Aglio, olio e assassino

aglio olio e assassino

  • Titolo: Aglio, olio e assassino
  • Autore: Pino Imperatore
  • Editore: DeA Planeta
  • Data di pubblicazione: 29 Maggio 2018

Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e scrittori di gialli al punto che chi scrittore di gialli non lo era lo diventa. È il caso di Pino Imperatore che dopo averci raccontato la camorra e il terrorismo, decide di creare un ispettore tutto suo, visto che nel panorama nazionale letterario ce ne sono pochi. Ironia a parte, quello scritto da Pino Imperatore non è un giallo canonico stile Agatha Christie o George Simenon, né un giallo sentimentale scuola Maurizio de Giovanni; quello di Pino Imperatore è un giallo napoletano e non poteva essere altrimenti.

L’ispettore Gianni Scapece dopo anni di servizio fuori Napoli decide di tornare a lavorare nella sua città natale, lasciata perché l’assenza dei genitori venuti a mancare a poca distanza l’uno dall’altro era pesante da sopportare. Stare lontano da Napoli però pure è difficile e quindi ora che il tempo ha attutito il dolore Gianni è pronto a tornare e a prestar servizio nella sia città, nel nuovo commissariato di Mergellina.

Il primo caso a cui si ritrova a lavorare è un caso sui generis, non tanto per le modalità (un giovane accoltellato), quanto per come il cadavere viene fatto ritrovare, ossia decorato con aglio, una padella piena d’olio e peperoncino. Una rapina finita male è da escludere a priori, questa è l’opera di un pazzo che tanto pazzo poi non è visto che ha elaborato tutto nei minimi dettagli. In soccorso di Gianni, oltre al commissario suo superiore, accorrono anche i due proprietari della trattoria Parthenope: Ciccio e Peppe Vitiello. La trattoria è uno dei posti più rinomati non solo di Napoli, ma di tutta la regione, grazie al fatto che alla tradizione è stata affiancata la sperimentazione dei nuovi sapori, il tutto senza mai abbandonare l’essenza della cucina napoletana (sarebbe un sacrilegio che Nonno Ciccio non tollererebbe).

Padre e figlio conquistano subito le simpatie dell’ispettore che in trattoria subito si sente uno di casa e torna a respirare quell’aria di famiglia che lui ha perso troppo presto; aggiungiamo che la figlia di Peppe, Isabella, cattura subito l’attenzione dell’imperterrito scapolo Gianni e la storia si scrive da sola.

Pino Imperatore con questo libro si è messo alla prova con qualcosa di nuovo rispetto a ciò a cui i suoi lettori sono stati abituati. La sua ironia e il suo umorismo non li ha riposti in un cassetto per far spazio al giallo classico, anzi, le caratteristiche del suo stile che abbiamo conosciuto e apprezzato le ha messe al servizio della storia producendo un risultato niente male. Funziona tutto. L’ispettore Gianni Scapece, il commissario, la famiglia Vitiello e tutto il team della Parthenope, sono personaggi a cui vuoi subito bene e che non vedi l’ora di rivedere. Altro marchio di fabbrica di Pino Imperatore è Napoli, non una città buttata lì per caso a fare da splendida cornice alla storia, piuttosto una Napoli da scoprire volta per volta, tassello dopo tassello, raccontato attraverso i suoi gioielli artistici e i suoi magnifici monumenti, soprattutto quelli meno conosciuti ai più e che in queste pagine vengono descritti nei minimi dettagli. I libri di Pino Imperatore io li ho usati come mia guida personale, ho visitato il Cimitero delle Fontanelle dopo che ne aveva parlato in Bentornati in casa Esposito, sono tornata al Duomo per cogliere i particolari che mi erano sfuggiti dopo la bellissima descrizione che ne fa in Allah, San Gennaro e i tre kamikaze e ora mi sono segnata la chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina.

A questo punto l’unica speranza è di vedere tornare al più presto tutta la banda alle prese con una nuova indagine.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

 

Se vuoi vivere felice

se vuoi vivere felice

  • Titolo: Se vuoi vivere felice
  • Autore: Fortunato Cerlino
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 24 Aprile 2018

Quando hai dieci anni e vivi in una famiglia dalle condizioni precarie dove la parola povertà non la dici ma la sussurri, la felicità tocca inventartela.

Quando hai dieci anni e la conoscenza della tua città è relegata al quartiere in cui vivi e da cui raramente esci, sogni di andartene il prima possibile per essere felice e avere una vita migliore di quella che al momento i tuoi genitori, tra mille sacrifici, ti stanno offrendo.

Fortunato ha dieci anni, una fame insaziabile, un po’ perché sei in quell’età in cui stai crescendo e la fame è la costante delle tue giornate e un po’ perché in una famiglia che comprende madre, padre, quattro figli, uno in arrivo, una nonna e uno stipendio scarso, ti devi accontentare di quello che trovi nel piatto e non puoi lamentarti perché saresti un altro pensiero in una famiglia che di pensieri ne ha fin troppi.

Vivere a Pianura non è semplice, d’altronde un quartiere soprannominato Far West non fa presagire agio e tranquillità. A Pianura un ragazzino dell’età di Fortunato ha due tipi di destini: o studia o finisce con una pistola in tasca (e usarla il prima possibile). Dire questo significa ammettere che il posto dove nasci determini chi sei, superficiale ma a volte corretto (purtroppo) specie se nasci in un posto come Pianura dove l’unica realtà che conosci sono i ragazzini che si atteggiano a boss di quartiere, il sangue che macchia le strade e i cadaveri per terra coperti da lenzuola.

