Le mie amiche streghe

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    • Titolo: Le mie amiche streghe
    • Autrice: Silvia Bencivelli
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 24 Aprile 2017
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Alice è una quasi quarantenne laureata in medicina che al posto del camice bianco da dottore ha preferito la penna e una carriera come giornalista scientifica. E’ pagata per studiare, pensare, leggere, viaggiare, fare domande e raccontare e non è insolito che gli amici la considerino un po’ privilegiata e la invidino tanto. A vederla Alice è un perfetto cinquanta e cinquanta di se stessa: un vulcano con mille storie da scoprire e raccontare e una pasticciona, maldestra e svampita. E’ una donna che ha raggiunto il punto ideale della sua vita e non potrebbe chiedere di meglio. Forse qualcosa che cambierebbe sono le sue amiche.

Valeria, Lucia e Arianna sono le solite amiche di sempre, votate come lei alla scienza che da un giorno all’altro hanno messo nel cassetto la loro razionalità per far spazio a pozioni magiche e teorie assurde. Per Alice è incomprensibile che Valeria provi le cose più assurde per far girare in modo naturale il suo piccolo Lorenzo podalico. Non concepisce la svolta bio e l’ossessione per il cibo sano di Lucia, tanto meno non comprende come un’anestesista come Arianna sia portatrice sana di omeopatia. Le sue amiche sono diventate streghe che ai medicinali classici preferiscono gli intrugli trovati su qualche sito internet, che seguono diete strambe e che sono ossessionate dagli oroscopi (su questo punto sono streghetta anche io, scorpione ascendente leone, le caratteristiche ve le risparmio volentieri).

Silvia Bencivelli ha scritto un frizzante romanzo d’esordio regalandoci un irresistibile personaggio come Alice (e a leggere la biografia dell’autrice non possiamo non pensare a quanto di lei possa esserci). Con la bellezza della pura ironia ha trattato argomenti seri, controversi e spinosi come vaccini e omeopatia che stanno scatenando negli ultimi tempi feroci dibattiti. Valeria, Arianna e Lucia, ma anche Alice, sono personaggi specchio dei tempi che viviamo. Chi non ha mai conosciuto un niente vaccini servono solo a far arricchire le lobby farmaceutiche o peggio ancora i vaccini provocano l’autismo? Quelli del io utilizzo solo cure alternative (alternative a chi? a cosa?) esistono e sono tra noi e raramente sono inclini a cambiare idea, piuttosto vogliono farla cambiare a te (te pazzo che ti vaccini o che ti curi con le medicine).

Lungi da me tirare conclusioni su questi argomenti scottanti (dico solo che qualche mese fa di vaccini ne ho fatti due in un solo pomeriggio e altro che omeopatia, io faccio uso e abuso di farmaci), molte volte si è spinti dalla buona fede specie se di mezzo c’è la propria salute o quella di un proprio caro e in casi come questi a volte si è disposti anche a diventare un po’ streghe.

Non aspettarmi vivo

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Finisco di leggere Non aspettarmi vivo mentre alla TV passano le ennesime immagini di un attentato (quello di Londra) che ci ha scossi nuovamente. Mi viene in mente subito un passaggio del libro in cui un uomo spiegava che dietro ad ogni attentato c’è una logica, peccato che sentendo parlare di morti e feriti la logica al momento non riesco a trovarla. Mi viene da dire basta, siamo esausti di questo copione che si sta ripetendo all’infinito verso cui ormai ci stiamo assuefacendo. Faccio un passo indietro dicendomi che non posso ragionare come il Salvini di turno, altrimenti dimostro che questo libro mi è servito a poco e ritorno sui tantissimi passaggi che ho segnato, quelli che richiedevano una rilettura e una maggiore comprensione.

Anna Migotto e Stefania Miretti sono due giornaliste che dopo anni di lavoro sul campo hanno raccolto varie testimonianze di chi col jihadismo ha avuto a che farci da vicino e il racconto che emerge non può lasciarci indifferenti. Le storie raccontate hanno delle caratteristiche di base molto simili. Si parla sempre di ragazzi che hanno studiato, provengono da famiglie agiate e che magari non sono religiosi nel senso stretto del termine. Improvvisamente le abitudini cambiano, iniziano a leggere il Corano, a frequentare le Moschee, a ripulirsi dagli eccessi della vita (e per eccessi non mi riferisco necessariamente ad alcool e droga, ma alla musica e al calcio). Successivamente si opera un vero e proprio lavage de cerveau costituito da fasi ben precise che termina con l’inculcare nei ragazzi l’idea che morire come martire e portare più persone con sé sia affascinante e giusta. Il lavaggio del cervello con le nuove tecnologie è diventato anche più semplice. Twitter e Facebook sono divenuti terreno fertile in cui è facile intercettare ragazzi che nel giro di poco decidono di partire come combattenti dello Stato Islamico; la Siria è la meta più ambita visto che indicata come la terra dello scontro finale.

