Ma quale paradiso?

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In un posto del genere ci vivrei tutto l’anno. E’ una frase che probabilmente avrete detto se avete avuto la fortuna di andarci alle Maldive o semplicemente avete visto una foto del posto su internet o in un’agenzia di viaggi. Le Maldive sono una delle mete turistiche più ambite in assoluto, con sole, mare cristallino e relax, un vero paradiso sulla terra che convincerebbe chiunque a fare i bagagli e trasferirsi. La realtà però è ben diversa da come appare e il reportage di Francesca Borri ha completamente rivoltato l’immagine di giardino dell’eden che siamo abituati a conoscere, i meglio a credere di conoscere. 

Le Maldive sono un concentrato di povertà, criminalità e corruzione, dove il 5 per cento della popolazione detiene il 95 per cento della ricchezza, dove a farla da padrone sono le gang, dove non puoi sperare nell’aiuto della polizia che dovrebbe proteggerti e che invece con queste gang va a braccetto, dove c’è un uso e uno spaccio spropositato di eroina e dove in teoria c’è la libertà di opinione ma guai a te ad usarla contro l’Islam, perché l’Islam è la religione di stato e non puoi avere religione diversa da questa. Il problema delle Maldive è l’economia, ma anche la politica, e perché no la religione e il suo fanatico fondamentalismo e aggiungeteci pure la Siria, la jihad, la sharia e chissà quante altre cose. 

Male, la capitale, è dove risiede la maggior parte della popolazione e dove la maggior parte della popolazione è costretta ad andare per ogni genere di servizi come banche, università, medici o semplicemente per andare a comprare un paio di scarpe. Una capitale che ha i prezzi di Londra con la vita del Burundi. Ovviamente una situazione del genere fa comodo a chi le cose non vuole che cambino, perché una popolazione ridotta alla fame e che vive in condizioni di povertà costante e che non sente di avere l’appoggio della polizia o della politica difficilmente scenderà in piazza per protestare perché semplicemente non ne ha le forze. E’ una popolazione che preferisce bussare alla porta del potente di turno, chiedergli il dovuto, far finta di niente e continuare a sopravvivere.

La realtà desolante che ne esce ci fa entrare meglio nell’ottica e forse ci fa leggermente comprendere perché dalle Maldive parte il più alto numero di foreign fighters. L’Islam per questi ragazzi non è solo una religione con i suoi precetti e le sue preghiere; l’Islam è completa sottomissione al Dio in cui credono e la jihad rappresenta per loro una forma di redenzione e riscatto per poter mettere in atto una giustizia equa. La Siria diventa quella terra per cui è giusto sacrificarsi. Partire ed andare in Siria rappresenta quella svolta economica e morale che la loro terra non è in grado di offrire. Perché la Siria significa non solo avere un lavoro e uno stipendio, ma anche un’identità e una causa valida per cui combattere.

Quello che questo libro vuole provare a raccontarci è che non esiste solo il bianco e nero, che non ci può essere una netta differenza tra i buoni (che poi saremmo noi occidentali i buoni?) e i cattivi, che non è tutto così chiaro come vorrebbero farci credere, bisogna scavare a fondo e cercare di non restare in superficie e trarre conclusioni ovvie e affrettate.  

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire. 

Non aspettarmi vivo

non aspettarmi vivo

Finisco di leggere Non aspettarmi vivo mentre alla TV passano le ennesime immagini di un attentato (quello di Londra) che ci ha scossi nuovamente. Mi viene in mente subito un passaggio del libro in cui un uomo spiegava che dietro ad ogni attentato c’è una logica, peccato che sentendo parlare di morti e feriti la logica al momento non riesco a trovarla. Mi viene da dire basta, siamo esausti di questo copione che si sta ripetendo all’infinito verso cui ormai ci stiamo assuefacendo. Faccio un passo indietro dicendomi che non posso ragionare come il Salvini di turno, altrimenti dimostro che questo libro mi è servito a poco e ritorno sui tantissimi passaggi che ho segnato, quelli che richiedevano una rilettura e una maggiore comprensione.

