I post più letti dell’anno!

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Quanto a questo Rondini d’inverno, ribadire ogni volta la bravura e il talento di Maurizio de Giovanni sembra scontato. Le emozioni sono sempre tangibili e palpabili, ogni pagina si legge con fervore, ogni volta si vorrebbe non finirlo e desiderare di trovare una nuova indagine subito ad attenderci in libreria. Anche stavolta ci tocca aspettare un anno per rivederlo tornare, anche stavolta vorremmo che l’anno volasse per poter ricominciare a rileggerlo.

Ci sono LUI e LEI, tantissime comparse (tutte elencate nei titoli di coda del libro) a cui è difficile stare dietro, moltissime citazioni cinematografiche e letterarie e degno di nota è il preciso lavoro svolto dalla traduttrice Daniela Almansi, un lavoro non semplice ma riuscito alla perfezione. Soprattutto c’è una storia che aspetta solo di essere letta.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale.

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina.

L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Jingle Books #5: Alejandro Palomas

Il Natale è ormai alle spalle, il tempo di riprendere fiato e si comincia a pensare al 31 dicembre: Capodanno. Fer e la sua strampalata famiglia trascorreranno insieme la sera dell’ultimo dell’anno e a scoppiare non saranno solo i botti fuori, ma anche i sentimenti che per non ferire gli altri hanno tenuto per molto tempo repressi.

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Barcellona. Oggi è il 31 dicembre. «Saremo in cinque» dice la mamma. «Senza contare Olga, ovviamente». Mamma è nervosa e piena di gioia. È così da una settimana, da quando ha avuto la certezza che stasera ci saremo tutti. Finalmente, dopo tanti tentativi frustati, tutti noi che siamo sangue del suo sangue ci siederemo a tavola per festeggiare l’ultimo dell’anno e brinderemo insieme. È un giorno importante per lei e non lo nasconde, perché è incapace di farlo. Da quando ha divorziato da papà è accaduto sempre qualcosa, qualcosa è andato storto e la cena di Capodanno è sempre stata un fallimento. Il primo Natale, Emma restò bloccata per quasi un mese in Argentina perché la compagnia aerea con cui doveva viaggiare è fallita, lasciando a terra i passeggeri di tutti i suoi voli. Poi fu zio Eduardo a disertare: l’anno dopo aveva deciso di andare a vivere a Lisbona e in quei giorni stava aspettando che arrivassero due container pieni di mobili, che pareva si fossero persi per strada e alla fine erano arrivati a Tangeri. E l’anno scorso è stato il turno mio e di Max. Il 31, a mezzogiorno, mentre giocavo con lui al parco, la sua palla rimbalzò contro un albero e finì sulla strada. 

Questa è, finalmente, la sera di mamma, che è in movimento dalle sei di stamattina ed è così emozionata che, tra i nervi a fior di pelle, la goffaggine che la contraddistingue e la vista che non l’aiuta, abbiamo raggiunto un record di danni collaterali ammucchiati vicino alla pattumiera. «Fa’ sparire tutta questa roba prima che arrivi Silvia, per favore, Fer» mi supplica con un’espressione angosciata prima di sedersi al tavolo con l’uva. «Lo sai come se la prende tua sorella quando rompo qualcosa» aggiunge mentre guarda di sottecchi la busta con i resti della lampada di porcellana, tre bicchieri, due cornici per fotografie, una brocca per l’acqua e una teiera, che pare fosse cinese e che fino a oggi era il pezzo forte della sua collezione di orrori in miniatura, offerta da una rivista che lei si rifiuta di leggere, ma compra «per i regali». 

«Credi che piacerà a tutti?» domanda per l’ennesima volta, tornando a guardare nel forno. «È che… stavo pensando che forse non basterà. Anche se, in effetti, ci sono le due insalate, e zio Eduardo arriverà di sicuro con qualcosa di Duty Free. Poi sono rimasti i torroni che ha portato Silvia il giorno di Natale, e…». «Calmati, mamma» la interrompo con gentilezza. «Ci sarà cibo a volontà». Avremo avuto questa conversazione almeno una decina di volte nelle ultime tre ore. Il cibo basterà? Sarà sufficiente? Piacerà a tutti? Fa molto caldo? Non sarà meglio abbassare un poco il riscaldamento? Accendiamo subito le candele o aspettiamo che arrivino? E l’aperitivo? Ah, senza aperitivo? Sei sicuro?… Domande. 