Che non si tratti di questione di cultura è ribadito fortemente come è sottolineato che i ragazzi che hanno studiato sono quelli più richiesti. Ingegneri, informatici ed economisti sono tra i più ricercati tra le file di Dāʿish. E’ piuttosto una questione di opportunità che il califfato offre a questi ragazzi disorientati. Soldi, donne, lavoro, tutto ciò che tua misera vita prima non ti dava lo Stato Islamico te lo porge.

Le storie qui raccontate non sono solo quelle dei tanti ragazzi che hanno aderito alla causa, ma anche di quelli pentiti della scelta che vorrebbero ritornare dalla proprie famiglie. Genitori che non si sono arresi di fronte alla radicalizzazione dei figli e che darebbero la propria vita per riportali indietro, cosa che è quasi impossibile visto che una volta che sposi Dāʿish non ne esci, se non morto.

Se oggi c’è un Isis è perché ieri c’è stato un Iraq. Se c’è stato un Iraq è perché c’è stato un  11 settembre e il gioco può andare avanti all’infinito, fino a chissà dove, incolpando chissà chi. Non voglio tirare conclusioni su un argomento così difficile e delicato e voglio comprendere le ragioni di chi dice che il sangue degli europei è uguale al sangue di tutti gli altri uccisi con maggiore frequenza in Medio Oriente, che se oggi inorridiamo per i video atroci dei combattenti Isis dovevamo inorridirci anche per le torture degli americani sui prigionieri in Iraq. Combattono per la realizzazione di uno Stato Islamico dove in vigore ci sarà solo la suprema legge di un dio (il loro dio ovviamente) che pone fine a tutte le ingiustizie. E’ davvero per la promessa di un paradiso che stanno scatenando l’inferno?

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

Allah, san Gennaro e i tre kamikaze

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    • Titolo: Allah, san Gennaro e i tre kamikaze
    • Autore: Pino Imperatore
    • Editore: Mondadori
    • Data di pubblicazione: 16 Maggio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Allah, san Gennaro e i tre kamikaze

Cosa ci fanno tre kamikaze a Napoli? Sembra una di quelle barzellette che iniziano con c’era un francese, un inglese e un napoletano e dove il napoletano riesce sempre ad avere la meglio sui due stranieri.

Salim, Feisal e Amira sono i tre terroristi scelti per compiere un attentato nel Belpaese e contrariamente all’opinione generale che vorrebbero Roma o al massimo Milano come città prescelte, ordini superiori hanno deciso che sarà Napoli a dover esplodere in aria con tutti i suoi cittadini. I tre vengono mandati nella città partenopea con il compito di individuare gli obiettivi sensibili e portare a termine la missione nel giorno che verrà loro comunicato. A ognuno un compito preciso e diverso. Salim si occuperà dei trasporti, Feisal della chiesa e dei monumenti, mentre Amira dei locali della movida. Il piano è studiato nei minimi dettagli, cosa potrebbe andare storto? Tutto.

Partendo dal fatto che una missione del genere è stata affidata ai tre kamikaze più fessi della storia del terrorismo. C’è uno che non ha fatto i conti con gli innumerevoli ritardi dei mezzi di trasporto napoletani e le pessime condizioni in cui questi mezzi riversano (l’avete mai presa la Cumana? E la Cirumvesuviana? Insomma avete capito di cosa parlo), e un altro che dopo aver visto il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro ormai nelle sue preghiere invoca prima il patrono napoletano e poi Allah. Se poi vieni a Napoli e decidi di andare allo stadio San Paolo e il Napoli gioca contro quella squadra lì, evita i colori bianco e nero, te lo diciamo con il cuore, perché i tifosi napoletani ti perdonano più l’esser terrorista che l’esser juventino. Quello che i tre kamikaze non avevano preso in considerazione è che la città di Napoli con i suoi abitanti e la loro mentalità è capace di influenzare il terrorista più devoto alla causa che esista sulla faccia della terra.

