Lettori si raccontano

Leggere-libri-660x350

Ve lo ricordate il momento in cui siete diventati lettori? Quel momento in cui avete capito che la lettura non era solo un passatempo per riempire quelle ore di noia, ma qualcosa di molto più serio? Ve lo ricordate il primo libro che avete letto?

Il momento in cui sono diventata lettrice non lo ricordo, ricordo però mio padre che tornava da lavoro portando il Corriere dello Sport e prima che fosse pronto in tavola lo sfogliava e lo leggeva. Ricordo sempre mio padre, il pomeriggio in poltrona, occhiali e un bel tomo tra le mani. Era un appassionato di storia e di biografie e i suoi libri sono ancora lì, qualcuno ha ancora qualche segnalibro tra le pagine. Più che voler diventare lettrice io volevo diventare come lui, volevo mettermi accanto a lui, sfogliare il mio bel libro e magari commentarlo insieme. Se sono diventata lettrice è stato per spirito di emulazione all’inizio, per pura estasi successivamente.

Le mie prime letture sono state i fumetti: Paperino, Zio Paperone e ogni tanto Topolino anche se l’ho sempre trovato abbastanza saccente. Quando mi chiedono delle mie prime letture fatte io rispondo senza vergogna che ho iniziato dai fumetti. Vorrei aver delle storie più interessanti, tipo ho iniziato da Piccole Donne, il libro Cuore o qualche classico per ragazzi, ma io ho iniziato col mondo dei paperi e mi sta bene così. L’unica cosa che non mi stava bene era che il fumetto che acquistavo la domenica mattina lo terminavo la domenica sera e quindi passavo una settimana d’agonia e d’attesa che mi avrebbe portato verso il nuovo acquisto. Il passaggio ai libri è stato quindi naturale, avevo bisogno di libri che fossero più lunghi, di storie che durassero di più.

L’amico ritrovato di Fred Uhlman è stato il mio primo libro. Eravamo in vacanza e mia cugina aveva portato con sé questo piccolo libriccino. Parlo di un’estate di molti anni fa (non tantissimi eh, non sono così vecchia), un’estate in cui gli smartphone non c’erano e i cellulari stessi non avevano l’importanza che gli diamo oggi. Un pomeriggio in cui non potevamo scendere in spiaggia a causa del brutto tempo iniziai a leggerlo e fu amore a prima vista. Avevo dieci, undici anni, non avevo le basi tali da comprendere gli eventi storici raccontati nel libro. L’amicizia tra i due bambini mi aveva folgorata e l’avevo divorato. Se devo pensare al momento in cui ho capito che la lettura era qualcosa di cui non potevo fare a meno è stato quello. Quando tornai dalle vacanze la prima cosa che feci fu farmi portare in una libreria e scegliere le mie successive letture.

Le prime letture fatte, Gomorra, Il buio oltre la siepe, Il fu Mattia Pascal e 1984 andavano a confermare ciò che avevo già capito: non potevo più stare senza i libri.

Sono diventata lettrice grazie a mio padre, mia madre invece mi ha sempre rimproverato di leggere troppo, la frase stai sempre a leggere me la farò tatuare prima o poi visto che mi viene detta in continuazione. Non sono una che impone la lettura agli altri, è qualcosa di cui io non riesco a farne a meno, se gli altri riescono a vivere senza sfiorare almeno un libro sono fatti loro.

Non sono le loro storie quelle che mi interessano, ma quelle di lettori come me. Questa rubrica Lettori si raccontano nasce con questo intento, dare voce ai lettori, raccontare come e quando è nato il loro amore per la lettura e quali letture sono state determinanti nel loro percorso.

Ora la parola passa a voi, a chiunque abbia voglia di raccontarsi.

La mia esperienza nelle scuole. Tratto da una storia (purtroppo) vera

leggere-lettrice-lettori-lettura-libri

I progetti lettura in tantissime scuole rappresentano la normalità. In altre invece oltre a non averli, non li accettano proprio o se li accettano lo fanno creando tanti di quei problemi e imponendo tante di quelle restrizioni che alla fine penserai: ma a me, chi me l’ha fatto fare?

Vivo in un paesello con una sola libreria indipendente che negli anni si è data da fare organizzando molti eventi culturali (io stessa mi sono occupata di varie presentazioni) con purtroppo una bassa risposta di pubblico; una biblioteca con un personale che senza giri di parole non vuole rotture di scatole (vuoi fare una presentazione qui? No, noi il pomeriggio mica siamo aperte e poi chi se la prende la responsabilità di tenere aperta la struttura senza un sistema di vigilanza adeguato) e con molte scuole. Togliendo le scuole primarie il mio ha ben tre licei statali di diverso indirizzo e due privati con un numero di studenti complessivo molto alto, visto che accoglie anche i ragazzi provenienti dai paesini limitrofi. Quando ho visto che le presentazioni in libreria non stavano più funzionando ho pensato di spostarmi nelle scuole proponendo un progetto di lettura molto semplice nella sua realizzazione: lettura di un libro e successivo incontro classe/autore. Ero armata di un progetto e di tante buone speranze, ma ogni tanto mi dimentico dove vivo.