(Tratto da Capodanno da mia madre, Alejandro Palomas, Neri Pozza)

Jingle Books #4: Jonathan Franzen

Terzo appuntamento del Jingle Books. Questa volta ci spostiamo negli Stati Uniti, in una cittadina del Midwest americano dove i Lambert si apprestano a festeggiare il Natale. Enid è sicurissima che questo Natale coinciderà con l’ultimo che suo marito Alfred potrà festeggiare visto che il Parkinson sta facendo il suo corso. Radunare i tre figli ormai sparsi nel Paese è la missione che la capofamiglia si assume e anche se i figli tutto vogliono tranne che stare con quella madre che ha passato la vista a correggere i loro comportamenti decidono di realizzare il suo desiderio.

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Nel seminterrato, all’estremità orientale del tavolo da ping pong, Alfred stava aprendo il cartone di whisky Maker’s Mark pieno di luci dell’albero di Natale. Sul tavolo aveva già le sue medicine e un kit per l’enteroclisma. Aveva un biscotto appena sfornato da Enid, che doveva essere a forma di renna ma faceva pensare a un terrier. Aveva un cartone di sciroppo d’acero Log Cabin contenente le grandi luci colorate che in passato aveva appeso ai tassi del giardino. Aveva un fucile a pompa in custodia di tela con la chiusura lampo, e una scatola di proiettili calibro venti. Aveva un’insolita lucidità e la volontà di usarla finché fosse durata. La luce incerta del tardo pomeriggio era imprigionata nei vani delle finestre. La caldaia si accedeva spesso, la casa perdeva calore. Il maglione rosso gli pendeva dalle spalle formando pieghe e protuberanze sghembe, come se Alfred fosse stato un ceppo o una sedia. I pantaloni di lana grigia erano afflitti da macchie che doveva per forza tollerare, perché l’unica altra scelta sarebbe stata quella di perdere il ben dell’intelletto, e non era del tutto pronto a farlo. La prima cosa che emerse dallo scatolone del Maker’s Mark fu una lunghissima fila di luci natalizie bianche avvolte intorno a una striscia di cartone. Le luci, conservate nel ripostiglio sotto la veranda, puzzavano di muffa, e quando Alfred inserì la spina nella presa si accorse subito che qualcosa non andava. La maggior parte delle luci brillava allegramente, ma vicino al centro del rocchetto c’era una chiazza di lampadine spente- una sub-stantia nigra nel cuore del groviglio. Districò il filo con mani esitanti e lo stese sul tavolo da ping-pong. All’estremità c’era uno sgradevole segmento di lampadine fulminate. Alfred sapeva cosa si aspettava da lui la modernità. La modernità si aspettava che andasse in un grosso discount a sostituire le luci guaste. Ma i discount erano affollati in quel periodo dell’anno; avrebbe fatto una coda di venti minuti. Non gli dava fastidio aspettare, ma Enid non gli avrebbe permesso di guidare la macchina, e a lei dava fastidio aspettare. Enid era al piano di sopra a frustarsi sulla dittatura d’arrivo dei preparativi per il Natale.

(Tratto da Le correzioni di Jonathan Franzen, Einaudi)

Libri 2017!

Avete letto classifiche sui migliori libri di questo 2017 ovunque, lo so e al solo pensiero di leggerne un’altra state male, vi capisco, però visto che le avete lette ovunque magari potete dedicare qualche minuto del vostro tempo anche alla mia di classifica, perché poi le altre sì e la mia no?. Neanche io sono una fan delle classifiche, ridurre le molte letture a una decina è un compito un po’ difficile, anche perché di libri belli (ma veramente belli) ne ho letti parecchi quest’anno e quindi mi spiace per quelli che ingiustamente (per questione di numero) sono rimasti fuori. Quindi ecco la mia personale top 10 (e se volete ditemi anche i vostri titoli di questo 2017 ché sono curiosa).

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

La storia della sua famiglia era una grande processione di stanze una dentro l’altra, stanze invase dal sole e dalla polvere, alcune vuote, altre pullulanti di spettri e altre ingombre di pezzi di mobili e vecchie foto e oggetti inservibili, ammucchiati gli uni sugli altri come nel retro di un teatro. Quelle erano le stanze in cui era meglio non entrare. 

Che succede, mà? Vuoi che racconti la storia tua e del tuo sposo e mi hai dato la vista potente dei tuoi ultimi istanti? Quando, si dice, l’intera vita e quella delle persone care scorre davanti agli occhi. 