Pino Imperatore ci aveva già mostrato che scherzare con i temi seri è possibile. Lo aveva fatto benissimo con la saga degli Esposito in cui si faceva beffa dei camorristi, cosa che dopo il libro Gomorra appariva addirittura impossibile, e ce lo mostra ora ironizzando sul tema più caldo e attuale del momento: l’Isis. Questo Allah, san Gennaro e i tre kamikaze è una commedia allo stato puro dove si ride parecchio, ma non prendetelo solo come un libro scanzonato, anzi, di considerazioni serie ce ne sono. Non a caso è stato inserito un personaggio, il professor Giorgio De Bottis, che ci parla di dialogo possibile e aggiungo necessario. Ci stiamo abituando all’intolleranza, alla paura del diverso, all’attaccare il nemico, a far emergere la parte più razzista che è in noi, a declamare la supremazia della nostra razza.

Dobbiamo smetterla di alzare i muri e dedicarci alla costruzione di ponti. Il dialogo è un valore da cui non si può prescindere. E lo è anche fra l’Islam e l’Occidente, due mondi in teoria distanti e contrapposti, in realtà vicini e conciliabili per merito di molti elementi storici, culturali e finanche religiosi.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità. Questo libro oltre a farvi ridere fino alle lacrime fa venire voglia di andare a Napoli e visitare il Museo Archeologico, il Maschio Angioino e la Cappella di Sansevero per poter ammirare l’unicità del Cristo Velato. Io ad esempio ho già messo nella lista delle cose da fare prossimamente il Duomo di Napoli nel giorno del miracolo del sangue di San Gennaro e di fermarmi poi a mangiare da Nennella: fatelo pure voi!

I guardiani

i guardiani

    • Titolo: I guardiani
    • Autore: Maurizio de Giovanni
    • Editore: Rizzoli
    • Data di pubblicazione: 13 Aprile 2017
    • Acquista il libro su Amazon: I Guardiani

Chi è lettore delle creature nate dalla penna di de Giovanni probabilmente in questo libro faticherà a riconoscere lo scrittore che ha ideato Ricciardi e Lojacono. Con i precedenti gialli questo libro non ha niente in comune partendo dalla cosa più ovvia: non è un giallo. Qualche morto c’è, ma i protagonisti non hanno il compito né il dovere di cercare i colpevoli ed assicurarli alla giustizia, al massimo devono capire come questi morti siano collegati ai misteri che stanno seguendo.

Marco Di Giacomo è un antropologo, cinico, egoista e probabilmente anche egocentrico, scorbutico con gli studenti e antipatico con chiunque. E’ la barzelletta di tutto il mondo accademico perché ha sprecato tutta la sua carriera a star dietro a degli studi che non hanno mai trovato fondamento. E’ costretto dal rettore dell’Università a far da guida a una giornalista tedesca di una rivista scientifica che guarda caso si occupa proprio delle bizzarre ricerche del professore. Vorrebbe dire no, ma al rettore no non si può dire e decide di coinvolgere nella comitiva anche il suo fido scudiero/assistente Brazo Moscati e la sua unica ed adorata nipote Lisi cresciuta come sua figlia che ha ereditato non il carattere (per fortuna), ma la passione o meglio l’ossessione delle sue ricerche. Lisi infatti ha del tutto inglobato le teorie dello zio secondo cui c’è uno stretto legame tra i diversi luoghi dove si celebrano i riti di culto e che questi culti non sono da confinare in epoche passate, ma continuano ad essere celebrati a cadenza trentennale.

Napoli è una città ricca di sfaccettature, culture, culti e miti. E’ una città di luci ed ombre, di superfici e sottosuoli, ed è nella parte sotterranea che si focalizza il gruppo. E’ attraverso la chiesa di Pietrasanta, che sorge su un antico tempio di Diana, che accedono a uno spazio che probabilmente era un tempio dedicato ad Iside. Diana, Iside, Mithra: culti e luoghi. Luoghi così sacri in cui si celebravano questi antichissimi riti di certo non possono essere lasciati incustoditi, meglio affidarli a dei Guardiani…

Se con Ricciardi e Lojacono il giallo è un pretesto per raccontare i personaggi, qui i personaggi servono per raccontare una storia. Sono semplici strumenti, la storia è la protagonista assoluta. E’ una storia complessa e che richiede attenzione e maggiore sforzo da parte del lettore che dovrà star dietro a culti, teorie e colpi di scena degni di un action-movie. C’è chi lo ha paragonato a Glenn Cooper, Indiana Jones e Martyn Mistere, io facendo appello alle mie letture più umili lo paragonerei a Dan Brown, una sorta di Codice DaVinci in salsa partenopea.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

