Ma quale paradiso?

ma quale paradiso

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In un posto del genere ci vivrei tutto l’anno. E’ una frase che probabilmente avrete detto se avete avuto la fortuna di andarci alle Maldive o semplicemente avete visto una foto del posto su internet o in un’agenzia di viaggi. Le Maldive sono una delle mete turistiche più ambite in assoluto, con sole, mare cristallino e relax, un vero paradiso sulla terra che convincerebbe chiunque a fare i bagagli e trasferirsi. La realtà però è ben diversa da come appare e il reportage di Francesca Borri ha completamente rivoltato l’immagine di giardino dell’eden che siamo abituati a conoscere o meglio a credere di conoscere.

Le Maldive sono un concentrato di povertà, criminalità e corruzione, dove il 5 per cento della popolazione detiene il 95 per cento della ricchezza, dove a farla da padrone sono le gang, dove non puoi sperare nell’aiuto della polizia che dovrebbe proteggerti e che invece con queste gang va a braccetto, dove c’è un uso e uno spaccio spropositato di eroina e dove in teoria c’è la libertà di opinione ma guai a te ad usarla contro l’Islam, perché l’Islam è la religione di stato e non puoi avere religione diversa da questa. Il problema delle Maldive è l’economia, ma anche la politica, e perché no la religione e il suo fanatico fondamentalismo e aggiungeteci pure la Siria, la jihad, la sharia e chissà quante altre cose.

Male, la capitale, è dove risiede la maggior parte della popolazione e dove la maggior parte della popolazione è costretta ad andare per ogni genere di servizi come banche, università, medici o semplicemente per andare a comprare un paio di scarpe. Una capitale che ha i prezzi di Londra con la vita del Burundi. Ovviamente una situazione del genere fa comodo a chi le cose non vuole che cambino, perché una popolazione ridotta alla fame e che vive in condizioni di povertà costante e che non sente di avere l’appoggio della polizia o della politica difficilmente scenderà in piazza per protestare perché semplicemente non ne ha le forze. E’ una popolazione che preferisce bussare alla porta del potente di turno, chiedergli il dovuto, far finta di niente e continuare a sopravvivere.

La realtà desolante che ne esce ci fa entrare meglio nell’ottica e forse ci fa leggermente comprendere perché dalle Maldive parte il più alto numero di foreign fighters. L’Islam per questi ragazzi non è solo una religione con i suoi precetti e le sue preghiere; l’Islam è completa sottomissione al Dio in cui credono e la jihad rappresenta per loro una forma di redenzione e riscatto per poter mettere in atto una giustizia equa. La Siria diventa quella terra per cui è giusto sacrificarsi. Partire ed andare in Siria rappresenta quella svolta economica e morale che la loro terra non è in grado di offrire. Perché la Siria significa non solo avere un lavoro e uno stipendio, ma anche un’identità e una causa valida per cui combattere.

Quello che questo libro vuole provare a raccontarci è che non esiste solo il bianco e il nero, che non ci può essere una netta differenza tra i buoni (che poi saremmo noi occidentali i buoni?) e i cattivi, che non è tutto così chiaro come vorrebbero farci credere, bisogna scavare a fondo e cercare di non restare in superficie e trarre conclusioni ovvie e affrettate.

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

La compagnia delle anime finte

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    • Titolo: La compagnia delle anime finte
    • Autrice: Wanda Marasco
    • Editore: Neri Pozza
    • Data di pubblicazione: 20 Aprile 2017
    • Acquista il libro su GoodBook 

Vincenzina Umbriello e Rosa Maiorana. Una madre e una figlia. La prima distesa sul suo letto di morte, la seconda accanto a lei a ricordarne la vita. La vita di Vincenzina era stata amara fin dall’infanzia. Cresciuta a Villaricca, paesino di campagna vicino Napoli, con un padre adultero morto presto e una famiglia con tanti fratelli e molta povertà. Vincenzina crescendo si era dovuta ben presto rimboccare le maniche e andare a servizio presso una famiglia nella grande città, Napoli, quando quella grande città si stava riprendendo a fatica dalla distruzione che la seconda guerra aveva comportato.

Per Vincenzina però Napoli aveva rappresentato la svolta, perché è in quel di via Duomo che si imbatte in Rafaele Maiorana. La faccia onesta e i modi gentili subito fanno breccia in Vincenzina e anche lui resta colpito da lei.

Rafaele dice a Vincenzina: <<Ti sposo>> e questo a una femmina del dopoguerra può bastare.

