Scrittori da un solo libro

Finalmente torno ad aggiornare il mio amato blog, perdonate l’assenza e i pochi contenuti ma qualche impegno personale e qualche piccolo imprevisto mi ha portato via il tempo necessario per star dietro al sito. In questa domenica apparentemente tranquilla in cui ho deciso di dedicarmi solo ai miei amati libri ho pensato bene di scrivere qualcosina e quindi ecco qui un nuovo post. Mettendo da parte per un attimo le classiche recensioni (ci sto lavorando sopra e fra poco torneranno anche quelle) oggi spazio alle curiosità che ogni tanto cerco di conoscere documentandomi un po’.

Ci sono scrittori proliferi così come ci sono scrittori che hanno conosciuto la fama soltanto grazie ad un unico libro e quindi il loro nome è associato indissolubilmente alla loro unica creatura. Ecco quindi cinque grandi scrittori e i loro unici capolavori.

Emily Brontë: Cime Tempestose

La seconda delle sorelle Brontë è famosa per il suo unico romanzo Cime Tempestose, considerato uno dei classici della letteratura inglese del diciannovesimo secolo. Emily aveva avuto fin da giovane una salute cagionevole. Si ammalò di tubercolosi e nel 1848 entrò nella fase terminale della malattia. Secondo una lettera del suo editore in quel periodo era impegnata nella stesura del suo secondo romanzo che però non vide mai luce.

 

Margaret Mitchell: Via col vento

Margaret Mitchell era una fervida lettrice. Leggeva tutto ciò che trovava avidamente e al marito spettava il compito di portarle i libri presi in prestito dalla biblioteca locale. Stanco di questo tran tran, suggerì alla moglie di smettere di leggere e provare lei stessa a scrivere qualcosa. Decise quindi di mettersi alla prova e, complice un lungo periodo di riabilitazione alla gamba che la costringeva a riposo, scrisse il suo primo libro. Margaret però lo aveva considerato più un passatempo che un lavoro vero e proprio anche se quando un agente letterario venne a conoscenza del manoscritto e lo chiese per leggerlo, lei non ci pensò due volte a consegnarlo. La casa editrice fu subito presa dal romanzo e decisero di pubblicarlo immediatamente nel 1936. Via col vento vinse il Pulitzer e dal libro venne tratto il celebre film. Nel 1949 lei e suo marito vennero coinvolti in un incidente stradale dove Mitchell perse la vita qualche giorno dopo il ricovero.

 

Sylvia Plath: La campana di vetro

L’unico romanzo di Sylvia Plath, La campana di vetro, è un romanzo semi-autobiografico, unico nella carriera della Plath morta suicida nel 1963 a soli trent’anni. Quando la Plath morì lei e il marito, per quanto separati, erano ancora formalmente sposati, motivo per cui a lui spettò tutto il patrimonio della moglie comprendente quaderni privati e un manoscritto incompleto di quello che sarebbe dovuto essere il secondo romanzo. Lui distrusse gran parte dell’eredità e altro materiale non è stato mai più ritrovato.

 

J.D.Salinger: Il giovane Holden

Il romanzo di formazione per eccellenza Il Giovane Holden fu l’unico romanzo dello scrittore J.D.Salinger, accostato a una serie di racconti. Il successo improvviso del romanzo e la conseguente popolarità turbò molto Salinger che alla notorietà rispose isolandosi sempre di più e tutti coloro che invadevano la sua privacy, minacciava di agire per vie legali.

 

Giuseppe Tomasi Di Lampedusa: Il gattopardo

L’unico romanzo dell’autore siciliano, Il gattopardo, fu pubblicato postumo un anno dopo la morte dello scrittore che vinse poi il Premio Strega e divenne best seller. Considerato oggi uno dei romanzi più grandi della letteratura italiana rischiò di non vedere mai la pubblicazione dato che sia Mondadori che Einaudi si rifiutarono di pubblicarlo. Elio Vittorini che lavorava per entrambe le case editrici decise di rispedire il manoscritto all’autore bloccandone la pubblicazione. Dopo la morte di Giuseppe Tomasi Di Lampedusa il libro fu pubblicato da Feltrinelli diventando un vero e proprio caso editoriale.

Tokyo Express

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  • Titolo: Tokyo Express
  • Autore: Seichō Matsumoto
  • Editore: Adelphi
  • Data di pubblicazione: 27 Febbraio 2018

Premessa necessaria e fondamentale: non sono un’amante dei gialli. È un genere che mi ha sempre preso poco e i libri letti che rientrano in questa categoria si contano sulle dita di una mano. Ammetto quindi la mia ignoranza e confesso anche di non aver mai sentito parlare di Seichō Matsumoto e dopo un paio di ricerche ho scoperto che è uno dei maestri del giallo tanto che in patria è definito il Simenon giapponese con una produzione che supera trecento romanzi. In Italia però solo tre dei suoi lavori sono stati pubblicati e ora Adelphi ha pensato bene di far conoscere a noi lettori Tokyo Express.