L’amore che mi resta

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  • Titolo: L’amore che mi resta
  • Autrice: Michela Marzano
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 4 Aprile 2017
  • Acquista il libro su Amazon:

Quando si perde un genitore si diventa orfani. Quando si perde il congiunto si diventa vedovi. E quando si perde un figlio cosa si diventa? Perché nel tempo nessuno ha mai pensato di coniare un termine che potesse definire questa condizione? Dare un nome al dolore di certo non può farci sentire meglio, non nominarlo come se non potesse esistere però è ingiusto. Forse abbiamo un dannato bisogno di dare un appellativo a tutto ciò che ci circonda e ci succede perché siamo esseri umani e razionali e siamo convinti che spiegando logicamente quello che ci accade evitiamo di soffrire. E’ folle ma nel dolore anche la follia trova un suo senso.

Daria perde la sua Giada una sera, quando lei di punto in bianco decide di porre fine alla sua giovane vita imbottendosi di farmaci e lasciando un biglietto con poche righe scritto per rassicurare i familiari e giustificare il suo gesto. Già perdere un figlio è atroce, di più lo è se questa morte avviene in circostanze come quelle di un suicidio. La morte di Giada spegne qualsiasi tipo di ragione di vita di Daria. Giada era arrivata nella sua vita dopo il lungo iter dell’adozione. Daria infatti aveva problemi a rimanere incinta, era difficile ma non impossibile però lei non aveva ascoltato chi le diceva che a venticinque anni aveva ancora tutto il tempo necessario per provarci. E’ così lei e il marito avevano iniziato tutte le pratiche necessarie per avere un bambino in adozione.

Ma quando sei venuta a prendermi era perché volevi una bambina o perché mi volevi bene?

Per Giada Daria aveva mostrato sin da subito un attaccamento che andava oltre la normale maternità, il suo rapporto con la bambina era quasi morboso, avrà pensato se le trasmetto tutto l’amore di cui ha bisogno riuscirà a sentirsi della famiglia. Giada era una bambina curiosa, più intelligente della media, spigliata e anche crescendo aveva conservato tutte queste qualità; era impegnata in mille attività che rendevano orgogliosi i suoi genitori. Giada afferrava tutto ciò che la vita le offriva, perché aveva fatto quel gesto? Il perché diventa per Daria un’ossessione, capire il gesto della figlia forse era diventata l’unica cosa che le dava una ragione per alzarsi la mattina. La soluzione in realtà non doveva essere cercata così a fondo, era piuttosto chiaro ed evidente, i segnali c’erano e bisognava solo capirli, bastava andare alle origini e ricomporre il puzzle.

Adottare un bambino rientra nella categoria gesti straordinari. La seconda possibilità di vita serena che si offre a un altro essere umano è impareggiabile. Adottare però non significa cancellare la vita precedente di chi si accoglie nella propria famiglia e quindi se a un certo punto uno decide di ricostruire il proprio passato e cercare i propri genitori biologici non bisogna credere di non aver fatto il possibile per renderlo felice e amato. Quando Daria scopre cosa c’era davvero dietro ai progetti della figlia, ossia la ricerca di quella madre che non l’aveva voluta, si chiede dove aveva sbagliato, cosa non aveva dato alla figlia visto che si era affannata a cercare la donna che l’aveva abbandonata quando ce n’era una che l’aveva accolta. Oltre a subire il duro colpo di averla persa si aggiungeva pure quello.

L’amore che mi resta è un romanzo che si snoda su due tematiche: la perdita di un figlio con relativa elaborazione del lutto e la maternità. Non sono madre e il gesto di Daria di voler a tutti i costi un figlio l’ho letto come un gesto egoistico di una persona che non avendo un lavoro e avendo un rapporto ridotto a routine matrimoniale aveva bisogno di qualcosa che completasse la sua vita. Un figlio non dovrebbe mai essere qualcosa che arriva per tappare un’esigenza, si è completi prima di un figlio, prima di un amore. Detto questo però so cosa vuol dire perdere qualcuno. Certo perdere un padre non è come perdere un figlio, ma in ugual misura è un lutto che ti annienta e ti cambia. So cosa vuol dire quando all’improvviso la tua vita smette di avere senso, so cosa vuol dire quando all’improvviso l’assenza diventa lancinante e l’unica cosa che puoi sperare è che passi, ma sei consapevole che non passerà mai e allora impari semplicemente a conviverci. So cosa vuol dire quando devi trovare la forza di andare avanti facendoti bastare i ricordi e sapendo che ci saranno tante di quelle cose che non potrai più fare e tante di quelle cose che non potrai più dire.

