Dall’ombra

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    • Titolo: Dall’ombra
    • Autore: Juan José Millas
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 20 Giugno 2017
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Era iniziato tutto a causa di un fermacravatta che Damiàn ruba un giorno in un mercatino d’antiquariato. Trovava irresistibile che la bancarella fosse del tutto incustodita e che sul fermacravatta ci fossero incise le iniziali S.O. Quello che non aveva calcolato era che qualcuno avesse potuto vederlo, cosa che accadde e che lo costrinse a nascondersi in un armadio. Armadio che a fine giornata venne venduto e consegnato a casa dell’acquirente. Una persona normale e di buon senso a questo punto avrebbe fatto una sola cosa sensata: scappare alla prima occasione. Damiàn invece decise non solo di restare per la notte, ma di trasferirsi del tutto in quella casa.

L’armadio che era stata la fonte di salvezza al mercatino diventa la sua nuova dimora e il suo nuovo punto di vista sul mondo, un mondo circoscritto alle uniche tre persone che vivevano in quella casa: Lucia, Fede e la loro figlia adolescente Maria. Damiàn diventa per loro una sorte di angelo custode, anzi un maggiordomo fantasma come inizierà lui a definirsi. Quando i tre al mattino escono di casa per far fronte ai loro impegni quotidiani fatti di lavoro, scuola e vita, Damiàn esce dal suo nascondiglio per riordinare casa e cucinare, facendo in modo che i lavori domestici gravino di meno su Lucia. Lucia, appassionata di storie paranormali, è la sola ad intuire una presenza all’interno della casa a cui attribuisce le faccende domestiche e stabilisce con lui una sorta di relazione.

Di Damiàn si potrebbe dire che è un uomo affetto da schizofrenia o da qualche altro disturbo della personalità. Era un uomo cresciuto in una famiglia che aveva sempre preferito la sorella adottiva e le cui uniche attenzioni gli erano rivolte dalla domestica. Damiàn era un uomo che aveva rifiutato la realtà in cui viveva ricreandosene una alternativa nella sua mente in cui lui era la superstar assoluta. Aveva appositamente creato un personaggio, il giornalista Sergio O’Kane che lo aveva reso protagonista indiscusso del suo talk-show. Tra Damiàn e Sergio c’era in atto un’infinita intervista con Damiàn che raccontava ogni singolo evento della sua giornata e con un pubblico che andava in visibilio ad ogni sua singola affermazione.

Quando Damiàn inizia ad integrarsi alla routine a casa di Lucia, inizia pian piano a rifiutare O’Kane ed essere consapevole che è un personaggio da lui creato e che in quanto tale poteva cessare d’esistere in qualsiasi momento avrebbe voluto. Il suo tempo Damiàn preferiva ormai impiegarlo meno nelle interviste e più negli aiuti a Lucia. Capisce che il suo matrimonio è infelice e vorrebbe aiutare la figlia della coppia che soffre di disturbi alimentari.

Dall’ombra è un libro claustrofobico, liberatorio, ma anche ironico, intenso e assurdo. Una storia specchio dei tempi in cui viviamo in cui tutti vogliono mostrarsi a tutti e dove dietro questa ossessione narcisistica si nascondono paure, insicurezze e solitudini. Juan José Millas è uno degli scrittori spagnoli contemporanei maggiormente apprezzati; è stato un piacere conoscerlo attraverso questo libro e sarà un impegno approfondirlo con altre sue letture.

Exit West

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    • Titolo: Exit West
    • Autore: Mohsin Hamid
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 25 Aprile 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Exit west

In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò. Per molti giorni.

Per molti giorni dopo averla notata Saeed non ha rivolto la parola a Nadia. Passato del tempo e preso coraggio le ha proposto un caffè da prendere insieme e dopo il primo rifiuto di lei i due il caffè lo hanno preso e dopo il caffè c’è stato anche un appuntamento in un ristornante cinese.

Nadia e Saeed si sono incontrati e conosciuti come la stragrande maggioranza dei ragazzi in una città che non è come la maggioranza delle città che siamo abituati a conoscere. E’ una città che vive di calma apparente, che non è un guerra ma non è neanche in pace e che non ti permette di capire quale sia la parte giusta con cui schierarsi, se con il governo o i miliziani. La storia di Nadia e Saeed procede normalmente fino a quando la bolla di calma scoppia e iniziano i coprifuochi, gli attentati e i bombardamenti che non permettono ai due giovani di vedersi regolarmente. Il clima precipita in maniera disastrosa nel giro di poco tempo portando Saeed e Nadia alla soluzione più ovvia: andarsene.

