Questo giorno che incombe | Antonella Lattanzi

Se dovessi pensare al luogo in cui mi sento più al sicuro, non avrei dubbi, sceglierei casa. Casa è dove ci sono i miei affetti, casa è dove mi sento me stessa, casa è dove conosco tutti gli angoli, casa è dove anche il buio non mi fa paura.

Francesca si trasferisce insieme al marito Massimo e alle due figlie Angela e Emma da Milano a Roma. Il motivo del trasferimento è dovuto al lavoro di Massimo, anche se Francesca è ben contenta della decisione di crescere le due figlie in un luogo molto più tranquillo rispetto a una metropoli e dove finalmente potrà trovare il tempo di dedicarsi al suo sogno nel cassetto: scrivere un libro per bambini.

Il quartiere dove la famiglia di Francesca si traferisce è il tipico quartiere tranquillo dove tutti conoscono tutti, dove tutti sono ben contenti di dare un caloroso benvenuto alla splendida famigliola e dove tendenzialmente non accade mai niente. Una tranquillità di fondo che spesso fa rima con noia e infatti poche settimane dopo il trasferimento Francesca inizia a sentirsi soffocata da quella tranquillità e dai sorrisi smaglianti dei vicini che sembrano che stiano lì a guardare, anzi spiare, ogni mossa che fa.

Un pomeriggio in quel quartiere in cui tendenzialmente non succede mai niente scompare una bambina del condominio di Francesca, Teresa, un’amichetta di sua figlia Angela. Com’è stato possibile che quei vicini che sanno tutto di tutti e che spiano in continuazione cosa fanno gli altri non hanno visto chi ha preso Teresa? Quel drammatico evento squarcia la tranquillità del posto getta Francesca nell’angoscia più pura. Il luogo che pensava essere il più sicuro in assoluto diventa il luogo in cui tutte le paranoie e i pensieri malsani la assalgono e la soffocano. Meglio a un’altra che a me, sembra confessare a sé stessa Francesca. Meglio la figlia di un’altra persona che una delle due miei bambine. È un pensiero atroce, ma sembra essere l’unico pensiero che la tiene a un passo lontano dalla follia.

C’è Massimo che sembra non comprendere la paura in cui Francesca è sprofondata e ci sono i vicini convinti che Teresa prima o poi tornerà e che il mostro non è da trovare all’interno, perché i condomini sono tutte brave persone e il condominio è come una sorta di seconda famiglia. Il colpevole, però, bisogna trovarlo e poco importa se è colui che effettivamente ha fatto del male alla piccola Teresina. Bisogna dare un volto al mostro, bisogna farlo in fretta, perché così questa sarà una storia da mettersi alle spalle e si potrà tornare alla normalità.

Antonella Lattanzi in Questo giorno che incombe, Harper Collins, rielabora una storia di cronaca nera realmente successa. L’autrice, abilmente, utilizza il pretesto della scomparsa di una bambina per raccontarci tutt’altra storia. Il filo della narrazione è mosso da altri tasselli che pagina dopo pagina si incastrano perfettamente tra loro. C’è la maternità, con le sue gioie e i suoi dolori, c’è il matrimonio, con le sue difficoltà di coppia e col prezzo da pagare sempre più alto uno dei due, c’è la diceria, tipica dei posti piccoli, che da chiacchiera leggera diventa voce maligna e in breve vera e propria croce da portare addosso.

Siamo a febbraio e incoronare questo libro come miglior libro di questo 2021 è presto, me ne rendo conto. Facciamo che ci aggiorniamo a fine anno, voi nel frattempo leggetelo e poi mi dite.

  • Titolo: Quel giorno che incombe
  • Autrice: Antonella Lattanzi
  • Casa Editrice: Harper Collins
  • Data di pubblicazione: 14 Gennaio 2021

L’amore è eterno… no | Tre storie (non) d’amore!