  • Con molta cura. Severino cesari (Rizzoli)

Lo sai benissimo, di ciò che è in tuo potere affrontare ha senso prendersi cura. Ma proprio nel momento in cui pensi di esserti preso già abbastanza cura, abbastanza, e che potresti accontentarti, rimane in fondo solo quel poco di cui mi occuperò domani. 

La vita è fatta di pochi momenti importanti che spesso nemmeno riusciamo a scorgere mentre li viviamo. Loro ci seguono sempre un passo indietro e quando ti volti è già tutto fatto, irrimediabilmente compromesso, nel bene o nel male. 

Il male lascia senza parole. Se non lo nomini, non esiste. Se non lo chiami, scompare. Fino a che non impazzisci per aver ingoiato tutte quelle parole impronunciabili. Ma non è meglio staccarsi dalla realtà piuttosto che ammettere che sia finita ogni cosa?

Né uniti né divisi. E il problema è che questo è vero anche per i loro nemici. Che poi saremmo noi. In teoria, siamo tutti schierati contro il terrorismo: però, sul terreno, le cose sono sempre più ambigue. A volte la priorità è un altro nemico.

Voi civili non potete essere il mio nemico, finché non lavate la mano contro di me. Ma sempre con la massima sincerità vi devo ricordare che voi uccidete continuamente i nostri civili. E rubate le nostre terre, il nostro petrolio, le nostre miniere, le nostre cose. Ci fate soffrire ogni giorno. Se gli fai male, il gatto ti graffia. 

Quello che non capivo, quello che avevo capito adesso, all’improvviso, era che se smettevo di andare indietro, di cercare di recuperare il passato, forse c’era un futuro che mi aspettava, che ci aspettava, un futuro che si sarebbe svelato se solo mi fossi voltata a guardarlo. 

La sua intelligenza lo ha portato a percorrere una strada a tre tappe: dal semplice al complicato e poi di nuovo al semplice. 

Jingle Books #1: Charles Dickens

Natale si avvicina e per entrare di più nell’atmosfera festiva non c’è niente di meglio di una carrellata di libri in cui i protagonisti festeggiano il Santo Natale. Non potevo non iniziare questo appuntamento del Jingle Books (perdonatemi ma con i titoli non vado forte) con il classico dei classici natalizi, ossia “Il canto di Natale” di Charles Dickens.

La storia del vecchio ed avido Ebenezer Scrooge che si converte allo spirito natalizio dopo aver ricevuto nella notte la visita di tre spiriti del Natale passato, presente e fututo è conosciuta anche da chi i libri li usa solo per riempire gli spazi vuoti di casa propria, anche perché da questo libro sono state tratte innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e animate. Infatti il mio primo approccio con la storia di Dickens non è avvenuto attraverso il libro, bensì con il cartone “Il canto di Natale di Topolino” in cui Zio Paperone, Topolino, Paperino e compagni disneyani facevano rivivere Il canto di Natale originale.

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Leggo fumetti da quando ero piccola e il cartone “Il canto di Natale di Topolino” era per me l’appuntamento da non perdere nel periodo natalizio, un po’ come per quelli che il giorno della vigilia non si perdono il film “Una poltrona per due” (che io non ho mai visto, ma questa è un’altra storia).

C’è da aggiungere una cosa, nella realizzazione del personaggio di Zio Paperone i suoi creatori si sono proprio ispirati al vecchio Scrooge creato da Dickens.

«Lieto Natale, zio. Dio sia con te» gridò l’allegra voce di un nipote di Scrooge, il quale gli arrivò addosso così rapidamente che l’augurio l’aveva proceduto da poco. «Bah!» fece Scrooge, «sciocchezze!». Il nipote si era tanto riscaldato, camminando rapidamente nella nebbia e nel gelo, che sembrava tutto acceso; la faccia era bella rossa, gli occhi gli brillavano, il fiato fumava ancora. «Sciocchezza Natale, zio?» chiese il nipote. «Non vorrai certo dir questo.». «Sì, che lo dico» ribattè Scrooge. «Lieto Natale! Che diritto hai tu di essere lieto? che ragione hai di essere lieto? Non sei abbastanza povero?». «Via!» rimbeccò gaiamente il nipote. «E che diritto hai tu di essere scontento? che ragione hai di essere di cattivo umore? Non sei abbastanza ricco?». 