Fortunato probabilmente è l’eccezione, sa che quella non è la fine che vuole fare. Va bene a scuola e ha una maestra che lo incoraggia a continuare gli studi, ha una bella voce e alla pistola in tasca preferisce di gran lunga un microfono in mano e magari un giorno diventerà un cantante neomelodico, uno di quelli che si vedono nelle trasmissioni delle emittenti regionali che vengono trattati da veri e propri divi e vengono richiesti alle comunioni e ai matrimoni preferendoli ai cantanti conosciuti a livello nazionale. Potrebbe fare l’attore, anche quello non sarebbe male, a pensarci bene…

Fortunato Cerlino, il don Pietro Savastano della celebre serie tv Gomorra, alla sua prima prova da scrittore decide di affidare la narrazione al sé stesso bambino, per ripercorrere la sua infanzia e la prima adolescenza, facendo i conti con le mancanze vissute sulla propria pelle come la povertà, la mancanza di lavoro e la violenza sempre presente tanto da essere protagonista e normalità. Una violenza che per chi in quelle zone non ha mai vissuto è difficile da comprendere, un degrado civile e culturale che sfocia nel più pericoloso dei modi, che sicuramente non appartiene solo alla Napoli periferica ma che negandola o trattandola in maniera superficiale danneggia la città stessa (della serie, non è nascondendo i problemi che questi si risolvono).

Avendo come molti associato Cerlino alla figura inquietante e violenta del boss Savastano, vederlo in questa veste malinconica mi ha fatto un certo effetto. Se vuoi vivere felice racconta una storia di riscatto personale e di crescita, una storia dove il male non prevarica il bene. All’autore rimprovero solo il tono eccessivamente serioso che ha scelto per raccontare (e raccontarsi) che rende la narrazione a tratti pesanti e danneggia la buona riuscita del libro, ma alla prima prova gli errori si perdonano, alla seconda tiriamo le somme.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Sara al tramonto

sara al tramonto

  • Titolo: Sara al tramonto
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Rizzoli
  • Data di pubblicazione: 10 Aprile 2018

Accantonati momentaneamente le sue creature Ricciardi e Lojacono, Maurizio de Giovanni ci presenta un nuovo personaggio: Sara.

Sara è una donna di mezza età che ha vissuto per il suo lavoro e per il suo compagno Massimiliano. Quando quest’ultimo è venuto a mancare per Sara si è spento ogni interesse per la sua vita. Per Massimiliano aveva lasciato marito e figlio, per Massimiliano aveva rinnegato il suo essere moglie e madre. Una scelta di cui non si era mai pentita dato che a lui la legava l’amore e il lavoro, un lavoro particolare quello di Sara, un lavoro che non si poteva dire apertamente.

Le sue abilità di leggere il labiale, di interpretare le espressioni facciali e i gesti corporali l’avevano resa la più brava, ecco perché la sua amica e collega, la Bionda da lei soprannominata, si rivolge a Sara sperando in un suo aiuto in un caso ricco di mistero.

Sara aveva chiuso con quel mondo che le ricordava troppo l’amore della sua vita, ma le sue giornate vuote potevano tornare ad avere un senso e soprattutto aveva bisogno di impegnare la mente. Oltretutto nell’ultimo periodo alla batosta della perdita del compagno si era aggiunta quella del figlio Giorgio. Giorgio era il figlio che lei non aveva cresciuto e che non aveva voluto conoscere. La sua morte però non le era stata indifferente e attraverso la compagna del figlio, Viola, Sara provava a conoscere il suo Giorgio. Così ogni sera al tramonto le due donne, Sara e Viola, si incontravano e piano piano si conoscevano.

Accettato di aiutare la collega/amica, Sara si butta a capofitto nell’indagine, assistita dal giovane ispettore di polizia Davide Pardo che se all’inizio la figura di Sara lo inquietava, vedendola all’opera ne resta completamente entusiasta.

Dopo essermi affezionata al bel commissario dagli occhi verdi Ricciardi e all’affascinante ispettore siculo Lojacono, ammetto che non vedevo l’ora di conoscere Sara, anche perché i gialli di Maurizio de Giovanni sono gli unici che leggo e quindi ogni suo libro diventa fonte di mio interesse. Quello che più mi intrigava era il fatto che a questo giro il protagonista sarebbe stato di sesso femminile e quindi almeno per il genere è in netto contrasto con i due precedenti. Le differenze però non si fermano qui, anzi, ce ne sono altre due che reputo fondamentali se rapportate ai precedenti lavori di questo autore.

Napoli. A differenza degli altri libri in cui Napoli è protagonista tanto quanto i personaggi, in questo libro la città resta in sottofondo, mai esplicata e quasi sussurrata. Negli altri invece Napoli viene descritta e raccontata non solo attraverso le sue strade e monumenti, ma anche attraverso le sue tradizioni, il suo folklore, i suoi piatti tipici e col dialetto che ogni tanto fa capolino. Qui se non fosse stato per un passaggio in cui si nominano Fuorigrotta e il Vomero avremmo potuto pensare a qualsiasi altra città di mare italiana.