È giunta oggi in tutto il suo splendore la festa degli innamorati. Non conosco festa più divisiva di questa con da un lato le coppiette felici che festeggiano il loro amore a suon di regalini e pensieri romantici per il proprio amato e dall’altro chi questa festa proprio non la può sopportare, additandola come l’ennesima trovata consumista volta solo a far spendere denaro al grido di l’amore non si celebra solo una volta l’anno.

Tra i due io mi colloco volentieri nel mezzo, anzi, di questa celebrazione me ne importa tanto quanto le oscillazioni dei titoli in borsa: meno di zero. Al tempo stesso se volete dire al mondo che vi amate fatelo tranquillamente, mi giro a guardare dall’altra parte.

La domanda che tutti vi state ponendo (vi vedo tutti lì intenti a googlarlo è): ma perché San Valentino è la festa degli innamorati? Dobbiamo fare un bel passo indietro nel tempo (quanto mi sento Alberto Angela quando faccio così) e arrivare al 496 d.C. quando il papa Gelasio I decise di mettere fine ai lupercalia, i riti che i romani facevano in onore del dio della fertilità Luperco. I riti si svolgevano durante alcuni giorni di febbraio e culminavano il 15 di questo mese ed erano legati alla purificazione e alla fecondità. Il rito legato alla fertilità prevedeva delle frustrate alle donne da parte degli uomini e loro erano ben contente di partecipare, proprio perché questo era di buon auspicio in caso di gravidanza. Papa Gelasio ritenne questi riti privi di morale, motivo per cui decise di istituire il giorno precedente, e cioè il 14, una festa dedicata agli innamorati, una festa che rispolverava il concetto dell’amore puro privo di sessualizzazione.

Tutto questo si lega poco alla figura di San Valentino e qui entra in gioco la leggenda secondo cui il santo avrebbe regalato a una fanciulla la somma necessaria come dote per il suo matrimonio e questo atto generoso del santo lo ha eletto come protettore degli innamorati.

Se ci spostiamo in campo letterario il merito, invece, è tutto da dare a Geoffrey Chaucer che in onore del matrimonio tra Riccardo II e Anna di Boemia scrisse un poema di 700 versi in cui associava San Valentino a Cupido.

Veniamo a tre storie d’amore da leggere per celebrare questa festa degli innamorati.

Faccio una dovuta premessa: l’amore è in tantissime forme. Si può amare senza essere ricambiati. Si può continuare ad amare una persona del passato che non fa più parte della nostra vita. Si può amare una persona che è impegnata con un’altra: insomma, l’amore ha tante di quelle forme che ci metterei una vita a elencarle tutte. I libri da me scelti non sono libri col vissero tutti felici e contenti, perché l’amore è anche e soprattutto sofferenza e se siete alla ricerca di quel tipo d’amore, leggetevi un Harmony e lasciate perdere me.

L’amore, come dicevo, può essere quello da due persone che si amano, ma che non riescono a stare insieme e che mettono su un tira e molla continuo degno di Ridge e Brooke di Beautiful. Una delle storie d’amore più autentiche degli ultimi anni è quella che sapientemente racconta Sally Rooney in Persone normali, Einaudi. Marianne e Connell si conoscono quando entrambi frequentano lo stesso liceo. Lui il ragazzo popolare, lei quella considerata sfigata. Si piacciono, si amano, ma la loro storia resta solo affar proprio. Si lasciano, vanno al college, la situazione si ribalta con Marianne che acquista fiducia e diventa l’anima delle feste e Connell che non si sente di appartenere a quel mondo. Si riprendono, ma anche questa volta le cose non sembrano funzionare e la rottura è proprio lì dietro l’angolo. Se siete alla ricerca di relazioni disfunzionali, questa fa al caso vostro.