A un progetto lettura per assurdo un liceo non ti dirà mai di no perché eh sì, la lettura è importante e i ragazzi dovrebbero leggere di più (eh sì, solo loro dovrebbero leggere di più). Quindi all’inizio sarà un bel sì, con tanti complimenti per l’idea, poi sarà un forse, vediamo, una cosa alla volta i ragazzi hanno dei programmi scolastici da portare a termine ed altri progetti a cui partecipare e…

Quando andai al liceo linguistico/artistico dopo il sì al progetto il vicepreside mi disse: guarda però la scuola non ha fondi. Sia chiaro, io propongo libri da leggere non da acquistare. Se prendono un libro per classe a me non interessa, ma forse mi hanno scambiata per una rappresentante di aspirapolvere e giustamente una scuola che se ne deve fare di un aspirapolvere? Dopo questo mi chiese, anche abbastanza stupito: ma i ragazzi questi libri che proponi li devono leggere? Leggere dei libri? Siamo pazzi? Follia pura signori. No, io volevo solo che li usassero per metterli sotto i banchi traballanti o per tirarseli durante l’ora di educazione fisica al posto dei palloni.

Al liceo scientifico la sfida è stata quella di venire incontro alla docente con cui avrei dovuto collaborare che mi bocciò praticamente tre quarti delle letture proposte (grazie, si vede che faccio proprio delle letture di merda). Sì perché per lei Gli anni al contrario della Terranova era pretestuoso, L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio inconcludente, Certi bambini di Diego De Silva banale (banale, sì ha detto banale e se non lo sapete c’è un girone dell’inferno apposito per le persone che definiscono i libri di Diego De Silva banali). A questo aggiunse anche sì però sempre con sta tematica della camorra, discostiamoci dai luoghi comuni. L’uomo che non riusciva a morire di Tony Laudadio le andò bene però lo facciamo come presentazione perché se i ragazzi non vivono una situazione del genere non possono immedesimarsi con il protagonista (io invece che sono una malata terminale ho potuto apprezzare il libro invece). Il commento preferito resta quello a L’altra madre di Andrej Longo dove la scuola non può assumersi le responsabilità di far leggere un libro del genere, la storia è dura e il linguaggio pieno di turpiloquio e se un genitore vede cosa diamo noi ai figli da leggere potrebbe avere da ridire e la scuola non ci farebbe una buona figura.

Per concludere il liceo classico mi aveva chiesto all’inizio di quest’anno dei nomi per stilare un calendario di incontri da fare durante tutto l’anno scolastico. Avevo selezionato una dozzina di titoli tra le letture che io stessa ho fatto perché proporre un libro di cui non conosco nulla l’ho sempre trovato scorretto e alla fine la preside mi ha rifiutato il progetto perché la casa editrice scelta non le piaceva. Non gli autori, non le storie che raccontavano, ma la casa editrice. Come scusa per carità è molto originale se non fosse che ad alcune classi hanno assegnato da leggere il libro di Selvaggia Lucarelli che sicuramente sarà più interessante e che è stato editato da una casa editrice molto bella, davvero molto bella.

Vorrei tanto aver voluto inventare questi episodi solo per il gusto di farci quattro risate ma purtroppo sono storie vere. Lo specchio di un Paese che non legge e che a volte legge poco e male. Siamo i primi a dire sempre eh sti ragazzi non leggono, stanno sempre con sti cellulari in mano. Certe volte invece sono i docenti a non leggere e a non volersi impegnare a far scoprire il piacere della lettura ai propri alunni.

Ps. Qualche presentazione buona nei licei alla fine sono riuscita a farla, nonostante questo, nonostante tutto.

Jingle Books #6: Erri De Luca

La doppia vita dei numeri di Erri De Luca è il libro migliore per chiudere al meglio questi appuntamenti dedicati ai libri e alle festività. Un dialogo teatrale tra due personaggi, una sorella e un fratello, l’ultima notte dell’anno a Napoli. Una partita a tombola tra i due sarà l’occasione per ricordare i due genitori scomparsi anni prima.

Capodanno-Napoli

LEI: Senti, quest’anno mi devi fare la grazia di venire a fare capodanno da me.

LUI: Ma perché capodanno? Lo sai che per me le feste comandate sono finite. Già non lo festeggiavo quando c’era mamma. Me ne andavo a dormire dopo cena e la lasciavo sola in quella cucina in mezzo alla campagna a vedersi la mezzanotte alla televisione. Ci penso continuamente e mi maledico. Viveva con me ma io continuavo a vivere da solo. A Natale facevo fatica a fare quattro pacchetti per lei e per te. Dopo la morte di papà per me le feste sono sparite. Ora che non c’è più neanche lei, a Natale me ne sto per conto mio.

LEI: Natale sì, io sto parlando di capodanno. Devi venire, voglio solo passare quella serata con te. Non dire sempre no.

LUI: Passiamo insieme un’altra sera, magari vengo a Napoli prima. Non voglio sentire la grancassa della festa comandata. Mi sta antipatico il capodanno, e pure san Silvestro. Con lui la Chiesa, al tempo di Costantino, passa dalla clandestinità a religione ufficiale dell’Impero, perdendo i suoi migliori connotati.

LEI: A noi i connotati migliori ce li ha cambiati il tempo. Senti, siamo rimasti noi due, i nostri non ci stanno più. Noi dobbiamo rispettare questo poco di vita che ci avanza. Tu sei solo e pure io. In certi giorni mi serve sapere che ci sei.

LUI: In quei giorni io sento la loro assenza, mi salta addosso come la tramontana, mi strappa il caldo a morsi. Me ne sto rannicchiato da una parte e aspetto che passi. Per me ogni giorno è il giorno uno della loro assenza. Scorrono gli anni e io sto fermo al giorno dopo, coi loro corpi appena usciti dalla porta della cucina. Se vengo da te, te lo rovescio addosso il freddo e ti guasto la festa. Tu sei più capace di vivere di me, di rispettare la vita che prosegue. Io non ci penso nemmeno.

