L’altra madre

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  • Titolo: L’altra madre
  • Autore: Andrej Longo
  • Editore: Adelphi
  • Data di pubblicazione: 28 Aprile 2016

Genny ha sedici anni, lavora in un bar, guida il motorino in modo spettacolare roba che un altro così non lo trovi in tutta Napoli e si prende cura di sua madre che ha problemi di salute e arrotonda con piccoli lavori di sartoria e ama leggere le carte. Tania ha quindici anni, la scuola, la sua migliore amica, le feste spensierate con i compagni di scuola, una madre poliziotta che ama alla follia e che è il suo modello di vita. Le vite di Genny e Tania si intrecciano un pomeriggio come un altro e cambiando drasticamente la vita di entrambi.

Quando Salvatore aveva proposto a Genny un lavoretto lui aveva fermamente rifiutato. Lui un lavoro già lo aveva, certo, non guadagnava oro, ma era un lavoro onesto, che lo teneva lontano dalla strada e soprattutto da quel mondo. Salvatore però lo aveva in un certo senso sfidato, non sei un uomo vero se non accetti, pochi minuti e vedi che ci esce qualcosa pure per te e poi come guidava il motorino Genny non lo guidava nessuno, ci avrebbero messo niente. Genny ci pensa, alla fine tiene ragione Salvatore e poi lui è un uomo fatto e finito e di certo non ha paura di fare uno scippo.

Il tempo che Salvatore decida le vittime e chi meglio di due ragazzine della Napoli bene che possono permettersi di spendere nei negozi d’alta moda, tanto hanno paparino che paga. Tutto avviene in pochi minuti, il motorino che corre veloce, Salvatore che strappa la borsa alla ragazza, Tania che fa resistenza ma che alla fine cede e cade per terra, sbattendo la testa, morendo all’istante.

Aveva ragione Genny a non voler entrare in quelle tarantelle, avrebbe fatto meglio a fare la figura del fifone: meglio fifone che assassino. La madre di Tania è poliziotta e dopo la morte della figlia la sua unica ragione di vita è trovare chi ha ucciso la figlia e fargli fare la sua stessa fine.

L’altra madre è un libro che scardina tutto, che rovescia i ruoli e distrugge tutte le certezze. Cosa succede se chi rappresenta i buoni passa dalla parte dei cattivi? Cosa succede se il difendibile diventa indifendibile? Cosa succede se provi pietà per un assassino? Le domande ci sono ma non pensate di riuscire a trovare le risposte, perché di risposte il libro non ha intenzione di darle. Andrej Longo racconta una storia e che sia ambientata a Napoli, la città dove bene e male si mescolano e sovrappongono in continuazione, è un dettaglio. Di scippi ce ne sono ovunque e di fatalità anche e il libro non intende focalizzarsi su questo. Si parte da una situazione ben delineata, ossia da una parte il bene e la giustizia e dall’altra il male e l’illegalità. A un certo punto questo equilibrio si rompe e cambia. C’è una madre che ha visto la sua unica figlia uccisa per colpa di uno scippo e che vuole farsi giustizia da sola, lei che rappresenta la legge contravviene alle regole che lei stessa fa rispettare. C’è il dolore atroce di una madre che sicuramente merita rispetto, ma le azioni che Irene intraprenderà in preda alla sua sete di vendetta non la possono giustificare, non è etico né deontologico visto la professione che svolge ed è inumano perché alla fine siamo esseri umani. Questo libro è una escalation di suspense e colpi allo stomaco, scritto magistralmente e con un utilizzo perfetto del napoletano.

Lealtà

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  • Titolo: Lealtà
  • Autrice: Letizia Pezzali
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Giulia, trentadue anni, lavora a Londra in una banca d’affari. Un lavoro fortemente voluto e desiderato, un lavoro che grazie ai soldi guadagnati le permette quella sicurezza che da figlia orfana di padre non ha mai sentito quando era più piccola. Quando sei una bambina e cresci con un solo genitore che si fa in quattro per non farti mancare niente cresci con un unico desiderio, ossia quello di rifarti economicamente per non avere così preoccupazioni legate al denaro.

