Napoli Mon Amour | Te piace o presepe?

Te piace o presepe?

Sembra di sentirlo Luciano De Crescenzo mentre veste i panni del professore in pensione di filosofia Gennaro Bellavista che spiega ai suoi studenti la differenza tra alberisti e presepisti. Quelli che amano l’albero sono uomini interessati al consumismo, quelli che amano il presepe sono uomini d’amore e di poesia e non è un caso, questo sempre secondo il professore, che il napoletano in quanto uomo d’amore è un presepista.

L’arte presepiale è una delle tradizioni più antiche della città che al presepe a ai suoi artigiani ha dedicato una strada nel centro storico, San Gregorio Armeno, le cui botteghe sono diventate celebri in tutto il mondo e sono meta turistica durante tutto l’anno. È una stradina piccola che nel periodo natalizio a causa dell’enorme folla è quasi impraticabile, ma quanto è bello spulciare tra le varie botteghe e curiosare tra le statuine. San Gaetano da Thiene viene indicato come l’inventore del presepe napoletano che diede inizio alla tradizione di allestirlo in casa durante il periodo natalizio.

In ogni presepe che si rispetti non dovrebbero mancare alcune figure considerate fondamentali come i due compari, Zi Vicienzo e Zi Pascale, personificazione del Vizio e della Morte, il pescatore che simboleggia il pescatore delle anime, la zingara, colei che prevede il futuro, i venditori che per correttezza dovrebbero essere dodici come i mesi dell’anno e ovviamente i tre magi che non hanno bisogno di spiegazioni.

Se penso al presepe non posso non pensare a quella che è diventata a tutti gli effetti un’altra tradizione natalizia napoletana che arriva direttamente dal teatro e dal genio di Eduardo De Filippo: Natale in casa Cupiello. Non so voi, ma a casa mia la sera del 24 è tassativa la visione dell’opera (tralasciando il terzo atto che non piace mai a nessuno). Il 25 dicembre 1931 è stata portata in scena per la prima volta e il resto è storia. La commedia è in divisa in tre atti e racconta i cinque giorni di festa della famiglia Cupiello. Si apre la mattina dell’antivigilia di Natale con Luca, il capofamiglia, il cui unico pensiero è portare a termine il presepe che sta costruendo nonostante la moglie Concetta e il figlio Tommasino lo criticano in continuazione. Come se non bastasse ci si mettono suo fratello Pasquale che non perde occasione per discutete con Tommasino, chiamato da tutti Nennillo e Ninuccia, la primogenita che non avendo mai amato il marito vorrebbe lasciarlo per scappare con il suo amante. Di questa seconda situazione il povero Lucariello è completamente all’oscuro e tutto il caos che ne conseguirà da tale scoperta sarà tragicomico.

C’è una scena della commedia in cui Concetta si fa male nel tentativo di prendere un capitone che era scappato e direi che siamo arrivati al punto piatti natalizi napoletani che non possono mancare. Il capitone è la tradizione che non può mancare sulla tavola il 24 insieme al baccalà e agli spaghetti con le vongole, mentre per i dolci struffoli, mustaccioli, susamielli e roccocò: non si scappa da tutto questo, guai a dire no, non mi piace.

E dopo cene e pranzi che durano ore cosa c’è di meglio che divertirsi un po’? Il gioco dei giochi natalizi è sua eccellenza la tombola che definirlo come un gioco di estrazioni di numeri è riduttivo e offensivo, perché la tombola a Napoli è una cosa seria. Fu Carlo III di Borbone che nel 1734 decise di ufficializzare il gioco del lotto, perché le scommesse clandestine toglievano denaro alle casse dello Stato, anche se frate Gregorio Maria Rocco lo riteneva amorale per i suoi fedeli. A spuntarla fu il Re che però acconsentì alla richiesta del frate di sospendere il gioco durante il periodo natalizio. Il popolo non volendo rinunciare decise di arrangiarsi come poteva e quindi crearono il famoso panariello dove all’interno c’erano i novanta numeri mentre su dei fogli furono create le cartelle.