Nessuna storia d’amore. La fortuna di Ricciardi e Lojacono è data anche dalle storie d’amore (e i relativi triangoli, diventati pure quadrati per Ricciardi) che intrecciano i due protagonisti. Lo stesso autore ha sempre definito i suoi libri dei gialli sentimentali, con dei delitti e delle indagini che sembrano dei semplici pretesti per raccontare invece le vicende sentimentali dei suoi protagonisti. Qui invece c’è un ribaltamento, con il giallo che è protagonista assoluto e dei personaggi che si muovono più in relazione ad esso.

Come personaggio Sara mi è piaciuto molto, col suo lavoro inusuale, col suo modo di approcciarsi alle persone e con la sua vita passata tutta da scoprire. Mi è piaciuto anche il modo che l’autore ha scelto per raccontarla, tentando una strada per certi versi differente da quella a cui ci aveva abituato con i suoi precedenti lavori. Venendo a Sara non so se tornerà a farci compagnia, ma questo a noi non deve interessare. Lo stesso autore ha rivelato in un’intervista che Sara non è nato come personaggio seriale e il suo ritorno sarà deciso solo dai lettori e dai loro giudizi. Personalmente sarei curiosa di vederla di nuovo all’azione.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Due come loro

  • Titolo: Due come loro
  • Autore: Marco Marsullo
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 20 Marzo 2018

Vi siete mai fermati a pensare a Dio e al Diavolo? Sembra una domanda da testimone di Geova, lo so, ma tranquilli che non voglio diffondere alcuna dottrina religiosa. Fede e religione a parte anche chi non è credente ha comunque elaborato nella propria mente una sorta di immagine o idea del Signore dei Cieli e del Signore degli Inferi. Sono andata alla materna dalle suore e quindi è dall’età di tre anni che sento parlare di Bene e Male, Dio eternamente presentato a pregare e farsi carico di tutte le sofferenze di noi umani e il Diavolo come una creatura che fa paura solo nominarla responsabile di tutti i mali dell’umanità. Poi è arrivato Marco Marsullo e il suo Due come loro e i tre anni delle suore e i due di catechismo sono andati a farsi benedire.

Immaginate Dio, un fricchettone che organizza feste in continuazione, dice parolacce e va a donne (giustamente, lui le ha create e lui se ne vede bene). Ha probabilmente dimenticato tutte le preghiere a Lui dedicate e ha un figlio che sulla Terra si diverte a reinventare la propria identità, ultimamente pare sia in fissa col sushi e sta seguendo un corso per imparare a cucinarlo. Immaginate anche il Diavolo, molto zen e che si esprime con aforismi, frasi di Baudelaire e Vasco Rossi, che non perde una puntata di Don Matteo (niente, sto prete conquista proprio tutti) e si rilassa sentendo la musica di Katy Perry, una delle popstar meno trasgressive del pop americano e che quando si ricorda di essere il principio di tutti i mali fa saltare famiglie da un momento all’altro.

Tra i due estremi c’è Shep che lavora sia per Dio che per il Diavolo tenendo all’oscuro l’uno dell’impiego che ha con l’altro. Svolge per entrambi lo stesso lavoro, si occupa dei suicidi, ma con finalità diverse. Se per conto di Dio ha il compito di salvare quelle povere anime, per conto del Diavolo deve solo spingerle a trovare il coraggio necessario per l’estremo gesto. In mezzo a questo lavoro folle l’indice di normalità in Shep è rappresentato in quella che è la condizione in cui tutti ci siamo ritrovati: essere innamorati del proprio ex. Shep è ancora follemente innamorato della sua ex Viola, vive per il momento in cui lei con il capo cosparso di cenere tornerà da lui, perché uno dei primi teoremi dell’amore di Shep (segnate) è che tornano tutti gli ex (tranne quelli che veramente vorresti che tornassero, ovviamente). Viola ha un nuovo fidanzato, un uomo che è la normalità fatta persona. Un avvocato, e quindi per Shep un uomo triste, dall’aspetto triste, con completi color marrone triste (è una tonalità, giuro) un uomo che presto diventerà il marito di Viola, aspetto che Shep conosce ma ignora volutamente (tanto Viola torna, è solo questione di tempo)

Quando sulla lista in cui sono indicati i prossimi aspiranti suicidi che Shep riceve ogni mese c’è il nome del futuro marito di Viola per lui si presenta l’occasione della vita. Fatto fuori Pino (pure il nome è triste) Shep avrà campo libero per riprendersi la sua amata. Dopo l’euforia iniziale però inizia a ragionare: perché un uomo come lui vuole suicidarsi? Che segreti può mai avere?

Inizia così l’indagine di Shep che lo porterà a scoprire il passato di Pino e a far i conti con il suo di passato, quello in cui era stato tanto vicino al lavoro che svolge. Per quanto superficiale possa sembrare, Shep sente su di sé tutte le vite che non è riuscito a salvare e che iniziano a pesare sulla sua esistenza. Inizia a comprendere che il passato determina il futuro e che quegli errori commessi a volte a cuor leggero incidono sulla vita condizionandola del tutto. Puoi mettere distanza tra te e il passato, ma sappiamo tutti che questo prima o poi ritorna presentandoci anche il conto.

