I magnifici 10!

Una delle domande più difficili per un lettore è: qual è il tuo libro preferito? È come rispondere alla domanda vuoi più bene a mamma o a papà? Preferisci la pizza o la Nutella? Britney Spears o Christina Aguilera?

Quando mi chiedono il mio libro preferito solitamente dico il primo che mi passa per la testa, ma subito dopo ne aggiungo un secondo, un terzo, un quarto e colui che mi ha posto la domanda si pente all’istante di avermelo chiesto e cerca in tutti i modi di porre fine alla conversazione. Quello che vorrei far capire è che ridurre la scelta a un solo libro per me è difficile sia perché ho letto tanto e sia perché ce ne sono tanti che reputo bellissimi e per me fondamentali nella mia carriera da lettrice.

Ho provato a stilare una classifica, dieci sono pochi ma mi sembrava un giusto compromesso. È una classifica fatta di getto perché se mi fermassi a pensare un po’ di più il numero aumenterebbe.

Basta chiacchiere ed ecco i miei magnifici dieci.

  • Amabili resti di Alice Sebold. Doveroso iniziare da questo visto che il nome del blog deriva dal titolo di questo libro. Non essendo brava con i nomi ricordo che nel momento in cui cercavo un titolo per questo mio spazio online pensai bene di prendere spunto da uno dei libri che più mi era piaciuto e così ecco venir fuori Gli Amabili Libri.

 

  • 1984 di George Orwell. Un mondo distopico in cui la vita delle persone è controllata dal sapiente occhio del Grande Fratello (no, non è quello di Ilary Blasi). Lo lessi mentre preparavo la maturità visto che lo avevo inserto nella mia tesina d’esame. A mio parere il libro di Orwell, oltre ad essere uno dei più importanti libri della letteratura inglese e non solo, ha uno dei finali più belli e potenti di sempre.

 

  • Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. Come per il libro di Orwell anche questo lo lessi perché inserito nel mio percorso d’esame. Pirandello è uno dei miei autori classici preferiti e la storia di Mattia Pascal mi catturò fin dalle prime pagine.

 

  • Le intermittenze della morte di José Saramago. Qui ci troviamo nel campo della perfezione. Saramago immagina un paesino in cui le persone smettono di morire e dopo l’euforia iniziale tutti dovranno fare i conti con i problemi che questo avvenimento comporta. Lo stile di Saramago non fu per me all’inizio semplicissimo. Parliamo di periodi molto lunghi privi di punteggiatura. Superato lo scoglio iniziale e lasciandomi trasportare solo dalle sue parole il resto venne da sé facendo di questo libro uno dei miei preferiti in assoluto (un finale poetico come pochi).

 

  • Stoner di John Williams. Nel 2012 questo libro divenne un vero e proprio caso editoriale. Pubblicato nel 1965 non riscosse molto successo e cadde nel dimenticatoio fino a quando nel 2006 venne ripubblicato negli USA iniziando una vera e propria scalata verso il successo. Nel 2012 la Fazi lo pubblica in Italia facendo innamorare di Stoner migliaia di lettori. La storia di Stoner è di una semplicità disarmante a cui però è impossibile restare indifferenti. Tra le letture che consiglio maggiormente.

 

  • Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Se si parla dei miei libri preferiti è fondamentali un della mia amata Natalia deve assolutamente esserci. Primo perché è la mia scrittrice preferita e secondo perché parliamo di una delle scrittrici più brave che la nostra letteratura ha potuto conoscere. Il suo Lessico Famigliare oltre ad essere un libro che racconta della sua famiglia è soprattutto un libro che ripercorre eventi della nostra storia recente.

 

  • Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Quando questo libro mi fu consigliato ammetto che mi spaventava parecchio. Un po’ per la mole e un po’ per lo scrittore. Insomma io la letteratura russa l’ho sempre concepita fuori dalla mia portata e dalle mie capacità. Quello che conta nei libri però (ricordiamocelo) è sempre e solo la storia e se questa è scritta bene non avremo mai difficoltà di comprensione. È un libro pieno di tematiche (rapporto bene e male e razionale e irrazionale) e ci sono vari livelli di lettura a cui star dietro. Fidatevi però se vi dico che ne vale la pena.

 

  • Scende la notte tropicale di Manuel Puig. L’Argentina, il Brasile e tutto il fascino che la letteratura sud americana comporta. Questo libro è un vero e proprio gioiellino scoperto un po’ per caso di cui mi sono innamorata follemente dalle prime pagine. Come nel caso di Saramago anche qui lo stile è un po’ ostico ma è tutta questione di entrare in sintonia con la storia.