Rafaele promette di sposare Vincenzina ogni volta che i due si vedono, ma poi si conclude tutto con un nulla di fatto. Fino al giorno in cui Vincenzina gli confessa che è incinta e il matrimonio non può essere più rimandato. Vincenzina impara presto che il matrimonio non riserva solo gioie. Subisce e sopporta il tradimento di Rafaele e si indebita con lo strozzino del quartiere per trovare i soldi necessari per le cure del marito quando quest’ultimo si ammala e poi è lei stessa a diventare un’usuraia che porta con sé la figlia Rosa che le tiene in ordine i conti delle persone a cui impresta denaro.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina. Il libro della Marasco richiede particolare attenzione. Lo stile dell’autrice è ricercato, raffinato, poetico e l’uso del dialetto rende la narrazione ancora più teatrale. La compagnia delle anime finte è nella cinquina del Premio Strega: vincerà Cognetti ma il libro della Marasco lo meriterebbe visto che capolavori del genere è raro trovarli oggi in letteratura.

Lessico famigliare

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      • Titolo: Lessico famigliare
      • Autrice: Natalia Ginzburg
      • Editore: Einaudi
      • Data di pubblicazione: 1963
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Lessico Famigliare è un libro di memorie. Tuttavia io stessa vi sono ben poco presente: è piuttosto la storia della mia famiglia.

Il lessico famigliare di cui parla l’autrice sono quelle espressioni tipiche della sua famiglia, una sorta di distintivo di appartenenza al gruppo, frasi che una volta pronunciate facevano sentire subito a casa e che riportavano a galla innumerevoli ricordi. E’ infatti attraverso i ricordi che si muove tutta la narrazione e che in quanto tali sono labili, tuttavia permettono in ugual misura di costruire un romanzo con una solida struttura, fatta di frasi immediate e brevi descrizioni.

Oltre ad essere un romanzo che racconta la famiglia dell’autrice, i Levi, Lessico Famigliare offre anche uno spaccato di storia recente, quella del primo dopoguerra, verso gli anni trenta quando in Italia il fascismo stava prendendo sempre più potere ed affermazione. La famiglia Levi in quanto ebrea è coinvolta in prima persona, infatti molti componenti della famiglia di Natalia vengono incarcerati e condannati, anche se loro le condanne le vivevano come medaglie al valore e non di certo come fonte d’imbarazzo. Il marito di Natalia, Leone Ginzburg (da cui la scrittrice erediterà il cognome che terrà anche dopo le seconde nozze) oltre ad essere arrestato verrà anche mandato al confine, dove la moglie deciderà di seguirlo con i bambini, e morirà in seguito alle torture fisiche che subirà in carcere.

Tornando alla storia principale, con naturalezza e semplicità l’autrice racconta la storia della sua famiglia, le sue varie separazioni, i lutti, i problemi che hanno dovuto affrontare come condanne ed incarcerazioni. La Ginzburg rende partecipe il lettore di tutte le persone che abitualmente frequentavano casa Levi, personalità di spicco come Adriano Olivetti (marito della sorella di Natalia), Vittorio Foa, Felice Balbo e Cesare Pavese. Natalia racconta inoltre la nascita della casa editrice di Giulio Einaudi, alla cui formazione iniziale aveva contribuito in maniera fondamentale suo marito Leone e poi Cesare Pavese, il cui carattere inquieto non era sfuggito a Natalia.

Lessico Famigliare è un libro autobiografico ma non deve essere classificato come una biografia, piuttosto come un libro di memorie; le memorie che l’autrice ha della sua famiglia e che ha voluto raccontare. Come lei stessa ha più volte dichiarato Lessico Famigliare era un libro pensato fin da bambina, quando vedendo la sua famiglia pensava che tutto ciò che veniva detto o accadeva fra le quattro mura doveva essere raccontato; non a caso l’autrice si sente poco, è più regista che attrice principale: non so se sia il migliore dei miei libri, ma certo è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà. 

L’Arminuta

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    • Titolo: L’Arminuta
    • Autrice: Donatella Di Pietrantonio
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 14 Febbraio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: L’Arminuta

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenevo.