Anna Migotto e Stefania Miretti sono due giornaliste che dopo anni di lavoro sul campo hanno raccolto varie testimonianze di chi col jihadismo ha avuto a che farci da vicino e il racconto che emerge non può lasciarci indifferenti. Le storie raccontate hanno delle caratteristiche di base molto simili. Si parla sempre di ragazzi che hanno studiato, provengono da famiglie agiate e che magari non sono religiosi nel senso stretto del termine. Improvvisamente le abitudini cambiano, iniziano a leggere il Corano, a frequentare le Moschee, a ripulirsi dagli eccessi della vita (e per eccessi non mi riferisco necessariamente ad alcool e droga, ma alla musica e al calcio). Successivamente si opera un vero e proprio lavage de cerveau costituito da fasi ben precise che termina con l’inculcare nei ragazzi l’idea che morire come martire e portare più persone con sé sia affascinante e giusta. Il lavaggio del cervello con le nuove tecnologie è diventato anche più semplice. Twitter e Facebook sono divenuti terreno fertile in cui è facile intercettare ragazzi che nel giro di poco decidono di partire come combattenti dello Stato Islamico; la Siria è la meta più ambita visto che indicata come la terra dello scontro finale.

Che non si tratti di questione di cultura è ribadito fortemente come è sottolineato che i ragazzi che hanno studiato sono quelli più richiesti. Ingegneri, informatici ed economisti sono tra i più ricercati tra le file di Dāʿish. E’ piuttosto una questione di opportunità che il califfato offre a questi ragazzi disorientati. Soldi, donne, lavoro, tutto ciò che tua misera vita prima non ti dava lo Stato Islamico te lo porge.

Le storie qui raccontate non sono solo quelle dei tanti ragazzi che hanno aderito alla causa, ma anche di quelli pentiti della scelta che vorrebbero ritornare dalla proprie famiglie. Genitori che non si sono arresi di fronte alla radicalizzazione dei figli e che darebbero la propria vita per riportali indietro, cosa che è quasi impossibile visto che una volta che sposi Dāʿish non ne esci, se non morto.

Se oggi c’è un Isis è perché ieri c’è stato un Iraq. Se c’è stato un Iraq è perché c’è stato un  11 settembre e il gioco può andare avanti all’infinito, fino a chissà dove, incolpando chissà chi. Non voglio tirare conclusioni su un argomento così difficile e delicato e voglio comprendere le ragioni di chi dice che il sangue degli europei è uguale al sangue di tutti gli altri uccisi con maggiore frequenza in Medio Oriente, che se oggi inorridiamo per i video atroci dei combattenti Isis dovevamo inorridirci anche per le torture degli americani sui prigionieri in Iraq. Combattono per la realizzazione di uno Stato Islamico dove in vigore ci sarà solo la suprema legge di un dio (il loro dio ovviamente) che pone fine a tutte le ingiustizie. E’ davvero per la promessa di un paradiso che stanno scatenando l’inferno?

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

Non lavate questo sangue

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Nel luglio del 2001 io avevo dieci anni e mezzo. Ero in vacanza e passavo ore sulla spiaggia e quando tornavo a casa la televisione la vedevo per poco tempo. Ho provato a fare mente locale, a sforzarmi per cercare di vedere cosa ricordassi di quei giorni. Poco o niente. Qualche servizio al TG forse. Il nome Diaz di sicuro, quello mi è rimasto impresso dal primo momento e l’ho tenuto a mente nel corso degli anni. Crescendo avrei dovuto trovare il tempo di informarmi, ma per pigrizia e distrazione di altre cose non l’ho mai fatto, ecco perché non potevo lasciarmi sfuggire questo libro.

Nel luglio del 2001 Genova è stata scelta come sede del G8. Il G8 dove i grandi del pianeta si incontrano e discutono su svariati argomenti come clima, economia, energia e prendono delle decisioni a nome di tutti e per tutti. Il G8 formato da Giappone, Russia, Usa, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna e la nostra Italia. Il presidente del consiglio dell’epoca Silvio Berlusconi oltre a disposizione degli altri capi di Stato ogni tipo di confort, per non sfigurare con i presenti aveva fatto ripulire ed abbellire Genova, si sa che l’apparenza è tutto, e questo significava nascondere facciate di palazzi fatiscenti e via i panni stesi alle finestre, non sia mai che un Bush o un Putin vedesse delle mutande stese ai balconi.

Presente negli stessi giorni del G8 anche il movimento no Global pronto a far sentire la propria voce ai grandi, pronto a rappresentare i Paesi che non sono stati chiamati a sedere allo stesso tavolo con gli altri.