 

  • Il buio oltre lasiepe di Harper Lee. Uno dei primi libri letti, uno dei libri che mi fece capire che la lettura non era un semplice hobby per far passare diversamente le mie ore libere. Questo è uno dei libri che mi fece capire che la lettura era il mio tutto e che senza un libro non riuscivo a stare.

 

  • Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti. Torniamo in Italia con uno dei miei scrittori contemporanei preferiti. Questo è il libro di Ammaniti che dovete leggere, questo è il libro che vi terrà incollati fino a quando non lo finirete. Scritto alla perfezione questo libro è stata per me una piccola ossessione. Lo portavo ovunque perché appena avevo un momento libero leggevo qualche pagina (che poi alla fine l’ho letto in due giorni, fate un po’ voi).

La mia classifica alla fine è questa, l’ordine è casuale. Ci sarebbero altri libri da aggiungere ma la chiudo qui. Ora la parola passa a voi. I vostri libri preferiti quali sono?

#LettoriSiRaccontano: Piera de AlParadisoDeiLibri

 

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Per #LettoriSiRaccontano è il turno di Piera. Anche nel suo caso l’incontro, seppur virtuale, è avvenuto in quel fantastico mondo che è Twitter, che sarà pure un social che molti faticano ancora a capire ma che per me è il luogo principale dove trovare altri con la mia stessa passione: i libri. Come me Piera ha iniziato a leggere grazie ai fumetti (mi perdonerà se io ho sempre preferito Paperopoli a Topolinia) e come me questa passione l’ha portata ad aprire un blog, Al Paradiso Dei Libri, per renderci partecipi delle sue letture. Lascio a lei raccontarsi. 

A volte lettori si nasce. Altre volte lo si diventa. Io credo di appartenere alla prima categoria.

Genitori e parenti mi hanno raccontato che, quando ero piccola, sedevo a sfogliare le pagine di Topolino e, non sapendo leggere, inventavo storie e dialoghi traendo spunto dalle immagini. Ma non era sufficiente. Così, un giorno, all’età di quattro anni, mio padre ha deciso di insegnarmi a leggere e scrivere. Ho un vago ricordo, offuscato, della prima parola letta sul giornale dei programmi TV: Mercoledì. Quell’apparentemente insignificante, ma non per me, giorno della settimana ha aperto le porte a nuovi mondi.

Dai fumetti sono passata alle fiabe, che leggevo prima di andare a dormire. E dalle fiabe sono, finalmente, approdata in prima elementare dove la maestra di italiano mi ha fatto scoprire il magico potere dei libri attraverso Marcovaldo di Italo Calvino. Ogni giorno sedeva al centro della classe e, con il suo tono di voce, riusciva a attirare l’attenzione di tutti, narrandoci le disavventure dell’ingenuo e sfortunato manovale.

A nove anni sono entrata nel fantastico mondo di Harry Potter. Inutile dire che non ne sono mai uscita e che attendo ancora la lettera da Hogwarts.

Sotto l’albero di Natale ho iniziato a trovare I ragazzi della via Paal, La freccia nera, Piccole donne. Letture che, inizialmente, non riuscivano a coinvolgermi ma che, col senno di poi, mi hanno insegnato tanto: soprattutto ad amare i classici.

Mi definisco una lettrice “onnivora” e curiosa: spazio dai romanzi ai thriller, dai libri di avventura ai fantasy, dai gialli ai grandi classici intramontabili, a volte anche in francese e inglese. Sarebbe impossibile decretare, fra tutti i libri che ho letto, il mio preferito. La mia lista si estende da Anna Karenina a 1984, da Il buio oltre la siepe a Margherita Dolcevita per arrivare anche a titoli sconosciuti come Le candele brillavano a Bay Street. Ogni libro reca con sé un ricordo.

Oggi studio Lingue e Letterature Moderne e questo ha allargato ancor di più i miei orizzonti fino a scoprire una nuova passione: quella per la letteratura francese, soprattutto contemporanea.

Quest’estate, durante un pomeriggio di noia, ho deciso di intraprendere una nuova avventura. Così, dalla voglia di condividere il mio amore per la lettura, ho dato vita al mio piccolo blog Al Paradiso dei Libri, la mia oasi di pace.

 

Come sempre rinnovo l’invito per tutti quelli che hanno voglia di raccontarmi come è nata la loro passione: Scrivetemi 

Editoria a pagamento? Parliamone

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Prima di iniziare: non è un post pro o contro l’editoria a pagamento quindi chi ne è rappresentante e chi ne ricorre non se la prenda. Semplicemente c’è una mia cara amica che ha avuto un’offerta da un editore a pagamento per pubblicare un suo racconto e mi ha chiesto un parere sulla faccenda e mi sono ritrovata quindi nel magico mondo dell’editoria a pagamento.