Ci sono delle porte capaci di trasportarti in altre parti del mondo in un baleno, certo è pericoloso e costoso ma è l’alternativa a vivere in un posto dove un bombardamento potrebbe far crollare nel giro di un minuto il palazzo in cui vivi. E’ Nadia a convincere Saeed ad usare le porte, anche se costoso, anche se rischioso e così i due si trovano trasportati prima in Grecia e poi a Londra insieme a migliaia di altre persone nella loro condizione provenienti da città immerse in conflitti.

Exit West si legge come una favola ma fa riflettere più di un saggio. E’ una perfetta sintesi di romanzo politico, come è stato da più voci definito, e romanzo fantastico. La presenza di queste porte fantastiche che permettono alle persone di spostarsi alla velocità della luce non è l’elemento centrale, centrale è la storia d’amore dei due ragazzi e la piega che prende. E’ affascinante la storia di Nadia e Saeed, il loro legame sembra indistruttibile ma bisogna fare i conti con quello che succede all’esterno e che irrimediabilmente coinvolge le loro vite. Di libri che affrontano questi temi mi è capitato di leggerne vari, ma non so perché Exit West ha avuto una presa differente. Forse perché racconta di un prima e un dopo, un prima fatto di vite che scorrono normalmente e un dopo fatto di vite completamente stravolte che ti portano lontano dai tuoi affetti e dalla tua terra. Quello che però emoziona di Exit West è sicuramente la speranza che emerge dal finale di questa storia che per ovvie ragioni non riporto (nessun allarme spoiler) e che quindi mi porta alla conclusione più ovvia: leggetelo!

Anche noi l’America

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    • Titolo: Anche noi l’America
    • Autrice: Cristina Henriquez
    • Editore: NN Editore
    • Data di pubblicazione: 17 Marzo 2016
    • Acquista il libro su Amazon: Anche noi l’America

Partire perché si vuole, partire perché si è costretti. Alla fine la differenza sta tutta tra il volere e dovere. La famiglia Rivera è costretta a partire e a lasciare il Messico perché dopo l’incidente della figlia Maribel i dottori hanno detto che le uniche scuole con un programma d’apprendimento adatto per lei si trovano negli Stati Uniti. Hanno preso poca della loro roba e tanta ne hanno lasciata nella loro vecchia casa e sono partiti per il Delaware, speranzosi di offrire una vita migliore alla figlia.

Come loro anche la famiglia Toro molti anni prima aveva lasciato Panama perché in giro ormai c’era solo distruzione e disordine civile e costruire una famiglia o semplicemente vivere era diventato impossibile. I Rivera e i Tori e tanti altri come loro erano arrivati nell’America che offre possibilità e avevano lasciato l’America (perché anche se latina sempre di America si tratta) senza però dimenticarla e senza sperare di ritornarci un giorno magari da vincenti, da persone che dopo estremi sacrifici ce l’avevano fatta. Si erano ritrovati tutti a vivere in un palazzo gestito la un latinos, Fito, che aveva creato questa sorta di isola felice dove i latinos per quanto lontani da casa potessero sentirsi a casa.

Mayor, il figlio dei Toro, nota Maribel appena i Rivera si trasferiscono. E’ bellissima, quella bellezza che ti lascia senza fiato e non ti fa volgere lo sguardo altrove. Non sapeva quello che le era successo, quell’incidente per cui Alma non la smetteva di dannarsi notte e giorno e che la faceva vivere con un senso di colpa eterno. Quando Mayor ne viene a conoscenza non fa che aumentare il senso di protezione nei confronti di Maribel e non sarà l’unico sentimento che svilupperà verso la ragazza.

Anche noi l’America è un libro bellissimo. Potrei girarci intorno, potrei usare paroloni come capolavoro, eccellente, straordinario, magnifico: il succo è quello. E’ un libro che ruota prevalentemente intorno alla storie di Alma e la sua famiglia e della famiglia di Mayor, ma riesce a dosare alla perfezione e dare la giusta importanza anche agli altri personaggi comprimari ed indispensabili alla storia.