Spiegare qui in poche righe i fatti di Genova mi sembra inutile, meglio leggere il libro in cui l’autrice sotto forma di diario racconta alla perfezione il susseguirsi degli eventi. Quello che emerge dalle pagine è una Genova blindata, divisa, con i politici al sicuro nei loro palazzi e le manifestazioni in piazza ricche di tensione che hanno toccato il culmine con la morte di Carlo Giuliani. E soprattutto la notte nella scuola Diaz, il punto più basso di questa pagina di storia dove la polizia forte dei suoi poteri ha fatto irruzione nell’edificio dove dormivano quasi un centinaio di giovani di nazionalità diversa e senza scrupoli hanno picchiato chiunque si trovasse davanti.

A quindici anni di distanza con una nuova edizione Einaudi e con la delicatezza e precisione che la penna di Concita De Gregorio ci assicura in ogni suo scritto Non lavate questo sangue è un gioiellino imperdibile che non può mancare nella vostra libreria.

#8Marzo

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Sono sincera, ricorrenze come San Valentino o la festa della donna non mi piacciono, le trovo inutili e certe volte ridicole. Non uscirò questa sera con della amiche a festeggiare il mio essere donna e tanto meno aspetterò impaziente che qualcuno oggi mi regali una mimosa, da anni simbolo di questa ricorrenza. La retorica potrebbe farmi dire che non si è donna una volta l’anno ma lo si è per tutto l’anno, ed è vero. A differenza della festa degli innamorati che è solamente una trovata commerciale, la festa della donna ha però un pizzico di serietà in più, permette di accendere i riflettori sulla donna, fare il punto della situazione, vedere a che punto siamo e soprattutto vedere cos’altro c’è da fare. Come sopra, ribadisco che tutto l’anno dovremmo occuparci di questa questione e non ricordarcelo solo una volta l’anno.

Lo scorso anno ho letto il saggio “Dovremmo essere tutti femministi” edito Einaudi, della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie di cui ho postato il video del suo intervento che invito a vedere. Trenta minuti che valgono la pena di essere visti, oggi, nella ricorrenza della festa della donna, per ribadire l’importanza di essere femministi.

Le differenze tra uomini e donne esistono ancora e si fanno sentire; trattiamo i ragazzi diversamente dalle ragazze già da quando sono bambini, alle femmine inculchiamo il concetto che non devono essere aggressive, competitive, toste perché è più un atteggiamento maschile, e questo una volta cresciute potrebbe intimidirli, o farli sentire minacciati. Catastrofe se la donna guadagna più dell’uomo, questo potrebbe mettere in discussione la sua virilità, infondo è l’uomo che deve provvedere alla famiglia, è l’uomo che porta i soldi a casa, è l’uomo a portare i pantaloni. In campo lavorativo è una dato di fatto che per uno stesso impiego le donne guadagnano meno degli uomini, quindi che il politico di turno si affanni per le quote rosa a me poco interessa fino a quando il mio valore non sarà riconosciuto al pari di quello di un uomo: circa il 52% della popolazione mondiale è di sesso femminile, ma la maggior parte delle posizioni di potere e prestigio sono occupate da uomini. Smettiamo di credere che l’unica ambizione della donna sia il matrimonio o che una donna possa essere considerata tale solo se anche madre.

La campagna #HeForShe (io ho già aderito, fatelo anche voi) lanciata da Emma Watson merita una menzione. Ho letto l’intervento fatto dall’attrice al quartier generale delle Nazione Unite, un discorso durato una decina di minuti che sintetizza perfettamente lo spirito della campagna. Quella della differenza uomo-donna è una questione di genere, una disparità che si deve abbattere nel bene e nell’interesse di entrambe le parti, perché essere femministi non vuol dire odiare gli uomini o fare una crociata contro di loro, ma semplicemente arrivare a un’uguaglianza sociale, economica e politica.

Solitamente parlo di libri, ma oggi un piccolo off topic meritava di essere fatto. Se però vogliamo restare in tema vi consiglio tre libri in tema.

  • Dovremmo essere tutti femministi. (Einaudi) Chimamanda Ngozi Adichie già citato all’inizio dell’articolo.
  • Perché ci odiano. Mona Elthahawy (Einaudi). Affronta la condizione della donna nei Paesi Arabi partendo dalla personale esperienza dell’autrice.
  • Sii bella e stai zitta. Michela Marzano (Mondadori). La filosofa analizza la situazione della donna nella società civile italiana.