L’Amore che mi resta è un romanzo che ti annienta e che nel mio caso ti porta a fare i conti con quel dolore irrisolto che si custodisce gelosamente in un angolino.

Magari domani resto

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    • Titolo: Magari domani resto
    • Autore: Lorenzo Marone
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 9 Febbraio 2017
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Luce Di Notte è il mio nome completo. Lo so, non è un nome, è ‘na figura e merd’

Basta una frase per comprendere il carattere di Luce e farci capire a che livello di cazzimma ci troviamo (non fatemi spiegare il significato di cazzimma, per favore).

Luce, avvocato, trentacinque anni e una laurea in giurisprudenza con ben 110 che le ha permesso di ottenere un lavoro presso uno studio legale che però la utilizza più per gli adempimenti che per le cause vere e proprie. Il proprietario, l’avvocato Arminio Geronimo è quello che dalle nostre parti si chiamerebbe rattuso, insomma uno che ci prova con qualsiasi tipo di donna gli capiti a tiro, quindi è più probabile che Luce abbia ottenuto il lavoro più perché donna che perché brava. Per quanto Luce a vederla sembrerebbe più un maschio (capello corto e look very casual) ha le forme giuste al posto giusto e figuriamoci se uno come l’avvocato questa cosa non l’ha notata. Cosa più importante Luce ha carattere, non le manda a dire a nessuno, tanto meno al suo capo e quando lui la sfinisce con le sue asfissianti avance di certo lei non lascia fare per paura di perdere il posto, anzi se non sta attento è capace pure che lo prende a mazzate.

Stanca di sembrare più una segretaria che un avvocato Luce si impunta per avere una causa vera e propria e l’avvocato decide di accontentarla affidandole un caso di affidamento di minore che la porterà a conoscere Kevin, un bambino dal nome assurdo ma dall’intelligenza straordinaria. La causa inoltre arriverà in un momento delicato della vita di Luce, uno di quei momenti che ti portano a fare bilanci e a chiudere i conti con il passato. Il passato di Luce è fatto dalla presenza straordinaria di due donne, sua madre e sua nonna, e dall’assenza di suo padre che pesa più di un macigno. Il presente non è che vada meglio, con un compagno che l’ha lasciata nel giro di due giorni, un fratello impegnato a costruirsi una vita lontano da Napoli; fortuna che c’è il cane Alleria e il suo vicino don Vittorio che con Luce condivide il pranzo e pillole di vita.

Magari domani resto è il primo libro che leggo di Lorenzo Marone e avevo nei suoi confronti dei pregiudizi (ammetto ingiustificati) che sono completamente spariti durante la lettura. La prima cosa che colpisce è di sicuro la protagonista. A Luce vuoi bene dalle prime righe e ti affezioni subito alla sua sgangherata vita. E’ un personaggio positivo così come è positivo tutto il libro. La cosa più bella è il calcio agli stereotipi che il libro vuole dare. Luce è dei quartieri spagnoli, luogo folkloristico di Napoli che nella maggioranza delle volte viene associato alla criminalità organizzata. Luce però è avvocato, una persona che ha studiato e che al massimo la criminalità la combatte, non ne resta invischiata. Luce è l’esempio tangibile che con solidi punti di riferimento, in questo caso la madre e la nonna, non importa dove nasci e cresci: il destino te lo crei tu, non lo scrive il luogo da dove provieni. Nei quartieri spagnoli non crescono solo i camorristi, tanto meno dalla Napoli bene non arrivano solo avvocati e dottori e questo è un discorso che si può e si deve ampliare a tutta Napoli. Ragionare per luoghi comuni non porta mai a niente di buono, impariamo a metterci alle spalle gli stereotipi.

La notte ha la mia voce

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    • Titolo: La notte ha la mia voce
    • Autrice: Alessandra Sarchi
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 7 Marzo 2017
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Tutti diciamo: racconta, ti ascolto. Ma sappiamo farci davvero carico di un racconto e delle sue conseguenze? Quasi mai.

Il primo termine che mi viene in mente per descrivere La notte ha la mia voce è potente. E’ un romanzo potente perché ti mette di fronte ad una realtà che nella quasi totalità dei casi non è la nostra: quella del mondo dei disabili. Se vediamo qualcuno in carrozzina il massimo che possiamo fare è sfoderare lo sguardo adatto alla circostanza e cioè quello di compassione (nella migliore delle ipotesi), oppure adottiamo la strategia del guarda e passa come se nulla fosse successo. Se la cosa non ci tocca perché dovrebbe interessarci, perché dovremmo fermarci e domandarci cosa vuol dire convivere con un corpo a metà?