Affronta un tema come quello dell’immigrazione che in qualsiasi latitudine della Terra sta scatenando dibattiti e polemiche. Se noi in Italia abbiamo un essere che vuole provvedere agli immigrati con le ruspe, in America hanno un altro essere che vuole innalzare i muri per difendersi dalla minaccia che queste persone porterebbero. Esseri come loro sono privi di empatia, questo è certo, come è certo che sono esseri privi di cervello. Dovrebbero per un attimo fermarsi a capire cosa spinge una persona a lasciare la propria città, il proprio Paese e i propri affetti. Povertà, guerre, mancanza di libertà sono tra i principali fattori che costringono le persone ad abbandonare il proprio Paese. Io sono del sud Italia, comprendo in minima parte cosa voglia dire vivere in un posto che non ti offre le basi tali per costruire il proprio futuro. Capisco cosa voglia dire amare visceralmente la propria città, ma al tempo stesso odiarla con tutte le forze perché consapevole che se ti vuoi realizzare da qui prima o poi devi andartene. Certo è una condizione lontana dalle storie raccontate dalla Henriquez, ma delle similitudini le ho riscontrate. In quanto a questo libro posso dire che il finale mi ha spezzato in due, mi ha fatto commuovere come pochi libri ci sono riusciti in tanti anni di carriera di lettrice perché un posto ti può far molto male, ma se è casa tua o lo stato una volta, lo ami comunque. Funziona così. 

Cara Ijeawele

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    • Titolo: Cara Ijeawele
    • Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 7 Marzo 2017
    • Acquista il libro su GoodBook 

Cara Ijeawele è un libriccino di appena una novantina di pagine, roba che si legge in una mezz’oretta. Quando lo finisci però non si ripone subito in libreria, ma si ritorna su molti passaggi. Il libro in questione di breve ha solo la lunghezza perché le considerazioni che si possono fare sono molteplici, i passaggi che fanno riflettere sono tanti. Quando io l’ho finito mi sono chiesta se nel 2017 abbiamo ancora bisogno di libri del genere. Il medioevo sembra essere alle spalle, le donne hanno conquistato molto, però i recenti fatti di cronaca di costume mi hanno portato alla conclusione che sì, nel 2017 abbiamo ancora bisogno di un libro come questo di Adichie.

Nei mesi appena trascorsi abbiamo assistito a una donna che ha detto a un’altra donna che vestita in un determinato modo (per essere chiari un vestito con un’ampia scollatura e un vistoso spacco) non poteva parlare di argomenti seri. Un giornalista in un editoriale del suo giornale affermava che se quella determinata candidata alla presidenza di stato le elezioni le ha perse è perché ha fatto una politica poco femminile; chissà forse voleva che mentre parlava dei punti del suo programma elettorale facesse pure un bel tutorial sul make-up. Il colmo però l’hanno raggiunto quelli che hanno attaccato un’attrice da tempo impegnata nel giusto riconoscimento delle pari opportunità rea di aver posato nuda per un servizio di copertina e quindi ma come, parli di femminismo e ti fai fotografare come mamma ti ha fatta?

Come già affermava nel suo precedente libro, Dovremmo essere tutti femministi, il femminismo non ha niente a che vedere con il non curarsi del proprio corpo e dell’estetica. Se non mi trucco e mi vesto da monaca non vuol dire che sono impegnata nella giusta causa, così come se sono una bella ragazza non vuol dire che sia stupida e il femminismo non so neanche dove abiti. Femminismo è riconoscere la disuguaglianza di genere, perché mettiamocelo bene in testa che uomini e donne sono diversi (e meglio così, aggiungerei). Tanto meno le donne sono migliori degli uomini e il femminismo non è affermare che le donne sono migliori in quanto donne; femminismo è creare pari opportunità tra uomini e donne, anche perché la battaglia femminista si rivolge a tutte le donne del mondo, non solo quelle appartenenti alla fetta di mondo più vicina a me.

Questo libriccino, manuale, decalogo, chiamatelo come volete è una sorta di guida per crescere una bambina che dovrebbero leggerlo proprio tutti (e con tutti intendo pure mia madre che piuttosto che in compagnia di un libro preferirebbe vedermi in compagnia di un ragazzo o mia nonna che sarà contenta e orgogliosa di me quando le dirò che sto comprando il corredo per sposarmi).

Sembra assurdo ma c’è ancora il bisogno di dire che il matrimonio non è un traguardo, che una donna sposata non è di certo migliore di una donna che non lo è. Il matrimonio è una delle tante tappe della vita, se ti sposi non ti danno il bollino sulla tessera fedeltà, se non lo fai continuerai ad avere due gambe e due braccia come tutte le altre donne. La maternità, come il matrimonio, non è un processo obbligatorio. Se una donna sceglie di essere madre è stupendo, se non vuole esserlo non facciamo di lei un mostro a tre teste che dovrebbe marcire all’inferno.