I corpi di un uomo e una donna, entrambi giovani, vengono rinvenuti nei pressi di una baia rocciosa ad Hakata. La causa? Il cianuro che hanno ingerito i due. Movente? Sicuramente amoroso. Verdetto? Suicidio. Insomma un caso del genere risolto alla velocità della luce. Che altra spiegazione ci potrebbe essere altrimenti?

Le persone tendono ad agire sulla base di idee preconcette, a passare oltre dando troppe cose per scontato. E questo è pericoloso.

Il vecchio Torigai Jūtarō di questa conclusione tanto semplice quanto ovvia non è del tutto convinto. Ci sono delle cose in questo caso che stridono e un buon detective deve porsi sempre domande. Chi garantisce che i due siano effettivamente una coppia? Perché sono arrivati fin lì per uccidersi? E se di suicidio si tratta perché non hanno lasciato un biglietto in cui spiegavano il loro gesto?

Anche se il caso è pronto per essere archiviato Jūtarō non vuole già arrendersi all’evidenza e decide di proseguire la sua indagine in solitaria aiutato e supportato dal giovane collega Mihara Kiichi. Scoprirà che lei è Otoki un’intrattenitrice di un ristorante di Tokyo e lui è Sayama un giovane funzionario ministeriale il cui posto di lavoro è al centro di uno scandalo che sta facendo parlare tutti i giornali e tutto il Paese. Le amiche-colleghe di Otoki sono tra le ultime ad averla vista in compagnia di Sayama mentre prendevano insieme un treno. Anche loro avevano dedotto che quel giovanotto in compagnia di Otoki fosse il fidanzato (o l’amante) ma lei non gliene aveva mai parlato prima.

Non posso definirmi una pendolare ma abitualmente prendo un regionale che dal paesello mi porta spesso e volentieri a Napoli. Diciamo che a stupirmi è più quando il treno arriva in orario che quando ci sono dei ritardi (della metropolitana non ve ne parlo neanche). In Giappone invece i treni sono puntualissimi, roba che qualche mese fa i manager della compagnia ferroviaria Tsukuba Express si sono scusati con i propri passeggeri perché, udite udite, sono partiti venti secondi in anticipo. Ora direte: ma tutto questo che c’entra? C’entra perché tutto il giallo è costruito sui treni, sugli orari e sulle coincidenze, il tutto calcolato al mimino secondo, tutto seguente una logica cristallina che rende il lettore coinvolto e partecipe. Ripeto io i gialli non li amo particolarmente, ma questa indagine l’ho sentita mia. Ragionavo con Jūtarō e con lui facevo tutti i calcoli del caso (ero a tanto così da annotare arrivi e partenze). Tokyo Express è un giallo costruito alla perfezione con una logica sapiente e travolgente.

 

(Post inserito tra le Recensioni Editoriali su Libreria FeedBooks)

I magnifici 10!

Una delle domande più difficili per un lettore è: qual è il tuo libro preferito? È come rispondere alla domanda vuoi più bene a mamma o a papà? Preferisci la pizza o la Nutella? Britney Spears o Christina Aguilera?

Quando mi chiedono il mio libro preferito solitamente dico il primo che mi passa per la testa, ma subito dopo ne aggiungo un secondo, un terzo, un quarto e colui che mi ha posto la domanda si pente all’istante di avermelo chiesto e cerca in tutti i modi di porre fine alla conversazione. Quello che vorrei far capire è che ridurre la scelta a un solo libro per me è difficile sia perché ho letto tanto e sia perché ce ne sono tanti che reputo bellissimi e per me fondamentali nella mia carriera da lettrice.

Ho provato a stilare una classifica, dieci sono pochi ma mi sembrava un giusto compromesso. È una classifica fatta di getto perché se mi fermassi a pensare un po’ di più il numero aumenterebbe.

Basta chiacchiere ed ecco i miei magnifici dieci.

  • Amabili resti di Alice Sebold. Doveroso iniziare da questo visto che il nome del blog deriva dal titolo di questo libro. Non essendo brava con i nomi ricordo che nel momento in cui cercavo un titolo per questo mio spazio online pensai bene di prendere spunto da uno dei libri che più mi era piaciuto e così ecco venir fuori Gli Amabili Libri.

 

  • 1984 di George Orwell. Un mondo distopico in cui la vita delle persone è controllata dal sapiente occhio del Grande Fratello (no, non è quello di Ilary Blasi). Lo lessi mentre preparavo la maturità visto che lo avevo inserto nella mia tesina d’esame. A mio parere il libro di Orwell, oltre ad essere uno dei più importanti libri della letteratura inglese e non solo, ha uno dei finali più belli e potenti di sempre.