Alessandra Sarchi con questo romanzo prova a raccontarcelo senza mai scadere nel banale, senza mai forzare il pedale dell’autocommiserazione giusto per andare a toccare le corde dell’emozione del lettore. L’autrice racconta una storia e che sia la sua storia personale è solo un dettaglio. La protagonista è una donna che ha visto la sua vita completamente rivoluzionata dopo un incidente che le ha fatto perdere l’uso delle gambe e che l’ha costretta su una sedia a rotelle. Quel dannato aggeggio che è parte costante delle sue giornate e a cui fatica ancora ad abituarsi, non come Giovanna che della sua protesi e della sua sedia ne ha fatti nuove estensioni del suo corpo.

E’ fondamentale l’incontro con Giovanna ribattezzata la Donnagatto sia per le sue abilità quasi feline e sia per il suo apparire e sparire come niente fosse proprio come fanno i gatti. La Donnagatto la educherà a quel mondo in cui involontariamente è entrata a far parte. La dinamicità della Donnagatto, la sua energia, le sue costanti invettive contro gli altri si andranno a scontrare con la sfiducia e l’avvilimento di una persona che probabilmente avrebbe preferito essere morta piuttosto che in quelle condizioni. La notte ha la mia voce infatti non è un libro che grida la bellezza della vita nonostante tutto, la fortuna di esserci anche se non interi, piuttosto racconta cosa vuol dire quando sei costretto a cambiare letteralmente la prospettiva del tuo mondo, perché se prima gli altri potevi guardarli dritto negli occhi ora devi osservare tutti dal basso e questo rende tutto più mortificante. L’empatia con la protagonista fatica a scattare, perché non possiamo immedesimarci e capire davvero cosa voglia dire passare il resto della propria vita seduti e alle costanti dipendenze degli altri, ma questo non vuol dire che non possiamo provare a comprendere il suo dolore e rispettarlo.

La notte ha la mia voce è un libro che ho adorato riga dopo riga ma che a differenza dei libri che mi prendono completamente non sono riuscita a leggerlo tutto d’un fiato, ho dovuto dosarlo in quanto intenso e doloroso. Doloroso non perché racconta il calvario ospedaliero o la riabilitazione, anzi l’autrice è stata bravissima a non fossilizzarsi su quegli aspetti di facile presa emotiva, ma doloroso perché mostra cosa è diventata oggi la sua vita e a cosa ha dovuto rinunciare (passioni come la danza o più banalmente le scarpe). Impossibile non leggerlo, impossibile non amarlo.

Ma dove sono finita io, che con la superficie ho perso contatto?

Ragione e sentimento

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    • Titolo: Ragione e sentimento
    • Autrice: Stefania Bertola
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 31 Gennaio 2017
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C’erano una volta Elinor e Marianne nell’Inghilterra del fine Settecento e ci sono oggi Eleonora e Marianna nella Torino dei giorni nostri. Gianandrea Cerrato, avvocato penalista, viene a mancare in seguito a un infarto stravolgendo del tutto la vita della famiglia composta dalla ormai vedova Maria Cristina e dalle tre figlie Eleonora, Marianna e Margherita. Oltre a fare i conti con il dolore che una morte prematura comporta, la famiglia deve vedersela anche con i debiti di gioco che l’avvocato aveva fatto trovare alle sue donne al posto di una cospicua eredità che almeno avrebbe garantito loro di mantenere il tenore di vita a cui si erano abituate. E certo perché Maria Cristina era il tipo di donna che nella vita a parte sposare un uomo di buon partito e mettere al mondo tre figlie non sapeva fare niente e non aveva mai fatto niente (a parte lamentarsi, quello lo faceva spesso e bene). Non solo, essendo la seconda moglie dell’avvocato, non era mai riuscita in vita ad attirare le simpatie del suocero che a Maria Cristina aveva sempre preferito la prima nuora morta da tempo e alle tre fanciulle preferiva nettamente il figlio di primo letto che era divenuto l’intestatario dei suoi beni. Per questo motivo morto Gianandrea la villa andava di diritto ad Edoardo che l’avrebbe lasciata volentieri ancora alla matrigna e alle sorellastre se non fosse che la moglie aveva già progettato come cambiarla e come spedire la servitù altrove.