Ho ventisei anni, una vita davanti e ancora tante esperienze da fare. Mi piacciono i bambini ma l’idea di averne uno non mi affascina per niente. Ebbene quando dico di non volere figli mi guardano come se gli avessi detto che esco con Satana, oppure mi dicono che parlo così perché sono giovane e sicuramente cambierò idea perché una donna è completa solo se madre. No, una donna è completa sempre, non solo se madre e moglie di qualcuno, quelle sono aggiunte.

Potrei analizzare tutti i quindici punti che Adichie ci offre, però preferisco che leggiate lei piuttosto che i miei deliri. Cara Ijeawele è un piccolo e indispensabile gioiellino letterario, non privatevene.

Le nostre anime di notte

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    • Titolo: Le nostre anime di notte
    • Autore: Kent Haruf
    • Editore: NN Editore
    • Data di pubblicazione: 13 Febbraio 2017
    • Acquista il libro su Amazon: Le nostre anime di notte

E’ una sera quando Addie si reca a casa da Louis perché aveva una proposta da fargli, non di matrimonio sia chiaro. Si trattava di una cosa molto più semplice ma al tempo stesso particolare o meglio inusuale, perché se una donna del tuo vicinato si reca a casa tua chiedendoti di andare a dormire da lei non è che subito le dici di sì come se fosse la cosa più normale al mondo. A questa strana richiesta Louis dovette pensarci un po’, ma forse spinto dalla curiosità del provare e capirci qualcosa di più una delle sere successive si reca a casa della donna intenzionato a dormire con lei.

Per due persone rimaste vedove è dura dover passare il resto dei propri giorni da soli; certo durante la giornata è più semplice, si può uscire e vedere gli amici, fare commissioni e quindi interagire con gli altri, ma quando cala la sera e ti ritrovi da solo fisicamente e con i tuoi pensieri è difficile e sapere che dall’altra parte del letto c’è qualcuno a farti compagnia rende la nottata più leggera e sopportabile.

La scelta di Addie non era stata casuale, di certo non era andata di porta in porta a cercare qualcuno che dividesse il letto con lei, ma aveva ricercato uno di cui potersi fidare e che seppur conosceva superficialmente era certa che fosse un brav’uomo. L’accordo era stretto così i loro appuntamenti notturni erano diventati indispensabili. La sera prima di addormentarsi Louis e Addie impararono a conoscersi meglio. Addie gli aveva raccontato della straziante perdita della sua figlioletta in un incidente che aveva irrimediabilmente incrinato il rapporto con suo marito facendolo diventare un matrimonio di buona facciata agli occhi della comunità ma di zero affettività tra i due. Luois le raccontò della sbadata che prese per un’altra donna che lo portò ad abbandonare casa, moglie e figlia salvo poi tornare pentito sui suoi passi chiedendo perdono a quella moglie che probabilmente nonostante tutto non aveva mai smesso di amarlo; di questa seconda occasione Louis le fu sempre riconoscente e l’assistette amorevolmente fino al giorno in cui il cancro gliela portò via.

Certo il vicinato aveva già dato avvio ai pettegolezzi che avevano raggiunto le orecchie dei rispettivi figli. Se Holly aveva cercato di accettare la cosa per il bene del padre, Gene non fu dello stesso avviso con sua madre, ma occupato e preoccupato per i suoi problemi economici e matrimoniali dovette inizialmente mettere l’orgoglio da parte visto che l’aiuto della madre era quello di cui aveva più bisogno: calmate le acque avrebbe sistemato la situazione. Jamie, il nipotino di Addie, trascorse buona parte dell’estate in compagnia della nonna e di Louis a cui il bambino si affezionò. Rimessosi in sesto e non avendo più bisogno della madre Gene ritornato a Holt per riprendersi il figlio impedì categoricamente alla madre di continuare il rapporto con Louis se voleva continuare a vedere suo nipote.

Di punto in bianco Addie e Louis avevano iniziato a condividere la notte e di punto in bianco avevano smessi di vedersi; Addie aveva messo la parola inizio e la parola fine al loro rapporto, alla loro amicizia e al sentimento che lentamente era nato.

Questo libro è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora stato.