 

  • Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. Come per il libro di Orwell anche questo lo lessi perché inserito nel mio percorso d’esame. Pirandello è uno dei miei autori classici preferiti e la storia di Mattia Pascal mi catturò fin dalle prime pagine.

 

  • Le intermittenze della morte di José Saramago. Qui ci troviamo nel campo della perfezione. Saramago immagina un paesino in cui le persone smettono di morire e dopo l’euforia iniziale tutti dovranno fare i conti con i problemi che questo avvenimento comporta. Lo stile di Saramago non fu per me all’inizio semplicissimo. Parliamo di periodi molto lunghi privi di punteggiatura. Superato lo scoglio iniziale e lasciandomi trasportare solo dalle sue parole il resto venne da sé facendo di questo libro uno dei miei preferiti in assoluto (un finale poetico come pochi).

 

  • Stoner di John Williams. Nel 2012 questo libro divenne un vero e proprio caso editoriale. Pubblicato nel 1965 non riscosse molto successo e cadde nel dimenticatoio fino a quando nel 2006 venne ripubblicato negli USA iniziando una vera e propria scalata verso il successo. Nel 2012 la Fazi lo pubblica in Italia facendo innamorare di Stoner migliaia di lettori. La storia di Stoner è di una semplicità disarmante a cui però è impossibile restare indifferenti. Tra le letture che consiglio maggiormente.

 

  • Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Se si parla dei miei libri preferiti è fondamentali un della mia amata Natalia deve assolutamente esserci. Primo perché è la mia scrittrice preferita e secondo perché parliamo di una delle scrittrici più brave che la nostra letteratura ha potuto conoscere. Il suo Lessico Famigliare oltre ad essere un libro che racconta della sua famiglia è soprattutto un libro che ripercorre eventi della nostra storia recente.

 

  • Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Quando questo libro mi fu consigliato ammetto che mi spaventava parecchio. Un po’ per la mole e un po’ per lo scrittore. Insomma io la letteratura russa l’ho sempre concepita fuori dalla mia portata e dalle mie capacità. Quello che conta nei libri però (ricordiamocelo) è sempre e solo la storia e se questa è scritta bene non avremo mai difficoltà di comprensione. È un libro pieno di tematiche (rapporto bene e male e razionale e irrazionale) e ci sono vari livelli di lettura a cui star dietro. Fidatevi però se vi dico che ne vale la pena.

 

  • Scende la notte tropicale di Manuel Puig. L’Argentina, il Brasile e tutto il fascino che la letteratura sud americana comporta. Questo libro è un vero e proprio gioiellino scoperto un po’ per caso di cui mi sono innamorata follemente dalle prime pagine. Come nel caso di Saramago anche qui lo stile è un po’ ostico ma è tutta questione di entrare in sintonia con la storia.

 

  • Il buio oltre lasiepe di Harper Lee. Uno dei primi libri letti, uno dei libri che mi fece capire che la lettura non era un semplice hobby per far passare diversamente le mie ore libere. Questo è uno dei libri che mi fece capire che la lettura era il mio tutto e che senza un libro non riuscivo a stare.

 

  • Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti. Torniamo in Italia con uno dei miei scrittori contemporanei preferiti. Questo è il libro di Ammaniti che dovete leggere, questo è il libro che vi terrà incollati fino a quando non lo finirete. Scritto alla perfezione questo libro è stata per me una piccola ossessione. Lo portavo ovunque perché appena avevo un momento libero leggevo qualche pagina (che poi alla fine l’ho letto in due giorni, fate un po’ voi).

La mia classifica alla fine è questa, l’ordine è casuale. Ci sarebbero altri libri da aggiungere ma la chiudo qui. Ora la parola passa a voi. I vostri libri preferiti quali sono?

Lucky

lucky

  • Titolo: Lucky
  • Autrice: Alice Sebold
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di pubblicazione: 17 Gennaio 2018

Sono passati diciotto anni dalla prima pubblicazione di Lucky e sei anni da quando lessi Amabili Resti.

Amabili Resti è un libro che ho amato come pochi (basta guardare il nome che ho dato al blog, chiaro riferimento al titolo). Quando mi capita di imbattermi in libri del genere tendo a recuperare altri libri di quell’autore. Lo feci anche quella volta, ma quando lessi la trama di Lucky non me la sentii di intraprendere la lettura, non dopo un libro come Amabili Resti. L’occasione l’ho avuta quest’anno dopo che Lucky è tornato nelle librerie in una nuova edizione sempre per la casa editrice Edizioni e/o.