Il lavoro di Giulia, dall’esterno, può essere visto come un lavoro freddo, fatto di soli numeri e calcoli per niente appassionanti. Il mondo della finanza, dei mercati è fatto così, un lavoro fatto di testa che non presuppone emozioni. Giulia infatti di dedica al lavoro anima e corpo riservato poco tempo libero all’intrecciare relazioni con gli altri. Eccezion fatta per Michele, il suo unico grande amore del passato che tanto passato non è visto che le basta sentire semplicemente il nome per scatenare uno tsunami di ricordi.

Tutto il romanzo si muove su due piani temporali; da un lato la Giulia del passato, studentessa universitaria a Milano e dall’altra quella del presente a Londra, tra i palazzi del Canary Wharf, tra affari, finanza, tailleur e tacchi alti e il ricordo di Michele, la sua ossessione mai dimenticata.

Michele non era stato solo un amore, era stato desiderio, passione e soprattutto ossessione. Del loro primo incontro ricorda ancora gli sguardi, le poche frasi scambiate e il conseguente colpo di fulmine scoppiato. Non l’avrebbe mai detto, ma con le passioni funziona sempre così. Non avvertono e sono fuori da ogni logica. Michele era molto più grande di lei, coetaneo di sua madre, poteva essere il padre che Giulia non aveva mai conosciuto a causa di un incidente che glielo aveva portato via troppo presto e cosa più importante Michele era sposato, aveva una bambina e non aveva intenzione di lasciarle per lei. Voleva Giulia, ma la voleva nei momenti che riusciva a togliere alla sua famiglia e al suo lavoro. Un rapporto con queste premesse non è semplice, ma Giulia non lo scansa, anzi, si butta a capofitto decidendo di viverlo anche se non nella sua totalità, accontentandosi del poco che lui riusciva a riservarle.

Se parlerai di noi, fallo con lealtà.

Il punto forte del romanzo è la storia tra Giulia e Michele, storia troppo attuale per non identificarsi, storia parabola degli amori di oggi vissuti più al telefono che di persona. Giulia si strugge nell’attesa degli sms che non arrivano, nel vivisezionare il profilo FaceBook di Michele alla ricerca di indizi che mostrerebbero un suo nuovo amore e interpreta un like di una donna al suo Michele come prova tangibile del tradimento. Una storia 2.0. in un ambiente inusuale come quello dell’alta finanza, una storia che si snocciola tutta tra i temi ossessione, passione e desiderio, temi più che mai attuali, temi più che mai interessanti.

Le Assaggiatrici

le assaggiatrici

  • Titolo: Le Assaggiatrici
  • Autrice: Rosella Postorino
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 11 Gennaio 2018

«Dovevamo finire tutto quello che ci mettevano nel piatto, quindi aspettare un’ora e ogni volta eravamo terrorizzate che potessimo stare male, perché girava voce che gli inglesi volessero avvelenare Hitler. Passato il termine, scoppiavamo a piangere, felici di essere sopravvissute».

Queste sono le parole di Margaret Wolk, una delle vere assaggiatrici di Hitler. Per tantissimi anni questa storia è rimasta un suo segreto, poi ha deciso di farla conoscere al mondo. Grazie ad un trafiletto su un quotidiano nazionale l’autrice, Rosella Postorino, è venuta a conoscenza di questa storia e ha sentito la necessità di raccontarla.

Se il Führer ha bisogno si obbedisce.

Se il Führer ha bisogno non si discute, non si domanda perché un no equivarrebbe a morte certa.

Girava voce che gli inglesi volessero avvelenare Hitler e la soluzione fu quella di scegliere dieci donne da utilizzare come cavie che avrebbero assaggiato per prime il cibo a lui destinato. Donne giovani perché dovevano essere sane e solo donne perché gli uomini forti erano tutti al fronte. Se il cibo fosse stato avvelenato sarebbero morte loro la cui vita valeva niente in confronto a quella dell’immenso uomo che stava portando la Germania alla vittoria.

