Letture belle e dove trovarle| Altri consigli estivi (sempre non richiesti)

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Nei mesi scorsi mi sono lamentata molto del fatto che non riuscissi a leggere. Tutte quelle ore a disposizione mi sembravano così sprecate di fronte al fatto che potevo recuperare i tanti libri che di volta in volta segno sulla mia lista di letture mentale. Molti altri lettori mi dicevano di stare nella mia stessa situazione e che non c’era nulla da preoccuparsi. Se guardo i numeri, però, mi accorgo che sono in media con gli altri mesi quindi ho passato settimane a lamentarmi inutilmente; l’unica cosa ad essere cambiata era il mio approccio alla lettura, divenuto sfasato, con giornate in cui non riuscivo a leggere mezza riga e giornate in cui ero capace di leggerne due dall’inizio alla fine.

Dei libri che mi hanno fatto compagnia nelle settimane di quarantena non ho più avuto modo di parlarne in maniera più dettagliata e colgo adesso l’occasione così che siano di ispirazione a chi sta cercando letture da portare con sé in vacanza.

«Il ritratto» di Ilaria Bernardini è entrato di diritto tra le letture più belle di questo 2020. Cosa fai quando il tuo amante viene colpito da un ictus e non sai come avere sue notizie? Semplice, commissioni un ritratto alla moglie di lui in modo da poterti introdurre nell’intimità della loro casa senza destare sospetti e sincerarti delle condizioni del tuo lui. Il triangolo no, non lo avevo considerato, il triangolo sì, e che bel triangolo quello tra la scrittrice Valeria Costas, l’imprenditore Martìn Aclà e la moglie pittrice Isla. «Tutto chiede salvezza» di Daniele Mencarelli fresco vincitore del Premio Strega Giovani è un libro che vi annienterà. Daniele ha vent’anni quando in seguito ad un episodio di forte rabbia e violenza viene sottoposto a un TSO. Per sei giorni la sua vita sarà confinata in una stanza d’ospedale con altri compagni di stanza, ognuno con la propria storia di vita che li ha condotti lì. Delicato e potente come solo i bei libri sanno essere, il libro di Daniele Mencarelli assesterà molti pugni nello stomaco durante la lettura, ma credetemi che ne varrà la pena. Chiudiamo con un libro più leggero, dove leggero non è un’offesa, semmai una bellissima qualità, specie quando si ha bisogno di staccare la spina ed evadere un po’ con la mente. «Caffè Voltaire» di Laura Campiglio è la storia di Anna, ma credetemi potrebbe essere la storia di tutti quelli che vanno avanti a lavoretti e collaborazioni ed arrivano a quasi quarant’anni senza aver mai avuto una stabilità lavorativa. Proprio per questo motivo, Anna è costretta ad accettare tutto quello che le viene proposto e quando due giornali concorrenti con idee politiche diametralmente opposte le offrono una rubrica che racconti la politica dei giorni nostri, lei è costretta ad accettare, non senza i mille problemi che ne deriveranno. Vi verrà da sorridere, ma se vivete la situazione di Anna vi accorgerete che non c’è niente da ridere, semmai c’è da piangere.

«Carlo è uscito da solo» di Enzo Gianmaria Napolillo, altro libro della mia personale classifica dei libri più belli di questo 2020. Carlo ha trentatré anni e da quando era adolescente non esce mai da solo. Il padre lo asseconda, la madre si è rassegnata, la sorella lo protegge. Il perché di questa scelta è dovuto a un trauma accadutogli durante gli anni in cui frequentava la scuola media; un trauma che lo ha condizionato a tal punto da non riuscire più a vivere normalmente. Le cose cambiano quando una mattina conosce Leda, la nuova cameriera del bar in cui Carlo e il padre sono soliti fare colazione. Leda lo trascinerà con la forza dell’amore fuori da quel dolore riportandolo alla vita. «Il mio anno di riposo e oblio» di Ottessa Moshfegh. Chi non ci ha mai pensato almeno una volta sta mentendo, ossia dormire fino a quando il dolore che ci portiamo dentro svanisca del tutto è il sogno di molti o almeno il mio lo è. La protagonista è bella, ricca al punto da non aver bisogno di lavorare, con una sola amica che possa definire tale e una storia d’amore che l’ha portata a questa scelta: addormentarsi assumendo quanti più farmaci possibili e svegliarsi quando sarà guarita e potrà riaffacciarsi alla vita: non fatelo a casa. «Spigole» di Tito Faraci non l’ho letto in quarantena, ma mi è piaciuto così tanto che non potevo ometterlo. Ettore Lisio è un fumettista di fama e talento arrivato a un punto della vita in cui il lavoro è più preoccupazioni che altro. Zero inventiva, zero creatività, gli elementi fondamentali per chi crea storie. Sarebbe tutto più semplice se facesse un lavoro normale, tipo vendere spigole. Un cartello con scritto affittasi gli dà la spinta per decidersi a cambiare vita, se non fosse che nel giro di poco si ritroverà in una situazione più assurda di quelle che scrive in cui tirerà in mezzo i suoi amici di sempre.