Lucky è il resoconto dello stupro subito dall’autrice quando era ancora una studentessa. Una sera in cui tutti erano in giro a far festa e a vivere la vita notturna del campus, un ragazzo l’avvicina, la picchia e la violenta. Con le poche forze rimaste Alice riesce dopo la violenza a tornare al campus e a dare l’allarme. All’atrocità della violenza seguiranno tante altre prove sempre dolorose come la visita per accertare l’effettivo stupro e la deposizione che Alice dovrà fare affrontando i molti dubbi dell’esaminatore. Chi stabilisce che sia effettivamente violenza e non una ragazza che dopo esserci stata si pente e decide di denunciare? È la parola di uno contro quella di un altro e nessuna delle due vale di più.

Alice però fin da subito si mostra determinata a non abbattersi e ad affrontare la questione non nascondendo ciò che le è successo. È stata stuprata non ha avuto un incidente. Chi si deve vergognare non è lei, non è lei che merita gli sguardi della gente e le frasi bisbigliate. Facendo ritorno a casa dalla sua famiglia ribadisce il suo non voler nascondere l’episodio, semmai ci tiene a raccontarlo, buttarlo fuori e cercare di esorcizzarlo una volta per tutte.

Quando fa ritorno al campus per l’anno successivo di studi un giorno si imbatte nel suo stupratore che cammina libero per le strade. In quel momento Alice capisce che non può continuare a vivere con l’incubo di poterselo ritrovare ovunque e perché no, essere di nuovo aggredita. L’unica arma che ha per combattere è la denuncia e il conseguente processo dove dovrà nuovamente ricordare tutto, dirlo davanti ad avvocati che proveranno a smontare la sua tesi e davanti a una giuria il cui compito sarà quello di confermare o invalidare tutto.

Se leggere questo libro non è stato facile, non oso immaginare neanche cosa abbia significato per l’autrice scriverlo, considerato che si tratta di un’esperienza vissuta sulla sua pelle.

Lucky è tornato nelle librerie in un periodo come quello che stiamo vivendo in cui il tema molestie è diventato di fortissima attualità dopo che in molti campi, cinematografico, politico e non solo, i casi di molestie registrati sono aumentati a dismisura. Molestie e stupri sono due casi diversi figli dello stesso malcostume che vorrebbe l’uomo nel pieno del suo potere abusare a suo piacimento della donna che deve per forza sottostare. Una mano sul sedere o una palpata al seno saranno più sopportabili di uno stupro, ma perché una donna dovrebbe accettare che il suo corpo sia alla mercé dell’uomo? Come può l’uomo permettersi di sfogare su una donna i suoi istinti più basici e animali?

La testimonianza della Sebold in questo libro mostra come un episodio del genere ti cambi drasticamente, come questo influisca sui rapporti umani e nello specifico sui rapporti con l’altro sesso. Come si può vivere la propria intimità normalmente dopo un episodio di violenza forzata. Non è una lettura semplice questa, ma chi avrà il coraggio di affrontarla di certo non la dimenticherà.

Marie aspetta Marie

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  • Titolo: Marie aspetta Marie
  • Autrice: Madeleine Bourdouxhe
  • Editore: Adelphi
  • Data di pubblicazione: 13 Febbraio 2018

Si può essere così pieni d’amore da sentire l’urgenza di destinarlo a più persone possibili?

Quando ho terminato la splendida lettura di Marie Aspetta Marie di Madeleine Bourdouxhe uscito da pochissimo per Adelphi, il primo interrogativo che mi sono posta è quello di cui sopra.

Marie è una donna piena d’amore verso se stessa, verso suo marito, verso sua sorella e verso chiunque. Marie è innamorata alla follia del suo Jean, il pensiero della sua lontananza la fa soffrire, l’idea che lui possa provare piacere dalla compagnia di altre donne la fa struggere: il suo rapporto trabocca d’amore.

Vedendoli così innamorati e soprattutto vedendo lei così decora nessuno penserebbe che nella testa di Marie possa esserci qualcun altro. Invece le basta la vista di un ragazzetto un pomeriggio in spiaggia mentre suo marito Jean era tra le onde a turbarla e destabilizzarla e soprattutto a iniziare a desiderarlo con tutte le sue forze.

Se Marie ama alla follia suo marito, non si può dire altrimenti di Jean. Non che non ami sua moglie, ma il suo amore è più contenuto e a Marie questo non bastava così come non bastavano le notti di passione che lei avrebbe preferito più intense e che invece si limitavano al superficiale.

La vista di quel giovane riporta tutto a galla, tutto ciò che Marie ha lasciato che si assopisse durante il suo matrimonio. Quell’incontro mette in moto la passione, il desiderio ardente e la voglia che quelle fantasie con lui possano diventare presto realtà, ecco perché nonostante l’infinito amore che prova verso suo marito Marie non si fa scrupoli a cercare il ragazzo e vivere quell’amore proibito e clandestino.