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Scrooge, non avendo una risposta migliore fece: «Bah!» di nuovo, e aggiunse un altro: «Sciocchezze!»«Non essere in colera, zio» disse il nipote. «E che altro posso essere» replicò lo zio,  «dovendo vivere in un mondo di idioti come questo? Lieto Natale! Basta, con il lieto Natale! Che cosa è in fin dei conti la ricorrenza di Natale, se non il giorno di pagare conti senza avere soldi in tasca, il giorno in cui ti trovi di un anno più vecchio senza essere di un’ora più ricco! il giorno di fare il bilancio e di notare come ogni partita, durante i dodici mesi, sia stata un deficit! Se potessi fare come dico io» esclamò infine con indignazione, «ogni idiota che va in giro con il “lieto Natale!” sulle labbra, dovrebbe venire bollito nel suo stesso pudding, e sepolto con un rametto di agrifoglio sul cuore. Questo vorrei!». «Zio» implorò il nipote. «Nipote» replicò severamente lo zio, «festeggia pure il Natale alla tua maniera, ma lascia che io lo festeggi alla mia.». «Festeggiarlo!» rispose il nipote. «Ma tu non lo festeggi per niente…». «Lasciami in pace, allora, e possa Natale portarti un mucchio di bene, proprio come te ne ha portato finora.». 

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(Tratto da Il canto di Natale di Charles Dickens, Bur)

Heather, più di tutto

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  • Titolo: Heather, più di tutto
  • Autore: Matthew Weiner
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 7 Novembre 2017

Vengo da un periodo in cui sto leggendo poco o niente. Il classico blocco del lettore che mi fa abbandonare presto una lettura e che non mi fa trovare niente di interessante. In un pomeriggio più noioso del solito ho voluto dare una chance a Heather e il risultato è stato che l’ho finito poche ore dopo. Certo, parliamo di un libro di circa centotrenta pagine e non di un tomo da cinquecento e passa ma il punto è un altro: Heather ti assorbe, Heather ti risucchia, Heather ti assilla. Non è un caso che il titolo originale del libro sia Heather, the totality perché è proprio vero che Heather diventerà la vostra totalità.

Mark e Karen si sono conosciuti quando quest’ultima era vicina ai quaranta e aveva accantonato l’idea dell’amore perfetto, ma non le sue amiche si ostinavano a cercarle un uomo e dopo vari tentativi la scelta ricadde su Mark. Mark aveva un buon lavoro, un bell’appartamento, uno che non si faceva riconoscere per la sua bellezza ma che era divertente e questo bastava. La loro fu la classica storia d’amore iniziata per caso e che si evolve in fretta, alla velocità della luce e che li aveva portati al matrimonio prima e a un figlio poi.

Heather nacque e divenne il tutto di Karen. Il suo lavoro nell’editoria lo aveva già lasciato da un po’ e l’idea che la figlia fosse cresciuta da una tata non la tollerava. Amava prendersi cura di sua figlia, di allattarla, di star sveglia la notte, di annusarla e toccarla tutte le volte che ne sentiva il bisogno. Documentava tutti i momenti della giornata della figlia in maniera quasi ossessiva e si beava dei continui complimenti che le persone le rivolgevano quando le vedevano insieme. Questo rapporto così esclusivo però iniziò a pesare a Mark che pretese di far parte della vita della figlia nello stesso modo della moglie.

Man mano che Heather cresceva la sua bellezza diventava più evidente, ma in qualche modo secondaria rispetto al fascino, all’intelligenza, e soprattutto a una complessa empatia che poteva diventare profonda. 

Non si trattava solo di bellezza per Heather. Non era solo questo che faceva fermare le persone per strada pur di ammirarla. C’era qualcosa in quella bambina che ipnotizzava gli altri. Heather assorbiva gli stati d’animo altrui e li faceva propri, poteva sentire la tristezza degli altri e soffrirne come se fosse sua. L’empatia di Heather era all’ennesima potenza e portava Karen ad affermare che sua figlia era venuta al mondo per far star meglio le persone.

Se da un lato c’era la famiglia perfetta, con la figlia perfetta che tutti amavano e tutti lodavano, dall’altro c’era Bobby, cresciuto da una madre single tra alcool, droghe e violenze con un destino che sembrava segnato e che lo aveva portato presto dietro le sbarre.

L’idillio del rapporto madre-figlia si era interrotto quando Heather crescendo aveva preteso i suoi spazi. Non era più la bambina che faceva tutto in sintonia con la mamma, era una ragazza che stava crescendo e che sfogava la sua rabbia sulla madre e che nel padre aveva trovato l’alleato comune per poterla attaccare meglio. Infatti se Heather cercava da un lato di stare il più possibile lontano dalla madre, dall’altro amava stare col padre, prendere insieme il loro adorato caffè e discutere di politica e sociale.