Rosa era diventata un’assaggiatrice. Per tre volte al giorno sfidava la morte, per tre volte al giorno il suo corpo veniva messo al servizio di Hitler. Per Rosa e le altre avere fame era diventato un incubo e il sapore del cibo aveva assunto il sapore della morte. Rosa era consapevole che non poteva sottrarsi a quella chiamata, per giunta suo marito Gregor si trovava al fronte e sua madre era morta in uno dei tanti bombardamenti che avevano distrutto la sua casa e la sua Berlino. Nell’attesa che la guerra finisse e che suo marito tornasse, Rosa viveva con i suoi suoceri e fu proprio in quella casa che le SS vennero a cercarla. Chissà perché lei, si chiese a lungo.

Recarsi in caserma tre volte al giorno per assaggiare il cibo destinato ad Hitler era diventata la sua routine e con alcune di loro, Leni, Elfriede, Heike, Ulla e Beate aveva creato un rapporto che si potrebbe definire amicizia. Con quelle donne trascorreva del tempo, condivideva paure ed erano accomunate dallo stesso destino. Se fossero state altrove e in un altro periodo probabilmente non si sarebbero neanche notate, ma in quello stato di prigionia avere alleati avrebbe alleviato il dolore e la solitudine.

Quando di Gregor smette di avere notizie dal fronte per non sprofondare nella follia Rosa stringe un legame inizialmente solo carnale e poi anche emotivo con il tenente delle SS Albert Ziegler.

Le Assaggiatrici è un romanzo che si divora in pochissimo. La storia di Rosa ti cattura dalle prime righe e velocemente ti trascina verso il finale. Le atmosfere mi hanno ricordato tantissimo Il Racconto dell’ancella, lo stesso clima di coercizione a cui le donne sono costrette e il loro non avere alternative oltre al non potersi ribellare. Rosa è una vittima della situazione, è costretta suo malgrado ad accettare perché non ha alternative. Quante volte però ci diciamo questo? Quante volte ci rifuggiamo nella frase non avere alternative utilizzandolo come alibi perfetto? Molte volte è semplicemente la strada più semplice, con meno problemi e meno complicazioni. Rosa è sicuramente prigioniera della situazione, ma è anche una privilegiata. In un momento storico in cui il lavoro non c’è e il cibo scarseggia Rosa ha assicurati tre pasti e uno stipendio mensile anche più alto della media e questo la rende complice di quel sistema. Una sola persona non può trascinare un Paese in un clima totalitario se una massa non glielo avrà permesso.

Le assaggiatrici è stato il primo libro letto di questo 2018 e non potevo non iniziare meglio. Una storia raccontata alla perfezione, un libro di letteratura pura come non capita spesso e uno stile narrativo intimo ed intenso capace di scatenare potenti emozioni. Oltre che permettermi di conoscere una storia che ignoravo completamente mi ha permesso di conoscere una scrittrice straordinaria che ho voglia di approfondire attraverso le sue precedenti letture.

I post più letti dell’anno!

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Quanto a questo Rondini d’inverno, ribadire ogni volta la bravura e il talento di Maurizio de Giovanni sembra scontato. Le emozioni sono sempre tangibili e palpabili, ogni pagina si legge con fervore, ogni volta si vorrebbe non finirlo e desiderare di trovare una nuova indagine subito ad attenderci in libreria. Anche stavolta ci tocca aspettare un anno per rivederlo tornare, anche stavolta vorremmo che l’anno volasse per poter ricominciare a rileggerlo.

Ci sono LUI e LEI, tantissime comparse (tutte elencate nei titoli di coda del libro) a cui è difficile stare dietro, moltissime citazioni cinematografiche e letterarie e degno di nota è il preciso lavoro svolto dalla traduttrice Daniela Almansi, un lavoro non semplice ma riuscito alla perfezione. Soprattutto c’è una storia che aspetta solo di essere letta.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale.

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina.

L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Jingle Books #4: Jonathan Franzen

Terzo appuntamento del Jingle Books. Questa volta ci spostiamo negli Stati Uniti, in una cittadina del Midwest americano dove i Lambert si apprestano a festeggiare il Natale. Enid è sicurissima che questo Natale coinciderà con l’ultimo che suo marito Alfred potrà festeggiare visto che il Parkinson sta facendo il suo corso. Radunare i tre figli ormai sparsi nel Paese è la missione che la capofamiglia si assume e anche se i figli tutto vogliono tranne che stare con quella madre che ha passato la vista a correggere i loro comportamenti decidono di realizzare il suo desiderio.