Dopo il romanzo di formazione I miei genitori non hanno figli (libro che porto nel cuore) e la parentesi sportiva con Il Tassista di Maradona (Rizzoli), Marco Marsullo torna con una black comedy innovativa e diversa da tutto ciò a cui ci ha abituati. Etichettare Due Come Loro in un solo genere è difficile perché è un mix di elementi che insieme si fondono alla perfezione. C’è il lato più humor e irriverente che strizza l’occhio al primo Ammaniti, quello di Branchie per intenderci e c’è un lato più serio che analizza la vita con il suo carico di dubbi, errori e sentimenti. Due Come Loro è anche un romanzo che parla d’amore, di relazioni che finiscono, degli strascichi che lasciano nelle persone e delle paure che segnano e che portano a considerarci finiti quando una storia d’amore ai nostri occhi perfetta giunge a termine.

Da lettrice quello che più amo sono gli autori che non hanno timore di mettersi in discussione con storie del tutto nuove e diverse da ciò che hanno già proposto. Il rischio dovrebbe essere una componente di questa strana professione che li porta a comporre le storie da cui noi siamo completamente dipendenti. Sempre da lettrice amo i finali che mi spiazzano, quelli che non avresti mai previsto e quelli che in un certo senso non avresti mai voluto leggere. Marco Marsullo ha centrato entrambi i punti, ha scritto un libro che si lega poco ai precedenti (per tematiche e per stile) con un finale che è una bomba. Leggo Marco Marsullo dal suo primo libro, ogni volta mi spiazza e ogni volta mi impressiona la maturità stilistica raggiunta. Ora speriamo di non dover attendere troppo per leggerlo di nuovo.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Un ragazzo normale

un ragazzo normale

  • Titolo: Un ragazzo normale
  • Autore: Lorenzo Marone
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 22 Febbraio 2018

Il 23 settembre del 1985 Giancarlo Siani venne ucciso da due assassini sotto casa sua. Le sue inchieste giornalistiche che si occupavano principalmente di camorra fecero di lui un personaggio scomodo da eliminare quanto prima. Giancarlo aveva da pochi giorni compiuto 26 anni. Era un ragazzo, un giornalista e cosa fondamentale era un ragazzo normale. 

Normale… quante volte usiamo questo termine, quante volte lo usiamo per descrivere noi stessi o altre persone. Mimì ad esempio è un ragazzo normale, fissato con la scienza, amante dei libri e delle storie e soprattutto ossessionato con i supereroi. La famiglia di Mimì? Normale anche quella. Papà portinaio di uno stabile tra il Vomero e l’Arenella, mamma segretaria di un avvocato, sua sorella Beatrice e due nonni che vivevano tutti insieme appassionatamente (per non dire uno addosso all’altro) in un bilocale.

Le giornate di Mimì trascorrevano normalmente come quelle della maggior parte dei bambini di quegli anni, siamo negli anni ottanta la tecnologia è ben lontana dall’invadere e stravolgere la nostra vita. A dire il vero Mimì era un po’ diverso rispetto ai suoi coetanei a cui bastava un pallone e con la fantasia ergevano campetti di calcio dove immaginarsi goleador. Mimì giocava a calcio più per far contento il suo inseparabile amico Sasà, ma avrebbe preferito di gran lunga disquisire di scienza, fare esperimenti, leggere. La sua passione sfrenata per la lettura l’aveva portato ad esprimersi come un vocabolario e le conoscenze acquisite gli facevano spiegare le cose meglio delle enciclopedie.

Per questo motivo sua sorella lo prendeva costantemente in giro, per sua madre invece era la luce dei suoi occhi e motivo di vanto per tutte le altre donne del quartiere; suo padre si limitava ad alzare gli occhi al cielo e a non capire la maggior parte delle cose che uscivano dalla bocca del figlio.

La cosa che però era diventata fissazione per Mimì era la ricerca di un supereroe e lo trova un giorno in un ragazzo che vive nel suo palazzo e che scopre essere un giornalista. Uno che racconta storie, storie pericolose tra l’altro, non può che essere un eroe. Deciso: Giancarlo Siani sarebbe diventato il suo eroe.

Tra Mimì e Giancarlo piano piano si costruirà un rapporto d’amicizia delicato, fatto di poche frasi ma di quelle significative che ti cambiano e restano scolpite nel cuore. In quel ragazzo Mimì vedrà il supereroe che aveva sempre cercato anche se Giancarlo gli aveva sempre ripetuto che i poteri non esistono e i supereroi neanche. La lettura, i libri, quelli i super-poteri a noi accessibili, quelli che hanno la forza di cambiare le persone e perché no, salvare il mondo.

Un ragazzo normale è la storia di una famiglia normale tipica di quegli anni che magari aveva mancanze dal punto di vista culturale ma aveva ben chiari i valori in cui credere ed educare i figli. Mimi era il solo componente a non rispecchiarsi in quella mediocrità, in quel rassegnarsi del padre a non tentare mai qualcosa che potesse migliorargli la vita o in quella superficialità della sorella Beatrice troppo presa dall’apparire e dai suoi primi amori. Non che Mimì fosse perfetto con quell’aria da saccente che emergeva involontariamente e con il suo sentirsi superiore grazie alle conoscenze acquisite, ma non ci vuole molto a capire che tutta quella sete di conoscenza nasceva dalle sue insicurezze. E poi la figura di Giancarlo Siani che entra nella storia quasi in punta di piedi e resta al margine anche se poi la sua uccisione piomberà nella vita del piccolo Mimì diventando l’evento che porterà fine alla sua infanzia.