Il mondo di Heather era destinato a scontrarsi con il mondo di Bobby in un epilogo completamente diverso da quello che il lettore potrà immaginare mentre legge la storia. La capacità e il talento di Matthew Weiner stanno proprio in questo. Accompagna il lettore passo per passo, lo porta verso una direzione e poi all’improvviso la cambia del tutto lasciando sconvolto chi legge. Sappiamo che qualcosa di brutale accadrà, ma non siamo del tutto consapevoli da chi e da dove arriverà e questo ci lascerà senza parole. Ho sempre amato gli autori in grado di spiazzarmi, quelli che mi cambiano il finale che avevo immaginato. Quando il lettore è in grado di capire come la storia si evolve è segno di debolezza del libro, quando accade tutto il contrario di tutto è segno di potenza e perfezione e in questo caso lasciatemelo dire ci troviamo di fronte alla perfezione.

Andanza

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  • Titolo: Andanza
  • Autrice: Sarah Manguso
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 21 Settembre 2017
  • Acquista il libro su GoodBook

Perché si tiene un diario?

Prima di analizzare Andanza mi sono imposta di rispondere alla domanda che mi è sorta appena ho terminato la lettura.

La risposta più ovvia è che si tiene un diario per fissare i ricordi più belli e più importanti e far in modo che non sbiadiscano con il passare del tempo. La memoria è selettiva e seleziona anche i ricordi e purtroppo non siamo noi a decidere cosa scegliere di ricordare e cosa no. Si può tenere un diario anche per una sorta di autoanalisi e per tornare su episodi e capire il perché di quelle situazioni. Si tiene un diario e si scrive perché come direbbe l’avvocato Vincenzo Malinconico di Diego De Silva scrivo per avere tempo di dare la risposta giusta… nella vita vera non posso cancellare, tornare indietro, ripensare a quello che ho detto, correggerlo. Allora scrivo. Per prendermi la rivincita sulle parole. Per raccontare come sarebbe andata se avessi scelto quelle giuste.

Avere un diario è un impegno costante. Io costante non lo sono mai stata, mi scoccio facilmente delle cose. Le inizio con entusiasmo, le continuo con impatto minore e poi non le porto a termine. Durante l’adolescenza, l’età tipica in cui la maggior parte delle ragazzine possiede un diario per segnare le prime cotte e le prime esperienze significative, ho iniziato svariati diari. Mi ricordo che ogni volta mi mettevo d’impegno ma poco dopo i miei diari restavano pagine bianche in attesa di essere riempite. Mi affascinava l’idea di avere un diario ma odiavo rileggermi. Quando vedevo quello che avevo scritto, gli episodi fissati e le emozioni provate, la vergogna piano piano si impossessava di me. Ero veramente io che dicevo quelle cose? Provavo pudore dei miei stessi pensieri e dei sentimenti che affioravano. Pensate che mi ci vorrebbe un buon psicologo, lo so.

Sarah Manguso è stata più costante di me, ha tenuto un diario per venticinque anni. La necessità nasceva dal forte bisogno di segnare tutto quello che le capitava perché l’idea che potesse perderlo la gettava nel panico totale.

Avrei voluto annotare ogni istante, ma il tempo non è fatto di istanti, li contiene. E nel tempo c’è molto altro.

Certo, non si può passare tutto il tempo a scrivere quello che si è vissuto, una scelta bisogna farla ed è normale decidere cosa scrivere e cosa omettere e accettare l’idea che le cose non fissate sulla carta possano svanire nell’oblio senza più essere recuperate.

Fin dall’inizio ero consapevole che il diario non avrebbe funzionato, ma non riuscivo a smettere di scrivere. Non riuscivo a pensare a nessun altro modo per evitare di perdermi nel tempo.

È difficile parlare di Andanza. Non c’è una trama da spiegare, non ci sono tematiche da affrontare e criticare. C’è lo scorrere dei ricordi dell’autrice, i suoi pensieri, le sue riflessioni e le sue emozioni. C’è la sua importanza per la scrittura, c’è lei nel suo matrimonio, durante la maternità e nel suo essere madre: c’è la vita insomma. Andanza è il folle tentativo di fissare per ricordare, di scrivere per non dimenticare. Andanza è un insieme di frasi significative che vorresti segnare ovunque e leggere all’infinito perché anche se sai che si tratta della vita di un’altra persona ci vedi riflessa anche la tua. Questo libro vi farà venire voglia di prendere la penna in mano e iniziare un diario, ne sono sicura.