Quando ho fatto il corso, tra le tante cose studiate c’era anche la sezione dedicata ai vari tipi di editoria che si possono riassumere brevemente in tre:

  • classica: un editore crede in un libro e si assume gli onori e gli oneri della pubblicazione;
  • a pagamento: un editore (o meglio un imprenditore perché editore proprio non riesco a definirlo) fa pagare le spese di pubblicazione all’autore e gli pubblica il libro;
  • il self-publishing o l’auto pubblicazione: un autore decide di non ricorrere ad un editore e pubblica un libro a proprie spese avendo poi il massimo dei ricavi.

L’editoria a pagamento è vista come la pecora nera dell’editoria perché ragionandoci bene manda all’aria tutta la purezza del concetto di editoria. Pagare per essere pubblicati significa solo una cosa: tutti possono essere pubblicati. Vi pare poco? Non che i libri che escono attraverso il sistema di editoria classica siano capolavori del nostro tempo, anzi, basta dare un’occhiata alle classifiche, vedere che alcuni posto sono occupati da libri di youtuber, cantanti, attori e compagnia bella per rivalutare tutto il concetto di editoria stessa.

Pubblicare a pagamento però significa vedere lo scrittore solo come potenziale cliente e basta. Quando ho visto il contratto che questo editore (mah) ha proposto alla mia amica sono sbiancata. In breve: non le viene riconosciuto il diritto d’autore, a lei spettano le spese di correzione bozze e soprattutto lei deve provvedere a trovare chi le corregge le bozze e soprattutto lei è tenuta per contratto ad acquistare ventotto libri sui trenta che verranno stampati. Ditemi voi l’etica dove sta. Devo pagare per essere pubblicata e devo anche comprare quasi il totale delle copie prodotte.

In questo giro tra editore e scrittore è rimasta fuori la terza potenza dell’editoria, quella che muove tutto il mercato editoriale: il lettore. Se io compro tutte le copie, al lettore cosa spetta? Certo, può mettersi lei a vendere le copie privatamente, tanto le ha acquistate e può farne ciò che vuole, ma sappiamo che non funziona così, o meglio così non dovrebbe funzionare.

Sarà che io ho un’idea romantica dell’editoria dove un editore intravedendo il potenziale di un libro si assume tutte le responsabilità e i rischi del caso. Motivo per cui, in teoria, non tutto viene pubblicato.

Per concludere però spezzo una lancia a favore dell’editoria a pagamento. Non è un’idea di editoria che condivido ma non la giudico e la reputo colpevole del tutto. Dove c’è una domanda, c’è un’offerta e dove ci sono persone disposte a pagare per pubblicare il proprio libro pur di vedere stampato il proprio nome in copertina ci sarà un editore disposto ad accettare quella somma di denaro e agire come meglio crede. Non è un caso se l’editoria a pagamento in inglese è stata denominata vanity press mentre in francese édition à compte d’auteur (edizione dell’autore, visto che il rischio lo assume solo lui).

Passo a voi la parola, avete avuto esperienze con l’editoria a pagamento? Cosa ne pensate di questo sistema?

 

Napoli Città Libro

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Le date ci sono, dal 24 al 27 maggio. La location anche, il complesso Monumentale di San Domenico Maggiore. Il nome si conosce da mesi, Napoli Città Libro. Le basi ci sono, ora non resta che aspettare fiduciosi il programma e vedere come si articolerà quello che dovrebbe essere il primo salone del libro della città partenopea.

L’idea è nata grazia al Comitato Liber@Arte di cui fanno parte gli editori Diego Guida, Alessandro Polidoro e Rosario Bianco e partiva da una constatazione semplice: a Napoli non c’è nessun evento dedicato ai libri (con la dovuta eccezione del festival Un’altra Galassia).

L’Italia è il paese dei Festival, tantissime le città italiane che ospitano rassegne dedicate al mondo del libro e dell’editoria, basti pensare a Torino e al suo Salone del Libro che lo scorso anno ha tagliato il traguardo dei trent’anni, al neonato Tempo Di Libri di Milano, al Festival Letteratura di Mantova, a PordenoneLegge, a Roma che ospita varie fiere dedicate al mondo della piccola e media editoria, insomma tante città, tanti festival e unica assente Napoli. Inspiegabile come una città con un altissimo numero di scrittori non abbia avuto fino ad oggi un festival, ma fortunatamente questa lacuna sta per essere colmata.

I lavori di preparazione della kermesse sono iniziati da mesi, in un programma un calendario ricco di eventi e attività trasversali che non riguarderanno solo i libri ma anche l’arte e il teatro e una forte collaborazione con le associazioni culturali presenti sul territorio, le università, le biblioteche e le librerie.