LEI: Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città. Resterà fuori dalla finestra. Tu mi tieni compagnia per quella sera. Cucino pasta al sugo alla genovese. A proposito, lo sai perché si chiama così? Genova non c’entra niente.

LUI: No. C’è una spiegazione? Il cuoco si chiamava così?

LEI: No, genovese è una deformazione napoletana di genevoise, “di Ginevra”. Un cuoco svizzero che lavorava presso una grande famiglia dimenticò il soffritto di cipolle sul fornello a fuoco basso. Dopo ore era diventato scuro e denso e con quel sapore sublime.

LUI: Una buona spiegazione. Napoli ha avuto nel 1800 gli svizzeri venuti a lavorare, pasticcieri, cuochi, cioccolatai. Emigravano a Napoli, gli svizzeri. Già questo basta a dire che città era allora.

LEI: È la tua città. Tu sei timbrato Napoli, come la mia finestra. La tieni scritta in faccia la provenienza. Rughe napoletane, mani che fanno mosse napoletane, pure quando stai zitto, fai un silenzio napoletano. Te la porti tatuata addosso la città.

LUI: Si vede che sono così napoletano da non avere bisogno di abitarci. Ci vengo volentieri ma non posso usare il verbo tornare. Il posto da dove mi sono staccato a diciott’anni non c’è più.

LEI: Ce sta. Chiudi gli occhi e lo senti dalle orecchie che c’è. Chiudi pure quelle e lo sai dal naso. Tappalo e lo sai dalla lingua. Chiudi pure la bocca e te o dice la pelle che stai a Napoli. È tale e quale, te ne sei andato e quella è rimasta imbalsamata.

LUI: Stai a vedere che sei più visionaria di me. Ti affacci al balcone e vedi ancora la portaerei della Sesta Flotta? Vedi per strada i soldati col berretto bianco che sbandano ubriachi e svuotati di tasca dagli scugnizzi? Non c’è più il posto che mi ha fatto straniero ancora prima di partire, scambiandomi per uno dei marinai sbarcati a far baldoria. Lo sai che una volta, a sedici anni, mi hanno rastrellato quelli della Shore Patrol e mi stavano caricando sulla portaerei?

LEI: Sì, lo so. E allora? Mo’ perché non ci stanno più quei giacconi americani non c’è più Napoli? Ci sta altra gente, altri popoli, mo’ tenimmo pure i cinesi. Napoli ha sempre avuto ospiti in casa. Che differenza fa se sono svizzeri, americani, africani? La differenza tra me e te sai qual’è? Io voglio bene a Napoli e tu no. Sei sempre stato scarso negli affetti. Tieni la scrittura e metti tutto là dentro. Fuori di quella non vuoi bene a nessuno, neppure a te stesso.

LUI: Non ci ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mio corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua.

(Tratto da La doppia vita dei numeri di Erri De Luca, Feltrinelli)

I post più letti dell’anno!

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Quanto a questo Rondini d’inverno, ribadire ogni volta la bravura e il talento di Maurizio de Giovanni sembra scontato. Le emozioni sono sempre tangibili e palpabili, ogni pagina si legge con fervore, ogni volta si vorrebbe non finirlo e desiderare di trovare una nuova indagine subito ad attenderci in libreria. Anche stavolta ci tocca aspettare un anno per rivederlo tornare, anche stavolta vorremmo che l’anno volasse per poter ricominciare a rileggerlo.

Ci sono LUI e LEI, tantissime comparse (tutte elencate nei titoli di coda del libro) a cui è difficile stare dietro, moltissime citazioni cinematografiche e letterarie e degno di nota è il preciso lavoro svolto dalla traduttrice Daniela Almansi, un lavoro non semplice ma riuscito alla perfezione. Soprattutto c’è una storia che aspetta solo di essere letta.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale.

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina.

L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Libri 2017!

Avete letto classifiche sui migliori libri di questo 2017 ovunque, lo so e al solo pensiero di leggerne un’altra state male, vi capisco, però visto che le avete lette ovunque magari potete dedicare qualche minuto del vostro tempo anche alla mia di classifica, perché poi le altre sì e la mia no?. Neanche io sono una fan delle classifiche, ridurre le molte letture a una decina è un compito un po’ difficile, anche perché di libri belli (ma veramente belli) ne ho letti parecchi quest’anno e quindi mi spiace per quelli che ingiustamente (per questione di numero) sono rimasti fuori. Quindi ecco la mia personale top 10 (e se volete ditemi anche i vostri titoli di questo 2017 ché sono curiosa).

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.

La storia della sua famiglia era una grande processione di stanze una dentro l’altra, stanze invase dal sole e dalla polvere, alcune vuote, altre pullulanti di spettri e altre ingombre di pezzi di mobili e vecchie foto e oggetti inservibili, ammucchiati gli uni sugli altri come nel retro di un teatro. Quelle erano le stanze in cui era meglio non entrare. 

Che succede, mà? Vuoi che racconti la storia tua e del tuo sposo e mi hai dato la vista potente dei tuoi ultimi istanti? Quando, si dice, l’intera vita e quella delle persone care scorre davanti agli occhi. 

  • Con molta cura. Severino cesari (Rizzoli)

Lo sai benissimo, di ciò che è in tuo potere affrontare ha senso prendersi cura. Ma proprio nel momento in cui pensi di esserti preso già abbastanza cura, abbastanza, e che potresti accontentarti, rimane in fondo solo quel poco di cui mi occuperò domani. 