Questo libro è per te. Se proprio non volete dar retta a me seguite il consiglio della quarta di copertina, quelle di NN raramente si sbagliano.

(Questo articolo è presente anche su GoodBook)

 

I gatti non hanno nome

i gatti non hanno nome

  • Titolo: I gatti non hanno nome
  • Autrice: Rita Indiana
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2016

Ad esser senza nome non sono solo i gatti, ma anche la protagonista che passa le sue giornate a fare la segretaria nella clinica veterinaria dello zio Fin e a cercare ossessivamente un nome per il suo gatto. Quando qualcuno le piace e sembra convincerla lo segna sulla sua agendina, anche se sa che serve a poco. I gatti non sono come i cani che a sentire il proprio nome corrono dritti dal padrone, ma passare le giornate in quella clinica non è il massimo per una ragazzina e quindi meglio avere qualche passatempo carino per distrarsi quando è possibile. Meno male che ogni tanto a farle compagnia c’è Radames, il ragazzo haitiano passato dal tagliare i capelli alle sue sorelline a fare il barbiere per gli animali.

Attorno a lei si muovono personaggi buffi, strambi e particolari a partire dagli zii con cui vive da quando i genitori sono partiti per una seconda luna di miele. Zio Fin che da poco si è scoperto buddista e che reputa ogni momento buono per filarsela dalla clinica e la moglie Clelia, gelosissima, sempre presa dal lavoro dei suoi ragazzi haitiani e che quando si arrabbia compaiono sulla fronte scritte al neon. A casa con loro c’è anche Armenia, la bambina prodigio che guariva i malati sradicando la malattia con un cucchiaino e che dopo aver perso il bambino che aveva in grembo aveva perso anche il dono e quindi zia Clelia aveva deciso di portarla con sé offrendole un lavoro da domestica.

Infine Vita, la sua migliore amica. Italiana, bianchissima e molto femminile, proprio come piaceva a zia Clelia che le ripeteva che era un bene che si circondasse di figure femminili. Vita le faceva scoprire la musica, i libri da cui imparava quel poco di italiano e il cinema. Ricordava ancora il giorno in cui con la famiglia di Vita vide un film diretto da Pasolini e il padre di Vita nel bel mezzo della proiezione le disse che era gay e lei rimase di stucco a sentire pronunciata quella parola con quella naturalezza. Amava far ridere Vita o forse semplicemente amava Vita. La più sorprendente resta la nonna, a cui le rotelle sono partite e che aveva sempre tante storie da raccontare, sempre diverse e sempre impressionanti.

La letteratura sud-americana si è sempre contraddistinta per il forte realismo magico presente nelle opere, un mix di leggende, folklore e velata malinconia tipiche di questa letteratura che mi ha sempre affascinata ma di cui ho letto veramente poco. Oltre ai notissimi Gabriel García Márquez e Jorge Luis Borges e alle recenti scoperte di Manuel Puig e Reinaldo Arenas la letteratura sud-americana l’ho sempre trascurata ecco perché sono doppiamente contenta di aver letto il primo romanzo di Rita Indiana approdato in Italia grazie ad NN (che mi hanno fatto conoscere anche Cristina Henríquez). Oltre ad aver apprezzato la storia ho potuto, seppur in minima parte, colmare un vuoto e aggiungere un nome alla mia ristretta lista.

Raccontare I gatti non hanno nome non è semplice. È un meraviglioso caos di storie che si intrecciano e trovano pian piano il loro posto e la loro logica. Stare qui a raccontarle e spiegarle farebbe perdere la magia tipica di questo libro. Tocca a voi leggerle, tocca a voi emozionarvi. Posso assicurarvi che si tratta una lettura che si legge tutta d’un fiato e in cui vi immergerete del tutto. La prosa di Rita Indiana (adattata alla perfezione da Vittoria Martinetto) è sorprendente e le tantissime metafore utilizzate sono incantevoli. Quelli di NN Editore stanno collezionando chicche una dopo l’altra, non perdetevele.

Gilgi, una di noi

gilgi, una di noi

  • Titolo: Gilgi, una di noi
  • Autore: Irmgard Keun
  • Editore: L’Orma Editore
  • Data di pubblicazione: 24 Novembre 2016

Nel 1933 Gilgi, una di noi venne condannato e bruciato dai nazisti insieme ad altri libri mentre nel 1934 conobbe una prima edizione italiana che venne però sottoposta a censura. Se gli italiani a differenza dei tedeschi non vietarono il libro, la riedizione che ne fecero trasformò un libro potente in un testo a dir poco banale, omettendo quelle parti che potevano essere considerate scabrose per l’epoca.