Quindi fatti i bagagli le donne Cerrato si trasferiscono nel modesto appartamento messo a disposizione dal cugino Gianmaria (seguire tutte le parentele in questo libro è un’impresa) consapevoli di doversi dar da fare visto che non potevano contare solo sullo stipendio da insegnante di Eleonora. Da dire che la preoccupazione maggiore di Maria Cristina di certo non era che le figlie trovassero impiego ma che si sbrigassero a trovare marito e quindi il suo unico obiettivo era maritare le ragazze.

L’amore per le ragazze Cerreto aveva per ognuna un significato e una valenza diversa. Marianna era alla ricerca del grande amore, quello che leggeva nei sonetti di Shakespeare; era tanto sicura che un giorno l’avrebbe trovato che si stava conservando per il fortunato. Margherita era ancora piccola per le storie serie e al momento riversava tutto il suo ardore adolescenziale su ben due uomini, poco importa se uno era morto e l’altro era vecchio. Eleonora invece era così occupata a tenere l’unico barlume di ragione in quella famiglia di strampalate che all’amore poco ci credeva e poco ci pensava.

Ragione e sentimento di Stefania Bertola è una libera riscrittura in chiave ironica del celebre romanzo di Jane Austen. Come nell’originale anche qui si gioca molto sulla soggettività dell’amore ideale e sulla contrapposizione razionalità-emozionalità. Come Elinor e Marianne anche Eleonora e Marianna vedranno capovolgere le loro idee sull’amore facendo il contrario di ciò in cui avevano creduto fermamente per molto tempo. Per assurdo Eleonora la razionale sposerà l’uomo amato mentre Marianna dovrà mettere da parte il suo amore da favola ed accontentarsi di sposare colui che non era stato la sua prima scelta. Già Jane Austen con il suo libro prendeva in giro i romanzi d’amore dell’epoca, Stefania Bertola si appresta a fare dell’ironia sull’ironia ottenendo una lettura piacevole e a tratti irresistibile.

La figlia femmina

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    • Titolo: La figlia femmina
    • Autrice: Anna Giurickovic Dato
    • Editore: Fazi
    • Data di pubblicazione: 26 Gennaio 2017
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Ci sono libri di cui si è consapevoli che faranno male leggere. La figlia femmina rientra in questa categoria perché affronta un tema doloroso e controverso di cui per assurdo si parla poco: l’abuso sui minori. Nonostante i casi di cronaca ci assicurano che purtroppo fatti del genere accadono, l’abuso sui minori porta con sé tabù e reticenze che impediscono di parlarne.

Maria è cresciuta tra Rabat e Roma, figlia unica e forse per questo motivo immensamente amata dai suoi genitori. Silvia, sua madre, era spesso preoccupata dello strano comportamento di sua figlia che cambiava umore velocemente passando dalla calma all’aggressività, dalla contentezza alle lacrime nello stesso tempo di un battito di ciglia. Il marito invece in quella figlia che sua moglie non aveva paura di definire mostro non ci vedeva niente di strano. Era solo più intelligente rispetto ai bambini della sua età e i suoi cambi umorali erano dovuti a quello. Silvia dal suo canto non poteva che dar retta a quel marito che amava più della sua stessa vita e per cui si era messa contro l’intera famiglia che disapprovava l’unione vista la notevole differenza d’età.

Quando Giorgio muore precipitando inspiegabilmente dalla finestra il mondo di Silvia crolla. Per lei era impossibile andare avanti senza suo marito, senza il punto fermo fermo della sua vita; bisognava però farlo per amore della sua bambina che nonostante fosse legata visceralmente al padre non aveva versato neanche una lacrima. Sarà che era troppo piccola, sarà che ognuno reagisce al dolore in modo differente, ma Maria che aveva assistito alla scena e aveva visto svolgere l’incidente sotto i suoi occhi non mostrava alcun segno di turbamento. Silvia non poteva immaginare quello che succedeva la notte in camera della figlia. Non poteva immaginare che oltre alle favole che il marito raccontava alla figlia per farla addormentare succedesse dell’altro. I genitori hanno il dovere di difendere i figli dai pericoli del mondo esterno e dai mostri che lo abitano, ma cosa succede se il male arriva da chi ha il compito di proteggerci? Se l’orrore proviene da chi dovrebbe amarci? Cosa accade quando il mostro è uno dei nostri genitori?   

Sono passati degli anni dalla morte di Giorgio e sia Maria che Silvia hanno provato a mettersi alle spalle il dolore. Maria è una bella tredicenne che si porta addosso le insicurezze tipiche della sua età aggiunte a quelle della terribile esperienza vissuta, mentre Silvia prova a far ripartire la sua vita accanto a un nuovo uomo. E’ proprio Antonio che vuole presentare a sua figlia in una serata in cui Maria preso atto della sua avvenenza e consapevole di poter affascinare il suo corpo sembrerà voler sedurre il nuovo fidanzato della madre. Non ci vuole molto a capire che il tentativo di Maria è voler punire sua madre rea di non aver capito quello che accadeva sotto il suo tetto.