Il direttore artistico Francesco Durante già nei mesi scorsi si è lasciato scappare qualche nome tra cui spicca Vinicio Capossela e presenza certa lo scrittore Maurizio de Giovanni che si è fatto promotore dell’evento ed ha invitato i suoi colleghi ad aderire.

In questi mesi di work in progress Napoli Città Libro ha ideato tutta una serie di appuntamenti. Per restare aggiornati basta seguire le loro pagine ufficiali FaceBook e Twitter e il loro sito ufficiale Napoli Città Libro.

#LettoriSiRaccontano: Elisabetta Favale

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Per la rubrica #LettoriSiRaccontano oggi si racconta Elisabetta Favale. Io ed Elisabetta ci siamo conosciute in quel fantastico mondo che è Twitter. Elisabetta ha un blog su Linkiesta E(li’s)books, scrive di libri per Rocknread e Cultweek. Insomma i libri sono la sua passione e a noi racconta di quando questa sua passione è nata e cresciuta e quali sono stati i libri per lei fondamentali. 

Ricordo perfettamente quando sono diventata una lettrice: alle elementari. In quarta. Avevo una maestra che in classe aveva creato una piccola biblioteca e noi bambini potevamo prendere in prestito dei libri. Quello fu il momento in cui cominciai a leggere libri scelti direttamente da me e non regalati dagli adulti. Quelli di storia mi piacevano moltissimo, per diversi mesi ho letto libroni enormi sugli antichi egizi, mi sedevo in un angolino in cucina e leggevo leggevo talmente assorta che niente mi scuoteva da quella specie di viaggio!

Poi ho cominciato a fare richieste precise alle medie. Mi ricordo che c’era, vicino casa, una libreria che metteva fuori dalla porta una cesta con i libri scontati, beh mi sono fatta comprare tutto Verga, Boccaccio (bizzarro lo so!) Flaubert, Stendhal e Kafka! La metamorfosi l’ho letto una volta all’anno dai 13 ai 18 anni finché non l’ho capito!

Al liceo (classico) ho avuto un professore di latino e greco che ci leggeva in classe anche Thomas Mann e ci suggeriva i libri da leggere assolutamente, è arrivato quindi anche Marquez (e Bertrand Russell) e poi via via altri, da Eco alla Fallaci a Terzani, senza tralasciare lo spassosissimo De Crescenzo.

Non ho più smesso. All’università (sono laureata in diritto amministrativo e mi occupo di appalti coerentemente) quando finivo gli esami per rilassarmi leggevo i libri della mia compagna di stanza che studiava lingue quindi ho approfondito Joyce ma anche autori più di nicchia come Henry James. Leggo di tutto, amo la letteratura americana che per me è il top! Mi piacciono le poesie e ho una predilezione per le short-stories.

Tutto qua!

Lettori si raccontano

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Ve lo ricordate il momento in cui siete diventati lettori? Quel momento in cui avete capito che la lettura non era solo un passatempo per riempire quelle ore di noi ma qualcosa di molto più serio? Ve lo ricordate il primo libro che avete letto?

Il momento in cui sono diventata lettrice non lo ricordo, ricordo però mio padre che tornava da lavoro portando con sé il Corriere dello Sport (quello della Sera lo leggeva la mattina nei primi momenti liberi in ufficio) e prima che fosse pronto in tavola sfogliava, leggeva e commentava a volte tra sé e sé, altre ad alta voce (ma parlava sempre a se stesso). Ricordo sempre mio padre, il pomeriggio in poltrona, occhiali e un bel tomo tra le mani, era un appassionato di storia e di biografie i suoi libri sono ancora lì, qualcuno ha ancora qualche segnalibro tra le pagine. Più che voler diventare lettrice io volevo diventare come lui, volevo mettermi accanto a lui, sfogliare il mio bel libro e magari commentare anche io. Se sono diventata lettrice è stato per spirito di emulazione all’inizio, per pura estasi successivamente.

Le mie prime letture sono state i fumetti: Paperino, Zio Paperone in primis, ogni tanto anche Topolino anche se l’ho sempre trovato abbastanza saccente. Quando mi chiedono delle mie prime letture fatte io rispondo senza vergogna che ho iniziato dai fumetti. Vorrei aver delle storie più interessanti, tipo ho iniziato da Piccole Donne, il libro Cuore o oltre letture, ma io ho iniziato col mondo dei paperi e mi sta bene così. L’unica cosa che non mi stava bene era che il fumetto che acquistavo la domenica mattina lo terminavo la domenica sera e quindi passavo una settimana d’agonia e d’attesa che mi avrebbe portato verso il nuovo acquisto. Il passaggio ai libri è stato quindi naturale, avevo bisogno di libri che fossero più lunghi, di storie che durassero di più.