Chi era Gilgi e perché spaventava così tanto un personaggio di un libro?

Gilgi era quella che oggi definiremmo una ragazza semplice, una di noi, una ragazza con pochissimi vezzi, come quella di ascoltare il jazz e una ostinata voglia di indipendenza. Gilgi sopportava a malapena il dover vivere in quella casa impregnata d’aria e ipocrisia borghese con dei genitori poco amorevoli, ma lo faceva perché quello l’aiutava a perseguire il suo obiettivo. Si svegliava la mattina, si recava a lavoro presso un ufficio in cui svolgeva la segretaria e dattilografa e a fine giornata era sempre più entusiasta perché lavorare significava guadagnare e poter mettere soldi da parte.

Se non era a lavoro Gilgi era con i suoi due amici Pit e Olga. Al primo invidiava l’immensa cultura e il trasporto che metteva nelle questioni politiche e sociali, alla seconda il fascino e la bellezza inconsapevole capace di stregare chiunque, lei per prima.

La vita di Gilgi cambia il giorno del suo ventunesimo compleanno quando i genitori le rivelano che lei non era loro figlia e questo scatena in Gilgi qualcosa di non ben definito. La notizia non la sconvolge, la lascia indifferente, ma nonostante questo la spinge a cercare i suoi veri genitori. Contemporaneamente Gilgi conosce Martin, uno scrittore bohèmien che la cattura come nessuno mai ci era riuscito.

Se fino a poco prima di conoscere Martin Gilgi aveva sempre tenuto fede ai suoi impegni, la conoscenza con l’uomo la cambierà e ridimensionerà la sua vita. Martin era un artista che si cibava di parole, che amava vivere in libertà senza pensare troppo all’oggi, senza programmare il domani. Viveva con una leggerezza tipica degli artisti secondo Gilgi, ma era semplicemente tipica dei fannulloni. A Martin non interessava lavorare, gli bastava ciò che il fratello gli passava mensilmente. Gilgi invece era sempre stata previdente, precisa, intenta a costruirsi le basi per un solido futuro. Non concepiva il tipo di vita che Martin faceva, ne era preoccupata e al tempo stesso affascinata, tanto da farsi influenzare da lui e iniziare a vivere alla giornata. Martin era l’amore della sua vita, non lo avrebbe lasciato per niente al mondo e se stare con lui significava iniziare a vivere come lui lei era disposta a farlo.

E’ spaventoso a volte ciò che riesce a fare l’amore. Sentirsi così dipendente da qualcuno, sapere di non riuscire a vivere se non accanto alla nostra persona, annullarsi del tutto per sopravvivere. E’ ingiusto, folle, irrazionale ma è l’amore e anche se sappiamo che non dovrebbe essere così non riusciamo a sottrarci da quella potenza che sentiamo dentro e ci dilania. Gilgi sa che sta sbagliando, sa che la cosa giusta è altro, ci prova a rimediare ma ci riesce? Dovrà toccare il fondo prima di capire che è ancora in tempo per rimettersi in carreggiata e non perdersi del tutto, ma lo scotto da pagare sarà alto e doloroso.

Gilgi, una di noi, l’ho comprato mesi e mesi fa. All’inizio confesso che non riusciva a prendermi. L’ho messo da parte più volte e l’ho iniziato più volte. Anche i libri però hanno i loro momenti per essere letti e quando quest’estate ho deciso di leggerlo con più impegno non mi sono separata da lui fino a quando l’ho finito. Gilgi è veramente una di noi, una donna che aspira all’indipendenza e che rivoluziona tutto quando nella sua vita conosce l’amore. Una donna scaltra, intelligente e ostinata che senz’altro era troppo per l’epoca in cui il libro è uscito. Un libro che tocca dei temi considerati tabù che hanno portato la censura italiana a eliminarli. L’Orma Editore vi da la possibilità di scoprire ed apprezzare questo libro nella sua totale bellezza, non lasciatevelo sfuggire.

Consigli di lettura estivi


L’estate è la stagione dove le liste di consigli di lettura vanno per la maggiore. Tutti sono pronti a consigliare ai lettori e non, cosa portare con sé in vacanza, quale libro sfogliare sotto l’ombrellone o semplicemente leggere in totale relax senza l’assillo del lavoro o di qualsiasi altro impegno. GoodBook mi ha coinvolto con serie di blogger e chiedendoci di fare una piccola lista di consigli estivi. Non è stato semplice scegliere perché la pila di libri che mi attende è notevole e non fa che crescere. Ho semplicemente scelto quelli che mi ispirano di più e che vorrei leggere quando prima. Quindi carta e penna e segnatevi questi libri.