La vita è fatta di pochi momenti importanti che spesso nemmeno riusciamo a scorgere mentre li viviamo. Loro ci seguono sempre un passo indietro e quando ti volti è già tutto fatto, irrimediabilmente compromesso, nel bene o nel male. 

Il male lascia senza parole. Se non lo nomini, non esiste. Se non lo chiami, scompare. Fino a che non impazzisci per aver ingoiato tutte quelle parole impronunciabili. Ma non è meglio staccarsi dalla realtà piuttosto che ammettere che sia finita ogni cosa?

Né uniti né divisi. E il problema è che questo è vero anche per i loro nemici. Che poi saremmo noi. In teoria, siamo tutti schierati contro il terrorismo: però, sul terreno, le cose sono sempre più ambigue. A volte la priorità è un altro nemico.

Voi civili non potete essere il mio nemico, finché non lavate la mano contro di me. Ma sempre con la massima sincerità vi devo ricordare che voi uccidete continuamente i nostri civili. E rubate le nostre terre, il nostro petrolio, le nostre miniere, le nostre cose. Ci fate soffrire ogni giorno. Se gli fai male, il gatto ti graffia. 

Quello che non capivo, quello che avevo capito adesso, all’improvviso, era che se smettevo di andare indietro, di cercare di recuperare il passato, forse c’era un futuro che mi aspettava, che ci aspettava, un futuro che si sarebbe svelato se solo mi fossi voltata a guardarlo. 

La sua intelligenza lo ha portato a percorrere una strada a tre tappe: dal semplice al complicato e poi di nuovo al semplice. 

Jingle Books|Charles Dickens e il suo “Canto di Natale”

Natale si avvicina e per entrare di più nell’atmosfera festiva non c’è niente di meglio di una carrellata di libri in cui i protagonisti festeggiano il Santo Natale. Non potevo non iniziare questo appuntamento del Jingle Books (perdonatemi ma con i titoli non vado forte) con il classico dei classici natalizi, ossia “Il canto di Natale” di Charles Dickens.

La storia del vecchio ed avido Ebenezer Scrooge che si converte allo spirito natalizio dopo aver ricevuto nella notte la visita di tre spiriti del Natale passato, presente e fututo è conosciuta anche da chi i libri li usa solo per riempire gli spazi vuoti di casa propria, anche perché da questo libro sono state tratte innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e animate. Infatti il mio primo approccio con la storia di Dickens non è avvenuto attraverso il libro, bensì con il cartone “Il canto di Natale di Topolino” in cui Zio Paperone, Topolino, Paperino e compagni disneyani facevano rivivere Il canto di Natale originale.

tumblr_oik83m2Jxu1rfd7lko1_500

Leggo fumetti da quando ero piccola e il cartone “Il canto di Natale di Topolino” era per me l’appuntamento da non perdere nel periodo natalizio, un po’ come per quelli che il giorno della vigilia non si perdono il film “Una poltrona per due” (che io non ho mai visto, ma questa è un’altra storia).

C’è da aggiungere una cosa, nella realizzazione del personaggio di Zio Paperone i suoi creatori si sono proprio ispirati al vecchio Scrooge creato da Dickens.

«Lieto Natale, zio. Dio sia con te» gridò l’allegra voce di un nipote di Scrooge, il quale gli arrivò addosso così rapidamente che l’augurio l’aveva proceduto da poco. «Bah!» fece Scrooge, «sciocchezze!». Il nipote si era tanto riscaldato, camminando rapidamente nella nebbia e nel gelo, che sembrava tutto acceso; la faccia era bella rossa, gli occhi gli brillavano, il fiato fumava ancora. «Sciocchezza Natale, zio?» chiese il nipote. «Non vorrai certo dir questo.». «Sì, che lo dico» ribattè Scrooge. «Lieto Natale! Che diritto hai tu di essere lieto? che ragione hai di essere lieto? Non sei abbastanza povero?». «Via!» rimbeccò gaiamente il nipote. «E che diritto hai tu di essere scontento? che ragione hai di essere di cattivo umore? Non sei abbastanza ricco?». 

merry-christmas-donald

Scrooge, non avendo una risposta migliore fece: «Bah!» di nuovo, e aggiunse un altro: «Sciocchezze!»«Non essere in colera, zio» disse il nipote. «E che altro posso essere» replicò lo zio,  «dovendo vivere in un mondo di idioti come questo? Lieto Natale! Basta, con il lieto Natale! Che cosa è in fin dei conti la ricorrenza di Natale, se non il giorno di pagare conti senza avere soldi in tasca, il giorno in cui ti trovi di un anno più vecchio senza essere di un’ora più ricco! il giorno di fare il bilancio e di notare come ogni partita, durante i dodici mesi, sia stata un deficit! Se potessi fare come dico io» esclamò infine con indignazione, «ogni idiota che va in giro con il “lieto Natale!” sulle labbra, dovrebbe venire bollito nel suo stesso pudding, e sepolto con un rametto di agrifoglio sul cuore. Questo vorrei!». «Zio» implorò il nipote. «Nipote» replicò severamente lo zio, «festeggia pure il Natale alla tua maniera, ma lascia che io lo festeggi alla mia.». «Festeggiarlo!» rispose il nipote. «Ma tu non lo festeggi per niente…». «Lasciami in pace, allora, e possa Natale portarti un mucchio di bene, proprio come te ne ha portato finora.». 

mickey1

(Tratto da Il canto di Natale di Charles Dickens, Bur)