img_0697

Lorenzo Marone dedica questo romanzo a Giancarlo Siani, ma non aspettatevi una sua biografia o un resoconto dei suoi ultimi giorni: è un romanzo con Siani, non su Siani. In un periodo in cui i modelli negativi sono diventati esempi per i ragazzi l’urgenza e la necessità di mostrare le facce positive di Napoli ha portato l’autore a fare questa scelta. Nel presentare il romanzo Marone ha usato un’espressione che mi ha colpito molto: racconto la Napoli grigia. Il grigio è il colore intermedio tra il bianco e il nero. Il bianco potrebbe rappresentare la Napoli da cartolina, quella della pizza, del Vesuvio e del golfo più bello per molti e la nera è quella di Gomorra, della criminalità, delle baby gang che prendono sempre troppo spazio nella cronaca. Nel mezzo il grigio, la Napoli di tutti i giorni che mescola bellezza e bruttezza, positività e negatività, malviventi ed eroi e soprattutto la Napoli fatta di persone normali che ogni giorno lottano per fare in modo che ad emergere sia la Napoli di cui andare più fieri.

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Incontro al PAN con Lorenzo Marone

Grazie a Feltrinelli Editore ho potuto partecipare a un incontro riservato ai blogger dove ho potuto confrontarmi con altri lettori sul romanzo e soprattutto sentirne parlare direttamente dall’autore. Lorenzo Marone ha raccontato quindi della genesi del romanzo, della sua intenzione di inserire Giancarlo Siani nella storia, Siani che ha definito una delle facce buone di Napoli. Nel parlarne non l’ha mai indicato come eroe ma semplicemente come un ragazzo normale. Oltre alla figura di Siani che seppur importante non è centrale, Lorenzo ha confidato di essersi sentito un po’ Mimì durante la sua adolescenza e il suo amore per i libri ha voluto farlo trasparire proprio attraverso il suo protagonista. Il romanzo infatti è una bella elegia ai libri e alla passione per la lettura, importante quanto fondamentale per la crescita e non solo. Per chiudere, altro elemento essenziale del romanzo è Napoli; l’autore ha confessato che non riuscirebbe mai a vedere i personaggi dei suoi romanzi lontano dalla sua Napoli, senza il dialetto utilizzato o senza la saggezza tipica dei napoletani.

L’altra madre

l'altra madre

  • Titolo: L’altra madre
  • Autore: Andrej Longo
  • Editore: Adelphi
  • Data di pubblicazione: 28 Aprile 2016

Genny ha sedici anni, lavora in un bar, guida il motorino in modo spettacolare roba che un altro così non lo trovi in tutta Napoli e si prende cura di sua madre che ha problemi di salute e arrotonda con piccoli lavori di sartoria e ama leggere le carte. Tania ha quindici anni, la scuola, la sua migliore amica, le feste spensierate con i compagni di scuola, una madre poliziotta che ama alla follia e che è il suo modello di vita. Le vite di Genny e Tania si intrecciano un pomeriggio come un altro e cambiando drasticamente la vita di entrambi.

Quando Salvatore aveva proposto a Genny un lavoretto lui aveva fermamente rifiutato. Lui un lavoro già lo aveva, certo, non guadagnava oro, ma era un lavoro onesto, che lo teneva lontano dalla strada e soprattutto da quel mondo. Salvatore però lo aveva in un certo senso sfidato, non sei un uomo vero se non accetti, pochi minuti e vedi che ci esce qualcosa pure per te e poi come guidava il motorino Genny non lo guidava nessuno, ci avrebbero messo niente. Genny ci pensa, alla fine tiene ragione Salvatore e poi lui è un uomo fatto e finito e di certo non ha paura di fare uno scippo.

Il tempo che Salvatore decida le vittime e chi meglio di due ragazzine della Napoli bene che possono permettersi di spendere nei negozi d’alta moda, tanto hanno paparino che paga. Tutto avviene in pochi minuti, il motorino che corre veloce, Salvatore che strappa la borsa alla ragazza, Tania che fa resistenza ma che alla fine cede e cade per terra, sbattendo la testa, morendo all’istante.

Aveva ragione Genny a non voler entrare in quelle tarantelle, avrebbe fatto meglio a fare la figura del fifone: meglio fifone che assassino. La madre di Tania è poliziotta e dopo la morte della figlia la sua unica ragione di vita è trovare chi ha ucciso la figlia e fargli fare la sua stessa fine.

L’altra madre è un libro che scardina tutto, che rovescia i ruoli e distrugge tutte le certezze. Cosa succede se chi rappresenta i buoni passa dalla parte dei cattivi? Cosa succede se il difendibile diventa indifendibile? Cosa succede se provi pietà per un assassino? Le domande ci sono ma non pensate di riuscire a trovare le risposte, perché di risposte il libro non ha intenzione di darle. Andrej Longo racconta una storia e che sia ambientata a Napoli, la città dove bene e male si mescolano e sovrappongono in continuazione, è un dettaglio. Di scippi ce ne sono ovunque e di fatalità anche e il libro non intende focalizzarsi su questo. Si parte da una situazione ben delineata, ossia da una parte il bene e la giustizia e dall’altra il male e l’illegalità. A un certo punto questo equilibrio si rompe e cambia. C’è una madre che ha visto la sua unica figlia uccisa per colpa di uno scippo e che vuole farsi giustizia da sola, lei che rappresenta la legge contravviene alle regole che lei stessa fa rispettare. C’è il dolore atroce di una madre che sicuramente merita rispetto, ma le azioni che Irene intraprenderà in preda alla sua sete di vendetta non la possono giustificare, non è etico né deontologico visto la professione che svolge ed è inumano perché alla fine siamo esseri umani. Questo libro è una escalation di suspense e colpi allo stomaco, scritto magistralmente e con un utilizzo perfetto del napoletano.