Cari lettori di questa rubrichetta, vi auguro buone feste: ci leggiamo presto.

Napoli Mon Amour | La città dei sette castelli

C’era un tempo in cui Napoli era chiamata la città dei sette castelli, perché era l’unica città al mondo che ne ospitava ben sette collocati in modo da creare un sistema di difesa per la città nel caso di attacco dal mare.

Scopriamo insieme queste sette bellezze.

CASTEL DELL’OVO

È il castello più antico della città e sorge sull’isolotto di Megaride. La sua costruzione fu voluta da Guglielmo il Malo nella seconda metà del XII secolo. Napoli è una città piena di leggende e questo luogo non sfugge ad esse ed infatti secondo una di queste il poeta Virgilio mise nei sotterranei del castello un uovo dalla cui integrità sarebbe dipeso il destino della città. Sempre secondo la leggenda l’uovo si ruppe durante il regno della regina Giovanna I che si affrettò a sostituirlo. Il castello è simbolo delle dominazioni che si sono susseguite a Napoli: Federico II, Alfonso d’Aragona; nel 1733 venne colpito dai bombardamenti voluti da Carlo di Borbone. Oggi il castello è uno dei luoghi più conosciuti della città visitabili gratuitamente, esperienza che vi invito a fare: godetevi la fortezza e soprattutto non perdetevi il panorama visibile dalla terrazza che rientra nella mia personale classifica delle viste più belle della città.

MASCHIO ANGIOINO

Probabilmente è il castello più conosciuto la cui costruzione fu voluta da Carlo I D’Angiò e partì nel 1279 quando fu spostata la capitale del regno da Palermo a Napoli. Alfonso d’Aragona successivamente volle una ricostruzione e fu per questo che molti utilizzano l’espressione Castel Nuovo per identificarlo. Nei sotterranei ci sono due aree: la fossa dei coccodrilli e la sala dei Baroni. Secondo la leggenda nella prigione c’era un coccodrillo che si sfamava dei prigionieri tenuti nelle celle, mentre la sala dei Baroni deve il suo nome alla congiura di alcuni baroni contro Ferrante I D’Aragona nel 1487 che venendo a conoscenza delle trame ai suoi danni riunì con una scusa i baroni in questa sala e poi li fece arrestare e condannare a morte.

CASTEL SANT’ELMO

È il castello che dalla collina domina la città. Fu fatto costruire da Roberto D’Angiò dal 1336 al 1343. Nel 1857 un fulmine colpendo la polveriera causò il crollo di gran parte della fortezza che uccise 150 persone. Nel periodo della rivoluzione partenopea fu conquistato prima dal popolo e poi dai repubblicani, ma con la caduta della Repubblica diventò la prigione dei rivoluzionari tra cui Eleonora Pimentel De Fonseca, Francesco Pignatelli, Luisa Sanfelice e Domenico Cirillo. Oggi il castello ospita il Museo del Novecento ed è sede di mostre ed eventi.

CASTEL CAPUANO

Questo castello fu fatto costruire dal re normanno Guglielmo I detto il Malo sui resti di una costruzione già esistente. Fu la sede della residenza reale prima dell’edificazione del Maschio Angioino e successivamente divenne sede di riunioni di nobili, funzionari e personaggi illustri come Francesco Petrarca. Per volere di don Pedro de Toledo, Castel Capuano diventò un palazzo di giustizia e un carcere. Il castello non sfugge alla leggenda secondo cui tra le sue mura si aggira il fantasma degli avvocati appartenente a Giuditta Guastamacchia.

IL CASTELLO DEL CARMINE

Fu fatto costruire da Carlo III di Durazzo nel 1382 nel quartiere Mercato. Aveva una funzione prettamente militare e nel 1906 per motivi di viabilità venne distrutto parzialmente. Oggi resta da ammirare la Torre Spinella, la Torre Brava e una parte delle mura.