Perché ci odiano

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    • Titolo: Perché ci odiano
    • Autore: Mona Eltahawy
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 17 Novembre 2015
    • Compra il libro su Amazon: Perché ci odiano 

Fatemi il nome di un Paese arabo, e vi reciterò una litania di abusi commessi contro le donne di quel Paese in quel Paese, abusi alimentati da un cocktail velenoso di cultura e religione che in pochi sembrano disposti a non bere, nel timore di risultare offensivi e blasfemi.

Leggere questo libro significa venire a conoscenza di dati raccapriccianti sulla condizione femminile, primati negativi che spettano ai paesi arabi e del nord Africa. Certo, in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, xenofobi e estremisti di destra o chiunque adora strumentalizzare situazioni per trarne profitti un libro come questo è oro colato, ma come spiega l’autrice, poco importa, l’importante è accendere i riflettori sulla questione e mostrare al mondo come le donne musulmane vivano un inferno privato accanto a quello pubblico.

La giornalista Mona Eltahaway è partita dalla sua esperienza personale di donna in primis che ha subito una violenza sessuale da parte di forze dell’ordine e di attivista, uscendone con entrambe le braccia rotte e un arresto successivamente. Gli uomini ci odiano perché siamo libere? No, noi non siamo libere. Il punto è questo, le donne musulmane non sono libere, non possono viaggiare sole, non possono guidare, non possono intervenire in occasioni di vita sociale; le donne musulmane non sono al sicuro da nessuna parte, per strada rischiano aggressioni, palpeggiamenti e violenze, a casa stesso registro da parte di padri o mariti. Le donne musulmane sono accusate di tutto, è colpa loro se vengono violentate (la violenza aggiunge anche il disonore sulla famiglia), sono loro che hanno provocato con il loro atteggiamento gli uomini, ecco perché è importante coprire ogni centimetro della loro pelle con il velo: il velo, che sia l’hijad o il niqab, è una bandiera bianca alzata per significare la resa agli islamici e al loro conservatorismo. La violenza sessuale, una delle esperienze più dolorose che una donna possa vivere è un’arma di punizione usata sulla donna che può ritorcersi ulteriormente su di lei se viene dimostrato che quel rapporto è stato consenziente, come se uno stupro potesse mai essere tale.

Le pagine dure sono tante, si parte dai “test della verginità”, perché la purezza è fondamentale oltre che un’ossessione, alla mutilazione genitale femminile sempre per poter controllare la sessualità della donna, bisogna in tutti i modi tenere a freno i propri istinti e i propri bisogni per non indurre in tentazione il maschio; e chiude con i matrimoni delle spose bambine, molte delle quali non sopravvivono alla prima “notte di nozze”.

Non è stato semplice per l’autrice raccontare il suo privato e mettere anche in cattiva luce la sua fede e il suo Paese, ma non farlo sarebbe stato peggio e non aiuterebbe nessuna donna che vive lì e non solo, perché non dimentichiamoci che la lotta femminista si gioca a livello globale.

Leggi la recensione sul blog Io Leggo- Io Donna del Corriere della Sera del 21 Gennaio 2016

Zero zero zero

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      • Titolo: Zero zero zero
      • Autore: Roberto Saviano
      • Editore: Feltrinelli
      • Data di pubblicazione: 5 Aprile 2013
      • Compra il libro su Amazon: Zero Zero Zero

Per finire questo libro ho impiegato quattro mesi e mezzo e non perché le pagine siano molte, piuttosto perché l’ho letto a singhiozzo, mettendolo da parte più volte e preferendo la lettura di altri. Ho letto “Gomorra” quando uscì e ricordo benissimo come quelle pagine mi avessero catturato, come le abbia lette con avidità, interesse, stupore, cosa che invece non è accaduto durante la lettura di questo libro. Di sicuro Saviano ha lavorato molto per realizzare “Zero, zero,zero”, dietro c’è una grande opera di ricerca e approfondimento dei temi trattati e non cambierò di certo il mio giudizio su un autore solo perché un suo libro non mi è piaciuto. Da lettrice mi aspettavo molto di più da un autore come lui e spero di non dover attendere molto prima di poter leggere qualcosa di nuovo.