(Questo articolo è presente su Idea Napoli)

Souvenir

8307126_2899276

  • Titolo: Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 5 Dicembre 2017

Ottobre da ricordare. Ottobre da dimenticare. 

Ottobre. Che mese strano è ottobre. Le vacanze sono un lontano ricordo e per il periodo natalizio manca ancora troppo. Anche il tempo è indeciso, è capace di cambiare dall’oggi al domani o anche dalla mattina alla sera. Ottobre è uno sbalzo d’umore perenne ed in questo caos umorale è capace di trascinare anche te. È una mattina d’ottobre che un signore viene ritrovato in un cantiere della metropolitana, sprovvisto da tutto ciò che potrebbe fornirgli un’identità e in stato comatoso. Non è una rapina finita male, di questo ne sono certi i Bastardi di Pizzofalcone chiamati a risolvere la questione. Dopo aver appurato che l’aggredito è un turista americano in villeggiatura a Sorrento con la sorella e la madre, vengono a conoscenza del fatto che la madre di quest’ultimo Charlotte Wood è un ex diva hollywoodiana che per un brevissimo periodo nel passato ha animato la piccola cittadina del golfo quando si è recata per girarci uno dei suoi film più famosi: Souvenir.

È nel passato che bisogna tornare, è nel passato che bisogna scavare per risolvere il mistero di oggi.

Quanta strada hanno fatto i Bastardi e quanta ne dovranno fare ancora per dimostrare che nonostante i peccati commessi in precedenza sono degli ottimi poliziotti. Lavorare in un commissariato sempre a rischio chiusura non li fa star tranquilli, ma forse stavolta dopo tanta fatica anche gli altri finalmente si stanno accorgendo del loro merito e del loro valore. Tranquilli i Bastardi non possono esserlo mai, tanto meno questa volta che la loro indagine intreccia la vita di una famosissima attrice oggi colpita da Alzheimer con quella di una donna coniugata di un colletto bianco resosi latitante. Da una parte le pressioni del consolato americano e dall’altro quello della direzione distrettuale antimafia che con un solo battito di ciglia potrebbe portare via il caso ai Bastardi.

Come sempre non c’è solo l’indagine a cui pensare, i Bastardi hanno una loro vita e i loro problemi personali. Lojacono sempre preso dalla sua incasinata vita sentimentale e dall’evidenza che la sua bambina stia crescendo; Ottavia sempre pensierosa per il suo Riccardo e Romano impegnato in tutto e per tutto per ottenere l’affidamento della piccola Giorgia. Infine i più giovani Alex e Aragona, entrambi alle prese con due figure paterne autoritarie ed ingombranti con la differenza che se il padre della Di Nardo di è celato dietro un muro fatto di silenzio e che con la figlia non vuole averci più niente a che fare, il padre di Marcolino non solo parla (e pure più del figlio), ma dal figlio vuole pure un favore, ma di quelli grossi, capace di mandare in crisi il povero Aragona (lui con tutta la sciarpa) che dovrà capire da che parte stare e che tipo di poliziotto vuole essere.

Niente è come ottobre, per riproporre un antico souvenir. Nessun souvenir vale un ottobre. Perché è ottobre stesso, un souvenir.

È malinconico questo romanzo, a partire dal titolo. Cos’è un souvenir se non il tentativo di bloccare per sempre il ricordo di un posto in cui siamo stati felici? Tutta l’indagine che si snoda tra Napoli e Sorrento e tra presente e passato è permeata da una malinconia di fondo, da un tempo che è stato per poco felice e che mai tornerà, dai rimpianti e dai rimorsi che ci portiamo dietro e che ci fanno esclamare e se? Ci pensa il finale a scuoterci e a farci desiderare di poter avere la prossima indagine da leggere il prima possibile tra le mani. 

(Questo post è presente anche su Idea Napoli)

Le rose non si usano più

le rose non si usano più

  • Titolo: Le rose non si usano più
  • Autore: Jacopo Cirillo
  • Editore: Add Editore
  • Data di pubbblicazione: 12 Ottobre 2017

Quando si pensa a Massimo Ranieri ci vengono in mente immediatamente due sue canzoni: Rose rosse e Perdere l’amore. Ne ha cantante molte altre e anche molto belle, ma come scrive Jacopo Cirillo lo leghiamo solo ed esclusivamente a questi due suoi successi e se a bruciapelo chiedessimo il nome di una terza canzone probabilmente non saprebbero neanche cosa rispondere.

Jacopo Cirillo è della classe 1982, poco più grande di me. Tutto avrei pensato di un ragazzo della sua età tranne che di questa passione smoderata per Massimo Ranieri. Come se io vi dicessi che da adolescente invece di sbavare sotto ai poster dei Backstreet Boys amassi alla follia i Pooh. Chiariamo, non è solo una questione anagrafica, ma anche di estetica e contenuti. Ranieri ha vent’anni e la faccia da ventenne, ma per tutto il resto è già un adulto. Ecco il punto: un adulto nel corpo di un ragazzino che cantava canzoni per adulti che però stregano un bambino di cinque anni una domenica come le altre dopo il tradizionale pranzo con i parenti. È in una di quelle tante classiche domeniche che un bambino sente per la prima volta la voce di quel cantante cantare in quel dialetto non proprio che aveva ormai imparato a furia di sentirlo sempre.