Ha tredici anni l’Arminuta quando viene riportata dalla sua famiglia d’origine, come un pacco postale che ritorna da chi l’ha spedito o come una merce che difettosa è costretta a ritornare al negozio. Nei tredici anni precedenti a quel giorno è cresciuta con quella che credeva la sua vera famiglia, una madre e un padre amorevole che l’hanno allevata come la principessina di casa. Scoprire che quei genitori non sono i tuoi è un duro colpo da assorbire, peggio è sapere che c’è la tua famiglia naturale che ti reclama. L’Arminuta è quindi costretta a ritornare a casa dalla sua famiglia d’origine. Non ne comprende il motivo per cui deve lasciare sua mamma per tornare a vivere da sua madre e si convince da quei pochi elementi che ha a disposizione che sua mamma sia malata e non vuole farla assistere al calvario che starebbe per affrontare. In effetti sua mamma ultimamente stava spesso male, ma lei era grande e avrebbe potuto assisterla e starle accanto invece di sbarazzarsene.

La famiglia che la riaccoglie le sembra distante anni luce dal suo essere. Non è solo questione d’ignoranza, ma anche di mancanza d’igiene che pervade la casa e i suoi abitanti unito a un senso di inadeguatezza che non l’abbandonerà mai. Quella vergogna di essere associata a loro ed essere considerata parte di quel mondo a cui sentiva di non appartenere non era snobismo nei loro confronti e non era una questione di sentirsi superiore e migliore, ma quell’ambiente retrogrado non era il suo.

Ogni volta che provava a parlare con sua madre di sua mamma quella cambiava discorso. Sua mamma si era resa irrintracciabile salvo poi farle avere tutto ciò di cui aveva bisogno come effetti personali, biancheria e lenzuola nuove e pulite e un letto a castello in modo da non essere più costretta a dividerlo con sua sorella Adriana. Era uscita dalla sua vita ma continuava a seguirla a distanza operando nel dietro le quinte della sua esistenza. La sorella Adriana era la sola a cui si era affezionata, appoggiandosi a lei e sapendo di averla vicina riusciva a non perdere la testa in quell’assurda situazione. Grazie a lei e al fratello Vincenzo con cui aveva instaurato un rapporto controverso.

Difficile era per l’Arminuta vivere come se fosse tutto normale e la forza per andare avanti la ricavava dalla consapevolezza che quella era una situazione temporanea e presto sarebbe ritornata agli agi di casa sua, dalla sua migliore amica e a dividersi tra le sue lezioni di danza e nuoto. Nella sua mente non smetteva nemmeno per un secondo di formulare le varie ipotesi sul perché tutto ciò le stava accadendo e mentre colpevolizzava la mamma ritenendola l’artefice di tutto la giustificava e la perdonava; con lei non riusciva ad arrabbiarsi mai del tutto, era pronta a correrle incontro appena l’avrebbe rivista.

L’empatia che si crea con la protagonista in questo libro è molto forte. Come lei vogliamo capire il perché di questo impensabile gesto, con lei cerchiamo soluzioni e con lei viviamo la disperazione dell’abbandono. La famiglia è la prima certezza che impariamo a conoscere, venuta meno quella viene meno tutta la nostra stabilità. L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Sostiene Pereira

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    • Titolo: Sostiene Pereira
    • Autore: Antonio Tabucchi
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 1994 (prima edizione)
    • Acquista il libro su Amazon: Sostiene Pereira

Lisbona 1938. Pereira è un giornalista di una pagina culturale del Lisboa rimasto vedovo dopo che la moglie è morta in seguito alla tubercolosi. L’assenza della donna per Pereira è ancora difficile da sopportare e accettare per questo non rinuncia a parlare con lei e metterla al corrente di tutto ciò che gli accade con dialoghi che avvengono quotidianamente con lui che parla alla foto di sua moglie. E’ a lei che parla di Francesco Monteiro Rossi, autore di un saggio filosofico sulla morte che ha colpito positivamente Pereira e che lo spinge a contattarlo per proporgli una collaborazione per il suo giornale. Il compito che vorrebbe assegnargli è quello della redazione dei necrologi e lo mette alla prova commissionandogli un necrologio su Georges Bernanos o François Mauriac. Rossi, a dispetto del compito che Pereira gli ha assegnato, gli consegna degli articoli polemici dal forte contenuto politico e che di certo non potevano essere pubblicati, anzi erano articoli contro il regime dell’epoca e quindi altamente pericolosi. Pereira non pubblica gli articoli, però lo retribuisce lo stesso e cerca di aiutarlo con apparente distacco per evitare qualsiasi coinvolgimento.

Pereira era sempre stato un uomo mite, quiete, dedito alla lettura e alla cultura e la sua routine era rappresentata dal lavoro al giornale, dalla vita con sua moglie e dalla preziosa abitudine di consumare una omelette e una limonata al caffè Orchidea. Tutto ciò che gli accadeva intorno lo osservava e non si lasciava coinvolgere più di tanto. Adesso nella sua vita c’era un giovane che sostenuto ed incitato dalla bellissima fidanzata Marta scriveva senza paura tutto ciò che di scomodo stava avvenendo nel loro Paese e lentamente la sua coscienza civile sembrava svegliarsi dall’apatia verso cui l’aveva condotta.