CASTELLO DI NISIDA

Sull’isola di Bagnoli sorge il magnifico Castello di Nisida che fu edificato nel XIV secolo e in seguito la regina Giovanna fece costruire la Torre di Guardia. Nel 1626 con l’epidemia di peste venne tramutato in lazzaretto, mentre oggi ospita l’istituto penale minorile.

FORTE DI VIGLIENA

Il Forte di Vigliena fu fatto costruire da Juan Manuel Fernandez Pacheco Y Zuniga nel 1706. La particolarità è che essendo alto solo sei metri era invisibile dal mare. Dal 1891 è diventato Patrimonio Nazionale, ma oggi del castello resta ben poco.

Napoli Mon Amour | Le librerie di Napoli

La vittoria del premio Nobel per la Letteratura assegnato a Louise Gluck mi ha fornito un ottimo assist per il nuovo argomento di questa rubrichetta: vi porto a fare un piccolo tour tra alcune delle librerie di Napoli. Da un paio di giorni la libreria Dante & Descartes, e la sua relativa piccola casa editrice, è balzata agli onori della cronaca per essere stata colei che in Italia ha pubblicato un libro di Louise GluckAverno” e l’attenzione si è spostata immediatamente su questo libraio ed editore napoletano che nel maggio del 2019 ha pubblicato un libricino che ad oggi si è rivelato la sua immensa fortuna.

La libreria Dante & Descartes si trova a Piazza del Gesù ed è stata fondata da Raimondo Di Maio quando era appena ventenne e ad oggi è una delle librerie più conosciute di Napoli vero e proprio punto di riferimento per gli amanti dei libri dove è possibile trovare libri rari e libri antichi, tutti personalmente scelti dal libraio.

Spostandoci di un centinaio di metri e più precisamente in Calata Trinità c’è quella che spesso viene definita una delle librerie più belle d’Italia. Sto parlando della Libreria Antica e Moderna Fiorentino che è stata fondata nel 1936 da Fausto Fiorentino. La bellezza di questo magico posto sta tutta nei libri che possiede: primissime edizioni, romanzi epocali e veri e propri libri gioiello per i collezionisti. Questa libreria venne scoperta da Benedetto Croce e fu amata ed apprezzata da tantissimi filosofi e studiosi.

Da piazza Gesù a Port’Alba il passo e breve e nella storica via delle librerie napoletane è doveroso citare la libreria Berisio. L’apertura di questa libreria risale al 1957 e quando qualche anno fa è stata colpita da una forte crisi economica, la libreria ha dovuto cambiare volto, rinnovandosi e diventando un lounge bar che è diventato in poco tempo un punto di riferimento per chi vuole trascorrere una serata bevendo un calice di vino o un boccale di birra mentre ascolta buona musica ed è circondato dalla bellezza dei libri.

Menzione speciale lo merita per l’appunto Port’Alba. Questa è la strada pellegrinaggio per i lettori e i turisti, essendo la strada in cui sono presenti tantissime librerie e le famosissime bancarelle di libri usati tra cui si trova sempre qualche occasione. Tra le librerie spicca la Libreria Guida, altra libreria storica della città. Attiva dal 1920 questa libreria divenne negli anni del fascismo un punto di ritrovo per gli intellettuali antifascisti dell’epoca. Dagli anni Sessanta in poi in quella che è diventata la celebre saletta rossa, presero il via gli incontri che divennero il luogo centrale della cultura napoletana. Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Alberto Moravia, Roland Barthes, Jack Kerouac, Pier Paolo Pasolini, furono alcuni degli intellettuali che animarono i dibattiti a cui accorrevano folle di giovani.

Rimanendo in zona ed arrivando a Vico della Quercia, il mio consiglio è quello di non farsi sfuggire una piccola visita nella libreria Belle Epoque, Libri e altro. È piccolissima e non molto conosciuta, ma sentite a me: merita qualche minuto del vostro tempo. Non troverete le ultime novità o i best seller degli ultimi anni, essendo questa una libreria specializzata in libri di antiquariato dove sarà possibile trovare manuali di filosofia ormai perduti o libri storici originali del Settecento.