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Nel seminterrato, all’estremità orientale del tavolo da ping pong, Alfred stava aprendo il cartone di whisky Maker’s Mark pieno di luci dell’albero di Natale. Sul tavolo aveva già le sue medicine e un kit per l’enteroclisma. Aveva un biscotto appena sfornato da Enid, che doveva essere a forma di renna ma faceva pensare a un terrier. Aveva un cartone di sciroppo d’acero Log Cabin contenente le grandi luci colorate che in passato aveva appeso ai tassi del giardino. Aveva un fucile a pompa in custodia di tela con la chiusura lampo, e una scatola di proiettili calibro venti. Aveva un’insolita lucidità e la volontà di usarla finché fosse durata. La luce incerta del tardo pomeriggio era imprigionata nei vani delle finestre. La caldaia si accedeva spesso, la casa perdeva calore. Il maglione rosso gli pendeva dalle spalle formando pieghe e protuberanze sghembe, come se Alfred fosse stato un ceppo o una sedia. I pantaloni di lana grigia erano afflitti da macchie che doveva per forza tollerare, perché l’unica altra scelta sarebbe stata quella di perdere il ben dell’intelletto, e non era del tutto pronto a farlo. La prima cosa che emerse dallo scatolone del Maker’s Mark fu una lunghissima fila di luci natalizie bianche avvolte intorno a una striscia di cartone. Le luci, conservate nel ripostiglio sotto la veranda, puzzavano di muffa, e quando Alfred inserì la spina nella presa si accorse subito che qualcosa non andava. La maggior parte delle luci brillava allegramente, ma vicino al centro del rocchetto c’era una chiazza di lampadine spente- una sub-stantia nigra nel cuore del groviglio. Districò il filo con mani esitanti e lo stese sul tavolo da ping-pong. All’estremità c’era uno sgradevole segmento di lampadine fulminate. Alfred sapeva cosa si aspettava da lui la modernità. La modernità si aspettava che andasse in un grosso discount a sostituire le luci guaste. Ma i discount erano affollati in quel periodo dell’anno; avrebbe fatto una coda di venti minuti. Non gli dava fastidio aspettare, ma Enid non gli avrebbe permesso di guidare la macchina, e a lei dava fastidio aspettare. Enid era al piano di sopra a frustarsi sulla dittatura d’arrivo dei preparativi per il Natale.

(Tratto da Le correzioni di Jonathan Franzen, Einaudi)

La ragazza della fontana

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  • Titolo: La ragazza della fontana
  • Autore: Antonio Benforte
  • Editore: Scrittura & Scritture
  • Data di pubblicazione: 16 Novembre 2017

L’estate del 1994 è rimasta impressa nella memoria di tutti gli italiani perché fu l’estate in cui il rigore sbagliato di Roberto Baggio consegnò la coppa del mondo al Brasile. In un paesino dell’entroterra campano per quanto il mondiale avesse appassionato chiunque, l’uccisione di una ragazzina fu l’argomento clou dell’estate e che rimase impresso nella mente di altri per buona pace della nazionale italiana. M. è un quindicenne che ha appena finito la scuola con voti nella media e per lui estate vuol dire giocare a pallone fino a  notte fonda con i suoi amici sfidando i ragazzini dei paesini limitrofi che considerano la squadra di M. e compagni tra le più forti del territorio. Se poi capita si può trascorrere una giornata a mare o al centro commerciale per ammirare le ultime novità in campo tecnologico e passare del tempo nella piazzetta sempre in compagnia degli inseparabili amici.

Il nostro era un paesino di persone fredde e povere d’animo, di quelli in cui ci si conosce tutti, in cui la gente mormora e da cui i ragazzi con un briciolo di cervello scappano appena compiuta la maggiore età.

Il paese di M. è il classico paesino di provincia in cui tutti si conoscono e tutti vengono a sapere tutto nel giro di un millesimo di secondo. Una realtà soffocante per alcuni, rassicurante per altri. Nel paesino dove tutti si conoscono c’è solo un elemento che sfugge: il Capitano. Tutti lo chiamano così per via di quel cappello da marinai da cui pare non separarsi mai e tutti lo considerano lo strambo da cui stare alla larga e a cui non dare confidenza. Della sua vita passata non si sa niente, di quella presente bastano le chiacchiere del paese per costruirla: un solitario che inveisce contro chiunque, che beve parecchio e che sicuramente ha qualcosa da nascondere perché uno sano di mente non si comporterebbe mai così.