Kent Haruf ci riporta nella Holt che abbiamo imparato a conoscere e a cui ci siamo affezionati e ci regala una storia di una tenerezza infinita e unica. Non si tratta di due persone che si scelgono solo per farsi compagnia la notte, ma sono due persone che ci insegnano che non è mai troppo tardi per provare a fare le cose, per rimettersi in discussione e che arrivi a un certo punto della tua vita in cui impari a fregartene del giudizio altrui e di quello che potrà dire; si vive una sola volta meglio non avere rimpianti e godersi la vita al meglio. La scrittura di Haruf è ciò che più amo, diretta e senza fronzoli, ricca di dialoghi e povera di descrizioni, una scrittura misurata che arriva dritta al punto. Holt mi era mancata, fortuna che mi aspettano altri due viaggi da fare.

Le cure domestiche 

  • Titolo: Le cure domestiche
  • Autrice: Marilynne Robinson
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 15 Novembre 2016
  • Acquista il libro su GoodBook

Ruth e Lucille sono due sorelle che si ritrovano a dover crescere con la nonna dopo che la loro madre le ha lasciate sull’uscio della casa materna ed è andata via. Le due bambine non sanno che una volta lasciate lei si è buttata con tutta la macchina giù da un precipizio. La nonna è rimasta vedova molto presto dopo che suo marito è morto in un incidente ferroviario, quel tipo di incidente che diventa storia e che tutti i componenti della comunità tendono a conoscere e tramandare. Oltre ad Helen, la mamma delle bambine, la nonna ha un’altra figlia, Sylvie, che è andata via da così tanto tempo e in un modo così misterioso che il suo nome è diventato un tabù e non bisogna fare riferimento a tutto ciò che le riguarda.

Quando la nonna muore le bambine vengono affidate alle due prozie che decidono di trasferirsi nella casa ai pressi del lago con tutte le loro cose, pronte a prendersi cura delle piccole. Anche le due prozie hanno una bella età e soprattutto un carico di preoccupazioni eccessivo verso Ruth e Lucille. Tutte le loro azioni erano fronte di ansia e tutto poteva trasformarsi in malattia, sparizioni, dolori e morte. Le prozie capiscono ben presto che crescerle le avrebbe fatte ammalare prima del tempo e per questo decidono di contattare Sylvie, anche se non hanno la minima idea di dove sia la nipote. Quando riescono a rintracciarla e farla tornare a casa non hanno neanche bisogno di dire che ora spetterá a lei stare con Ruth e Lucille.

Sylvie era una donna particolare, misteriosa ed eccentrica, una nomade nell’animo affascinata dalle storie dei viaggiatori che incontrava. Sempre avvolta nel suo cappotto e con le scarpe ai piedi che non toglieva neanche per dormire ed ogni volta che usciva di casa per una passeggiata o una commissione le due ragazzine avevano la sensazione che la zia non sarebbe più ritornata.

Sylvie parlava moltissimo di cure domestiche. Mise a mollo per settimane tutti gli strofinacci, in una vasca piena d’acqua e candeggiante. Svuotò le credenze e le lasciò aperte a prendere aria, e una volta lavò metà del soffitto di cucina e una porta. Sylvie credeva nei solventi forti e soprattutto nell’aria. Era per amore dell’aria che apriva porte e finestre, benché fosse probabilmente per dimenticanza che poi le lasciava aperte.

Se all’inizio Ruth e Lucille erano eccitate all’idea di vivere con quella zia che tanto ricordava la loro madre, pian piano la convivenza fa incrinare quel rapporto solido, di pura simbiosi che c’era tra le due. Lucille mal sopporta il comportamento di Sylvie, specie quando fuori dalle mura domestiche la sua eccentricità è sotto gli occhi di tutti gli altri abitanti e soprattutto non concepisce come Ruth non si faccia alcun problema e continui a considerarla normale. I punto di rottura arriverà quando Lucille deciderà di andare via di casa e spezzare definitivamente il legame con la sorella. Questo porterà Ruth a legarsi ancora di più alla zia, l’unico pezzo di famiglia superstite, ed entrambe troveranno la salvezza nella presenza dell’altra.

Le cure domestiche fa parte di quel genere di libri che bisogna leggere con attenzione, con calma e con la mente sgombra da altri pensieri. Non solo per apprezzare maggiormente la storia, ma per avere il modo di immaginare e ricreare l’ambientazione dove tutto si svolge. Fingerbone mi sembrava ormai di conoscerla così come conoscevo il lago. Mi sono immaginata quel posto come un luogo poco abitato e con un’atmosfera in cui la luce del sole tende a farsi vedere poche volte durante la giornata. Lo percepivo questo lago dalle acque scure che al primo freddo tendono a ghiacciarsi. Il lago è protagonista tanto quanto Ruth, Lucille e Sylvie essendo non solo il luogo dello strabiliante incidente passato alla storia, ma è il luogo di fuga delle due ragazzine ed è il luogo in cui il legame tra Ruth e Sylvie diventerà indissolubile.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale. 