Sempre per chi vuole incantarsi, consiglio una fugace visita alla libreria Neapolis a san Gregorio Armeno. L’ho scoperta un paio di anni fa, proprio mentre visitavo la celebre stradina dedicata ai presepi. È una libreria minuscola, credetemi, a fatica ci entrano due persone, ma è una vera e propria bellezza. In questa libreria la parola Napoli riecheggia in ogni dove, visto che tutti i libri presenti hanno a che fare con la città: tutto ciò che nel corso degli anni è stato scritto su Napoli lo troverete qui.

Il tour potrebbe proseguire, perché di librerie Napoli ne è piena, per fortuna. Facciamo che se ne conoscete altre me le dite, così magari ci scappa una seconda puntata. A presto guagliù, con tante altre storie sulla mia bella Napoli.

Napoli Mon Amour| San Gennaro e il suo miracolo

Non poteva non nascere in occasione della festa del santo patrono la rubrica che animerà il blog nei prossimi mesi e che sarà dedicata interamente alla città di Napoli. Napoli mon amour (chiaro omaggio a un libro che ho tanto amato e che ha avuto la meglio su Il mare non bagna Napoli) nasce con l’intento di raccontare la mia città del cuore (chiamata così per svariati motivi che non vi sto a dire) senza pretese, ma solo con l’augurio che possa interessare a quanti più lettori possibili. Sarà un bell’itinerario tra le meraviglie presenti, come i musei, le chiese, le piazze e i castelli, tra arte, storia, cultura, tradizioni, folklore e tante altre curiosità che non vi sto tutte a dire per non rovinare l’effetto sorpresa. Sarà un bel viaggio, statemi accanto che ne ho bisogno.  

Il 19 settembre è un giorno speciale per tutti i napoletani e non solo loro. È il giorno in cui si festeggia il santo patrono della città, San Gennaro e soprattutto si attende il miracolo della liquefazione del sangue. Ogni anno mi riprometto di assistere a questo evento che racchiude in sé qualcosa di santo e di profano e che ha ben poco a che fare con la fede, ma tanto con la speranza. Lo scioglimento del sangue avviene tre volte durante l’anno: il sabato precedente la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre. Lo scioglimento se avviene è considerato miracolo e soprattutto portatore di buona sorte per la città e i suoi abitanti, in caso contrario è presagio di sventura: tutti ricorderanno che nel 1973 il sangue non si sciolse e Napoli venne colpita dal colera, così come nel 1980, anno del terremoto in Irpinia.  

Ma chi era San Gennaro? Era un vescovo di Benevento che venne martirizzato durante la persecuzione dei cristiani voluta dall’imperatore Diocleziano. Gennaro si stava recando a Pozzuoli per far visita a un diacono imprigionato proprio a causa delle persecuzioni e venne a sua volta imprigionato e condannato ad esser sbranato dai leoni nell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli. Il giorno della condanna a causa dell’assenza del governatore il supplizio fu sospeso, ma fu deciso che a Gennaro e agli altri prigionieri doveva essere tagliata la testa. Era abitudine di allora seppellire i martiri e conservare un po’ del loro sangue e così avvenne anche per Gennaro. Il sangue venne raccolto e messo in un’ampolla e tenuto in custodia da una donna, mentre il corpo venne spostato svariate volte fino ad approdare nelle Catacombe di Capodimonte. Secondo alcuni storici in occasione di uno di questi trasferimenti avvenne la prima liquefazione, ma la data ufficiale viene fatta risalire al 1389.

A partire dal XVII secolo la comunità scientifica ha provato a dare una spiegazione logica dello scioglimento, ma ad oggi le cause sono del tutto sconosciute; questo ha portato l’autorità ecclesiastica a non parlare di miracolo, seppur lasciando liberi i fedeli di crederci e venerare il santo. Come in molte cose che faccio fatica a spiegare logicamente prendo la posizione che aveva Eduardo De Filippo: non è vero, ma ci credo.

Arrivati fin qua vi chiedo: buona la prima? Ma soprattutto ci leggiamo alla prossima.