suo corpo un tatuaggio che recitava non mi piacciono i tatuaggi. E che dire di Donna Emma che a vederla mai o poi mai si potrebbe pensare che è la donna più cattiva del mondo? Fa la portinaia in un palazzo di Napoli e tutto ciò che di cattivo esiste abita in lei. Il segreto di Antonella Costa è che non sa andare in bicicletta, non l’ha mai rivelato a nessuno perché se ne vergogna troppo, mentre quello di Valerio Affabile, camorrista, è che ama cantare, ma non lo farebbe mai davanti agli altri e nel tanto tempo libero che trascorre in carcere compone delle bellissime (a suo parere) canzoni neo-melodiche.

In una narrazione fatta di frasi brevi e all’apparenza confuse o meglio slegate tra loro Sorrentino ci fa conoscere le vite di queste persone senza tralasciare quegli aspetti irrilevanti che alla fine ci formano e ci caratterizzano. Non siamo solo il risultato di grandi azioni e buoni sentimenti ma anche di cose che possono sembrare inutili, di fobie assurde e di manie insensate. Di una persona l’ultima cosa che vorremmo sapere è se odia i picnic, o se è un grande risolutore di cruciverba, tanto meno se è un appassionato di utensili da cucina o odia i cipressi.

Imperdibili infine i ritratti di Paride Bussolotti in cui lo scrittore sembra richiamare le lezioni di seduzione che aveva introdotto e argomentato nel suo primo romanzo Hanno tutti ragione, e quello di Settimio Valori, un regista amatoriale di filmini controversi, ritratto in cui è possibile scovare delle cose sull’autore stesso; non a caso la fotografia da cui parte la narrazione è quello di Sorrentino stesso.

Molti interessanti, alcuni divertenti, altri permeati di malinconia mentre altri più spensierati, tutti che formano un ottimo collage di storie, un imperdibile romanzo corale oltre che una bellissima galleria di volti da apprezzare.

Prima di perderti

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    • Titolo: Prima di perderti
    • Autore: Tommaso Giagni
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 18 Ottobre 2016
    • Acquista il libro su Amazon: Prima di perderti

Si chiama elaborazione del lutto quella che attraverso cinque fasi prevede il superamento dello stato di depressione indotto dalla perdita di un nostro caro. Le fasi sono cinque: negazione, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione. Affrontati questi stadi si supererebbe il lutto. Come per tutte le cose della vita ognuno reagisce a modo proprio, ognuno affronta i dolori in maniera diversa e non così schematica e logica come vorrebbero farci credere. Specie se con il soggetto in questione il rapporto non era limpido ma costellato da tante di quelle crepe che nessuno dei due aveva provato a colmare, con la convinzione che tanto c’è sempre tempo per aggiustare e rimediare agli errori, come se l’unica cosa certa della nostra vita, la morte, non verrà mai a bussare alla nostra porta.

Di certo Fausto non avrebbe mai pensato che suo padre in un giorno come un altro si sarebbe gettato da un balcone di casa sua. E’ vero che lo aveva sempre considerato un debole, un uomo che in vita sua non aveva mai rischiato e che aveva passato quasi la totalità del suo tempo a rincorrere quel successo che non era mai arrivato, ma da qui a prevederne il suicidio ce ne passa. La vita era stata strana con Giuseppe e Fausto; il primo si era impegnato con tutte le sue forze nella stesura del romanzo che gli avrebbe cambiato la vita, e la letteratura, mentre il secondo era riuscito in tempi record a diventare un promettente e talentuoso scrittore battendo il padre in questa sorta di gara. Questo non aveva fatto altro che allontanare i due e acuire i contrasti non dichiarati ma evidenti. Fausto considerava il padre un fallito e lo aveva accusato dello stile di vita libertino in cui insieme a sua madre lo avevano fatto crescere, uno stile senza regole che lo aveva sempre fatto sentire diverso dai suoi coetanei, da cui si era logicamente allontanato.

E’ Fausto che si incarica di disperdere le ceneri del padre e nel momento in cui apre e svuota l’urna si ritrova sotto forma di fantasma proprio il genitore arrivato per pareggiare i conti. In quello che è un duello fatto di parole e non di spade i due cercheranno con semplicità di dirsi finalmente cosa pensano l’uno dell’altro, perché le recriminazioni non arrivano mai solo da una parte. Se Giuseppe è stata una persona alla costante ricerca del successo e che ha vissuto quasi da parassita alle spalle di quel mondo che non lo ha mai accettato del tutto, Fausto è una persona sola incapace di ricevere e donare amore, che ha lasciato andare l’unica donna che l’abbia mai amato e che non ha nessuno su cui poter effettivamente contare e chiamare amico.