«L’intellettuale antifascista» di Angelo D’Orsi. Sono affascinata da sempre dalla storia personale di Leone Ginzburg e quando ho visto che Neri Pozza avrebbe pubblicato un libro a lui dedicato non potevo che leggerlo. L’infanzia, il liceo a Torino dove incontrerà gli amici di sempre, il lavoro nella formazione della casa editrice Einaudi, l’impegno civile e politico e soprattutto l’amore con Natalia, il tutto ben raccontato in questo imperdibile ritratto. «I Goldbaum» di Natasha Solomon; le donne Goldbaum sposano gli uomini Goldbaum, perché la ricchezza e la potenza di questa dinastia ebrea devono rimanere in famiglia. Quindi Greta sposa Albert e si trasferisce da Vienna a Londra, con un matrimonio che inizialmente sarà impregnato di difficoltà e successivamente sarà pieno d’amore: garantisco, vi farà sognare molto. Per chiudere questa carrellata di consigli «Sette opere di misericordia» di Piera Ventre un viaggio nella miseria di una Napoli di qualche decennio fa dove si snodano le vite di Cristoforo Imparato, custode di un cimitero, di sua moglie Luisa e dei suoi figli Rita e Nicola. Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo e a disgrazia la famiglia Imparato non fa eccezione; ogni componente ha il proprio carico di malessere che cerca di nascondere all’altro, ogni componente cerca uno spazio in cui essere felice il tutto sullo sfondo della tragedia nazionale di Vermicino che scandisce il tempo di questa meravigliosa storia.

Guida all’acquisto| Einaudi Edition!

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Estate tempo di partenze, estate tempo di vacanze, ma soprattutto estate tempo di consigli di lettura: quante liste dei libri da leggere assolutamente sotto l’ombrellone avete già letto? Dirò una cosa: a me le liste di lettura piacciono. Certo, ci sono più liste che lettori, ma per me è l’occasione di fare il punto sulle mie letture, vedere quello che ho già letto e segnare quello che vorrei leggere.

Questa è una lista di letture Einaudi Edition, visto che dal 3 luglio fino al 31 agosto con l’acquisto di due libri Einaudi avrete in omaggio una borsa in tela con il marchio dello struzzo (c’è blu e grigia, lo dico per amore di informazione).

I più maliziosi staranno pensando: eccola, ci mancava il post marchetta, chissà quanto l’hanno pagata per dirci due titoli che potevamo cercare da soli. Mi spiace deludervi, soldi non ne ho visti, né tanto meno mi è stato chiesto: amo la Einaudi e questo lo sanno anche i sassi, ne leggo tanti e mi andava di fare una veloce guida agli acquisti visto che sono due anni che ripropongo quella dedicata agli Stile Libero ed avevo voglia di aggiornarla. Prendetevi questi consigli senza fare troppe storie.

Tre libri da poco usciti

«Ricordati di Bach» di Alice Cappagli. Cecilia ha otto anni quando un incidente lede il nervo di una mano e lei di tutta risposta decide di iniziare a prendere lezioni di violino. Le passioni che condizionano la vita e le segnano una volta per tutte e la tenacia che serve per dare la direzione che vogliamo al nostro destino.

  • «I valori che contano» di Diego De Silva. L’avvocato Vincenzo Malinconico è finalmente tornato, questa volte alle prese con una ragazza che piomba sul pianerottolo di casa sua in mutande e con la scoperta di quella cosa chiamata malattia che quando irrompe nella vita scombussola le carte e definisce i valori che contano, ma quelli che contano davvero.
  • «L’assassino ci vede benissimo» di Christian Frascella. Sempre in temi di ritorni, è tornato anche Contrera con un carico di guai che cresce di volta in volta, situazioni assurde in cui riesce ad infilarsi e un delitto da risolvere nel giro di una notte per evitare che la situazione degeneri fino alla follia. Egocentrico ed egoista come pochi, ma forse lo amo proprio per questo.

Tre libri ET

«Resto qui» di Marco Balzano. Libro del cuore numero uno (e come mai non ha vinto il Premio Strega lo avete capito?). La storia di Trina e il senso di appartenenza al proprio territorio da difendere come se fosse una persona amata.

  • «L’animale che mi porto dentro» di Francesco Piccolo. Libro del cuore numero due. Andare sotto la superficie del maschio non è cosa semplice, anche perché spesso sotto la superficie non c’è niente. Battute ovvie a parte, il maschio in tutta la sua essenza e nelle sue mille sfaccettature.
  • «Persone normali» di Sally Rooney. Libro del cuore numero tre. Su questo libro ho detto tanto, anzi ho detto troppo. Dico solo che la serie TV tratta dal libro arriva finalmente in Italia il 16 luglio sulla piattaforma Starzplay e quindi se non avete letto ancora il libro, adesso non avete più scuse.

Tre Stile Libero

«Insegnami la tempesta» di Emanuela Canepa. Quanto è difficile essere madri, ma spesso quanto è difficile essere figlie. Tre donne, una madre, la figlia e una suora, i conflitti tenuti dentro e che poco alla volta si svelano e soprattutto i legami e le difficoltà che spesso abbiamo nel costruirli e nel portarli avanti.

  • «L’invenzione di noi due» di Matteo Bussola. Milo e Nadia sono una coppia in crisi e Milo per riconquistare la moglie decide di scriverle delle lettere con la speranza di farla innamorare di nuovo di lui. Sarò sincera; i personaggi li avrei strangolati più e più volte durante la lettura, ma la storia è bella si legge con velocità ed interesse.
  • «Tre passi nel delitto» di Cassar Scalia, De Cataldo e de Giovanni. Questo libro è in uscita il 16 luglio ed è un libro che metto sulla fiducia che ho nei confronti di questi tre maestri del giallo italiano (potevo fare una guida senza mettere almeno un libro del maestro Maurizio? Eh no).