Lui, lei, l’altra. Niente di nuovo sul fronte occidentale mi verrebbe da dire. Ne Il ritratto di Ilaria Berdardini, Mondadori, abbiamo una lei, scrittrice di successo conosciuta in tutto il mondo e abbiamo lui, imprenditore noto. Piccolo particolare: lui è sposato con una pittrice anche lei famosa. Succede che lui ha un ictus e l’unico modo che ha l’amante per avere sue notizie è quello di commissionare un ritratto alla moglie pur di avere informazioni sulle sue condizioni di salute. L’ho detto, l’amore ha tante forme e questa storia ne è la prova.

Siete mai stati innamorati di una puttana? Ottanta rose mezz’ora di Cristiano Cavina, Marcos y Marcos, esordisce così, spiazzando subito il lettore. Ci sono due persone che si incontrano, si piacciono e si innamorano. C’è una ragazza che stanca di dover far fronte ai debiti pensa di aver avuto l’idea che la salverà: farsi pagare per mezz’ora di sesso. C’è un lui che pur di non perdere la sua amata decide di assecondarla in questa folle idea. Se siete ancorati all’idea di amore romantico, di rose rosse da regalare al primo appuntamento, di stucchevoli dichiarazioni d’amore stile baci perugina ve lo dico: questo romanzo non fa per voi. Se pensate che l’amore sia trascinante, dissoluto, sporco, allora mettetevi comodi che questa storia sarà nelle vostre corde e vedrete che le uniche rose saranno quelle che indicano la tariffa di Sammi: ottanta rose, mezz’ora.

Di libri necessari|Matt Haig e Paolo Milone

Gennaio è stato un mese strano per quanto riguarda le letture, anzi, gennaio è stato un mese strano. Avete presente quella sensazione di non voler fare niente? Non parlo di ozio fine a se stesso, parlo di quella cosa per cui niente ci smuove. Gennaio è stato un lungo letargo in cui la maggior parte dei libri che ho iniziato, li ho messi via dopo poche pagine e le poche serie TV che ho visto, le ho viste in un modo così superficiale che a stento le ricordo.

Non nascondo che tutta la situazione che stiamo vivendo inizia a pesare a livello emotivo, ma sarà solo quello? I libri sono da sempre il mio conforto e il mio rifugio e se anche un libro non è capace di proiettarmi altrove, allora il fatto è grave e la situazione è serie.
Gennaio è quindi stato un mese in cui sono passata da una lettura all’altra, ma poche hanno fatto davvero breccia nel mio cuore da lettrice.

Un discorso diverso va fatto per due dei libri che mi hanno fatto compagnia in queste ultime settimane e cioè «Ragioni per continuare a vivere» di Matt Haig (Edizioni E/O) e «L’arte di legare le persone» di Paolo Milone (Einaudi).
Nel primo lo scrittore si mette a nudo raccontando il suo periodo più buio in cui si è ritrovato a fare i conti con una forte depressione e con l’ansia. Paolo Milone, qui al suo esordio, racconta i suoi oltre quaranta anni come medico nel reparto di Psichiatria d’urgenza a Genova. La malattia mentale raccontata da una parte da chi l’ha vissuta sulla propria pelle e dall’altra da chi la vede ogni giorno sulle persone che cerca di curare. Mi tocca scomodare uno dei termini che più detesto quando si parla di libri, ma in entrambi i casi non posso che dire che questi sono libri necessari, perché ancora oggi la malattia mentale è un tabù, ancora oggi si confonde depressione con tristezza e ansia con eccessiva emotività e soprattutto ancora oggi i pregiudizi legati alla malattia mentale sono tanti, sono troppi.

Sei depresso? Esci, vedi qualcuno. Sei ansioso? Non ci pensare, pensa ad altro. In «Ragioni per continuare a vivere», Matt Haig racconta di quanto facile sia cadere in depressione e quanto difficile sia rialzarsi e soprattutto racconta le montagne russe emotive che questo male oscuro provoca. Paolo Milone pagina dopo pagina, invece, ci porta tra le storie di chi combatte, di chi vince, di chi perde, di chi si arrende e di chi ad arrendersi non vuole pensarci affatto.
Sono due libri diversi eppure legati indissolubilmente tra loro.