Sembra o no una storia d’amore questa? Il classico colpo di fulmine che invece di scattare tra un uomo e una donna scatta tra un bambino e un cantante. Una storia che durerà di più di quelle tra un uomo e una donna perché nel frattempo il bambino è cresciuto ma il suo amore per Massimo Ranieri non è cessato, anzi, è costante con alti picchi e tentazioni di contagio e giusto un breve periodo di negazione rientrato e risolto.

Senza il duro lavoro non si va da nessuna parte, ma senza talento non si può nemmeno incominciare. E il talento non è quello di cantate, d’attore o di regista, il talento è elasticità, intelligenza e adattabilità, soprattutto verso se stessi.

La passione verso il proprio idolo non si può spiegare sempre, tutto ciò in cui sono coinvolti i sentimenti smette di essere razionale. Le rose non si usano più non è una biografia su Massimo Ranieri, non c’è un autore che cronologicamente ripercorre la vita e la carriera di un personaggio noto. Per quello c’è Wikipedia o la biografia che Ranieri stesso ha scritto qualche anno fa. Questo libro è il racconto di quanto determinante sia stato questo artista per questo autore. Che Massimo Ranieri fosse un ottimo cantante, un talentuoso attore teatrale e cinematografico e uno straordinario animale da palcoscenico (uno dei migliori, ricordiamolo più spesso) questo lo sappiamo già e non ci voleva Jacopo Cirillo a metterlo in evidenza. Raccontato però attraverso le sue storie, i suoi aneddoti e insomma la sua vita oltre ad essere diverso e innovativo fa anche molto effetto. Se uno vi raccontasse che durante un viaggio in Croazia ha costretto i suoi amici a sentire le canzoni di Massimo Ranieri che pensereste? E se questa stessa persona per non perdersi il suo show su Rai1 un sabato sera ha corrotto i giovani vicini con delle birre e si è piazzato sul loro divano? Una passione che rasenta la follia, ma per i propri idoli non si fanno follie?

Il rapporto con gli idoli è sempre una questione privata, ciascuno la gestisce come vuole, secondo la propria sensibilità.  

(Questo articolo è presente anche su Idea Napoli)

Dimenticare

_dimenticare-1503693034

  • Titolo: Dimenticare
  • Autore: Peppe Fiore
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 19 Settembre 2017

Dimenticare… cosa, chi? La domanda resta stampata nella mente e accompagna il lettore durante tutta la lettura. Cosa ha spinto Daniele a lasciare tutto e tutti e perché ha preferito vivere in un paesino di montagna isolato, quali sono i misteri e i segreti che lo accompagnano? Gli interrogativi sono molteplici e non tutti troveranno una risposta.

Daniele è un omaccione alto e robusto di Fiumicino che a un certo punto della sua vita ha voluto mettere chilometri di cemento tra lui e la sua città natale e da chi lo conosceva per rifarsi una nuova vita in un piccolo e sperduto paesino di montagna prendendo in gestione l’unico bar della zona. Quando decidi di rifarti una vita e di ricominciare da zero è perché la vita che stavi conducendo inizia a starti stretta e non ti appaga più. Può anche succedere che gli errori commessi sono così tanti che tentare di rimediare è impossibile, allora meglio darci un taglio, riavvolgere il nastro e ripartire.

Daniele arriva in questo paesino dove tutti conoscono tutti e che è balzato agli onori della cronaca perché una ragazza dopo essere scomparsa è stata ritrovata morta. La causa? Un orso, anche se orsi da quelle parti non se ne sono mai visti. Forse è stato davvero un orso o forse è meglio incolpare una bestia animale che una bestia umana. A Daniele interessa solo lavorare, si cura poco di ciò che lo circonda e vorrebbe dimenticare il perché è lì.

Il motivo è suo fratello Franco, una testa calda col demone del gioco. Un accumulatore di debiti che nella vita ha fatto più guai che cose sensate ed è sempre toccato a Daniele rimediare. Come sempre la vita a un certo punto ti presenta il conto e non basta voler dimenticare per far sì che questo accada. Anche se le cose le seppelliamo in un angolo remoto del nostro cervello queste riemergono e bisogna affrontarle.

Certe cose non si devono dire. Quando le dici le uccidi.

Questa frase è il leitmotiv utilizzato dallo scrittore, visto che sono molte le cose che non dice preferendo far lavorare il lettore e far trarre a lui le conclusioni. C’è un equilibrio spettacolare in Dimenticare, si muove tutto fra essenzialità e omissione. Sappiamo che Daniele ha un segreto, ecco perché se ne va tra i boschi, perché spera che isolandosi lui isoli tutto il resto. Speriamo che a un certo punto Daniele ci riveli il segreto che lo tormenta, che lo imputerebbe come essere ignobile anche se ai nostri occhi è un bravo ragazzo, capace di prendersi cura di suo fratello anche quando tutti gli altri avrebbero detto basta; un uomo capace di amare alla follia il nipote desiderando che fosse suo figlio. Il segreto di Daniele ci contagia anche se non lo conosciamo, ci ossessiona a tal punto che le pagine le divoriamo. Probabilmente qualcuno storcerà il naso per questo troppo non detto, per la limitata caratterizzazione dei personaggi e della poca introspezione. Il bello di Dimenticare invece è proprio questo. Oltre alla bellezza della storia del protagonista colpisce anche lo stile che l’autore ha adottato.