La figlia femmina è un esordio duro con passaggi che provocano rabbia e ribrezzo e il merito va all’autrice che ha trattato un tema forte ma in maniera delicata. Un libro che affronta un caso di una bambina violata dal suo stesso padre non si legge a cuor leggero; una storia in cui la sacrosanta infanzia e la purezza dei bambini non restano intatte non la dimentichi.

Un’imprecisa cosa felice

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  • Titolo: Un’imprecisa cosa felice
  • Autrice: Silvia Greco
  • Editore: Hacca
  • Data di pubblicazione: 2 Marzo 2017
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A volte è questione di attimi. Un minuto prima sei lì che cammini tranquillo e spensierato per strada e un secondo dopo ti ritrovi senza vita perché magari una macchina che sfrecciava ad alta velocità ti ha buttato sotto. In situazioni del genere, in morti così improvvise e dolorose non puoi che restare senza parole.

Nino e Marta sono accomunati da un destino simile. Entrambi hanno perso la persona amata in modo improvviso, ma per quanto strano a dirsi in un modo di certo stupido e che raccontandolo non può che provocare nell’altro un leggero sorriso o più sfacciatamente una fragorosa risata. Certo con la morte non si scherza e tanto meno si ride, ma sfido chiunque a non ridere se un vostro amico vi dicesse: mia zia è morta scivolando su una cacca di cane. Non vi verrebbe da ridere o trovarlo dannatamente assurdo? Sembra una scenetta da cabaret o da cartone animato, la classica scivolata sulla buccia di banana che fa sbellicare dal ridere. In quel caso però è finzione e l’attore si rialza come se niente gli fosse successo, mentre nei cartoni animati non muore mai nessuno sul serio.

La zia di Marta, Marisa, invece sulla cacca di cane è morta sul serio ed anche troppo presto provocando nell’amata nipote prima un rifiuto verso il mondo e poi una voglia di fuggire da quel paesino da cui ormai non si sentiva più legata. Senza la zia Marisa, la donna che del capannone aveva fatto un ospedale per i giocattoli rotti dei bambini di tutto il paese, che preparava le marmellate più buone del mondo a cui metteva nomi come marmellata per i giorni tristi e che soprattutto aveva fatto innamorare lo zio Ernesto e che lo aveva trasformato in perfetto gentiluomo nulla aveva più senso. Marisa e Ernesto erano la seconda famiglia di Marta o meglio la famiglia da mettere sullo stesso piano della mamma Erminia.

La mamma di Nino era morta di un colpo al cuore. Non un infarto ma un vero e proprio colpo provocato dalla vista del suo ex marito che se ne era andato di casa molti anni prima lasciando soli lei e il suo Nino. Non lo vedeva da anni e forse la sorpresa di ritrovarselo all’improvviso alla porta di casa era stata così inaspettata che il suo cuore non aveva retto. Il povero Nino si era ritrovato in un colpo senza la mamma ma aveva guadagnato due sorelline uguali e bionde che non parlavano la sua lingua e con un papà che non lo considerava uno scemo come la maggior parte delle altre persone e che gli avrebbe fatto fare tutto ciò che lui desiderava. A Nino bastava semplicemente tenere il bugigattolo vicino alla stazione, vendere gli oggetti che aveva all’interno e poter fantasticare sulla bellissima ragazza dalle orecchie leggermente a sventola.

Marta e Nino non avevano solo il destino che li accomunava e che li aveva fatti sfiorare quando erano ancora piccoli e manco se lo ricordavano , ma era un destino che anni dopo li avrebbe fatti incontrare in una situazione assurda in cui entrambi erano inconsapevolmente finiti e che li avrebbe legati al punto da dar vita a una splendida amicizia.

Un’imprecisa cosa felice è un romanzo che sprizza positività da tutte le righe. Si lascia leggere velocemente non solo perché le storie di Nino e Marta sono coinvolgenti ma anche perché è permeato da una costante positività. E’ allegro, spensierato e divertente e mostra che dalle difficoltà che la vita ci riserva possono sempre nascere cose buone e che è vero che certe volte la vita è dolorosa e dura, ma può cambiare in qualsiasi momento e può rimettersi sulla carrellata giusta e tornare ad essere solare.