All’apparenza Marie ha tutto nella vita. Un matrimonio stabile, un marito premuroso, una famiglia di provenienza amabile con una sorella che l’ha eretta come modello, dei giovani studenti a cui insegna privatamente latino che le riempiono le giornate e che la rendono orgogliosa e contenta.

A Marie manca Marie, manca il suo saper definire se stessa, manca una propria identità da mostrare agli altri e quando le si presenta l’opportunità di mettere se stessa al centro della sua vita non se la lascia sfuggire.

Che cosa immaginano quelle donne a proposito di Marie, e perché lei si sente così diversa e non è mai riuscita a diventarne veramente amica? Forse hanno una vita più semplice, poiché riducono il loro mondo alla scelta di carte da parati o di copri-divani, a un appartamento lussuoso, al potersi permettere una domestica, a ricevere un modo perfetto, a qualche tè con le amiche dove si scambiano poche idee sugli ultimi libri usciti. Se hanno un figlio, non lo amano in quanto carne della loro carne, ma come uno scopo dato finalmente alla loro esistenza.

È un’eroina Marie? Certo. Marie non ha paura delle emozioni che vive e non ha problemi a mettere tutto in discussione pur di accontentarsi. L’incontro con il giovane non solo ha acceso la miccia del desiderio, ma ha scardinato i punti fissi della vita di Marie che aveva trovato in suo marito e nel suo matrimonio. Con la riscoperta di quella giovinezza quasi addormentata Marie assapora la libertà che credeva di aver accantonato in favore della routine della sua vita.

Tu sei lontano da me. E io accetto questa distanza dolorosa. E non so come tu mi ami. Non dirmelo. Difendi da me la tua vita, conservala per te. Non hai il diritto. E se non l’avessi, questo diritto, dovresti conquistartelo. Ma io ti amo. Non te lo dirò. Lo dico a me stessa. Perché dovrei porre un freno a ciò che è così potente dentro di me? Ti amo. Forse per un tempo brevissimo, forse per sempre. Nessuno lo sa. Nell’amore non ci sono né perfezione né eternità prestabilite. L’amore batte secondo pulsazioni del tempo, come battono tutte le cose viventi. Si rafforza o si sgretola, declina e si risolleva. Se è vivo può morire. Ed è questo il suo bello. Una cosa è grande e commovente solo quando contiene possibilità di morte.

Marie aspetta Marie è uno di quei libri che non bisogna lasciarsi sfuggire, con una protagonista indimenticabile e una prosa fine, delicata e a tratti poetica (le ultime pagine sono qualcosa di indescrivibile) a cui ci stiamo disabituando.

Parlarne tra amici

parlarne tra amici

  • Titolo: Parlarne tra amici
  • Autrice: Sally Rooney
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 13 Febbraio 2018

«Sally Rooney ha scritto il caso letterario dell’anno. Parlarne tra amici è il romanzo sull’amore e sul tradimento del nostro tempo» The New Yorker

Non può che procurare aspettative altissime un romanzo che sul The New Yorker viene definito il caso letterario dell’anno. Certo, sono tanti i libri che vengono definiti tali e poi alla fine si rivelano tutt’altro: è questo il caso? Portate pazienza e ve lo dirò.

Sally Rooney è stata definita da molti la Salinger della Snapchat generation ed essendo io una non fan di Salinger e reputando Holden il personaggio più antipatico che la letteratura abbia potuto produrre (scusate, davvero) partivo con una buona dose di pregiudizio. La Rooney sarà pure la nuova Salinger, ma fortunatamente al posto di Holden ci sono Frances e Bobbi, una coppia di amiche in passato amanti che continuano ad essere indispensabili l’una dell’altra anche dopo la rottura.

Della serie gli opposti si attraggono, Frances e Bobbi sono completamente diverse. Bobbi è la ragazza che tutte vorremmo essere, Frances è la ragazza che tutte siamo. Bobbi è appariscente, intelligente, brillante, sarcastica, quella capace di riempire con la sua sola presenza una stanza vuota mentre Frances è più riservata, più timida, di una bellezza più contenuta e la classica ragazza che fa affermare: ma perché, c’era pure lei?

Frances è la ragazza acqua e sapone che consapevole di non poter puntare sul proprio aspetto esteriore ha investito sulla sua intelligenza: in qualche modo si deve pur brillare. Una scelta fondata soprattutto sulle sue insicurezze dovute in primis dalla sua paura di soffrire (se non rischio, non soffro) e poi dalla sua condizione di instabilità familiare. A dividere Frances e Bobbi c’è anche la loro estrazione sociale. Bobbi è ricca, la figlia prediletta di suo padre a cui basta schioccare le dita per ottenere ciò che vuole; Frances ha i genitori separati, un padre alcolizzato e ha sempre campato grazie alla sua costanza e ai suoi sacrifici.