Chiudo alla grande, con tre libri di Cesare Pavese che non hanno bisogno di presentazioni.

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)| Diego De Silva

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Una ragazza in mutande bussa alla vostra porta. Opzione A: richiudete gentilmente la porta ché in questi fatti poco chiari voi non ci volete entrare. Opzione B: la lasciate entrare. Se avete optato per la prima rientrate nel 99% della popolazione, se invece la lasciate entrare, le permettete di infilarsi nel vostro letto per crearsi un alibi credibile e infine le date il permesso per una doccia veloce, allora siete Vincenzo Malinconico.  

Quanto ci era mancato l’avvocato più inconcludente di tutti. Attenzione però, che Vincenzo Malinconico ha fatto carriera quindi un minimo di rispetto gli è dovuto. Ebbene sì, dove aver lasciato quel piccolo bugigattolo che spacciava per loft che condivideva con Espedito, l’avvocato è approdato nello studio di Benny Lacalamita in qualità di socio (più o meno), con uno studio tutto suo di oltre cento metri quadri, nessun oggetto made in Ikea e addirittura una segretaria personale di nome Addolorata (o forse Costernata o Desolata, una donna di sicuro afflitta, giusto per capirci).   

Sentimentalmente ci sarebbe una relazione con Veronica, ma la parola relazione è vietata in sua presenza e al momento la storia senza impegno va in scena giusto in svariate stanze d’albergo, per sottolineare il non volersi impegnare seriamente di lei, fosse per lui Veronica avrebbe già il suo spazzolino e la sua parte d’armadio a casa sua.  

Torniamo alla ragazza in mutande. Nel palazzo di Malinconico e più precisamente al quarto piano, è ubicato un bordello, cosa di cui l’avvocato era ignaro e la signorina dai pochi indumenti addosso stava scappando da una retata in corso quando ha suonato alla porta di Vincenzo che come avrete ormai capito l’ha fatta entrare senza indugi. Venere, il suo nome, fiera di essere una prostituta, oltre all’ospitalità, chiederà in un secondo incontro di essere patrocinata da Malinconico che a sua volta scoprirà che la ragazza è la figlia del sindaco e che si trova in guai abbastanza seri che potrebbero compromettere la carriera paterna e non solo.  

E poi succede cosi, all’improvviso, scoprire qualcosa sul tuo corpo che non dovrebbe esserci. Ti allarmi e cerchi di essere calmo. Consulti un dottore, perché ti vuoi togliere il dubbio e dormire tranquillo. Il dottore però non ti alleggerisce il carico, ma ci mette del suo e allora il campanello d’allarme inizia a suonare sul serio e in breve tempo la tua vita cambia rotta, inverte la marcia e ti trovi a dover affrontare una cosa che ti spaventa già solo pronunciarla. La malattia quando arriva, irrompe e spazza tutto e ristabilisce quelli che sono i valori che contano; i figli, anche se Alfio gli nasconde sempre tutto e Alagia che ormai vive a Padova per colpa di Heidegger, una compagna che forse lo ama davvero, un lavoro che dopo tutto dà soddisfazioni e tutte quelle cose che diamo per scontate, ma che quando stiamo per perderle ci mancano tanto, come un semplice tramonto in compagnia delle persone che amiamo.  

Diego De Silva con I valori che contano ci riporta un Vincenzo Malinconico in tutto il suo splendore che in qualche riga riuscirà nell’impresa di farci commuovere: tranquilli però che già in quella successiva ne dirà una delle sue e la normalità sarà ristabilita.  

  • Titolo: I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)
  • Autore: Diego De Silva
  • Casa editrice: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 3 Giugno 2020

Il Maggio del Libri 2020| Napoli Leggendaria

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«È per l’amore: voi certamente sapete che tutte le cose a Napoli, dalle pietre al cielo, sono innamorate».

Leggende napoletane. Matilde Serao

Se c’è un sentimento che plasma Napoli quello è l’amore e non a caso molte delle leggende nate e tramandate sono leggende d’amore, un amore nella maggior parte dei casi sofferto, crudele e tragico, parabola di una città di cui ci si innamora all’istante e che al tempo stesso di quell’amore ci fa soffrire, costringendoci ad un odi et amo eterno.

«Ma il mare dove finisce il dolore è il mare di Posillipo, il glauco mare che prende tutte le tinte, che si adorna di tutte le bellezze».

Leggende napoletane. Matilde Serao

«La strada per arrivare a Nisida è lunga e in salita, e tenere tutto assieme è faticoso, e fare tutto bene è impossibile».

Almarina. Valeria Parrella

Si racconta di un bel giovanotto amato da tutti che si chiamava Posillipo il cui animo era infelice a causa di un amore non corrisposto per una fanciulla di campagna tanto bella quanto fredda che si chiamava Nisida. Non potendo sopportare la vista di Nisida, Posillipo decise di farla finita buttandosi in mare. I Fati non accettando il destino trasformarono lui in un poggio che si bagna in mare e lei in uno scoglio posizionato di fronte. Il poggio è diventato un luogo di bellezza ammirato da tutti, lo scoglio invece ospita un carcere minorile che raccoglie i lamenti e la disperazione di chi è costretto a soggiornarci.