Non vorrei dire che sono due libri che dovrebbero leggere tutti, ma dico che sono due libri che dovrebbero leggere tutti.

  • Titolo: Ragioni per continuare a vivere
  • Autore: Matt Haig
  • Casa editrice: Edizioni E/O
  • Data di pubblicazione: 4 Giugno 2020
  • Titolo: L’arte di legare le persone
  • Autore: Paolo Milone
  • Casa editrice: Einaudi
  • Data di pubblicazione 19 Gennaio 2021

Di libri che leggeremo a gennaio|

Bentrovate personcine belle e buon 2021 (scusate il ritardo). Non so voi, ma dopo una lunga pausa è sempre difficile per me riprendere le abitudini. Le mi letture vanno a rilento e la voglia di mettere nero su bianco le impressioni dei primi libri dell’anno letti al momento non c’è e quindi perdonate questo post fatto di chicchiericcio inutile, ma ogni tanto facciamoci prendere dalle futilità.

È mia abitudine nei primi giorni dell’anno appuntarmi le uscite più attese e interessanti che ci accompagneranno nei prossimi mesi e quindi questo post sarà una sorta di calendario delle uscite di gennaio che ho segnato sulla mia agenda e che spero davvero di leggere: prendete carta e penna e non dimenticate di prendere appunti.

Si parte il 7 gennaio con l’uscita dell’esordiente Carmen Barbieri per Feltrinelli con Cercando il mio nome, un romanzo che non ha paura di mostrare il dolore nella sua essenza e nella sua forma più cruda. Rimanendo in tema esordienti napoletani (perché lo sapete che per me gli scrittori napoletani so piezz’ e cor) il 19 gennaio arriva in libreria per Mondadori il romanzo di Gianluca Nativo Il primo che passa, il racconto della nascita di un amore giovane in una Napoli periferica che mostra come sempre da una parte il degrado e dell’altra la bellezza. Il 14 gennaio è il turno di Raven Leilani con Chiaroscuro targato Feltrinelli, romanzo che ho già avuto la fortuna e il piacere di leggere in anteprima e che racconta di questa generazione (la mia) che fa fatica a trovare il proprio posto sul mondo e Antonella Lattanzi con Questo giorno che incombe per Harper Collins, romanzo già in odore di Premio Strega che racconta un fatto di cronaca realmente accaduto.

Il 19 gennaio arriva per Einaudi il romanzo di Paolo Milone L’arte di legare le cose, un libro che si preannuncia forte e doloroso e che racconta come se fosse un diario personale la storia di un reparto di Psichiatria d’urgenza dove Paolo Milone ha lavorato per ben quarant’anni.

Il 21 esce per Ora che eravamo libere di Harriette Roosenburg, un best seller degli anni cinquanta che Fazi riporta in libreria, un intenso memoir sulle pagine più dolorose della nostra storia recente e dello stesso avviso il libro di Simon Stranger Il solo modo per dirsi addio che arriverà in libreria il 26 gennaio per Einaudi Stile Libero.

Per concludere il ritorno in libreria di due scrittrici che amo molto e cioè Mazo de la Roche che con La fortuna di Finch il 28 gennaio ci riporta nella splendida tenuta di Jalna (Fazi) e Mariapia Veladiano che il 21 gennaio torna con Adesso che sei qui per Guanda, una storia di affetti familiari e di donna che sanno amare.

2020, adiós | Qualche chiacchiera e la classifica dei post più letti dell’anno

L’ultimo post del blog di solito riguarda il bilancio dell’anno appena passato e mentre sono qui al pc a cercare di scrivere qualcosa mi chiedo: ma bilancio di cosa?