Frances e Bobbi vengono notate una sera da Melissa, dopo uno spoken word (Frances compone poesie e insieme le recitano) e resta folgorata dalla coppia e senza scrupoli le invita a casa sua dove vive con il marito Nick. Tutti notano sempre e solo Bobbi, questa volta ad essere notata e a far colpo su Nick è Frances. I due iniziano prima a sentirsi tramite mail per poi portare quella relazione solo virtuale anche nella realtà. Frances sa che Nick è sposato, ma questo non la ferma; Nick non è il tipo che tradirebbe sua moglie (prima di tradire sono tutti tipi che non tradirebbero il proprio partner) ma questo non ferma lui.

Frances e Nick sono determinati nel portare avanti la loro relazione e al tempo stesso Nick non ha nessuna intenzione di lasciare la moglie (ma va!) e quindi ecco che il triangolo è servito. Tra gli incontri clandestini dei due e quelli alla luce del quartetto tante conversazioni, eterni dibattiti su politica, società, cultura e altri svariati argomenti.

«La storia si svolgeva nella vita reale e non online, ma io mi sentivo comunque derubata di qualcosa»

C’è questo passaggio che mi ha colpito parecchio e che porta a riflettere sulle relazioni di oggi rispetto a quelle di ieri. Il tradimento è sempre lo stesso e non nascondiamoci dietro la bugia che social e WhatsApp portino a tradire di più. Ma le relazioni 2.0. necessitano di tracce? Quando Frances cerca tra le sue mail delle prove della sua relazione con Nick e non le trova ci resta male. Banali messaggi di posta elettronica, semplici scambi di frasi che farebbero pensare più a un rapporto tra amici piuttosto che amanti. Abbiamo bisogno di prove? Anche se la relazione la viviamo nel reale se non abbiamo la conferma scritta vale meno?

Sarà che il tradimento scorre tra le chat di WhatsApp, ma questo si infiltrava anche tra lettere nascoste e telefonate fatte all’insaputa del proprio compagno. Parlarne Tra Amici è un romanzo sui rapporti d’amicizia e sui rapporti con l’altro sesso che al nuova tecnologia avrà pure modificato ma che sotto sotto restano sempre gli stessi.

Questo è il mio sangue

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  • Titolo: Questo è il mio sangue
  • Autrice: Elise Thiébaut
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Qualche settimana fa leggevo una notizia su Il Post che titolava “In Nepal si muore di mestruazioni”. Riportava la storia di una studentessa di 22 anni, Gauri Kumari Budha, morta nella sua capanna soffocata dal fumo del fuoco che aveva acceso per scaldarsi. La ragazza non è morta a causa del ciclo, ma a causa del ciclo era stata allontanata dalla propria casa e costretta ad essere isolata perché tradizione vuole che il sangue sia impuro e quindi in quei giorni lì (uso l’espressione tipica che indica i giorni in cui noi donne abbiamo il ciclo) le donne vengono allontanate dai villaggi e isolate.

Le mestruazioni sono un tabù? In molte rideranno e si scandalizzeranno nel sentir definire le mestruazioni un tabù. Dopo tutte le battaglie fatte consideriamo ancora il ciclo un argomento off limits? No, andiamo, non siamo più nel medioevo. Vi do una notizia però. Se in Nepal le donne vengono allontanate e isolate perché impure, se in tantissimi paesi africani le donne in quei giorni non possono andare a scuola perché non sono dotate di assorbenti e devono utilizzare fogliame e carta e altri materiali non idonei ed igienici e se in Bolivia vietano alle donne di farsi persino la doccia (in quei giorni dove l’igiene dovrebbe moltiplicarsi) allora vuol dire che le mestruazioni sono un problema e anche un tabù perché non vale occuparsi solo della propria parte di cielo, troppo facile ed anche irresponsabile.

Di mestruazioni non se ne parla apertamente e dirlo non cancella i diritti che le donne hanno conquistato con le loro battaglie e non ci fa retrocedere negli anni preistorici e medievali. È una cosa naturale, normale ma anche intima e fonte di pudore. C’è chi ne parla apertamente, chi utilizza espressioni per indicarle, chi ci gira intorno e chi preferisce non parlarne. C’è chi non è in grado neanche di dire la parola assorbenti (io per anni a mia madre dicevo mancano i cosi), chi li nasconde in borsetta e quando li caccia riesce in trucchi che farebbero impallidire prestigiatori con anni di carriera alle spalle e chi li nomina, li mostra e chissenefrega ho il ciclo gli assorbenti mi servono e li uso senza problemi.

La scrittrice Elise Thiébaut in questo saggio affronta lo spinoso tema delle mestruazioni facendo anche un interessantissimo excursus storico, religioso, mitologico e sociale e analizzando molteplici questioni che da queste derivano.