Le lettera di Leone alla sua Natalia

wriiting-article

Non c’è modo migliore di chiudere il topic dedicato agli amori degli scrittori condividendo la bellissima ed emozionante lettera che Leone Ginzburg scrisse a sua moglie Natalia poco prima della sua morte che avvenne il 5 febbraio 1944. Di Leone Ginzburg Noberto Bobbio ha detto: Leone è morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio. Per questo non possiamo rassegnarci; né perdonare. È morto solo, come se non avesse più nulla da dire. E invece il suo discorso era appena cominciato. Gli siamo grati della lezione di umanità, di nobiltà, di coraggio, di serenità, di fiducia nella vita, di fermezza nella tragedia, che egli ci ha lasciata. Ma avremmo voluto averlo ancora con noi. Oltre alle parole d’amore che Leone riserva alla sua Natalia, la sprona a continuare la sua attività culturale e sociale in cui entrambi si erano dedicati anima e corpo.

 

Natalia cara, amore mio
ogni volta spero che non sia l’ultima lettera che ti scrivo, prima della partenza o in genere; e così è anche oggi. Continua in me, dopo quasi una intera giornata trascorsa, il lieto eccitamento suscitatomi dalle tue notizie e dalla prova tangibile che mi vuoi così bene. Questo eccitamento non ha potuto essere cancellato neppure dall’inopinato incontro che abbiamo fatto oggi. Gli auspici, dunque, non sono lieti; ma pazienza. Comunque, se mi facessero partire non venirmi dietro in nessun caso. Sei molto più necessaria ai bambini, e soprattutto alla piccola.
E io non avrei un’ora di pace se ti sapessi esposta chissà per quanto tempo a dei pericoli, che dovrebbero presto cessare per te, e non accrescersi a dismisura. So di quale conforto mi privo a questo modo; ma sarebbe un conforto avvelenato dal timore per te e dal rimorso verso i bambini. Del resto, bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci, e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo, formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente. Ma parliamo d’altro. Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio. A ogni modo, avere i bambini significherà per te avere una grande riserva di forza a tua disposizione. Vorrei che anche Andrea si ricordasse di me, se non dovesse più rivedermi. Io li penso di continuo, ma cerco di non attardarmi mai sul pensiero di loro, per non infiacchirmi nella malinconia. Il pensiero di te invece non lo scaccio, e ha quasi sempre un effetto corroborante su di me. Rivedere facce amiche, in questi giorni, mi ha grandemente eccitato in principio, come puoi immaginare. Adesso l’esistenza si viene di nuovo normalizzando, in attesa che muti più radicalmente. Devo smettere, perché mi sono messo a scrivere troppo tardi fidando nella luce della mia lampadina, la quale invece stasera è particolarmente fioca, oltre ad essere altissima. Ti continuerò a scrivere alla cieca, senza la speranza di rileggere. Con tutto il Tommaseo che ho tra le mani, sorge spontaneo il raffronto con la pagina di diario di lui che diventa cieco. Io, per fortuna, sono cieco solo fino a domattina. Ciao, amore mio, tenerezza mia. Fra pochi giorni sarà il sesto anniversario del nostro matrimonio. Come e dove mi troverò quel giorno? Di che umore sarai tu allora? Ho ripensato, in questi ultimi tempi, alla nostra vita comune. L’unico nostro nemico (ho concluso) era la mia paura. Le volte che io, per qualche ragione, ero assalito dalla paura, concentravo talmente tutte le mie facoltà a vincerla e non venir meno al mio dovere, che non rimaneva nessun’altra forma di vitalità in me. Non è così? Se e quando ci ritroveremo, io sarò liberato dalla paura, e neppure queste zone opache esisteranno più nella nostra vita comune. Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi, morirei volentieri. (Anche questa è una conclusione alla quale sono giunto negli ultimi tempi).
Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. Saluta e ringrazia tutti coloro che sono buoni e affettuosi con te: debbono essere molti. Chiedi scusa a tua madre, e in genere ai tuoi, di tutto il fastidio che arreca questa nostra troppo numerosa famiglia. Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia?
Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.

Scrittore & Scrittrice

Cosa succede quando in una coppia ci sono due scrittori? Sostegno apparente e rivalità segreta? Già me l’immagino sorridere e congratularsi con il proprio partner del libro che hanno scritto e in mente pensano il mio è nettamente più bello. Cattiveria a parte il secolo scorso ha conosciuto varie coppie di scrittori, qualcuna la conoscerete sicuramente e qualcun’altra sarà una vera e propria scoperta. Spazio quindi ad Alberto Moravia & Elsa Morante, Leonard & Virginia Woolf, Matilde Serao & Edoardo Scarfoglio, Leone e Natalia Ginzburg e Paul Auster & Siri Hustvedt. 

e1e5e063-5d6b-4e96-934d-202f7a57998a

Le coppie di letterati sono una peste scriveva la Morante. L’amore tra Alberto Moravia e Elsa Morante è probabilmente quello più conosciuto. Tormentato, disperato e al tempo stesso passionale creava una vera e propria dipendenza tra i due. Due caratteri molto diversi e due mondi distanti, lui borghese e lei di condizione più modesta, che però si incontrarono e si unirono formando una delle coppie per eccellenza che il mondo culturale del secolo scorso ha registrato. Si sposarono nel 1941 e nel 1943 furono costretti a vivere da clandestini nelle zone della ciociaria perché Alberto era ricercato per antifascismo. Quell’esperienza di vita darà a Moravia l’ispirazione necessaria per scrivere La Ciociara. Anche la Morante dopo alcune collaborazioni con riviste letterarie inizierà a conoscere la notorietà vera e propria quando nel 1948 il suo Menzogna e Sortilegio vince il Premio Viareggio. Iniziano gli anni di grandissimo successo per entrambi che coincidono con lo spegnersi della loro passione che porterà alla fine del loro matrimonio.