Quando quell’estate il corpo di un’adolescente, Rebecca, viene ritrovato nella fontana la colpa ricade in automatico sul Capitano, perché nessun’altro avrebbe commesso un atroce delitto e perché se il paese ha già la sua bestia perché affannarsi a trovarne un’altra? M. sa che non è così sa che il passato del Capitano ha conosciuto solo l’amore, per una donna e per i libri, e che a dispetto delle apparenze non farebbe del male a nessuno.

La ragazza della fontana è il romanzo d’esordio di Antonio Benforte, giovane scrittore e giornalista napoletano, edito da Scrittura & Scritture. È un libro che ha il pregio di lasciarsi leggere velocemente complice una scrittura molto scorrevole e una storia ben narrata. Tuttavia qualche punto debole c’è e la presenza di questi limita la riuscita ottimale del romanzo. L’episodio dell’omicidio che dà il titolo al libro è relegato a semplice episodio di contorno, un pretesto per raccontare altro e la cui conclusione appare frettolosa e indebolisce il finale. La scrittura di Benforte è elegante e molto pulita e contrasta molto con la storia raccontata. Se ci sono uccisioni, omertà e torbidi segreti ci si aspetterebbe una scrittura più graffiante e sporca come il maestro Ammaniti insegna. È un esordio e le basi per qualcosa di promettente ci sono, vediamo cosa succede nei prossimi.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Jingle Books #3: Marco Marsullo

Non voglio fare il discorso che Natale è una festa di famiglia e la mia, di famiglia, sembra un bollettino della Farnesina in cui si contano i dispersi. Non voglio neanche dire che il Natale mi mette malinconia perché a me il Natale nonostante tutto piace. Le lucine per le strade, gli alberi che si intravedono brillare per le finestre, il film con Eddie Murphy che fa il finto paraplegico alla tivú. Alla cena della Vigilia siamo rimasti in cinque (io, mamma, mia zia e i miei due cugini), ma non importa. Le cose importanti sono due: gli spaghetti con le vongole e… basta. 

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A differenza del protagonista del romanzo di Marco Marsullo, I miei genitori non hanno figli, la vigilia di Natale nella mia famiglia conta un minimo di dieci persone e un massimo di venti. La classica famiglia numerosa del sud e di classico del sud abbiamo solo quello perché se vi aspettate un menu che conta tre antipasti, tre primi, tre secondi e dolci di ogni genere che ti impongono di stare a tavola dalle cinque a alle dieci ore rimarrete delusi. Sono capitata nell’unica famiglia di terroni che consuma il cenone della Vigilia in un’oretta (un’oretta e mezza massimo), roba che se si sa in giro possiamo beccarci qualche denuncia. Non sto esagerando, ricordo un cenone della Vigilia di Capodanno terminato alle nove di sera, tanto che potevamo andare a fare un secondo cenone a casa di qualcun’altro visto che il tempo c’era. E il bello è che prima di metterci a tavola ogni anno c’è sempre lo zio che dice mi raccomando andiamo piano e cerchiamo di arrivare alla mezzanotte ma niente, dobbiamo correre (per andare dove poi non lo so). Prima o poi questi cenoni fast li brevetto, sai mai che possa farci qualcosa di soldi. Prima frase (la sento dal Natale del ’94): teniamoci leggeri, perché dobbiamo appesantici e magari stare male il giorno dopo? (questa la dice mia zia ogni anno e vorrei dirle, una cosa è stare leggeri un’altra è fare la fame, ma vabbè). Seconda: io con il sale nell’acqua degli spaghetti non esagero perché è sempre meglio sciapito che salato (questa la dice un’altra zia e a lei vorrei dire metticelo sto sale nell’acqua che altrimenti ‘sti spaghetti con le vongole non sanno di niente).