Dall’arricchimento delle aziende che si occupano della protezione periodica delle donne, e parliamo di trenta miliardi di dollari l’anno, ai rischi che tali protezioni possono provocare alle donne e di cui nessuno parla. I famosi assorbenti e tampax che a sentire la pubblicità ti alleggeriscono la favolosa esperienza mensile non vengono sottoposti agli stessi controlli di qualsiasi prodotto cosmetico e la loro stessa composizione non viene mostrata nei dettagli sulle confezioni. Ebbene i rischi che il loro utilizzo comporta ci sono, ma tutti preferiscono far finta di nulla, così come dovremmo far finta di nulla sulla questione Iva che ci tocca pagare su questo prodotto che per noi donne è un genere di prima necessità ma che non viene reputato come tale. Il paragone che farà arrabbiare in molti è che la Coca-Cola ha un’aliquota del 5,5% e gli assorbenti del 20%.

Perché abbiamo tanta paura di un processo naturale che ci permette di dare la vita? Perché ci affrettiamo a nascondere nella borsa i tamponi interni quando ci capita di tirarli fuori per sbaglio? Perché bisbigliamo mestruazioni quando siamo pronti a gridare troia, zoccola e puttana?

La risposta lo ammetto mi sfugge. Bisognerebbe scindere tra vergogna e pudore e provare a ragionarci. Non ho vergogna sia chiaro, anche perché vergognarmi di qualcosa che mi mette k.o. fisicamente e mentalmente per quattro/cinque giorni al mese per una media di trenta/quaranta anni mi sfinirebbe. Pudore sì, perché la reputo una questione personale ed intima che non nascondo ma ometto. Nella mia famiglia quando a una di noi ragazze arrivavano le mestruazioni per la prima volta partivano le telefonate dei parenti che ti facevano gli auguri (quando vennero a me intimai a mia madre che se l’avesse detto ad anima viva povera a lei e le congratulazioni me le sono scampate). Che sia arrivato il momento di una rivoluzione mestruale? Che sia arrivato il momento di parlarne liberamente senza curarsi troppo degli altri? Per il momento è arrivato questo libro. Leggete Questo è il mio sangue e poi ne parliamo.

I post più letti dell’anno!

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Quanto a questo Rondini d’inverno, ribadire ogni volta la bravura e il talento di Maurizio de Giovanni sembra scontato. Le emozioni sono sempre tangibili e palpabili, ogni pagina si legge con fervore, ogni volta si vorrebbe non finirlo e desiderare di trovare una nuova indagine subito ad attenderci in libreria. Anche stavolta ci tocca aspettare un anno per rivederlo tornare, anche stavolta vorremmo che l’anno volasse per poter ricominciare a rileggerlo.

Ci sono LUI e LEI, tantissime comparse (tutte elencate nei titoli di coda del libro) a cui è difficile stare dietro, moltissime citazioni cinematografiche e letterarie e degno di nota è il preciso lavoro svolto dalla traduttrice Daniela Almansi, un lavoro non semplice ma riuscito alla perfezione. Soprattutto c’è una storia che aspetta solo di essere letta.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale.

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina.

L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Jingle Books #5: Alejandro Palomas

Il Natale è ormai alle spalle, il tempo di riprendere fiato e si comincia a pensare al 31 dicembre: Capodanno. Fer e la sua strampalata famiglia trascorreranno insieme la sera dell’ultimo dell’anno e a scoppiare non saranno solo i botti fuori, ma anche i sentimenti che per non ferire gli altri hanno tenuto per molto tempo repressi.

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Barcellona. Oggi è il 31 dicembre. «Saremo in cinque» dice la mamma. «Senza contare Olga, ovviamente». Mamma è nervosa e piena di gioia. È così da una settimana, da quando ha avuto la certezza che stasera ci saremo tutti. Finalmente, dopo tanti tentativi frustati, tutti noi che siamo sangue del suo sangue ci siederemo a tavola per festeggiare l’ultimo dell’anno e brinderemo insieme. È un giorno importante per lei e non lo nasconde, perché è incapace di farlo. Da quando ha divorziato da papà è accaduto sempre qualcosa, qualcosa è andato storto e la cena di Capodanno è sempre stata un fallimento. Il primo Natale, Emma restò bloccata per quasi un mese in Argentina perché la compagnia aerea con cui doveva viaggiare è fallita, lasciando a terra i passeggeri di tutti i suoi voli. Poi fu zio Eduardo a disertare: l’anno dopo aveva deciso di andare a vivere a Lisbona e in quei giorni stava aspettando che arrivassero due container pieni di mobili, che pareva si fossero persi per strada e alla fine erano arrivati a Tangeri. E l’anno scorso è stato il turno mio e di Max. Il 31, a mezzogiorno, mentre giocavo con lui al parco, la sua palla rimbalzò contro un albero e finì sulla strada. 