virginia-2

I coniugi Leonard e Virginia Woolf furono entrambi due grandi scrittori, ma se il mondo conosce il talento letterario di lei, ignora del tutto quello di lui. Leonard fu uno scrittore molto prolifico, ma la sua fama fu oscurata da quella della moglie. Il signor Woolf era uno scrittore che pubblicava circa ogni due anni un libro, che dirigeva alcuni dei più importanti giornali politici dell’epoca e che era lettore ed editor dei romanzi della moglie. Virginia soffriva di bipolarismo e nei periodi di forte depressione il marito teneva un diario della sua malattia e lo scriveva in codice, in lingua tamil e sinhalse, in modo che nessuno potesse capire cosa scrivesse. L’ultimo messaggio che Virginia scrisse al suo Leonard poco prima di suicidarsi nelle acque del fiume River Ouse fu: ciò che voglio dirti è che tutta la mia felicità la devo a te… se c’era qualcuno che avrebbe potuto salvarmi questo eri tu… non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati io e te. 

2318820_mat  L’unione tra Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio non fu tranquilla a causa delle avventure extra-coniugali di lui conosciute da tutti quelli che leggevano le cronache mondane dell’epoca. Tutta Napoli venne a conoscenza della storia con Gabriella Bessard, cantante d’opera, quando lei si tolse la vita sull’uscio di casa di Edoardo e Matilda. Dalla storia con la cantante era nata una figlia che dopo la morte di Gabriella fu affidata al padre che decise di crescerla insieme a Matilde. Questo durò pochi anni perché poi la Serao lasciò definitivamente il marito. Il primo incontro tra i due avvenne nella redazione di Capitan Fracassa. Lei rimase subito affascinata da lui e la relazione che ne nacque fece parlare tutto l’ambiente culturale romano. Il giorno del matrimonio ebbe un cronista d’eccellenza, Gabriele D’Annunzio, che raccontò la giornata sul quotidiano La Tribuna. Se il matrimonio tra i due non funzionò alla perfezione non si può dire lo stesso del loro sodalizio lavorativo che diede vita a Il Mattino, il primo quotidiano dell’Italia meridionale.

Natalia_and_Leone_Ginzburg

Se ti perdessi, morirei volentieri. 
Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io.

La lettera che Leone Ginzburg scrisse a sua moglie Natalia dall’infermeria di Regina Coeli poche ore prima della sua morte sono le parole d’amore più belle e più emozionanti che vi capiterà vi leggere. Facciamo un passo indietro però. Leone e Natalia si sposarono nel 1938. Si erano conosciuti qualche anno prima che Leone finisse in carcere e quando lui fu recluso si scrivevano delle lettere. Lui era un attivo antifascista che aderì ad movimento Giustizia e Libertà, cosa che gli creò non pochi problemi. Fu arresto nel 1934, fu rilasciato nel 1936 e nel 1940 fu mandato al confino a Pozzallo dove sua moglie Natalia lo seguì con i loro figli. Nel 1943 fu liberato e si recò a Roma e si adoperò nella resistenza nella capitale. Fu nuovamente incarcerato e siccome si rifiutava di collaborare con i tedeschi fu torturato più e più volte. Morì in carcere in seguito ad un feroce pestaggio e poco prima riservò le sue ultime forze per scrivere una lettera alla sua Natalia. Natalia Ginzburg già aveva pubblicato il suo primo romanzo, La strada che va in città, sotto pseudonimo perché nel periodo della campagna razziale. I coniugi Ginzburg furono determinanti per la nascita e l’ascesa della Einaudi. Leone era stato tra gli artefici del progetto insieme al gruppo di intellettuali che pose le basi della casa editrice torinese, Noberto Bobbio, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Carlo Levi, Elio Vittorini e naturalmente Giulio Einaudi. Natalia dopo l’uccisione di Leone nel 1944 si recò a Roma operando nella sede capitolina dell’Einaudi. Se Leone fu fondamentale per la nascita della casa editrice, Natalia lo fu per il suo mantenimento, ricoprendo svariati ruoli fino alla sua morte.

30c7639487a081891fe789c850a687d7--paul-auster-siri

Per concludere una coppia dei giorni nostri, entrambi scrittori di successo Paul Auster e Siri Hustvedt si supportano a vicenda, leggendo e correggendo i libri dell’altro. Siri ha dichiarato che è il marito la prima persona a cui fa leggere i suoi libri e che riconoscendo il suo enorme talento letterario si ritiene molto fortunata ad avere un eccezionale lettore numero zero. Paul invece ha definito sua moglie la protagonista dietro le quinte di tutti i miei romanzi. Paul Auster scrive ancora i suoi libri su una macchina da scrivere, per la precisione una Olympia del 1974. Il rumore dei tasti infastidiva così tanto sua moglie dal portarlo a prendere un appartamento vicino casa loro per poter lavorare senza disturbarla.