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Il tavolo è apparecchiato come fossimo i concorrenti di un reality sul Natale, in sfida con un’altra famiglia, magari del Nord, di Mogliano Veneto. MasterChristmas: solo una delle due avrà un Natale sereno, per l’altra, la sconfitta, il disprezzo del pubblico da casa e niente luci sull’albero. Mia mamma la sera della Vigilia dà il meglio: è una gara contro la sé stessa dell’anno precedente, vuole che tutto sia impeccabile. Sta cucinando dalle nove alle venticinque del mattino; primo, secondo, contorni. Ogni portata, tranne il dolce. Prima amava fare i dolci, ne faceva uno per ogni occasione. Da quando si è separata con papà ha smesso, così, di punto in bianco. Le fruste elettriche non so neanche se le ha buttate. La sera del 24 c’è sempre un tema, un colore, un abbinamento. Quest’anno è stato rispolverato un grande classico. Il rosso. Tovaglioli rossi, piatti rossi con sottopiatti bianchi (e rossi), bicchieri di carta rossi, flûte in finto vetro rosse, tovaglia rigorosamente rosse e, come centrotavola, una candela grande quanto il cranio di un’ippopotamo. Neanche a dirlo, rossa. Cestino per il pane rosso, posate in plastica rosse, segnaposti rossi con sopra disegnata una stella di Natale (che è rossa, certo). 

Lo zio che si improvvisa chef lo tengo pure io, però i suoi esperimenti culinari non è che siano granché e vorresti avere il coraggio di dirgli zio vai a fare ratatouille da qualche altra parte, ma è Natale e a Natale siamo tutti più buoni quindi mangi, sorridi e fingi che sia buono mentre nella tua testa immagini di essere Carlo Cracco che fa volare quel piatto che sei stato costretto a mangiare.

È automatico: se la cena del 24 è con mia mamma, il pranzo del 25 è con mio padre. Come per magia il paesaggio si stravolge, una pallina di vetro che, agitata, fa nevicare all’Equatore. Dalla città, da una cucina con lo stereo e la tivú accesa, dai discorsi incessanti, alla campagna, dove vive mio padre, al suo salone grandissimo, spoglio, il tavolo in legno senza tovaglia e il camino acceso a riscaldare le mura bianche. 

(Tratto da I miei genitori non hanno figli di Marco Marsullo, Einaudi)

Libri 2017!

Avete letto classifiche sui migliori libri di questo 2017 ovunque, lo so e al solo pensiero di leggerne un’altra state male, vi capisco, però visto che le avete lette ovunque magari potete dedicare qualche minuto del vostro tempo anche alla mia di classifica, perché poi le altre sì e la mia no?. Neanche io sono una fan delle classifiche, ridurre le molte letture a una decina è un compito un po’ difficile, anche perché di libri belli (ma veramente belli) ne ho letti parecchi quest’anno e quindi mi spiace per quelli che ingiustamente (per questione di numero) sono rimasti fuori. Quindi ecco la mia personale top 10 (e se volete ditemi anche i vostri titoli di questo 2017 ché sono curiosa).

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

La storia della sua famiglia era una grande processione di stanze una dentro l’altra, stanze invase dal sole e dalla polvere, alcune vuote, altre pullulanti di spettri e altre ingombre di pezzi di mobili e vecchie foto e oggetti inservibili, ammucchiati gli uni sugli altri come nel retro di un teatro. Quelle erano le stanze in cui era meglio non entrare. 

Che succede, mà? Vuoi che racconti la storia tua e del tuo sposo e mi hai dato la vista potente dei tuoi ultimi istanti? Quando, si dice, l’intera vita e quella delle persone care scorre davanti agli occhi. 

  • Con molta cura. Severino cesari (Rizzoli)

Lo sai benissimo, di ciò che è in tuo potere affrontare ha senso prendersi cura. Ma proprio nel momento in cui pensi di esserti preso già abbastanza cura, abbastanza, e che potresti accontentarti, rimane in fondo solo quel poco di cui mi occuperò domani. 

La vita è fatta di pochi momenti importanti che spesso nemmeno riusciamo a scorgere mentre li viviamo. Loro ci seguono sempre un passo indietro e quando ti volti è già tutto fatto, irrimediabilmente compromesso, nel bene o nel male. 