L’amico ritrovato di Fred Uhlman è stato il mio primo libro. Eravamo in vacanza e mia cugina aveva portato con sé questo piccolo libriccino. Parlo di un estate di molti anni fa (non tantissimi eh, non sono così vecchia), un’estate in cui gli smartphone non c’erano e i cellulari stessi non avevano l’importanza che gli diamo oggi. Un pomeriggio in cui non potevamo scendere in spiaggia a causa del brutto tempo iniziai a leggerlo e fu amore a prima vista. Avevo dieci undici anni, non avevo le basi tali da comprendere gli eventi storici raccontati nel libro. L’amicizia tra i due bambini mi aveva folgorata e l’avevo divorata. Se devo pensare al momento in cui ho capito che la lettura era qualcosa di cui non volevo fare a meno è stato quello. Quando tornai dalle vacanze la prima cosa che feci fu farmi portare in una libreria e scegliere le mie successive letture.

Le prime letture fatte, Gomorra, Il buio oltre la siepe, Il fu Mattia Pascal e 1984 andavano a confermare ciò che avevo già capito: non potevo più stare senza i libri.

Sono diventata lettrice grazie a mio padre, mia madre invece mi ha sempre rimproverato di leggere troppo, la frase stai sempre a leggere me la farò tatuare prima o poi visto che mi viene detta in continuazione. Non sono una che impone la lettura agli altri, è qualcosa di cui io non riesco a farne a meno, se gli altri riescono a vivere senza sfiorare almeno un libro sono fatti loro.

Non sono le loro storie quelle che mi interessano, ma quelle di lettori come me. Questa rubrica Lettori si raccontano nasce con questo intento, dare voce ai lettori, raccontare come e quando è nato il loro amore per la lettura e quali letture sono state determinanti nel loro percorso.

Ora la parola passa a voi, a chiunque abbia voglia di raccontarsi.

La mia esperienza nelle scuole. Tratto da una storia (purtroppo) vera

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I progetti lettura in tantissime scuole rappresentano la normalità. In altre invece oltre a non averli, non li accettano proprio o se li accettano lo fanno creando tanti di quei problemi e imponendo tante di quelle restrizioni che alla fine penserai: ma a me, chi me l’ha fatto fare?

Vivo in un paesello con una sola libreria indipendente che negli anni si è data da fare organizzando molti eventi culturali (io stessa mi sono occupata di varie presentazioni) con purtroppo una bassa risposta di pubblico; una biblioteca con un personale che senza giri di parole non vuole rotture di scatole (vuoi fare una presentazione qui? No, noi il pomeriggio mica siamo aperte e poi chi se la prende la responsabilità di tenere aperta la struttura senza un sistema di vigilanza adeguato) e con molte scuole. Togliendo le scuole primarie il mio ha ben tre licei statali di diverso indirizzo e due privati con un numero di studenti complessivo molto alto, visto che accoglie anche i ragazzi provenienti dai paesini limitrofi. Quando ho visto che le presentazioni in libreria non stavano più funzionando ho pensato di spostarmi nelle scuole proponendo un progetto di lettura molto semplice nella sua realizzazione: lettura di un libro e successivo incontro classe/autore. Ero armata di un progetto e di tante buone speranze, ma ogni tanto mi dimentico dove vivo.

A un progetto lettura per assurdo un liceo non ti dirà mai di no perché eh sì, la lettura è importante e i ragazzi dovrebbero leggere di più (eh sì, solo loro dovrebbero leggere di più). Quindi all’inizio sarà un bel sì, con tanti complimenti per l’idea, poi sarà un forse, vediamo, una cosa alla volta i ragazzi hanno dei programmi scolastici da portare a termine ed altri progetti a cui partecipare e…

Quando andai al liceo linguistico/artistico dopo il sì al progetto il vicepreside mi disse: guarda però la scuola non ha fondi. Sia chiaro, io propongo libri da leggere non da acquistare. Se prendono un libro per classe a me non interessa, ma forse mi hanno scambiata per una rappresentante di aspirapolvere e giustamente una scuola che se ne deve fare di un aspirapolvere? Dopo questo mi chiese, anche abbastanza stupito: ma i ragazzi questi libri che proponi li devono leggere? Leggere dei libri? Siamo pazzi? Follia pura signori. No, io volevo solo che li usassero per metterli sotto i banchi traballanti o per tirarseli durante l’ora di educazione fisica al posto dei palloni.