Operazione massacro

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    • Titolo: Operazione massacro
    • Autore: Rodolfo Walsh
    • Editore: La Nuova Frontiera
    • Data di pubblicazione: 2002
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Rodolfo Walsh è uno scrittore, giornalista e militante politico argentino che in Operazione Massacro ricostruisce una drammatica vicenda: quella dell’uccisione di un gruppo di uomini. Il romanzo è considerato il precursore di un genere, quello del giornalismo d’inchiesta o giornalismo narrativo, che vedrà la consacrazione in A sangue freddo di Truman Capote.

Conoscendo i rischi che l’inchiesta portava Rodolfo decise di cambiare il suo nome in Francisco Freyre, adottare una nuova carta d’identità e vivere in una nuova zona. Un gruppo di dodici uomini che si erano radunati per seguire un incontro di boxe alla radio viene trascinato via con la forza da un gruppo di forza armate che irrompendo nell’abitazione era convinto di trovare chissà quale gruppo complottista. Le forze armate che avevano precedentemente rovesciato il peronismo erano sempre all’erta e cercavano in tutti i modi di reprimere possibili resistenze peroniste, non facendosi certo scrupoli ad usare torture e violenze. Non avevano fatto i conti quella sera che nel gruppo che avevano trascinato con forza in un immondezzaio fuori Buenos Aires e a cui avevano sparato a raffica potessero esserci dei sopravvissuti: ben sette su dodici.

Walsh ricostruisce all’inizio del racconto il profilo di tutti e dodici gli uomini del gruppo e dopo quella sera segue il percorso dei sopravvissuti in attesa di una giustizia che non arriverà mai; nessuno dichiarerà mai con certezza perché quegli uomini furono presi e fucilati né tanto meno è uscito fuori il nome di un colpevole.

In questa edizione è presente anche la Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare del 1977 che Walsh indirizzò al generale Videla in cui denunciava i crimini e le torture, i morti e i desaparecidos e chiedeva che Videla se ne assumesse le colpe. Nella lettera Walsh fece un resoconto della disastrosa situazione dell’Argentina, con alti tassi di disoccupazione e povertà oltre che una fallimentare politica economica. Nessun giornale si assunse la responsabilità e il rischio (o meglio il coraggio) di pubblicare la lettera.

Rodolfo Walsh fu catturato in un’imboscata a Buenos Aires mentre distribuiva personalmente la lettera e venne successivamente inserito nella lunga lista dei desaparecidos anche se alcuni testimoni giurarono che il corpo di Walsh giunse già senza vita all’ESMA. Operazione Massacro è stato definito da Gabriel Garcia Marquez un capolavoro del giornalismo universale, una testimonianza rara e il testamento letterario, politico e sociale di un grandissimo scrittore.

Scende la notte tropicale

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    • Titolo: Scende la notte tropicale
    • Autore: Manuel Puig
    • Editore: Sellerio
    • Data di pubblicazione:
    • Acquista il libro su Amazon Scende la notte tropicale

Lucy e Nidia sono due sorelle argentine ultraottantenni. Lucy ha lasciato la sua terra natia da molti anni preferendo Rio de Janeiro mentre Nidia è rimasta a vivere a Buenos Aires. Dopo la morte di sua figlia Emilsen a causa di un cancro Nidia ha raggiunto sua sorella per riprendersi da questo lutto così difficile da affrontare. Per quanto caratterialmente diverse, Lucy più romantica e Nidia più razionale, le due riescono a bilanciarsi alla perfezione e non riescono a fare a meno della compagnia dell’altra. Trascorrono le giornate facendo lunghe passeggiate sulla spiaggia e passano molto del loro tempo a parlare evocando i ricordi del loro passato, da quelli più dolorosi a quelli più lievi e interessandosi alla vita della loro vicina Silvia.

Silvia è una psicoterapeuta che ha instaurato nel corso degli anni un bel rapporto con Lucy e per questo motivo non le nasconde niente della sua vita privata, anzi, ne parla con lei anche per avere un punto di vista esterno e capire i suoi sbagli e per sfogarsi visto che la sua vita sentimentale purtroppo non procede alla grande. Con un figlio lontano che studia a Città del Messico e ancora giovane, Silvia ha una sorta di relazione con un uomo rimasto da poco vedovo e con problemi economici. Lei è follemente presa da lui, lui la chiama quando gli fa comodo e quando non la chiama lei si strugge fino allo sfinimento.