Mi rendo conto che sono tanti i libri che dico essere i migliori di quest’anno (scusate se ho la fortuna di scegliere bene le mie letture) e sono anche tanti quelli che consiglio di leggere. Questa è una lettura da fare, perché sarà una lettura difficile da dimenticare (gran gioco di parole, vero?).

(Questo articolo è presente anche su Idea-Napoli)

Rondini d’inverno

rondini d'inverno

  • Titolo: Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi
  • Autore: Maurizio de Giovanni
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 5 Luglio 2017

Estate per molte persone significa ferie e vacanze. Estate per molti lettori significa solo una cosa: il ritorno del commissario Ricciardi.

Lo avevamo lasciato disperato mentre osservava dalla finestra della sua camera la proposta di matrimonio che il tedesco stava facendo ad Enrica, la sua Enrica, nella casa di fronte. Quella finestra attraverso cui l’aveva conosciuta e se n’era innamorato ora gli stava infliggendo la più dura delle pene: vedersi sottrarre l’amore della sua vita.

Siamo nei giorni successivi al Natale ed antecedenti il Capodanno, giorni strani questi quando la frenesia delle feste si va attenuando e sentimenti come la malinconia e l’euforia prendono il sopravvento. La malinconia di un anno che finisce e che magari non è andato come avremmo voluto e l’euforia dell’anno che sta per iniziare, che ci permette di voltare pagina e sperare che le cose, almeno per quest’anno, almeno per stavolta vadano se non bene almeno meglio.

Qualcosa è cambiato nel cuore di Ricciardi, qualcosa si è smosso e nonostante il perpetuo tormento di vedere i morti pochi istanti prima dell’atto fatale, qualcosa nell’animo di Ricciardi è più leggero. Quasi a non voler rovinare questa leggerezza d’animo anche il caso su cui lui e Maione si ritroveranno a lavorare è molto semplice. L’attore Michelangelo Gelmi durante la scena di uno spettacolo ha ucciso la moglie Fedora Marra. Lo hanno visto tutti il colpo di pistola che doveva essere a salve era vero e anche Gelmi non nega di essere stato lui, o meglio ammette di essere l’autore del colpo ma non l’ideatore: sono stato io, ma non sono stato io. 

Ricciardi crede alla buona fede di un uomo innamorato della moglie che mai avrebbe ucciso e decide di approfondire quel delitto la cui risposta sembra già essere scritta a caratteri cubitali. Le cose a pensarci bene non sono sempre come sembrano e in quel mondo, quello del teatro, in cui realtà e finzione si sovrappongono e si fondono stabilire con chiarezza cosa è e cosa non è non è sempre semplice.

Se da un lato ci sono Ricciardi e Maione a lavoro sull’uccisione della talentuosa attrice di rivista, dall’altro lato c’è sempre Maione che offre il suo aiuto ad un affranto dottor Modo intento a salvare la vita di una sua amica brutalmente picchiata e ridotta in fin di vita. Maione ha dimostrato di essere un fedele amico sia con il commissario, sia con il femminiello Bambinella e anche in questa occasione dimostrerà di essere non solo un valido brigadiere e un ottimo padre e marito, ma anche una persona di cui potersi ciecamente fidare.

Maurizio de Giovanni non ha fatto mistero di essere vicino alla conclusione del suo personaggio, probabilmente quello più amato. Pochi anni ancora e poi l’intenzione di andare in pensione una volta libero dai legami contrattuali con la sua casa editrice. Sarà che la fine si avvicina, sarà per altri oscuri motivi che una volta svelato il titolo di questo decimo romanzo paranoia e paura si sono impossessati dei fedelissimi lettori. Quel sipario ha gettato molti nello sconforto: morirà Ricciardi? Quello che in molti hanno dimenticato è che i romanzi del commissario dagli occhi verdi hanno avuto delle tematiche cicliche. Abbiamo iniziato con le stagioni, siamo passati alle festività e siamo approdati nel mondo della canzone napoletana. Quelle rondini d’inverno fanno riferimento alla famosissima e bellissima canzone Rundinellala cui composizione è ben raccontata in queste pagine. Siamo nel mondo della canzone e con questa indagine siamo nel mondo del teatro e della rivista: concludete voi e capite quale sia il sipario a cui si fa riferimento. Maurizio ci ha promesso altri due Ricciardi, non siate catastrofici e non pensate sempre al peggio.

Quanto a questo Rondini d’inverno, ribadire ogni volta la bravura e il talento di Maurizio de Giovanni sembra scontato. Le emozioni sono sempre tangibili e palpabili, ogni pagina si legge con fervore, ogni volta si vorrebbe non finirlo e desiderare di trovare una nuova indagine subito ad attenderci in libreria. Anche stavolta ci tocca aspettare un anno per rivederlo tornare, anche stavolta vorremmo che l’anno volasse per poter ricominciare a rileggerlo.

(Questo articolo è presente anche su Idea Napoli)