Gli amori degli scrittori

La curiosità è donna, questo lo sapete e in quanto donna anche io non sfuggo a questa particolarità. Ultimamente mi è capitato di entrare in fissa con la sfera privata degli scrittori. Non parliamo di becero gossip, ma mi affascinava il rapporto che questi avevano con le loro dolci metà. Stare accanto a uno scrittore non deve essere facile secondo me, anzi avranno degli sbalzi umorali che noi donne manco ci avviciniamo. Me lo immagino lì, alla ricerca della parola perfetta, a disperarsi per ore ed ore sulla punteggiatura, sul nome giusto da dare al loro personaggio, su quale intrigo creare per destare più curiosità possibile nel lettore mentre le mogli da lontano osservano i loro compagni e pensano ma questo un lavoro serio non se lo poteva trovare? 

Di cose curiose in giro ne ho trovate parecchie e ho suddiviso questo topic in due parti. La prima dedicata agli scrittori e alle loro mogli e la seconda alle coppie di scrittori. Largo quindi a Fëdor Dostoevskij, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, George Simenon Vladimir Nabokov. 

Dostoevskij_1876Il celebre scrittore russo Fëdor Dostoevskij era alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di scrivere il più velocemente possibile le sue storie. Anna era una studentessa e lavorava come stenografa e fu presto assunta dallo scrittore e in men che non si dica lei scrisse I Giocatori. Iniziarono il 4 ottobre del 1886 e solo quattro mesi più tardi i due si sposarono. Non fu l’unico amore di Fëdor ma sicuramente quello più importante in quanto Anna fu l’unica ad imporsi affinché il matrimonio reggesse. Dostoevskij infatti aveva il vizio del gioco e per evitare che portasse tutta la famiglia sull’orlo del baratro Anna assunse le redini economiche e si dedicò anima e corpo agli affari letterari del marito.

ernest-hemingway-1

La vita sentimentale del Premio Nobel Ernest Hemingway fu sicuramente la più turbolenta con ben quattro mogli all’attivo (e svariate amanti). Lo schema amoroso si può riassumere in questo modo: amante che diventa moglie che diventa ex moglie. Dalle prime due mogli Hadley RichardsonPauline Pfeiffer ottenne il sostegno economico necessario per poter scrivere. Il fondo fiduciario di tremila dollari della prima moglie, Hadley, permise ad Ernest di frequentare scrittori come James Joyce e Ezra Pound. La prima moglie era ben consapevole della presenza di un’amante, Pauline, e la invitò a trascorrere del tempo con loro mentre erano in villeggiatura. Sperava che il marito cambiasse idea ma invece chi cambiò idea fu Hadley che lasciò libero il marito di amare Pauline. Il copione si ripete qualche anno più tardi. Ernest sposato ora con Pauline ha una nuova amante Martha Gellhorn. Lei lo scopre e i tre (moglie, marito e amante) si ritrovano a convivere fino a quando Pauline concederà il divorzio a Ernest. Non c’è due senza tre, è il caso di dirlo. Nel 1944 mentre Ernest si reca a Londra come inviato, conosce Mary Welsh che diventerà la sua quarta (ed ultima) moglie. Fu proprio Mary a ritrovare il corpo del marito che si era ucciso con un colpo di fucile. Determinanti tutte e quattro nella vita dello scrittore, ad ognuna di esse Ernest lega i suoi capolavori.

22-fscottfitzgerald

Zelda Sayre fu la moglie ed anche la musa di Francis Scott Fitzgerald che trasse in parte ispirazione dalla loro storia d’amore per il suo celebre romanzo Il grande Gatsby. Il giovane soldato che si innamora di una ragazza dell’alta società rispecchiava in minima parte la loro relazione. Francis non era un giovane soldato ma Zelda apparteneva all’alta società. Era benestante, amava le feste, amava ballare e amava più di tutto essere spregiudicata. Neanche l’incontro con Francis la cambiò, tanto che per quando lui la corteggiasse serratamente con delle bellissime lettere d’amore (era pur sempre uno scrittore) lei non si faceva scrupoli ad assecondare altri spasimanti. Zelda tra le altre cose si riservò di accettare la proposta di matrimonio solo quando Francis avrebbe pubblicato Di qua dal paradiso (quando si dice l’amore). Col tempo Zelda non restò a guardare il successo del marito, ma iniziò a sviluppare un proprio interesse per i libri, recensendoli ed occupandosi di quelli di Francis.

61180

George Simenon era un fervido lettore, leggeva decine di libri a settimana ed era un prolifico scrittore. Ne scriveva così tanti e velocemente che la moglie li riponeva in banca, nella cassetta di famiglia per rallentarne la pubblicazione. Il carattere di Simenon era altisonante: amava la libertà e gli eccessi e al tempo stesso era terrorizzato dalle incertezze e da tutto ciò che gli sembrava precario. Non faceva mistero delle sue attività extra coniugali, anzi si vantava pubblicamente di aver avuto ben diecimila amati, ma non abbandonava la stabilità del matrimonio che lo viveva come un antidoto alla perenne tensione. Diecimila amanti e solo due matrimoni, il primo con Régine Renchon e il secondo con Denyse Ouimet.

Vladimir_Nabokov_1973

Lo scrittore Vladimir Nabokov andava matto per gli inceneritori. In ben due occasioni chiese a sua moglie Vera di bruciare i suoi manoscritti. La prima volta risale agli anni Cinquanta e aveva da poco finito la prima versione di Lolita. Vladimir era ossessionato dalla perfezione stilistica e linguistica e quel romanzo non lo convinceva del tutto motivo per cui chiese alla moglie di bruciarlo nell’inceneritore in giardino, cosa che lei non fece. Nel 1977 Vladimir ricoverato in una clinica ormai prossimo alla fine raccomandò alla moglie di bruciare quello che trentadue anni dopo la morte dello scrittore abbiamo conosciuto con il nome di L’originale di Laura.