Fondamentali si riveleranno i due incontri che Pereira intraprese. Il primo con il dottore della clinica dove Pereira si recava abitualmente per curare la cardiopatia di cui soffriva con cui parlò del sentimento di inquietudine che lo affliggeva e della sua recente idea di lasciare il Paese per andare in Francia e il secondo con un’ebrea con cui si ritrovò a viaggiare su un treno che quando apprese che Pereira era un giornalista lo incitò a far qualcosa denunciando ciò che stava accadendo.

Al suo ritorno Pereira trovò una situazione decisamente cambiata. Marta, la bellissima Marta era irriconoscibile e visibilmente preoccupata mentre Rossi presentatosi un pomeriggio da lui gli chiese ospitalità fino alla sua fuga. Pereira accettò di nasconderlo ma prima che il ragazzo potesse fuggire venne trovato e pestato fino ad ucciderlo. Fu questo tragico evento che spinse Pereira a prendere finalmente una posizione e denunciare la violenza e l’uccisione del suo giovane amico, assicurandosi che l’articolo passasse la censura per poter essere pubblicato.

Sostiene Pereira è il romanzo di maggior successo di Antonio Tabucchi oltre che uno dei romanzi più importanti della nostra letteratura. E’ un romanzo fortemente politico e civile e Pereira è l’emblema dell’antieroe che diventa eroe. Pereira è un uomo assorbito dalla routine della sua vita, si disinteressa della realtà in cui vive e non a caso ha scelto di occuparsi di cultura, che implicava il non dover denunciare qualcosa o prendere posizioni contro o pro qualcuno. Quando nella sua vita entra Rossi in Pereira avviene un lento ma importante cambiamento; chissà magari rivedeva nel giovane lui da ragazzo o intravedeva in figlio che non aveva mai avuto con sua moglie. Fatto sta che la sua coscienza si risveglia e poco alla volta prende atto della condizione del suo Paese e dell’Europa intera, della censura a cui erano costretti gli organi d’informazione e delle violenze che il regime operava sui dissidenti. Da antieroe diviene eroe quando decide di usare la sola arma a sua disposizione, la penna, mettendo tutto nero su bianco e fare finalmente qualcosa.

Il fu Mattia Pascal

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    • Titolo: Il fu Mattia Pascal
    • Autore: Luigi Pirandello
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 1904 (prima pubblicazione)
    • Acquista il libro su Amazon: Il fu Mattia Pascal 

Mattia Pascal vive a Miragno e non ha problemi economici grazie alla discreta eredità che gli ha lasciato suo padre. Il patrimonio è gestito da Batta Malagna, un disonesto che poco a poco deruba la famiglia Pascal senza che loro se ne rendano conto. Quando Mattia mette incinta la nipote di Malagna è costretto a sposarla e, inoltre, visto che la fortuna ereditata si è assottigliata è costretto a cercar lavoro e trova un impiego come bibliotecario, in un paesino che è quasi del tutto analfabeta e che di certo non legge. La vita matrimoniale di Mattia si trasforma ben presto in un incubo; i figli messi al mondo non sopravvivono e per di più con la coppia vive anche la suocera di Mattia che non perde occasione per esprimere disappunto per il genero verso cui non nutre alcuna simpatia.

Mattia decide di dare una svolta alla sua vita partendo alla volta di Montecarlo per tentare fortuna al gioco. Mattia stenta a crederci quando vince una considerevole somma di denaro con cui potrebbe riscattare la sua vita. Mentre è sul treno del ritorno la notizia di un suicidio avvenuto nella sua Miragno cattura la sua attenzione e quando legge che il cadavere è stato identificato con lui è incredulo. Dopo lo stupore iniziale Mattia decide che quella notizia la userà a suo favore non facendo più ritorno a Miragno. Mattia con la sua vecchia vita non vuole averci più a che fare e decide di seppellire Mattia Pascal e ribattezzarsi come Adriano Meis. Dopo aver girato diverse città decide di stabilirsi stabilmente a Roma prendendo una camera in affitto.