Lucy si era trasferita a Rio anni prima per seguire gli affari del figlio. Quando questo si trasferisce a Lucerna in Svizzera, Lucy è costretta a malincuore a seguirlo lasciando sola sua sorella Nidia nella sua casa di Rio. Le due continuano a sentirsi scrivendosi delle lunghissime lettere in cui si aggiornano a vicenda. Nidia continua a tenere al corrente la sorella su Silvia e su Ronaldo, il portiere di notte a cui lei si è talmente affezionata da decidere di aiutarlo per come le è possibile.

Quando Lucy viene a mancare, il figlio preferisce non dare la tragica notizia alla zia telefonicamente o tramite una lettera, ci penserà di persona appena gli sarà possibile partire e con l’aiuto di suo cugino, il figlio di Nidia, cercano entrambi il modo di far tornare Nidia a Buenos Aires. A nulla valgono le insistenze dei due, Nidia ha deciso di restare nella casa di sua sorella e per farli stare più tranquilli decide di prendere con sé una ragazza che le faccia compagnia la notte. L’incontro tra questa e Ronaldo farà precipitare al peggio le cose e la delusione di Nidia sarà così forte da farla tornare a Buenos Aires dove ad attenderla ci sarà anche la dolorosa notizia della morte della sua amata sorella.

Scende la notte tropicale è un libro particolare per come l’autore l’ha costruito. La prima parte è formata esclusivamente dai dialoghi delle due sorelle mentre la seconda è formata da lettere. Le protagoniste sono Lucy e Nidia ma della loro vita noi veniamo a conoscenza a lettura inoltrata visto che l’attenzione loro la pongono sugli altri; si parla dei loro figli, dei mariti e dei nipoti e si parla soprattutto delle persone su cui si sono focalizzate ora, la prima su Silvia e la seconda su Ronaldo. Caratteristica degli anziani è vivere attraverso gli altri e Puig sembra concentrarsi su questo: il meglio dei nostri anni ormai è passato, possiamo concentrarci su altro e su altri. Scende la notte tropicale è l’ultimo romanzo dello scrittore argentino Manuel Puig. Vale la pena conoscerlo e leggerlo. Fidatevi.

 

L’altra figlia

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    • Titolo: L’altra figlia
    • Autrice: Annie Ernaux
    • Editore: L’Orma
    • Data di pubblicazione: 16 Maggio 2016
    • Acquista il libro su Amazon: L’altra figlia

Ma tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni. 

Per dieci anni Annie è stata convinta di essere la figlia unica dei suoi genitori, di aver avuto da loro un amore incondizionato che passasse sopra ai suoi difetti e ai suoi capricci. Insomma l’essere figlia unica equivale anche a questo, non ha termini di paragone. Durante le vacanze, un giorno, si ritrova per caso ad ascoltare la conversazione di sua madre con un’altra donna. Attirata dal cambio di tono, improvvisamente più basso e contenuto, apprende che lei aveva avuto una sorella, morta a solo sei anni per difterite.

Era più buona di quella lì è il colpo finale ad una notizia che di per sé è difficile da digerire. Non solo non era figlia unica, ma l’altra era più buona, magari più intelligente, più tutto e santificata dalla morte precoce ed improvvisa che come un piccolo santo l’ha relegata sotto una campana di vetro nella memoria dei suoi genitori.

Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza. Questa lettera scritta alla defunta sorella è un modo per l’autrice per far emergere ciò che per anni ha preferito tenere dentro di sé. Infatti fin dal momento in cui è venuta a conoscenza di tutto non ha mai ricercato un dialogo con i genitori, preferendo che entrambi vivessero nell’illusione che l’altro non fosse a conoscenza della verità. Il nome, Ginette, viene a saperlo da sua cugina visto che non ha mai sentito i genitori pronunciarlo. Faceva troppo male il suo ricordo ecco perché si comportavano così? Non pronunciare il suo nome, non ricordandola equivaleva a cancellarla completamente dalle loro vite ed eliminare il dolore che la sua morte aveva scatenato. Di Ginette non si parlava, però permettevano che Annie dormisse nel suo lettino o usasse la sua cartella. Solo da grande comprese che quegli oggetti che credeva fossero stati comprati per lei in realtà erano appartenuti a sua sorella. A pensarci bene c’erano stati vari episodi in cui l’esistenza di Ginette era stata menzionata. La zia che si lascia scappare è tua sorella, la piccola bara accanto a quella del padre, la madre che in tarda età con alcuni problemi di memoria dice al dottore ho avuto due figlie. L’accordo era stato tacitamente preso, loro non avrebbero detto niente, lei non avrebbe domandato.