Siamo nel campo dell’impossibile con l’apparizione di un morto sotto forma di fantasma ma non dell’impensabile in quanto l’ultima occasione è qualcosa a cui tutti avranno pensato. Indipendentemente dal rapporto che si ha con la persona che è venuta a mancare tutti vorrebbero un ultimo incontro per poter dire ciò che in vita per mancanza di coraggio o per pudore non si è detto ed avere quindi l’opportunità di aggiustare le cose e non lasciare nulla d’incompiuto. Quello che Prima di perderti inoltre spinge a pensare è: cosa succede quando un figlio supera il genitore? Si può essere invidiosi dei propri figli o bisogna solo gioire dei loro successi? Il rapporto genitori-figli è un rapporto fatto di amore innato e puro che non conosce forme di odio, invidia, e gelosia. In teoria. I genitori sono umani e in quanto tali non sono infallibili o al riparo di sentimenti negativi. Tra flashback e dialoghi serrati Tommaso Giagni scrive uno di quei racconti indelebili nella memoria del lettore.

I più letti dell’anno!

Fine anno tempo di bilanci. Quali sono stati i post più letti nel 2016? Ecco i primi dieci!

  1. L’amore è eterno finché non risponde. Ester Viola. (Einaudi)
  2. Serenata senza nome. Maurizio de Giovanni. (Einaudi)
  3. Cosa pensano le ragazze. Concita De Gregorio. (Einaudi)
  4. I miei genitori non hanno figli. Marco Marsullo. (Einaudi)
  5. Perché ci odiano. Mona Eltahawy. (Einaudi)
  6. Il tassista di Maradona. Marco Marsullo. (Rizzoli)
  7. Mio fratello rincorre i dinosauri. Giacomo Mazzariol. (Einaudi)
  8. Una spiaggia troppo bianca. Stefania Divertito. (NN Editore)
  9. Le ragazze. Emma Cline. (Einaudi)
  10. Pane. Maurizio de Giovanni. (Einaudi) 

Scherzetto

scherzetto

    • Titolo: Scherzetto
    • Autore: Domenico Starnone
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 11 Ottobre 2016
    • Acquista il libro su Amazon: Scherzetto

Un nonno, un nipote e settantadue ore di convivenza. Daniele Mallarico è un illustratore molto noto nel suo campo, napoletano di nascita e milanese d’adozione. Viene chiamato da sua figlia Betta e forzato a fare da baby-sitter a suo nipote nei tre giorni in cui lei e il marito Saverio saranno ad un convegno in Sardegna. L’idea di tornare a Napoli non lo entusiasma per niente, tanto meno quella di tenere per pochi giorni da solo un bambino, bambino che seppur suo nipote lui non conosce per niente. Sua figlia però è stata categorica e dirle di no è impossibile.

Ritornare a Napoli per Daniele significava avere a che fare non solo con la sua famiglia attuale composta da sua figlia Betta e suo nipote Mario, ma anche con quella d’origine. Quella famiglia che non aveva mai compreso la sua vena artistica e tanto meno l’aveva incoraggiata. Probabilmente non sarebbe neanche diventato un illustratore se fosse rimasto a perder tempo tra quei vicoli. Napoli era una città strana, eri considerato migliore se tra le mani al posto delle matite avevi un coltello.

Tra nonno e nipote scatta subito un conflitto continuo con il bambino impegnato ad impressionare suo nonno e il nonno che lo giudica troppo sveglio, troppo attivo, troppo saccente e troppo impertinente: insomma troppo tutto. Supponente o meno sarà Mario ad aprirgli gli occhi con la schiettezza che solo i bambini hanno e senza giri di parole criticherà i suoi disegni: nonno sono troppo scuri, non mi piacciono. Abituato ai complimenti e ai riconoscimenti non aveva messo in conto che quasi a fine carriera qualcuno avrebbe avuto da ridire sulle sue opere, tanto meno da un moccioso di quattro anni i cui genitori non facevano che ripetergli quanto fosse bravo e che lo esaltassero qualsiasi cosa, normale, facesse.

Quell’affermazione fatta da suo nipote era stata dura da mandare giù ma gli aveva fatto mettere tutto in discussione partendo da se stesso e arrivando al suo lavoro. Quella piccola canaglia aveva ragione, si era adagiato sul successo che aveva costruito negli anni, ma invece di continuare, di migliorare e raggiungere così l’apice si era fermato sulla via della mediocrità. Insomma si era accontentato. Era servito un bambino a mostrargli le sue paure e le sue insicurezze, a fargli evocare ricordi, fantasmi e il suo passato. Se quel bambino era stato capace di tutto questo sarebbe stato capace di tirarlo fuori dal vortice in cui era caduto.

Scherzetto si snoda nel dualismo vecchiaia-giovinezza, ma non solo. Forte è la presenza di quei fantasmi che portano il protagonista a tirare le somme della sua esistenza e confrontarsi con il suo passato composto da un matrimonio felice all’apparenza ma che portava le cicatrici di un tradimento e un lavoro che svolgeva sempre più per abitudine che per passione. Credo che Domenico Starnone sia uno dei migliori autori della nostra letteratura contemporanea ragion per cui il suo Scherzetto è imperdibile.

 

Leggi la recensione sul blog Io Leggo- Io Donna del Corriere della Sera