Mattia-Adriano capisce in fretta che una nuova identità non consiste con l’adottare un nuovo nome; anzi in quanto non registrato perché fittizio l’appellativo Adriano Meis non gli garantisce i documenti necessari per poter sposare la figlia del suo affittacamere. Decide di porre fine anche a questa nuova identità e tornare a Miragno per riappropriarsi di Mattia Pascal se non fosse che una volta arrivato si rende conto che le persone sono andate avanti anche senza si lui; sua moglie si è risposata con il suo migliore amico ed hanno avuto una figlia. L’unica cosa che resta a Mattia è il posto da bibliotecario che deciderà di svolgere lontano da tutti.

Ne Il fu Mattia Pascal ci sono i temi che caratterizzano tutta la produzione pirandelliana: il tema della trappola sociale, dell’identità e della maschera. Mattia è stritolato in un matrimonio d’interesse, è vittima di soprusi e disonestà altrui al quale non si ribella se non attraverso la fuga. Scappa dalla sua famiglia, scappa quando gli si presenta l’occasione dopo il viaggio a Montecarlo e scappa dalla sua nuova identità. I temi di identità e maschera tanto cari all’autore qui trovano la loro massima espressione. Identità e maschere che si fondono e che vengono rigettate o uccise a seconda del desiderio dell’interessato.

Insieme a Uno, nessuno e centomila, Il fu Mattia Pascal è il romanzo più rappresentativo di Luigi Pirandello, divenuto negli anni un classico della letteratura letto e studiato nelle scuole con trasposizioni cinematografiche e teatrali.

Io sono con te

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    • Titolo: Io sono con te
    • Autrice: Melania G. Mazzucco
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 25 Ottobre 2016
    • Acquista il libro su Amazon: Io sono con te. Storia di Brigitte

Raramente mi capita di scrivere qualcosa su un libro appena l’ho finito di leggere. Di solito mi prendo dei giorni per pensare alla lettura terminata, per metabolizzare la storia e chiedermi effettivamente cosa (di bello) mi abbia lasciato il libro. Io sono con te è una delle poche eccezioni che mi spinge a mettere in fretta tutto nero su bianco per timore che le emozioni che la lettura mi ha dato svaniscano.

Chi è Brigitte? Qual è la sua storia?

La scrittrice Melania Mazzucco a Brigitte ci è arrivata per caso quando le avevano proposto di scrivere un libro sui migranti. Ha avuto ben chiaro fin dall’inizio che non avrebbe scritto un’antologia di storie varie. E’ vero tutte le storie meritano di essere raccontate ma lei voleva soffermarsi solo su una persona e la storia di Brigitte l’aveva colpita più di tutte. Primo perché si trattava della storia di una donna e secondo perché Brigitte proveniva dal Congo e questo la collegava al personaggio di un romanzo che la Mazzucco aveva scritto anni prima ossia Annemarie Schwarzenbach, scrittrice, fotografa e giornalista raccontata in Lei così amata che in seguito a vicende personali si era trasferita in Congo. La cosa più importante però era che la storia di Brigitte, a differenza di tutte le altre, era una storia con il finale ancora aperto e da scrivere.

Brigitte è arrivata in Italia nel gennaio 2013. A differenza di molti non ha dovuto attraversare il mare a bordo di barconi stipata con altre migliaia di persone. Brigitte è arrivata in aereo accompagnata da una persona che durante il viaggio si è finto suo marito. Una volta atterrata è stata abbandonata a Roma con pochissimi effetti personali, inconsapevole di dove si trovasse e di cosa ne sarebbe stato di lei. Ha passato i suoi primi giorni italiani vagando senza sosta per la stazione di Roma Termini, l’unico posto che reputava sicuro, mangiando ciò che riusciva a raccattare negli scarti tra i rifiuti e dormendo all’addiaccio. Solo dopo nove giorni incontrerà Frére Antoine che la indirizzerà al Centro Astalli. Il Centro Astalli è la sede del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati-JRS che si occupa di accogliere, servire e difendere i rifugiati. L’incontro con Francesca Napoli, l’avvocato, sarà fondamentale per Brigitte. Certo all’inizio era molto diffidente perché Francesca era una giovanissima, bianca e donna e a Brigitte riusciva meglio relazionarsi con i maschi perché solo loro avrebbero potuto capire ciò che lei aveva vissuto prima.