«Si davano appuntamenti al Virgiliano, a Posillipo o sulla collina di Capodimonte, nel bosco attorno alle mura del museo nelle cui sale Lorenzo aveva ammirato la Flagellazione di Cristo di Caravaggio».

Sette opere di misericordia. Piera Ventre

Leggenda vuole che lui non amasse la città. Preferiva la quiete del bosco dove solo e triste camminava. In città c’era una fanciulla che si struggeva d’amore per lui, ma il pensiero di lui era rivolto ad un altro amore, un amore ignoto e indefinito che vide comparire una mattina d’inverno, in una forma senza forma, una forma fatta della stessa consistenza dell’aria. Quando lui si avvicinò, lei subito scomparve. Disperato, la invocò con tutte le forze, sperando di poterla rivedere e lei ogni giorno iniziò a concedersi sempre di più. Compariva, sorrideva e lo salutava. Non parlava mai, la voce le tremava e le moriva in gola, ma lo ascoltava sempre e ogni giorno rimaneva sempre di più con lui che tanto l’amava. In un crepuscolo d’autunno lui nella disperazione totale le chiese: mi ami?. Sì, rispose lei e lui in un impeto di passione l’abbracciò. Si sentì un rumore orribile, uno scricchiolio assordante. Lei cadde al suolo frantumandosi in tanti cocci di porcellana.

«E adesso, mentre si avviava verso Poggioreale per l’appuntamento con l’avvocato Moscato, era ben lieto di risultare pressoché sconosciuto alle guardie carcerarie».

Anime di vetro. Maurizio de Giovanni

«Ho cominciato a sentirla nell’aria di Capodimonte dove mia madre si è accampata insieme ai morti e a morticini della tisi che in mezzo alle nuvole hanno cominciato a dirle: a nuie chest’aria non ci ha dato la guarigione».

La compagnia delle anime finte. Wanda Marasco

«La discesa costeggia i giardini e gli orti della Certosa di San Martino e offre vedute spettacolari».

Cara Napoli. Lorenzo Marone

«Quelle manco di accorgono di niente. Che stanno al Vomero, mica dentro all’Oceano Indiano».

L’altra madre. Andrej Longo.

C’erano quattro fratelli che si amavano tantissimo e non si staccavano mai l’uno dall’altro. Erano giovani e belli e tutti segretamente innamorati di una fanciulla la cui sorte malevola volle che fosse la stessa per tutti e quattro. Lei non ricambiò l’amore di nessuno e una notte sparì per sempre. I quattro l’aspettarono pazientemente per migliaia di anni e ancora la attendono e nel frattempo si sono uniti in quattro colli ameni dal nome di Poggioreale, Capodimonte, San Martino e Vomero.

«Invece ride il mare di Mergellina: ride nella luce rossa delle giornate stupende; ride nelle morbide notti d’estate, quando il raggio lunare pare diviso in sottilissimo fili d’argento, ride nelle vele bianche delle sue navicelle che paiono giocondi pensieri aleggianti nella fantasia».

Leggende napoletane. Matilde Serao 

C’era un pescatore fortunato che passava le giornate fra reti ed ami. Un uomo semplice e buono che un giorno seduto a riva scorse una ninfa marina con un corpo bianco e provocante e con lunghi capelli biondi che cantava soavemente. Il pescatore cercando di raggiungere la ninfa precipitò in mare e il sito dove annegò venne chiamato Mergellina e leggenda vuole che in alcune notti d’estate compaia la sirena.

«Eccola là, davanti a lui, la principessa Sissi della Napoli autentica. Forse fu per la vera Sissi che il Vate scrisse ‘A vucchella proprio in quel locale, durante la Belle Epoque. C’era già stato, Lorenzo, al Gambrinus, pensando che a quei tavolini si erano seduti Benedetto Croce e Wilde, Hemingway e Jean-Paul Sartre».

Sette opere di misericordia. Piera Ventre

Si narra che il fantasma di una bambina vissuta agli inizi del 1900 appaia ogni novembre nei laboratori del Caffè Gambrinus e il periodo delle apparizioni non è casuale, visto che agli inizi di quel mese si procede con la preparazione del torrone, dolce di cui la bambina andava ghiotta. Molti napoletani che hanno assistito all’apparizione raccontano di una bambina che sorrideva allegramente mentre passeggiava intorno ai tavoli dove erano conservate le tavolette di torrone.

 

 

Lealtà| Letizia Pezzali

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Giulia, trentadue anni, lavora a Londra in una banca d’affari. Un lavoro fortemente voluto e desiderato, un lavoro che grazie ai soldi guadagnati le permette quella sicurezza che da figlia orfana di padre non ha mai sentito quando era più piccola. Quando sei una bambina e cresci con un solo genitore che si fa in quattro per non farti mancare niente cresci con un unico desiderio, ossia quello di rifarti economicamente per non avere così preoccupazioni legate al denaro.