Al liceo scientifico la sfida è stata quella di venire incontro alla docente con cui avrei dovuto collaborare che mi bocciò praticamente tre quarti delle letture proposte (grazie, si vede che faccio proprio delle letture di merda). Sì perché per lei Gli anni al contrario della Terranova era pretestuoso, L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio inconcludente, Certi bambini di Diego De Silva banale (banale, sì ha detto banale e se non lo sapete c’è un girone dell’inferno apposito per le persone che definiscono i libri di Diego De Silva banali). A questo aggiunse anche sì però sempre con sta tematica della camorra, discostiamoci dai luoghi comuni. L’uomo che non riusciva a morire di Tony Laudadio le andò bene però lo facciamo come presentazione perché se i ragazzi non vivono una situazione del genere non possono immedesimarsi con il protagonista (io invece che sono una malata terminale ho potuto apprezzare il libro invece). Il commento preferito resta quello a L’altra madre di Andrej Longo dove la scuola non può assumersi le responsabilità di far leggere un libro del genere, la storia è dura e il linguaggio pieno di turpiloquio e se un genitore vede cosa diamo noi ai figli da leggere potrebbe avere da ridire e la scuola non ci farebbe una buona figura.

Per concludere il liceo classico mi aveva chiesto all’inizio di quest’anno dei nomi per stilare un calendario di incontri da fare durante tutto l’anno scolastico. Avevo selezionato una dozzina di titoli tra le letture che io stessa ho fatto perché proporre un libro di cui non conosco nulla l’ho sempre trovato scorretto e alla fine la preside mi ha rifiutato il progetto perché la casa editrice scelta non le piaceva. Non gli autori, non le storie che raccontavano, ma la casa editrice. Come scusa per carità è molto originale se non fosse che ad alcune classi hanno assegnato da leggere il libro di Selvaggia Lucarelli che sicuramente sarà più interessante e che è stato editato da una casa editrice molto bella, davvero molto bella.

Vorrei tanto aver voluto inventare questi episodi solo per il gusto di farci quattro risate ma purtroppo sono storie vere. Lo specchio di un Paese che non legge e che a volte legge poco e male. Siamo i primi a dire sempre eh sti ragazzi non leggono, stanno sempre con sti cellulari in mano. Certe volte invece sono i docenti a non leggere e a non volersi impegnare a far scoprire il piacere della lettura ai propri alunni.

Ps. Qualche presentazione buona nei licei alla fine sono riuscita a farla, nonostante questo, nonostante tutto.

Jingle Books #6: Erri De Luca

La doppia vita dei numeri di Erri De Luca è il libro migliore per chiudere al meglio questi appuntamenti dedicati ai libri e alle festività. Un dialogo teatrale tra due personaggi, una sorella e un fratello, l’ultima notte dell’anno a Napoli. Una partita a tombola tra i due sarà l’occasione per ricordare i due genitori scomparsi anni prima.

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LEI: Senti, quest’anno mi devi fare la grazia di venire a fare capodanno da me.

LUI: Ma perché capodanno? Lo sai che per me le feste comandate sono finite. Già non lo festeggiavo quando c’era mamma. Me ne andavo a dormire dopo cena e la lasciavo sola in quella cucina in mezzo alla campagna a vedersi la mezzanotte alla televisione. Ci penso continuamente e mi maledico. Viveva con me ma io continuavo a vivere da solo. A Natale facevo fatica a fare quattro pacchetti per lei e per te. Dopo la morte di papà per me le feste sono sparite. Ora che non c’è più neanche lei, a Natale me ne sto per conto mio.

LEI: Natale sì, io sto parlando di capodanno. Devi venire, voglio solo passare quella serata con te. Non dire sempre no.

LUI: Passiamo insieme un’altra sera, magari vengo a Napoli prima. Non voglio sentire la grancassa della festa comandata. Mi sta antipatico il capodanno, e pure san Silvestro. Con lui la Chiesa, al tempo di Costantino, passa dalla clandestinità a religione ufficiale dell’Impero, perdendo i suoi migliori connotati.

LEI: A noi i connotati migliori ce li ha cambiati il tempo. Senti, siamo rimasti noi due, i nostri non ci stanno più. Noi dobbiamo rispettare questo poco di vita che ci avanza. Tu sei solo e pure io. In certi giorni mi serve sapere che ci sei.

LUI: In quei giorni io sento la loro assenza, mi salta addosso come la tramontana, mi strappa il caldo a morsi. Me ne sto rannicchiato da una parte e aspetto che passi. Per me ogni giorno è il giorno uno della loro assenza. Scorrono gli anni e io sto fermo al giorno dopo, coi loro corpi appena usciti dalla porta della cucina. Se vengo da te, te lo rovescio addosso il freddo e ti guasto la festa. Tu sei più capace di vivere di me, di rispettare la vita che prosegue. Io non ci penso nemmeno.