Il prima di Brigitte era in Congo. La sua vita si divideva tra i suoi quattro figli, da crescere da sola visto che era rimasta presto vedova e le due cliniche da lei aperte nella sua città che fornivano quel tipo di assistenza che il suo Paese non garantiva. Certo erano cliniche a pagamento ma venivano curate anche persone che non potevano permettersi di pagare. Brigitte nella sua città era quel tipo di persona che si adoperava per tutti, che dava una mano quando serviva e tutti a Matadi avevano il suo numero di cellulare per contattarla per ogni evenienza. Anche se non voleva dargli peso Brigitte aveva capito che le cose sarebbero potute cambiare quel giorno che da lei si era presentato un uomo qualificatosi come colonnello che le aveva chiesto di uccidere sette manifestanti che erano stati ricoverati nella sua clinica. Brigitte aveva fatto il giuramento di Ippocrate, non avrebbe tolto la vita a nessuno. Quel giorno Brigitte ha risparmiato la vita di sette persone e ci ha rimesso la sua. In seguito a quel rifiuto Brigitte è stata prelevata da casa sua e tenuta prigioniera insieme a un mucchio di persone tenute in un minuscolo locale senza acqua e cibo se non consideriamo gli scarti come bucce di banana e teste di pesce. Brigitte è stata picchiata e violentata fino al giorno in cui grazie a una persona che le era riconoscente visto che gli aveva salvato la moglie e fatto nascere il figlio. Grazie a lui Brigitte riesce a scappare. Essere libera da quella prigionia però non voleva dire essere salva. Brigitte per salvarsi ha dovuto lasciare la sua città, i suoi figli e la sua vita ed andare via.

E ora era in Italia senza soldi e senza alloggio fisso, con un titolo da infermiera non valido nel nostro Paese, senza un lavoro e soprattutto senza sapere la sorte dei suoi quattro figli. Fino a quando non ha sentito la loro voce al telefono Brigitte li ha sempre creduti morti come loro avevano creduto e pianto come morta la loro maman.

Affrontare questo tema è molto complicato e subito si viene tacciati come buonisti o razzisti. Sono sincera anche a me è capitato di affermare aiutiamoli a casa loro ma inteso come fare in modo di creare le condizioni tali da non costringerli a lasciare il loro Paese. C’è un’emergenza in atto e al momento nessuno è in grado di affrontarla, gestirla e risolverla e nel frattempo aiutarli e ospitarli dovrebbe essere una normale prassi non in quanto forma di carità cristiana ma di essere umani. Quelli del prima gli italiani, ci rubano il lavoro, ci rubano in casa, stuprano le nostre donne, li ospitiamo negli alberghi con i nostri soldi, forse con il loro cervello (ammesso che ne abbiano uno) dimenticano che si tratta di persone. Persone che prima erano qualcuno, con una famiglia e una vita che non è detto riescano a rimetterla in sesto. L’Italia ha dimostrato di essere molto solidale se penso all’aiuto fornito agli sfollati dal terremoto, è una solidarietà che vale solo per i connazionali? Ti aiuto ma fammi vedere la carta d’identità, se sei italiano va bene se sei migrante fatti tuoi.

La Mazzucco confeziona un piccolo grande capolavoro. Avevo già letto di suo Sei come sei, ma il talento narrativo di questa autrice qui mostrato mi ha lasciato senza parole. Tutte le parole sono soppesate e ricercate e scelte con cura, nessun termine è lasciato al caso, anche le virgole si trovano dove devono essere. Non mi è mai capitato di scrivere così tanto di un libro, colpa e merito di questo gioiello: leggetelo.

Il giorno della civetta

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    • Titolo: Il giorno della civetta
    • Autore: Leonardo Sciascia
    • Editore: Adelphi
    • Data di pubblicazione: 1961
    • Acquista il libro su Amazon: Il giorno della civetta

Salvatore Colasberna viene ucciso con due colpi di pistola mentre sale sull’autobus diretto a Palermo. Pochi colpi e la folla si disperde, per paura e per non voler essere immischiata. Infatti quando le forze dell’ordine giungono sul posto quei pochi rimasti non hanno niente da dichiarare: non ho visto e non ho sentito.

Le indagini subito partono con a capo il capitano Bellodi, uomo del nord che ora si trova a lavorare in questo piccolo paesino della Sicilia. Contemporaneamente la moglie di Paolo NIcolosi si reca in caserma per denunciare la scomparsa di suo marito che a distanza di molte ore non è tornato a casa, accendendo subito la preoccupazione in sua moglie. Non ci vuole molto per capire che non può essere una coincidenza e che la scomparsa del Nicolosi ha a che fare con l’uccisione dell’imprenditore Colasberna, magari ha riconosciuto l’assassino di quest’ultimo e chi doveva ha già rimediato. A completare il quadro è l’uccisione di Calogero Dibella, conosciuto da tutti come Parrinieddu, uno che faceva il doppio gioco ed era informatore dei carabinieri. Sarà la sua testimonianza sotto forma di lettera contenente i tre nomi dei mandanti ed esecutori dell’omicidio a confermare che si tratta di un delitto a stampo mafioso.