Il lavoro di Giulia, dall’esterno, può essere visto come un lavoro freddo, fatto di soli numeri e calcoli per niente appassionanti. Il mondo della finanza, dei mercati è fatto così, un lavoro fatto di testa che non presuppone emozioni. Giulia infatti di dedica al lavoro anima e corpo riservato poco tempo libero all’intrecciare relazioni con gli altri. Eccezion fatta per Michele, il suo unico grande amore del passato che tanto passato non è visto che le basta sentire semplicemente il nome per scatenare uno tsunami di ricordi.

Tutto il romanzo si muove su due piani temporali; da un lato la Giulia del passato, studentessa universitaria a Milano e dall’altra quella del presente a Londra, tra i palazzi del Canary Wharf, tra affari, finanza, tailleur e tacchi alti e il ricordo di Michele, la sua ossessione mai dimenticata.

Michele non era stato solo un amore, era stato desiderio, passione e soprattutto ossessione. Del loro primo incontro ricorda ancora gli sguardi, le poche frasi scambiate e il conseguente colpo di fulmine scoppiato. Non l’avrebbe mai detto, ma con le passioni funziona sempre così. Non avvertono e sono fuori da ogni logica. Michele era molto più grande di lei, coetaneo di sua madre, poteva essere il padre che Giulia non aveva mai conosciuto a causa di un incidente che glielo aveva portato via troppo presto e cosa più importante Michele era sposato, aveva una bambina e non aveva intenzione di lasciarle per lei. Voleva Giulia, ma la voleva nei momenti che riusciva a togliere alla sua famiglia e al suo lavoro. Un rapporto con queste premesse non è semplice, ma Giulia non lo scansa, anzi, si butta a capofitto decidendo di viverlo anche se non nella sua totalità, accontentandosi del poco che lui riusciva a riservarle.

Se parlerai di noi, fallo con lealtà.

Il punto forte del romanzo è la storia tra Giulia e Michele, storia troppo attuale per non identificarsi, storia parabola degli amori di oggi vissuti più al telefono che di persona. Giulia si strugge nell’attesa degli sms che non arrivano, nel vivisezionare il profilo FaceBook di Michele alla ricerca di indizi che mostrerebbero un suo nuovo amore e interpreta un like di una donna al suo Michele come prova tangibile del tradimento. Una storia 2.0. in un ambiente inusuale come quello dell’alta finanza, una storia che si snocciola tutta tra i temi ossessione, passione e desiderio, temi più che mai attuali, temi più che mai interessanti.

  • Titolo: Lealtà
  • Autrice: Letizia Pezzali
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone| Maurizio de Giovanni

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Ottobre da ricordare. Ottobre da dimenticare. 

Ottobre. Che mese strano è ottobre. Le vacanze sono un lontano ricordo e per il periodo natalizio manca ancora troppo. Anche il tempo è indeciso, è capace di cambiare dall’oggi al domani o anche dalla mattina alla sera. Ottobre è uno sbalzo d’umore perenne ed in questo caos umorale è capace di trascinare anche te. È una mattina d’ottobre che un signore viene ritrovato in un cantiere della metropolitana, sprovvisto da tutto ciò che potrebbe fornirgli un’identità e in stato comatoso. Non è una rapina finita male, di questo ne sono certi i Bastardi di Pizzofalcone chiamati a risolvere la questione. Dopo aver appurato che l’aggredito è un turista americano in villeggiatura a Sorrento con la sorella e la madre, vengono a conoscenza del fatto che la madre di quest’ultimo Charlotte Wood è un ex diva hollywoodiana che per un brevissimo periodo nel passato ha animato la piccola cittadina del golfo quando si è recata per girarci uno dei suoi film più famosi: Souvenir.

È nel passato che bisogna tornare, è nel passato che bisogna scavare per risolvere il mistero di oggi.

Quanta strada hanno fatto i Bastardi e quanta ne dovranno fare ancora per dimostrare che nonostante i peccati commessi in precedenza sono degli ottimi poliziotti. Lavorare in un commissariato sempre a rischio chiusura non li fa star tranquilli, ma forse stavolta dopo tanta fatica anche gli altri finalmente si stanno accorgendo del loro merito e del loro valore. Tranquilli i Bastardi non possono esserlo mai, tanto meno questa volta che la loro indagine intreccia la vita di una famosissima attrice oggi colpita da Alzheimer con quella di una donna coniugata di un colletto bianco resosi latitante. Da una parte le pressioni del consolato americano e dall’altro quello della direzione distrettuale antimafia che con un solo battito di ciglia potrebbe portare via il caso ai Bastardi.

Come sempre non c’è solo l’indagine a cui pensare, i Bastardi hanno una loro vita e i loro problemi personali. Lojacono sempre preso dalla sua incasinata vita sentimentale e dall’evidenza che la sua bambina stia crescendo; Ottavia sempre pensierosa per il suo Riccardo e Romano impegnato in tutto e per tutto per ottenere l’affidamento della piccola Giorgia. Infine i più giovani Alex e Aragona, entrambi alle prese con due figure paterne autoritarie ed ingombranti con la differenza che se il padre della Di Nardo di è celato dietro un muro fatto di silenzio e che con la figlia non vuole averci più niente a che fare, il padre di Marcolino non solo parla (e pure più del figlio), ma dal figlio vuole pure un favore, ma di quelli grossi, capace di mandare in crisi il povero Aragona (lui con tutta la sciarpa) che dovrà capire da che parte stare e che tipo di poliziotto vuole essere.