Dati lettura e solite discussioni.

book-books-dream-dreamer-Favim.com-1729935

Puntuale come ogni anno è stato reso noto il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia del 2016 che fa gioire quelli attenti al fatturato che regista un incremento del 1,2% facendo intravedere dei segnali di ripresa che rende gli addetti ai lavori sempre più ottimisti verso il futuro.

L’ottimismo però riguarda solo quella sfera perché il dato sulla lettura nel nostro Paese continua a registrare delle percentuali bassissime specie se confrontate con gli altri Paesi europei e che conferma una cosa: in Italia non si legge. La media italiana si attesta sul 40,5% nel 2016, ben al di sotto del 62,2% della Spagna, del 68,7% della Germania, del 73% negli Stati Uniti, dell’83% del Canada, dell’84% della Francia fino al 90% della Norvegia.

In crescita, nell’ordine, le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo in un anno, cresce la produzione dei titoli in e-Book, crescono le vendite dei diritti dei libri all’estero con le case editrici italiane che si dimostrano maggiormente capaci di operare sui mercati internazionali.

Tornando nello specifico alla lettura calano sia i lettori occasionali e calano anche i cosiddetti lettori forti (cioè i lettori che dichiarano di aver letto più di 12 libri in un anno).

Ricapitolando. In Italia legge il 40% della popolazione. In Italia non legge il 60% della popolazione. In Italia il 60% della popolazione non legge neanche un misero libro nei 365 giorni che ha a disposizione. Perché in Italia non si legge? Perché in Italia non si legge e negli altri Paesi europei e negli Stati Uniti si legge (e pure tanto)?

A questa domanda ogni anno noi lettori ed addetti ai lavori proviamo a rispondere. IBs pochi giorni fa mi ha trascinato in un dibattito sulla questione dove la domanda era quella, le risposte erano molteplici ma le soluzioni erano nulle. A volte mi scoccio pure a partecipare a queste discussioni sia perché io sono una lettrice e quini no, non lo so perché gli altri non leggono e come fanno a non leggere nemmeno un libro in un anno io che di libri ne leggo tantissimi e quando mi capitano dei periodi di down mi sento come se mi mancasse qualcosa e quasi non mi sento a mio agio con me stessa. Mi scoccio perché devo assistere a persone che cercano le scuse meno plausibili in assoluto come quelle che seguono (giuro, le sento ogni anno).

In Italia si legge poco perché i libri costano tanto. Facciamo chiarezza una volta per tutte. Questi sono dati sulla lettura il prezzo di un libro è relativo. Certo, i libri o meglio le novità costano parecchio, parliamo di un costo medio di 18 euro a libro. Nessuno però obbliga le persone a comprare solo le novità. Ci sono i tascabili, i siti su cui comprare usati a metà prezzo (Libraccio), i mercatini, le biblioteche e i prestiti. Cosa fondamentale: perché le percentuali di lettura sono alte nei Paesi dove i libri hanno lo stesso prezzo, se non più altro, dei nostri? I prezzi medi dei libri in Francia, Spagna, Germania e Gb sono rispettivamente di 21,75 nei primi due, 22,70 e 20,65. Quindi la teoria si legge poco perché i libri costano tanto non è poi così esatta. Anche perché un discorso del genere posso accettarlo da chi come me legge e quindi compra tantissimo (ho una media di 60-70 libri l’anno, immaginate voi quanto spendo); chi si limita a pochi libri l’anno davvero non può nascondersi dietro questa scusa.

In Italia non si legge perché si pubblica troppo. Questa è una scusa che pure ho sentito molte volte e che sinceramente mi lascia abbastanza perplessa. Vero, in Italia i titoli pubblicati in un anno sono intorno ai 66mila e si pubblica veramente di tutto dalla cosa più commerciale alla letteratura. Ci si perde nel mare delle pubblicazioni quotidiano ma additarla come causa di non lettura in Italia mi sembra troppo oltre che non corretto.

In Italia non si legge perché siamo troppo distratti. Tablet, smartphone e PC riempiono le nostre giornate. Siamo connessi non dico 24 ore su 24 ma quasi. Io stessa passo moltissimo tempo della mia giornata connessa (su internet e Twitter a cercare nuovi libri da leggere) ma quando è il momento di leggere chiudo tutto e leggo. Se una cosa ci interessa non ci sarà niente e nessuno a fermarci quindi basta con questa storia.

Quello che posso pensare è che in Italia manca una vera e propria cultura del libro e chi dovrebbe fare qualcosa non lo fa. Come direbbe Giusi Marchetta Lettori si cresce non si nasce, quindi la lettura e l’approccio al libro dovrebbe essere inteso come un percorso al termine del quale sarà il lettore a scegliere per se stesso.

Ripeto, io non lo so perché in Italia non si legge né tanto meno mi preoccupo di trovare soluzioni al problema, anche perché non ho mai costretto nessuno a leggere e non mi reputo migliore di chi non lo fa. Sono cresciuta con persone che mi ripetevano (e mi ripetono): ma stai sempre a leggere?. Mi sono sempre curata poco delle persone che mi hanno potuto considerare sfigata perché magari preferivo la compagnia di un buon libro alla loro e soprattutto non ho mai smesso di leggere per sentirmi uguale a chi crede che la lettura isoli e rende solitarie le persone. Insomma, io continuerò a leggere, voi fate un po’ quello che volete.