LEI: Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città. Resterà fuori dalla finestra. Tu mi tieni compagnia per quella sera. Cucino pasta al sugo alla genovese. A proposito, lo sai perché si chiama così? Genova non c’entra niente.

LUI: No. C’è una spiegazione? Il cuoco si chiamava così?

LEI: No, genovese è una deformazione napoletana di genevoise, “di Ginevra”. Un cuoco svizzero che lavorava presso una grande famiglia dimenticò il soffritto di cipolle sul fornello a fuoco basso. Dopo ore era diventato scuro e denso e con quel sapore sublime.

LUI: Una buona spiegazione. Napoli ha avuto nel 1800 gli svizzeri venuti a lavorare, pasticcieri, cuochi, cioccolatai. Emigravano a Napoli, gli svizzeri. Già questo basta a dire che città era allora.

LEI: È la tua città. Tu sei timbrato Napoli, come la mia finestra. La tieni scritta in faccia la provenienza. Rughe napoletane, mani che fanno mosse napoletane, pure quando stai zitto, fai un silenzio napoletano. Te la porti tatuata addosso la città.

LUI: Si vede che sono così napoletano da non avere bisogno di abitarci. Ci vengo volentieri ma non posso usare il verbo tornare. Il posto da dove mi sono staccato a diciott’anni non c’è più.

LEI: Ce sta. Chiudi gli occhi e lo senti dalle orecchie che c’è. Chiudi pure quelle e lo sai dal naso. Tappalo e lo sai dalla lingua. Chiudi pure la bocca e te o dice la pelle che stai a Napoli. È tale e quale, te ne sei andato e quella è rimasta imbalsamata.

LUI: Stai a vedere che sei più visionaria di me. Ti affacci al balcone e vedi ancora la portaerei della Sesta Flotta? Vedi per strada i soldati col berretto bianco che sbandano ubriachi e svuotati di tasca dagli scugnizzi? Non c’è più il posto che mi ha fatto straniero ancora prima di partire, scambiandomi per uno dei marinai sbarcati a far baldoria. Lo sai che una volta, a sedici anni, mi hanno rastrellato quelli della Shore Patrol e mi stavano caricando sulla portaerei?

LEI: Sì, lo so. E allora? Mo’ perché non ci stanno più quei giacconi americani non c’è più Napoli? Ci sta altra gente, altri popoli, mo’ tenimmo pure i cinesi. Napoli ha sempre avuto ospiti in casa. Che differenza fa se sono svizzeri, americani, africani? La differenza tra me e te sai qual’è? Io voglio bene a Napoli e tu no. Sei sempre stato scarso negli affetti. Tieni la scrittura e metti tutto là dentro. Fuori di quella non vuoi bene a nessuno, neppure a te stesso.

LUI: Non ci ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mio corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua.

(Tratto da La doppia vita dei numeri di Erri De Luca, Feltrinelli)

I post più letti dell’anno!

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Quanto a questo Rondini d’inverno, ribadire ogni volta la bravura e il talento di Maurizio de Giovanni sembra scontato. Le emozioni sono sempre tangibili e palpabili, ogni pagina si legge con fervore, ogni volta si vorrebbe non finirlo e desiderare di trovare una nuova indagine subito ad attenderci in libreria. Anche stavolta ci tocca aspettare un anno per rivederlo tornare, anche stavolta vorremmo che l’anno volasse per poter ricominciare a rileggerlo.

Ci sono LUI e LEI, tantissime comparse (tutte elencate nei titoli di coda del libro) a cui è difficile stare dietro, moltissime citazioni cinematografiche e letterarie e degno di nota è il preciso lavoro svolto dalla traduttrice Daniela Almansi, un lavoro non semplice ma riuscito alla perfezione. Soprattutto c’è una storia che aspetta solo di essere letta.

Questo libro è stato definito dal suo autore un libro di pace ed è anche un libro che mostra una Napoli lontana dai luoghi comuni a cui siamo abituati vederla associata. Non ci sono pizza, babà e mandolini, né udite udite ci sono camorristi. Ci vengono invece presentati i tanti luoghi di Napoli che non sono buttati lì a caso come a costruire un libro di guide turistiche, oltre alla bellezza oggettiva ne viene ricordata la storia e la particolarità.

Due consigli. Il primo: non paragonate I Guardiani, o meglio Di Giacomo a Ricciardi e Lojacono. Questa è un’altra storia, un altro stile, un altro de Giovanni. Non leggetelo sperando di ritrovare loro, leggetelo sperando di trovare il nuovo. Il secondo: considerate il quadro generale. I Guardiani come ha detto più volte lo scrittore è nato come una trilogia e come tale va letta nel senso che alla fine di questo capitolo il mistero sarà tutt’altro che risolto: questo è solo l’inizio, non abbiate fretta.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale.