Niente è come ottobre, per riproporre un antico souvenir. Nessun souvenir vale un ottobre. Perché è ottobre stesso, un souvenir.

È malinconico questo romanzo, a partire dal titolo. Cos’è un souvenir se non il tentativo di bloccare per sempre il ricordo di un posto in cui siamo stati felici? Tutta l’indagine che si snoda tra Napoli e Sorrento e tra presente e passato è permeata da una malinconia di fondo, da un tempo che è stato per poco felice e che mai tornerà, dai rimpianti e dai rimorsi che ci portiamo dietro e che ci fanno esclamare e se? Ci pensa il finale a scuoterci e a farci desiderare di poter avere la prossima indagine da leggere il prima possibile tra le mani. 

  • Titolo: Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 5 Dicembre 2017

Le rose non si usano più| Jacopo Cirillo

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Quando si pensa a Massimo Ranieri ci vengono in mente immediatamente due sue canzoni: Rose rosse e Perdere l’amore. Ne ha cantante molte altre e anche molto belle, ma come scrive Jacopo Cirillo lo leghiamo solo ed esclusivamente a questi due suoi successi e se a bruciapelo chiedessimo il nome di una terza canzone probabilmente non saprebbero neanche cosa rispondere.

Jacopo Cirillo è della classe 1982, poco più grande di me. Tutto avrei pensato di un ragazzo della sua età tranne che di questa passione smoderata per Massimo Ranieri. Come se io vi dicessi che da adolescente invece di sbavare sotto ai poster dei Backstreet Boys amassi alla follia i Pooh. Chiariamo, non è solo una questione anagrafica, ma anche di estetica e contenuti. Ranieri ha vent’anni e la faccia da ventenne, ma per tutto il resto è già un adulto. Ecco il punto: un adulto nel corpo di un ragazzino che cantava canzoni per adulti che però stregano un bambino di cinque anni una domenica come le altre dopo il tradizionale pranzo con i parenti. È in una di quelle tante classiche domeniche che un bambino sente per la prima volta la voce di quel cantante cantare in quel dialetto non proprio che aveva ormai imparato a furia di sentirlo sempre.

Sembra o no una storia d’amore questa? Il classico colpo di fulmine che invece di scattare tra un uomo e una donna scatta tra un bambino e un cantante. Una storia che durerà di più di quelle tra un uomo e una donna perché nel frattempo il bambino è cresciuto ma il suo amore per Massimo Ranieri non è cessato, anzi, è costante con alti picchi e tentazioni di contagio e giusto un breve periodo di negazione rientrato e risolto.

Senza il duro lavoro non si va da nessuna parte, ma senza talento non si può nemmeno incominciare. E il talento non è quello di cantate, d’attore o di regista, il talento è elasticità, intelligenza e adattabilità, soprattutto verso se stessi.

La passione verso il proprio idolo non si può spiegare sempre, tutto ciò in cui sono coinvolti i sentimenti smette di essere razionale. Le rose non si usano più non è una biografia su Massimo Ranieri, non c’è un autore che cronologicamente ripercorre la vita e la carriera di un personaggio noto. Per quello c’è Wikipedia o la biografia che Ranieri stesso ha scritto qualche anno fa. Questo libro è il racconto di quanto determinante sia stato questo artista per questo autore. Che Massimo Ranieri fosse un ottimo cantante, un talentuoso attore teatrale e cinematografico e uno straordinario animale da palcoscenico (uno dei migliori, ricordiamolo più spesso) questo lo sappiamo già e non ci voleva Jacopo Cirillo a metterlo in evidenza. Raccontato però attraverso le sue storie, i suoi aneddoti e insomma la sua vita oltre ad essere diverso e innovativo fa anche molto effetto. Se uno vi raccontasse che durante un viaggio in Croazia ha costretto i suoi amici a sentire le canzoni di Massimo Ranieri che pensereste? E se questa stessa persona per non perdersi il suo show su Rai1 un sabato sera ha corrotto i giovani vicini con delle birre e si è piazzato sul loro divano? Una passione che rasenta la follia, ma per i propri idoli non si fanno follie?

Il rapporto con gli idoli è sempre una questione privata, ciascuno la gestisce come vuole, secondo la propria sensibilità.  

  • Titolo: Le rose non si usano più
  • Autore: Jacopo Cirillo
  • Editore: Add Editore
  • Data di pubbblicazione: 12 Ottobre 2017

Dimenticare| Peppe Fiore

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Dimenticare… cosa, chi? La domanda resta stampata nella mente e accompagna il lettore durante tutta la lettura. Cosa ha spinto Daniele a lasciare tutto e tutti e perché ha preferito vivere in un paesino di montagna isolato, quali sono i misteri e i segreti che lo accompagnano? Gli interrogativi sono molteplici e non tutti troveranno una risposta.

Daniele è un omaccione alto e robusto di Fiumicino che a un certo punto della sua vita ha voluto mettere chilometri di cemento tra lui e la sua città natale e da chi lo conosceva per rifarsi una nuova vita in un piccolo e sperduto paesino di montagna prendendo in gestione l’unico bar della zona. Quando decidi di rifarti una vita e di ricominciare da zero è perché la vita che stavi conducendo inizia a starti stretta e non ti appaga più. Può anche succedere che gli errori commessi sono così tanti che tentare di rimediare è impossibile, allora meglio darci un taglio, riavvolgere il nastro e ripartire.