Cose di Cosa Nostra

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    • Titolo: Cose di Cosa Nostra
    • Autore: Giovanni Falcone
    • Editore: Rizzoli
    • Data di pubblicazione: 1991
    • Compra il libro su Amazon: Cose di Cosa Nostra

Dopo una lettura del genere c’è poco o niente da aggiungere. Falcone attraverso questa serie di interviste ripercorre e analizza il fenomeno della mafia. Lui è un uomo che l’ha conosciuta nei suoi vari aspetti, è un uomo che attraverso il suo lavoro ha cercato di combatterla e ha pagato a caro prezzo questa battaglia rimettendoci la vita. Forse qualcosa dopo questa lettura si può dire, anzi si deve dire: grazie Falcone.

La bellezza e l’inferno

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    • Titolo: La bellezza e l’inferno
    • Autore: Roberto Saviano
    • Editore: Mondadori
    • Data di pubblicazione: 8 Giugno 2009
    • Compra il libro su Amazon: La bellezza e l’inferno

Una raccolta di scritti personali di Saviano qui raggruppati con il titolo “La bellezza e l’inferno” dove l’autore torna a parlare di temi quali il potere della criminalità organizzata e il sistema di produzione e spaccio di droga nel mondo. Ci sono anche racconti su figure come gli sportivi Lionel Messi e Clemente Russo, giornalisti come Enzo Biagi e Giancarlo Siani, e Joe Pistone, che con il nome di Donnie Brasco si infiltrò in un organizzazione mafiosa a New York, rimanendoci sei anni senza mai essere scoperto. Infine altri racconti in cui Saviano racconta le sue personali esperienze a Cannes, insieme al cast di “Gomorra” e in Svezia con gli accademici del Nobel. In tutti emerge la grande capacità narrativa di Saviano, un libro che andrebbe letto solo per poter apprezzare la bellissima introduzione fatta dall’autore stesso intitolata “Il pericolo di leggere”!

Vieni via con me

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    • Titolo: Vieni via con me
    • Autore: Roberto Saviano
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 2 Marzo 2011
    • Compra il libro su Amazon: Vieni via con me

In “Vieni via con me” sono raccolti gli argomenti discussi da Saviano durante l’omonima trasmissione televisiva campione d’ascolti. Vengono riproposti temi molto cari a Saviano, come il meccanismo della macchina del fango o del voto di scambio, le infiltrazioni delle mafie al nord e il terremoto che ha colpito l’Abruzzo nell’aprile del 2009 soffermandosi particolarmente sul crollo della casa dello studente. E poi la storia di Welby e la sua lotta per poter affermare un proprio diritto e scegliere di avere una fine dignitosa; Don Giacomo e il suo coraggio di vivere su terreni confiscati alla mafia ed infine la questione dei rifiuti tossici nella terra dei fuochi, argomento che proprio in questo periodo è di forte attualità. Il talento di Saviano è innegabile, la passione che traspare mentre racconta arriva direttamente alle persone che lo ascoltano o, come in questo caso, lo leggono.

Io vi maledico

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    • Titolo: Io vi maledico
    • Autore: Concita De Gregorio
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 21 Gennaio 2013
    • Compra il libro su Amazon: Io vi maledico

Leggi la storia delle cinque donne sindaco di cinque paesi del Sud, che guadagnano meno di quanto dovrebbero, hanno risorse limitatissime ed alcune vengono minacciate per il lavoro onesto che svolgono e ti incazzi perché a Roma ci sono quelli che prendono tantissimo per lavorare due massimo tre giorni a settimana. Donne che lavorano in call-center, guadagnano poco o niente e sono costrette a dividere casa con altre pur di arrivare a fine mese; la ragazza che non sa come spiegare ai suoi genitori che hanno fatto sacrifici pur di vederla laureata, che con la sua triennale in lettere può fare ben poco. Ed ancora, quello che ha visto nel suicidio l’unico rimedio per far fronte ai debiti, chi ha scritto a Marchionne dopo aver visto suo padre venir privato del suo lavoro e quindi della sua dignità. Le storie sono circa una ventina, diverse l’una dall’altra ma che hanno tutte una radice di fondo: sono persone che si sentono frustrate, impotenti e non più rappresentate da uno Stato che dovrebbe tutelarli.

Se lo scopo della De Gregorio era quello di fare arrabbiare coloro che avessero letto il suo libro è riuscita nell’intento. E’ la rabbia il sentimento predominante, si riesce a percepire quella di coloro che raccontano le loro storie e quelle del lettore a cui si mescola un senso di impotenza.