Il male lascia senza parole. Se non lo nomini, non esiste. Se non lo chiami, scompare. Fino a che non impazzisci per aver ingoiato tutte quelle parole impronunciabili. Ma non è meglio staccarsi dalla realtà piuttosto che ammettere che sia finita ogni cosa?

Né uniti né divisi. E il problema è che questo è vero anche per i loro nemici. Che poi saremmo noi. In teoria, siamo tutti schierati contro il terrorismo: però, sul terreno, le cose sono sempre più ambigue. A volte la priorità è un altro nemico.

Voi civili non potete essere il mio nemico, finché non lavate la mano contro di me. Ma sempre con la massima sincerità vi devo ricordare che voi uccidete continuamente i nostri civili. E rubate le nostre terre, il nostro petrolio, le nostre miniere, le nostre cose. Ci fate soffrire ogni giorno. Se gli fai male, il gatto ti graffia. 

Quello che non capivo, quello che avevo capito adesso, all’improvviso, era che se smettevo di andare indietro, di cercare di recuperare il passato, forse c’era un futuro che mi aspettava, che ci aspettava, un futuro che si sarebbe svelato se solo mi fossi voltata a guardarlo. 

La sua intelligenza lo ha portato a percorrere una strada a tre tappe: dal semplice al complicato e poi di nuovo al semplice. 

Jingle Books #2: Maurizio de Giovanni

Per il secondo appuntamento con Jingle Books non poteva mancare uno dei personaggi a cui sono più legata: il commissario Ricciardi. Il bel tenebroso dagli occhi verdi creato dalla penna di Maurizio de Giovanni sarà impegnato anche nei giorni prima che precedono il Natale, con una delle sue tante indagini. Nel libro Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi accanto al giallo vero e proprio non mancano i momenti in cui si descrivono le tradizioni natalizie come la preparazione del presepe o dei piatti tipici che si consumano durante quei giorni. Pronti? Ecco un estratto.

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Quella prima di Natale è una domenica assai strana. È un po’ domenica, perché suonano le campane fin dal primo mattino; perché l’aria è quella della festa, coi tempi e i modi delle giornate fintamente senza impegni; perché molte botteghe rimangono chiuse e qualche commerciante ricco si consentirà un’ora di sonno in più; perché le ragazze penseranno a qualche incontro clandestino, se il papà o la mamma le manderanno a fare qualche commissione che per pigrizia non vorranno sbrigare direttamente. Ma non è solo domenica. È un po’ festa, perché i mendicanti sciameranno fuori le chiese per mettere i bigotti di fronte alla loro miseria, per spuntare un soldo o due; perché venditori di palloncini e castagnole prenderanno posizione nella Villa Nazionale, coi mezzi guanti e il volto coperto da stracci di lana per combattere il vento, richiamando i bambini con la merce e facendo loro paura per l’aspetto; perché i profumi di mandorle caramellate, di castagne arrosto, di carciofi alla brace e di pizze fritte saranno portati ovunque dal vento, facendo aumentare la saliva in tutte le bocche e gorgogliare gli stomaci. Ma non è solo festa. È un po’ Natale , perché i marciapiedi sono invasi da merce stesa su lenzuola vecchie, e ognuno vende qualsiasi cosa, lecita o non lecita, in ogni grande via di passeggio e in ogni vicolo adiacente; perché i potenziali clienti sono costretti a camminare sulla strada, prendendosi strombazzate e schizzi di fango dalle automobili e dalle carrozze; perché i negozianti di frutta e quelli di salumi hanno preparato grandi archi di merce colorata: per smontarli ci vorrebbero delle ore e quindi già da giorni non chiudono più, e rimangono la notte a chiacchierare tra loro, imbacuccati nelle coperte e col braciere davanti; perché i capitoni guizzano vispi nelle grandi vasche dipinte di azzurro come il mare, lungo via Santa Brigida, e ogni tanto uno sguscia per strada e il pescatore lo insegue tra le gambe delle donne che scappano terrorizzate. Ma non è ancora Natale.