Daniele arriva in questo paesino dove tutti conoscono tutti e che è balzato agli onori della cronaca perché una ragazza dopo essere scomparsa è stata ritrovata morta. La causa? Un orso, anche se orsi da quelle parti non se ne sono mai visti. Forse è stato davvero un orso o forse è meglio incolpare una bestia animale che una bestia umana. A Daniele interessa solo lavorare, si cura poco di ciò che lo circonda e vorrebbe dimenticare il perché è lì.

Il motivo è suo fratello Franco, una testa calda col demone del gioco. Un accumulatore di debiti che nella vita ha fatto più guai che cose sensate ed è sempre toccato a Daniele rimediare. Come sempre la vita a un certo punto ti presenta il conto e non basta voler dimenticare per far sì che questo accada. Anche se le cose le seppelliamo in un angolo remoto del nostro cervello queste riemergono e bisogna affrontarle.

Certe cose non si devono dire. Quando le dici le uccidi.

Questa frase è il leitmotiv utilizzato dallo scrittore, visto che sono molte le cose che non dice preferendo far lavorare il lettore e far trarre a lui le conclusioni. C’è un equilibrio spettacolare in Dimenticare, si muove tutto fra essenzialità e omissione. Sappiamo che Daniele ha un segreto, ecco perché se ne va tra i boschi, perché spera che isolandosi lui isoli tutto il resto. Speriamo che a un certo punto Daniele ci riveli il segreto che lo tormenta, che lo imputerebbe come essere ignobile anche se ai nostri occhi è un bravo ragazzo, capace di prendersi cura di suo fratello anche quando tutti gli altri avrebbero detto basta; un uomo capace di amare alla follia il nipote desiderando che fosse suo figlio. Il segreto di Daniele ci contagia anche se non lo conosciamo, ci ossessiona a tal punto che le pagine le divoriamo. Probabilmente qualcuno storcerà il naso per questo troppo non detto, per la limitata caratterizzazione dei personaggi e della poca introspezione. Il bello di Dimenticare invece è proprio questo. Oltre alla bellezza della storia del protagonista colpisce anche lo stile che l’autore ha adottato.

Mi rendo conto che sono tanti i libri che dico essere i migliori di quest’anno (scusate se ho la fortuna di scegliere bene le mie letture) e sono anche tanti quelli che consiglio di leggere. Questa è una lettura da fare, perché sarà una lettura difficile da dimenticare (gran gioco di parole, vero?).

  • Titolo: Dimenticare
  • Autore: Peppe Fiore
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 19 Settembre 2017

Addicted. Serie TV e dipendenze| A cura di Carlotta Susca

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Io sono una serial Tv addicted. Se non avete capito di cosa stia parlando ve lo spiego in breve. Ho una dipendenza da serie TV, ne seguo tante, ne vorrei seguire ancora di più e il mio tempo libero è scandito dalla visione in massa di serie TV (se non leggo guardo le serie e viceversa). Le seguo in contemporanea con gli Stati Uniti per paura di spoiler, le rivedo quando vengono trasmesse qui da noi e organizzo vere e proprie maratone in cui faccio fuori intere stagioni (il record lo detengo con How To Get Away With A Murder, quindici episodi in un solo sabato).

Di dipendenze serie ce ne sono davvero ma quelle per le serie TV non è da sottovalutare e Addicted. Serie TV e Dipendenze uscito per LiberAria Editrice raccoglie cinque saggi in cui sviscera e analizza gli aspetti di questo fenomeno. Partiamo da un punto fondamentale: essere dipendente da serie TV significa essere dipendente dalle storie. Niente di più artificioso ed elaborato. Le serie TV sono delle storie narrate sul piccolo schermo così come i film lo sono sul grande e i libri sulla carta. Ci sono storie, chi le racconta e chi le fruisce. Ci appassioniamo a quelle storie fatte di amori, passioni, intrighi e misteri, ci identifichiamo nei personaggi che le vivono, soffriamo e ci emozioniamo con loro e attraverso loro. La dipendenza è talmente forte che soffriamo sul serio quando un personaggio che abbiamo amato muore (sì Derek Shepherd mi riferisco a te) o una serie TV che abbiamo visto per tanto tempo decide di far calare il sipario (Friends e Desperate Housewives perché non potevate continuare all’infinito?).

Leonardo Gregorio, Michele Casella, Marika Di Maro, Jacopo Cirillo e Carlotta Susca si soffermano ognuno sui vari aspetti analizzandoli in tutto e per tutto. Si parte dalle serie derivare dai film. In certi casi non sempre la trasposizione funziona sganciandosi del tutto dal film che lo spettatore ha già visto e amato; in altri casi riuscirà ad essere un prodotto a sé capace di prendere gli elementi fondamentali del film e svilupparli in maniera ottimale nella serie, come ad esempio è accaduto con Fargo. Si prosegue con l’importanza della colonna sonora, elemento basilare per la riuscita della serie. Ci sono canzoni che si legano indissolubilmente a delle scene che restano impresse nella memoria dello spettatore (fan di Grey’s Anatomy, quando sentite How to save a life e Chasing cars non vi scende la lacrimuccia?). Viene citato l’esempio della colonna sonora della nostrana Gomorra dove Right to the edge dei Mokadelic la farebbe riconoscere a chiunque. Altri cardini sono la trama e il personaggio. La trama ovviamente deve essere valida perché è da qui che la dipendenza si sviluppa. Validi inoltre devono essere i personaggi e alcuni di questi sono talmente potenti che fuoriescono dalle serie TV per diventare dei veri e propri riferimenti culturali.