La tua esistenza passa solo attraverso l’impronta che hai lasciato sulla mia. Scriverti non è altro che fare il giro della sua assenza. Descrivere l’eredità d’assenza. Sei una forma vuota che è impossibile riempire di scrittura. 

Questo libro, questa lettera è una confessione personale dell’autrice che non nasconde la sua gelosia, la sua rabbia, il suo dolore per la defunta sorella a cui prova a darle vita attraverso la sua scrittura.

 

Il rumore del tempo

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    • Titolo: Il rumore del tempo
    • Autore: Julian Barnes
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 6 Settembre 2016
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Un uomo fermo sul pianerottolo davanti all’ascensore con in mano una valigetta contenente pochi effetti personali aspetta. Chi è quell’uomo e chi aspetta? L’uomo è Dmitrij Sostakovic e non sa neanche lui chi aspetta. Facevano in quel modo, irrompevano a casa delle persone nel cuore della notte per trascinarle via e quindi per evitare questo lui preferiva farsi trovare pronto. In piedi davanti a quell’ascensore Dmitrij provò a ricordare quando quell’incubo ebbe inizio.

Il 26 gennaio del 1936 c’era stata la rappresentazione della sua opera Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk a cui aveva assistito anche Stalin. Il 29 gennaio la terza pagina del Pravda titolava che l’opera di Sostakovic era caos anziché musica. Con alte probabilità quella critica era stata scritta dallo stesso Stalin e questo voleva dire avere un Paese che si sarebbe messo contro e che la stessa vita era messa in pericolo. Chi era nemico di Stalin non aveva ragione di esistere, ecco perché sapeva che qualcuno sarebbe venuto a prenderlo e che avrebbe rischiato nella migliore delle ipotesi la galera, nella peggiore la vita.

I tre incontri con il Potere avvennero nel corso degli anni a distanza di tempo l’uno con l’altro. Il primo con un funzionario che durante il colloquio cercò un qualsiasi pretesto per incriminarlo. Così funzionava, se volevano farti fuori il motivo lo cercavano minuziosamente e sicuramente lo avrebbero trovato se non in lui in qualche suo famigliare, amico o conoscente. Lo stupore di Dmitrij fu quando presentandosi di nuovo scoprì che il funzionario era finito in galera passando da giudice a giudicato in meno di due giorni. Il secondo colloquio avvenne telefonicamente con Stalin in persona che cercò di convincerlo a partecipare a un convegno per la pace a New York come rappresentante dell’URSS. Con rispetto e riverenza Dmitrij provò a spiegargli che non poteva rappresentare una nazione che lo aveva messo al bando. Al bando? Un errore, parola di Stalin che gli assicurò che la sua musica poteva e doveva essere suonata e lui doveva volare immediatamente a New York. Il secondo colloquio lo riabilitò e a New York lesse un discorso-propaganda sul suo Paese: non era più un musicista bandito ma si sentiva un verme schifoso. Il terzo e ultimo colloquio avvenne quando fu costretto (guai a dire costretto nell’era del dopo Stalin nessuno veniva più ucciso o costretto a fare qualcosa contro la sua volontà) ad iscriversi al Partito Comunista. Anche in questo caso non si poteva dire di no, anche in questo caso si mostrò vigliacco.

C’è qualcosa peggio della morte?

Sostakovic si era posto questa domanda più volte nel corso della sua vita. Meglio morire che vivere come aveva fatto lui, nell’ansia perenne che potesse succedergli qualcosa o essere la causa per cui qualche suo amico o famigliare potesse essere preso e portato chissà dove. L’ansia e la paura deteriorano l’anima e ti fanno impazzire e preferire una pallottola alla tempia, veloce e che ti toglie da questo strazio. Più che delineare il profilo di un grandissimo artista, Barnes ha voluto sottolineare le difficoltà a far emergere la libertà della propria arte in un regime totalitario dove la parola libertà era priva di significato. Sostakovic si definisce un vigliacco consapevole di non poter andar contro al regime e afferma che essere vigliacchi richiede una presa di posizione costante e ferma al pari dell’essere eroe. Che cosa poteva contrapporre al rumore del tempo? Solo la musica che viene da dentro-la musica del nostro essere-che alcuni sanno trasformare in musica reale. E che se nei decenni a venire sarà abbastanza forte e pura e autentica da annegare il rumore del tempo, si trasformerà in mormorio della storia.