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Il Natale è un’emozione. Un’aspettativa di qualcosa di nuovo, finalmente. O solo del ritorno, con valigie di cartone legate con lo spago in vagoni pieni e puzzolenti, dai posti del lavoro a quelli degli antichi amori, che ridiventano nuovi se visti da così lontano. Il Natale è un’emozione. È forte, come la voglia di casa nel freddo e nel vento, e sottile, come il suono di una fisarmonica in una taverna per chi passa in fretta, senza sapere bene dove andare. Il Natale è un’emozione. Lo puoi aspettare giorno dopo giorno, da quando lo scirocco cade sotto i colpi del vento del Nord, ma quando ti arriverà addosso all’improvviso, comunque, come un cavallo imbizzarrito pieno di sonagli e pennacchi. Il Natale è un’emozione

(Tratto da Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni, Einaudi)

Souvenir

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  • Titolo: Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 5 Dicembre 2017

Ottobre da ricordare. Ottobre da dimenticare. 

Ottobre. Che mese strano è ottobre. Le vacanze sono un lontano ricordo e per il periodo natalizio manca ancora troppo. Anche il tempo è indeciso, è capace di cambiare dall’oggi al domani o anche dalla mattina alla sera. Ottobre è uno sbalzo d’umore perenne ed in questo caos umorale è capace di trascinare anche te. È una mattina d’ottobre che un signore viene ritrovato in un cantiere della metropolitana, sprovvisto da tutto ciò che potrebbe fornirgli un’identità e in stato comatoso. Non è una rapina finita male, di questo ne sono certi i Bastardi di Pizzofalcone chiamati a risolvere la questione. Dopo aver appurato che l’aggredito è un turista americano in villeggiatura a Sorrento con la sorella e la madre, vengono a conoscenza del fatto che la madre di quest’ultimo Charlotte Wood è un ex diva hollywoodiana che per un brevissimo periodo nel passato ha animato la piccola cittadina del golfo quando si è recata per girarci uno dei suoi film più famosi: Souvenir.

È nel passato che bisogna tornare, è nel passato che bisogna scavare per risolvere il mistero di oggi.

Quanta strada hanno fatto i Bastardi e quanta ne dovranno fare ancora per dimostrare che nonostante i peccati commessi in precedenza sono degli ottimi poliziotti. Lavorare in un commissariato sempre a rischio chiusura non li fa star tranquilli, ma forse stavolta dopo tanta fatica anche gli altri finalmente si stanno accorgendo del loro merito e del loro valore. Tranquilli i Bastardi non possono esserlo mai, tanto meno questa volta che la loro indagine intreccia la vita di una famosissima attrice oggi colpita da Alzheimer con quella di una donna coniugata di un colletto bianco resosi latitante. Da una parte le pressioni del consolato americano e dall’altro quello della direzione distrettuale antimafia che con un solo battito di ciglia potrebbe portare via il caso ai Bastardi.

Come sempre non c’è solo l’indagine a cui pensare, i Bastardi hanno una loro vita e i loro problemi personali. Lojacono sempre preso dalla sua incasinata vita sentimentale e dall’evidenza che la sua bambina stia crescendo; Ottavia sempre pensierosa per il suo Riccardo e Romano impegnato in tutto e per tutto per ottenere l’affidamento della piccola Giorgia. Infine i più giovani Alex e Aragona, entrambi alle prese con due figure paterne autoritarie ed ingombranti con la differenza che se il padre della Di Nardo di è celato dietro un muro fatto di silenzio e che con la figlia non vuole averci più niente a che fare, il padre di Marcolino non solo parla (e pure più del figlio), ma dal figlio vuole pure un favore, ma di quelli grossi, capace di mandare in crisi il povero Aragona (lui con tutta la sciarpa) che dovrà capire da che parte stare e che tipo di poliziotto vuole essere.

Niente è come ottobre, per riproporre un antico souvenir. Nessun souvenir vale un ottobre. Perché è ottobre stesso, un souvenir.

È malinconico questo romanzo, a partire dal titolo. Cos’è un souvenir se non il tentativo di bloccare per sempre il ricordo di un posto in cui siamo stati felici? Tutta l’indagine che si snoda tra Napoli e Sorrento e tra presente e passato è permeata da una malinconia di fondo, da un tempo che è stato per poco felice e che mai tornerà, dai rimpianti e dai rimorsi che ci portiamo dietro e che ci fanno esclamare e se? Ci pensa il finale a scuoterci e a farci desiderare di poter avere la prossima indagine da leggere il prima possibile tra le mani. 

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)