Facciamo cosi, prima di pensare a cosa scrivere vi lascio i dieci post più letti sul blog in questi dodici mesi, sempre di bilancio si tratta (e come sempre, grazie a tutti, se questo blog va avanti è merito di chi ogni giorno si prende del tempo per leggermi)

  1. Il treno dei bambini. Viola Ardone (Einaudi)
  2. Troppo freddo per settembre. Maurizio de Giovanni (Einaudi)
  3. Fiori per i bastardi di Pizzofalcone. Maurizio de Giovanni (Einaudi)
  4. I valori che contano. Avrei preferito non scoprirli. Diego De Silva (Einaudi)
  5. La città dei vivi. Nicola Lagioia (Einaudi)
  6. I delitti della salina. Francesco Abate (Einaudi)
  7. Le gratitudini. Delphine De Vigan (Einaudi)
  8. Inventario di un cuore in allarme. Lorenzo Marone (Einaudi)
  9. Giovanissimi. Alessio Forgione (NN Editore)
  10. Malinverno. Domenico Dara (Feltrinelli)

Il 2020 è l’anno da dimenticare, l’anno da cancellare, l’anno che non voglio più sentire nominare, invece qualcosa mi dice che sarà l’anno che rimarrà impresso nella nostra memoria a lungo. È stato l’anno in cui abbiamo familiarizzato con parole come lockdown, quarantena, zona rossa, DPCM e affetti stabili. È stato l’anno in cui abbiamo iniziato a commentare le affermazioni dei virologi come di solito commentiamo l’oroscopo di Paolo Fox: non capendoci niente. È stato l’anno in cui aspettavamo le conferenze stampa di Giuseppi Conte come si aspetta la prima serata di Sanremo (che succede? dov’è Bugo?). È stato l’anno in cui abbiamo dovuto mettere tutto in pausa: progetti, desideri, sogni. È stato l’anno in cui ci siamo sentiti soli, in cui tutte le nostre certezze sono crollate, l’anno in cui nessuno a un certo punto ha più creduto all’andrà tutto bene, perché niente è andato bene e tanto meno ne siamo usciti migliori.

Questo è stato l’anno più difficile in assoluto e credo di parlare a nome di molti. Per chi vive condizioni di precarietà, la pandemia è stata come la ciliegina sulla torta, in senso negativo ça va sans dire. Abbiamo preso i progetti e i sogni e li abbiamo messi in un cassetto a cui abbiamo dato due mandate, perché chissà quando potremmo riaprirlo. Quando mi sono messa al pc per cercare di scrivere qualcosa, l’intenzione non era quella di deprimervi, davvero, quindi adesso facciamo che cambio discorso e alleggeriamo i toni.

Come detto su, la pandemia ha rallentato tutto, ma qualcosina si è salvato. Il Maggio Dei Libri è andato in onda per sei mesi in forma digitale e ha cercato di coinvolgere quanti più lettori possibili: posso dire di essere fierissima di averne fatto parte in qualità di blogger per il terzo anno consecutivo? Certo che posso. (Sul sito del Maggio e su Il Libraio trovate anche me). Io Leggo Perché ha pagato le conseguenze della situazione, per cui non è stato possibile fare incontri in presenza: ci rifaremo il prossimo anno (anche se è stato un piacere collegarmi digitalmente con i ragazzi del liceo classico del paesello). Le presentazioni dei libri sono una delle tante cose che mi sono mancate e non vedo l’ora di poter assistere di nuovo agli incontri e di poterli organizzare, ma nel frattempo un ringraziamento speciale alle case editrici che mi hanno dato l’opportunità di poter parlare con gli autori anche solo di remoto (ma i filtri su Zoom li vogliamo mettere o no?).

A questo punto dovrei dire i buoni propostiti per il 2021, ma chi ce crede!

Buon anno, lettori. Ci leggiamo presto.