Siamo negli anni in cui la mafia è negata da tutti, dai cittadini e dai politici: omertà nei primi e concussione nei secondi.

Questo è un delitto mafioso. A Salvatore Colasberna era stata offerta protezione per lui e per i suoi affari e non volendosi piegare ed adeguare come gli altri imprenditori già avevano fatto, era stato fatto fuori. Il caso per il comandante Bellodi non è neanche difficile, la testimonianza c’è e i nomi sono stati fatti, ora tocca solo farli confessare. Il mandante però, il padrino don Mariano Arena, ha i suoi santi in paradiso, o meglio i protettori in terra.

I giornali iniziano ad interessarsi al caso, che assume eco nazionale quando la pubblicazione di una foto di don Arena con un ministro fa finire tutto in parlamento che però si risolve con un nulla di fatto. A don Arena viene costruito un alibi ad hoc che lo scagiona, il comandante Bellodi viene rimosso dall’indagine che si conclude con l’accusa all’amante della moglie del Nicolosi, perché “quale mafia e mafia? A chisto piace dire sempre minchiate. Secondo me è tutta una questione di fimmine” riprendendo una battuta del film di Pif La mafia uccide solo d’estate.

La storia è semplice, il tema complesso. Quando capita di leggere un libro e trovarlo attuale c’è da chiedersi se si deve considerarla una vittoria per il libro o una sconfitta per i tempi che viviamo. In questo caso sconfitta su tutti i fronti visto che la mafia continua ad esserci, a fare i suoi sporchi affari e mietere vittime, l’omertà è ancora presente e l’inciucio con lo Stato è più forte che mai.

Il tempo è un dio breve

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    • Titolo: Il tempo è un dio breve
    • Autrice: Mariapia Veladiano
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 23 Ottobre 2012
    • Acquista il libro su Amazon: Il tempo è un dio breve

Ildegarda è una giornalista di una giornale cattolico. La nascita di suo figlio Tommaso ha coinciso con la crisi del suo matrimonio con suo marito Pierre. Quando appena nato gli misero Tommaso tra le braccia, Pierre provò un dolore assurdo. Da figlio non voluto non avrebbe mai voluto diventare padre. Pierre con Tommaso non si è mai comportato come padre, la sola presenza lo innervosiva e questo col tempo non era cambiato.

Quasi impotente Ildegarda ha visto il suo matrimonio sfasciarsi e non ha fatto niente per impedirlo. Notava che suo marito era assente e non diceva niente per timore di peggiorare la situazione. Ha visto suo marito andarsene di casa e non ha chiesto spiegazioni, se non un impegno settimanale in modo da non privare del tutto suo figlio di una figura paterna. L’essere per Tommaso tutta la famiglia necessaria (la madre di Pierre non aveva voluto suo figlio figuriamoci suo nipote) ha fatto sì che Ildegarda sviluppasse per suo figlio un attaccamento morboso e la paura di perderlo diviene per lei una vera e propria ossessione. L’idea che una malattia o un incidente glielo portassero via era un dolore lacerante al pari di un dolore fisico.

Dio prendi la mia vita non la sua diventa il suo mantra quotidiano.

Il Natale da trascorrere lontano da tutti è l’occasione per Ildegarda di mettere in pausa i suoi timori. Conosce Dieter, un uomo di fede che l’inferno che Ildegarda aveva paura di provare lo aveva vissuto sulla sua pelle. Sarà forse questo dolore che li avvicinerà dando vita a un rapporto che va oltre la semplice amicizia.

Dio la mia vita al posto della sua Ildegarda sarà costretta a dirlo con tutte le sue forze quando dopo una febbre altissima con conseguenti crisi epilettiche Tommaso è ricoverato in un ospedale. Il bambino supera il pericolo ma la sofferenza è dietro l’angolo e ora Ildegarda dovrà impiegare tutte le sue forze per salvare se stessa.

Forte, Cos’è essere forte? E’ resistere sempre, oppure arrendersi a quello che non si può impedire e così evitare la distruzione anticipata.

Che Dio è quello che accetta uno scambio del genere? La vita di uno al posto di quella di un altro. Che Dio è quello che mette continuamente alla prova i suoi figli con una serie di sofferenze? Più si soffre e più si crede? E’ normale che Ildegarda si ponga tutte queste domande e che la sua fede vacilli in un momento di tale dolore. C’è chi si avvicina a Dio quando soffre e chi se ne allontana. Nonostante i dubbi, nonostante tutto lei mette la sua vita nel Dio in cui tanto ha creduto, decidendo di trascorrere gli ultimi mesi della sua vita nel posto in cui lei e Dietric si sono conosciuti. Sa che lascerà suo figlio nelle ottime mani del suo nuovo compagno, della sorella di Pierre, Marguerite, l’unica familiare che è sempre stata presente.