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Per chiudere si parla dei finali e dei revival. Finali che hanno lasciato il pubblico perplesso come How I meet your mother (nove stagioni per dirci che Ted è innamorato da sempre di Robin, ma va?) e Lost che ancora in molti non l’hanno capito. Revival che ormai vanno per la maggiore ma che non sempre sono riuscitissimi. Amo le Gilmore Girl e aspettavo il revival come aspetto il periodo dei saldi, ma vedere Lorelai che dopo anni ancora non si è sposata con Luke e Rory che era partita per seguire la campagna elettorale di Barak Obama ed è tornata e a momenti manco la gazzetta di Stars Hollow la vuole a me ha fatto tristezza, molta tristezza. Will & Grace ad esempio sono tornati alla grandissima, irresistibili e divertenti come sempre ma i segni del tempo passato si vedono e se nei primi anni duemila vedere dei gay dichiarati e felici sul piccolo schermo era un azzardo e rischioso oggi è la normalità visto che l’omosessualità è stata sdoganata ed è quasi prassi che ci siano rappresentanti LGBT nelle serie TV (vedi Glee, Modern Family, The New Normal, HTGAWM)

Insomma se siete dipendenti da serie TV questo libro fa al caso vostro. Unico avvertimento: vi verrà voglia di vedere tutte le serie TV che qui vengono citate e quindi piuttosto che curarla la vostra dipendenza verrà alimentata.

(Questo articolo è presente anche sul portale Telesimo)

  • Titolo: Addicted. Serie TV e dipendenze
  • A cura di Carlotta Susca. (Casella, Cirillo, Di Maro e Gregorio)
  • Editore: LiberAria Editrice
  • Data di pubblicazione: 5 Ottobre 2017

Parla, mia paura| Simona Vinci

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La mia paura nei confronti di questo libro era quella di non apprezzarlo visto la tematica affrontata. Ansia, depressione e attacchi di panico sono situazioni in cui non mi sono mai trovata e l’autrice non ha problemi a dire che chi non lo ha vissuti sulla propria pelle potrebbe non capirli. I libri però non si leggono solo se si ritrovano riferimenti autobiografici o situazioni effettivamente vissute, i libri si leggono per svariate ragioni e quindi messe da parte le mie riserve mi sono immersa nella lettura senza alcun tipo di pregiudizio.

Altra premessa necessaria. Faccio parte di quella categoria di persone che a volte ha pensato che per la depressione bastasse una maggiore forza d’animo, un modo differente di approcciarsi alla vita e di affrontarla, della serie pensa positivo ché i problemi veri sono altri. Non giudicatemi male, ma avendo superato altro in passato ho imparato a relativizzare le esperienze dolorose e distinguere i problemi veri da quelli lievi. Non che esista una classificazione, ma c’è chi si abbatte per niente. Purtroppo il dolore a volte fa anche questo, ti anestetizza verso il dolore altrui e ti fa diventare quasi indifferente.

La depressione non è una stupidaggine, è diventato il famoso male del secolo ed è riconosciuta come malattia vera e propria che anche se non ti lascia cicatrici vere sulla pelle te le lascia nella mente, che forse è peggio.

Quelle che l’autrice racconta sono cicatrici di entrambi i tipi, sulla pelle e sull’anima, ha ripercorso il suo passato raccontando di come sia dovuta intervenire non solo sul suo corpo ma anche sulla sua mente, alternando lo studio di un chirurgo estetico e quello di un analista.

Ci sono persone che con i difetti del proprio corpo riescono a conviverci pacificamente e non ne fanno il cruccio della loro esistenza. Ci sono altre persone che ne fanno una questione di vita e di morte. Non riuscire a star bene nel proprio corpo, non riuscirsi ad accettare non può essere sempre etichettato come superficialità e far risalire tutto alla questione l’importante è essere e non apparire. Anche in questo non si può essere precipitosi e di conseguenza giudicare in fretta le persone solo perché ricorrono alla chirurgia.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. C’è un passaggio in cui l’autrice dice che le storie di depressione sono tutte diverse, anche perché diverse sono le cause scatenanti. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi. Simona Vinci utilizza un linguaggio universale in cui magari qualcuno può ritrovarsi e sentirsi meglio: il famoso potere salvifico della letteratura.

Spesso mi chiedono se c’è un libro che mi abbia segnato. È una domanda difficile questa, a volte si rischia di cadere nel banale o nell’esagerazione. A questo giro posso dire che questa lettura mi ha segnato (eccome mi ha segnato) e soprattutto mi ha insegnato molto. Non bisogna aver paura delle proprie paure, non bisogna aver paura di raccontarle, di affrontarle e di chiedere aiuto quando si ha bisogno. Se ci siete passati leggerete questo libro trovando un minimo di consolazione (si spera), se non ci siete passati questo libro potrà mettervi in guardia su molte cose.

  • Titolo: Parla, mia paura
  • Autrice: Simona Vinci
  • Editore: Einaudi (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 19 Settembre 2017