Questa è, finalmente, la sera di mamma, che è in movimento dalle sei di stamattina ed è così emozionata che, tra i nervi a fior di pelle, la goffaggine che la contraddistingue e la vista che non l’aiuta, abbiamo raggiunto un record di danni collaterali ammucchiati vicino alla pattumiera. «Fa’ sparire tutta questa roba prima che arrivi Silvia, per favore, Fer» mi supplica con un’espressione angosciata prima di sedersi al tavolo con l’uva. «Lo sai come se la prende tua sorella quando rompo qualcosa» aggiunge mentre guarda di sottecchi la busta con i resti della lampada di porcellana, tre bicchieri, due cornici per fotografie, una brocca per l’acqua e una teiera, che pare fosse cinese e che fino a oggi era il pezzo forte della sua collezione di orrori in miniatura, offerta da una rivista che lei si rifiuta di leggere, ma compra «per i regali». 

«Credi che piacerà a tutti?» domanda per l’ennesima volta, tornando a guardare nel forno. «È che… stavo pensando che forse non basterà. Anche se, in effetti, ci sono le due insalate, e zio Eduardo arriverà di sicuro con qualcosa di Duty Free. Poi sono rimasti i torroni che ha portato Silvia il giorno di Natale, e…». «Calmati, mamma» la interrompo con gentilezza. «Ci sarà cibo a volontà». Avremo avuto questa conversazione almeno una decina di volte nelle ultime tre ore. Il cibo basterà? Sarà sufficiente? Piacerà a tutti? Fa molto caldo? Non sarà meglio abbassare un poco il riscaldamento? Accendiamo subito le candele o aspettiamo che arrivino? E l’aperitivo? Ah, senza aperitivo? Sei sicuro?… Domande. 

(Tratto da Capodanno da mia madre, Alejandro Palomas, Neri Pozza)

Jingle Books #4: Jonathan Franzen

Terzo appuntamento del Jingle Books. Questa volta ci spostiamo negli Stati Uniti, in una cittadina del Midwest americano dove i Lambert si apprestano a festeggiare il Natale. Enid è sicurissima che questo Natale coinciderà con l’ultimo che suo marito Alfred potrà festeggiare visto che il Parkinson sta facendo il suo corso. Radunare i tre figli ormai sparsi nel Paese è la missione che la capofamiglia si assume e anche se i figli tutto vogliono tranne che stare con quella madre che ha passato la vista a correggere i loro comportamenti decidono di realizzare il suo desiderio.

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Nel seminterrato, all’estremità orientale del tavolo da ping pong, Alfred stava aprendo il cartone di whisky Maker’s Mark pieno di luci dell’albero di Natale. Sul tavolo aveva già le sue medicine e un kit per l’enteroclisma. Aveva un biscotto appena sfornato da Enid, che doveva essere a forma di renna ma faceva pensare a un terrier. Aveva un cartone di sciroppo d’acero Log Cabin contenente le grandi luci colorate che in passato aveva appeso ai tassi del giardino. Aveva un fucile a pompa in custodia di tela con la chiusura lampo, e una scatola di proiettili calibro venti. Aveva un’insolita lucidità e la volontà di usarla finché fosse durata. La luce incerta del tardo pomeriggio era imprigionata nei vani delle finestre. La caldaia si accedeva spesso, la casa perdeva calore. Il maglione rosso gli pendeva dalle spalle formando pieghe e protuberanze sghembe, come se Alfred fosse stato un ceppo o una sedia. I pantaloni di lana grigia erano afflitti da macchie che doveva per forza tollerare, perché l’unica altra scelta sarebbe stata quella di perdere il ben dell’intelletto, e non era del tutto pronto a farlo. La prima cosa che emerse dallo scatolone del Maker’s Mark fu una lunghissima fila di luci natalizie bianche avvolte intorno a una striscia di cartone. Le luci, conservate nel ripostiglio sotto la veranda, puzzavano di muffa, e quando Alfred inserì la spina nella presa si accorse subito che qualcosa non andava. La maggior parte delle luci brillava allegramente, ma vicino al centro del rocchetto c’era una chiazza di lampadine spente- una sub-stantia nigra nel cuore del groviglio. Districò il filo con mani esitanti e lo stese sul tavolo da ping-pong. All’estremità c’era uno sgradevole segmento di lampadine fulminate. Alfred sapeva cosa si aspettava da lui la modernità. La modernità si aspettava che andasse in un grosso discount a sostituire le luci guaste. Ma i discount erano affollati in quel periodo dell’anno; avrebbe fatto una coda di venti minuti. Non gli dava fastidio aspettare, ma Enid non gli avrebbe permesso di guidare la macchina, e a lei dava fastidio aspettare. Enid era al piano di sopra a frustarsi sulla dittatura d’arrivo dei preparativi per il Natale.

(Tratto da Le correzioni di Jonathan Franzen, Einaudi)