Quello che bisogna fare è non desiderare nulla, amare tutto. Tutta la vita. E sperare. Io spero che questa non sia l’ultima parola. Spero nell’ultima parola di Dio.

Scrittura ineccepibile e storia toccante. Mariapia Veladiano conferma il suo incredibile talento narrativo. Emozionante e doloroso Il tempo è un dio breve mostra i limiti della vita di fronte alla morte, il degno calvario di una sofferenza e l’accettazione del destino grazie alla fede.

La vita accanto

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    • Titolo: La vita accanto
    • Autrice: Mariapia Veladiano
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 2 ottobre 2012
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Una donna brutta non ha disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia.

Rebecca è nata brutta. Da due genitori bellissimi l’ultima cosa che uno si aspetta è che mettano al mondo un bimbo brutto. Certo è orribile parlare in questo modo di innocenti creature come i bambini ma quando Rebecca è nata anche l’ostetrica si trovò in difficoltà di fronte a lei. La madre invece appena ebbe modo di vedere la figlia decise di non voler aver nulla a che fare con quello scherzo della natura, non solo, una volta tornata a casa decise di non uscire più. In seguito alla nascita la madre di Rebecca smise di essere madre, smise di essere moglie e smise di essere donna entrando in uno stato di depressione perenne da cui non ne uscì più.

Per rimediare alla mancanza di una figura materna il padre trovò per Rebecca una tata, Maddalena, una sua paziente che aveva perso in un incidente marito e due figli e che riversò su di lei tutto l’amore che le era stato ingiustamente sottratto. Altra figura fondamentale per Rebecca, sua zia Erminia, sorella gemella di suo padre, l’unica che riusciva a portare in quella casa impregnata di dolore gioia di vivere e soprattutto la prima ad accorgersi del talento della nipote. Sì perché Rebecca poteva anche essere brutta fino all’inverosimile ma possedeva delle mani stupende e un talento straordinario per il pianoforte. L’idea di mandarla al conservatorio è immediata, un talento del genere non deve passare inosservato, va preso e perfezionato per farlo diventare irresistibile. Andare al conservatorio però vuol dire farla uscire di casa, esporla al giudizio e alla vista degli altri e questo per la madre di Rebecca è fuori da qualsiasi logica, anche per l’asilo è un no categorico.

Trattenerla a casa a vita è impossibile, anche perché se si chiama scuola dell’obbligo un motivo ci sarà. E’ lì che Rebecca incontrerà quella che poi sarà la sua migliore amica: Lucilla. Lucilla bionda, bianca e grassa e con una parlantina incessante che le fa dire di tutto, anche quello che non dovrebbe dire. E’lei che riferisce a Rebecca di una riunione straordinaria a scuola con tutti i genitori indispettiti dall’affronto fatto, portare una bambina del genere in classe con i loro figli è stato scorretto; mostri del genere devono essere mandati in istituti speciali con persone come loro.

La vita di Rebecca cambia drasticamente la notte in cui sua madre muore cadendo nel fiume, almeno così le ha detto suo padre. La svolta arriverà con la conoscenza del maestro De Lellis, incaricato da sua zia Erminia di impartirle lezioni di pianoforte, e la madre. In particolare il rapporto che costruirà con la signora De Lellis anche lei pianista le permetterà di ricostruire il passato di sua madre e rispondere ai tanti interrogativi rimasti aperti dalla sua morte.

Quando mi capitano libri del genere mi chiedo dove sei stato finora e perché ci ho messo tanto a trovarti? E’ un libro che ti mostra l’ignoranza della provincia, della cattiveria delle persone, delle lingue sempre in moto pronte a sparlare di tutto e tutti, della supremazia dell’apparire sull’essere e l’eterno dibattito tra estetica ed etica. Rebecca viene discriminata a causa del suo aspetto fisico e l’atteggiamento dei genitori non certo aiuta visto che preferiscono murare viva la figlia piuttosto che esporla alla vista dei loro concittadini. Ciò che li preoccupa non è il male che possono farle, le ingiurie che li preoccupano sono quelle rivolte a loro. Altra cosa da apprezzare è la scrittura della Veladiano, ricercata e raffinata che costituisce parte del successo del libro.