  • Gilgi, una di noi di Irmgard Keun. (L’Orma Editore)

La bellezza dell’indipendenza e la difesa della propria libertà sono al centro di questo romanzo che vede luce per la prima volta in Italia grazie a L’Orma Editore. Gilgi, una di noi è la storia di una ragazza come tante, cresciuta in una famiglia borghese dai solidi principi e regole ferree. La vita di Gilgi cambierà quando conoscerà uno scrittore che la introdurrà nel suo mondo e soprattutto le farà conoscere l’amore. Un romanzo con una protagonista che promette scintille e che proprio a causa del suo stile irriverente per l’epoca fu censurato e messo al rogo dai nazisti.

  • La fine dei vandalismi di Tom Drudy. (NN Editore)

La NN Editore è stata la casa editrice che ha fatto conoscere ai lettori italiani Kent Haruf e li ha fatti innamorare perdutamente di Holt e dei suoi abitanti. Ora ci riprova con La Fine dei Vandalismi, libro uscito negli Stati Uniti nel 1994 acclamato da pubblico e critica e che è il primo di una trilogia, stavolta ambientata a Grouse Country. E’ un libro che si limita a raccontare la normalità della vita di tutti i giorni, quella fatta di gioie e tristezze, di compagnie e solitudini, di amori ed amicizie. Per i dialoghi serrati e surreali è stato paragonato alla serie tv “Gilmore Gilr” ed io da fedele adepta di Lorelai e Rory non potevo lasciarmi sfuggire una lettura del genere.

  • Un complicato atto d’amore di Miriam Toews. (Marcos y Marcos)

Miriam Toews è nata in Canada ed è cresciuta in una rigida comunità mennonita (una branchia degli anabattisti, una delle tante sfumature del cristianesimo) ed è proprio una comunità mennonita che fa da sfondo al terzo romanzo della scrittrice canadese già conosciuta ed apprezzata in Italia grazie al suo precedente romanzo “I miei piccoli dispiaceri”. Nomi vive con la metà della sua famiglia, cioè con suo padre, dopo che sua sorella prima e sua madre dopo se ne sono andate da un giorno all’altro. Suo padre è un fedele mennonita che come lei prova a sopravvivere senza due delle donne di famiglia e si affida completamente all’unica rimasta. La voglia di ribellarsi però è forte come sarà forte la voglia di ricerca del suo posto nel mondo. È un romanzo che non risponde al termine di autobiografico ma che sicuramente ha preso larga ispirazione dalla vita stessa della Toews.

  • Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac. (Feltrinelli)

Benjamin Malaussène è uno di quei personaggi che potremmo definire surreali. Di mestiere fa il capro espiatorio ed ha una famiglia che si potrebbe definire disneyana. Il Paradiso degli Orchi è il primo romanzo che Pannac ha dedicato alla sua creatura più amata ed apprezzata, un vero e proprio cult apprezzato in tutto il mondo. Malaussène nel corso degli anni mi è stato consigliato da tantissimi altri lettori: ma come, tu che leggi così tanto non hai mai letto un libro su Malaussène? Nel 2017 sempre con Feltrinelli è uscita una nuova avventura, ma sembrava giusto che se gli dovevo dare un’opportunità dovevo iniziare dal principio, quindi spazio a Il Paradiso degli Orchi e benvenuto monsieur Malaussène.

  • L’amore prima di noi di Paola Mastracola. (Einaudi)

A un certo punto gli dei ci hanno abbandonati. O noi abbiamo abbandonato loro, decidendo di non crederci più. Sono sempre stata affascinata dai miti, da queste storie che ci sono state tramandate nel corso del tempo e che continuano ad incantare generazioni ed essere fonte d’ispirazione. Quello che mi è sempre piaciuto è che per quanto gli dei fossero esseri perfetti erano al tempo stesso esseri imperfetti, che si innamoravano non solo tra loro ma anche dei comuni mortali. Ne L’amore prima di noi, Paola Mastracola ci conduce in uno spettacolare viaggio tra le divinità e ci racconta l’amore in tutte le sue forme quali eccesso, follia e fuga senza dimenticare di dare il suo prezioso tocco personale. Una riscrittura dei miti greci assolutamente imperdibile.

(Questo articolo è presente anche su GoodBook)