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

La compagnia delle anime finte è un romanzo che con una mano ti accarezza mentre con l’altra ti prende a schiaffi. Ti mostra senza filtri la miseria umana e il dramma dei sentimenti. Per quanto tutta la scena è dominata dalla storia di Vincenzina la narrazione comprende le storie di tantissime altre persone, tantissime altre anime pronte ad inscenare le tante sfaccettature che la vita ti propone: violenze, soprusi, fragilità e povertà. Sono le anime che popolano i quartieri di Napoli e le cui storie si vanno a legare indissolubilmente alla vita di Vincenzina.

L’Arminuta si snoda tutto tra il tema dell’abbandono e della maternità e la narrazione dell’autrice è perfetta, siamo nel campo dell’alta letteratura con questo libro. Una penna raffinata, che capita raramente di trovare oggi, capace di regalarci una storia potente, dolorosa e struggente. Non sempre sono in grado di spiegare il perché certi libri siano capaci di colpirmi tanto, quando non ci riesco a parole preferisco dare un semplice consiglio e di cuore dicendo: leggetelo!

Jingle Books #5: Alejandro Palomas

Il Natale è ormai alle spalle, il tempo di riprendere fiato e si comincia a pensare al 31 dicembre: Capodanno. Fer e la sua strampalata famiglia trascorreranno insieme la sera dell’ultimo dell’anno e a scoppiare non saranno solo i botti fuori, ma anche i sentimenti che per non ferire gli altri hanno tenuto per molto tempo repressi.

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Barcellona. Oggi è il 31 dicembre. «Saremo in cinque» dice la mamma. «Senza contare Olga, ovviamente». Mamma è nervosa e piena di gioia. È così da una settimana, da quando ha avuto la certezza che stasera ci saremo tutti. Finalmente, dopo tanti tentativi frustati, tutti noi che siamo sangue del suo sangue ci siederemo a tavola per festeggiare l’ultimo dell’anno e brinderemo insieme. È un giorno importante per lei e non lo nasconde, perché è incapace di farlo. Da quando ha divorziato da papà è accaduto sempre qualcosa, qualcosa è andato storto e la cena di Capodanno è sempre stata un fallimento. Il primo Natale, Emma restò bloccata per quasi un mese in Argentina perché la compagnia aerea con cui doveva viaggiare è fallita, lasciando a terra i passeggeri di tutti i suoi voli. Poi fu zio Eduardo a disertare: l’anno dopo aveva deciso di andare a vivere a Lisbona e in quei giorni stava aspettando che arrivassero due container pieni di mobili, che pareva si fossero persi per strada e alla fine erano arrivati a Tangeri. E l’anno scorso è stato il turno mio e di Max. Il 31, a mezzogiorno, mentre giocavo con lui al parco, la sua palla rimbalzò contro un albero e finì sulla strada. 

Questa è, finalmente, la sera di mamma, che è in movimento dalle sei di stamattina ed è così emozionata che, tra i nervi a fior di pelle, la goffaggine che la contraddistingue e la vista che non l’aiuta, abbiamo raggiunto un record di danni collaterali ammucchiati vicino alla pattumiera. «Fa’ sparire tutta questa roba prima che arrivi Silvia, per favore, Fer» mi supplica con un’espressione angosciata prima di sedersi al tavolo con l’uva. «Lo sai come se la prende tua sorella quando rompo qualcosa» aggiunge mentre guarda di sottecchi la busta con i resti della lampada di porcellana, tre bicchieri, due cornici per fotografie, una brocca per l’acqua e una teiera, che pare fosse cinese e che fino a oggi era il pezzo forte della sua collezione di orrori in miniatura, offerta da una rivista che lei si rifiuta di leggere, ma compra «per i regali». 

«Credi che piacerà a tutti?» domanda per l’ennesima volta, tornando a guardare nel forno. «È che… stavo pensando che forse non basterà. Anche se, in effetti, ci sono le due insalate, e zio Eduardo arriverà di sicuro con qualcosa di Duty Free. Poi sono rimasti i torroni che ha portato Silvia il giorno di Natale, e…». «Calmati, mamma» la interrompo con gentilezza. «Ci sarà cibo a volontà». Avremo avuto questa conversazione almeno una decina di volte nelle ultime tre ore. Il cibo basterà? Sarà sufficiente? Piacerà a tutti? Fa molto caldo? Non sarà meglio abbassare un poco il riscaldamento? Accendiamo subito le candele o aspettiamo che arrivino? E l’aperitivo? Ah, senza aperitivo? Sei sicuro?… Domande. 

(Tratto da Capodanno da mia madre, Alejandro Palomas, Neri Pozza)