Napoli Città Libro: bilanci?

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Si è appena conclusa la seconda edizione di Napoli Città Libro, il salone del libro dell’editoria andato in scena dal 4 al 7 aprile a Castel Sant’Elmo. Dopo una prima fortunata edizione c’è stato un vero e proprio cambio di marcia per quello che ha tutta l’intenzione di diventare un appuntamento culturale fisso come le fiere e i Saloni più grandi in giro per l’Italia (vedi il Salone del Libro di Torino, LibriCome, PordenoneLegge, ecc).

Che le cose fossero diverse lo avevamo intuito già dalla conferenza stampa: numero delle case editrici partecipanti in netto rialzo (160 sigle editoriali e 115 espositori), presenza di case editrici dal richiamo nazionale (Mondadori, Neri Pozza, Edizioni E/O, NN Editore), partnership con il Polo Museale della Campania che ha messo a disposizione la location di Castel Sant’Elmo, la collaborazione del Centro per il libro e la lettura che ha sostenuto il programma sponsorizzando alcuni degli eventi più attesi.

Ieri leggevo che il Salone ha registrato ben 8 mila presenze in più dello scorso anno e quindi dovremmo brindare al successo perché si sa che alla fine sono i numeri quelli che contano e i biglietti staccati all’ingresso che hanno certificato le presenze.

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Cosa è stato il Salone del libro di Napoli per me?

Premessa: sono anni che ripeto che Napoli ha il diritto a un suo salone del libro. Una città come Napoli, dinamica, viva, culturalmente attiva e che sforna scrittori da ogni dove non può essere tagliata fuori. Sono stata alla prima edizione che si è tenuta lo scorso anno nel Complesso di San Domenico Maggiore che ho più considerato la data zero che la prima edizione e quindi tutti gli errori che avevo notato (e che con il tatto che mi contraddistingue avevo fatto notare) e che lo scorso anno ho tollerato, quest’anno non li volevo vedere neanche per scherzo… e invece no. Le cose che non hanno funzionato superano di gran lunga le cose che sono andate bene e questo lo dico con il dispiacere nel cuore perché questa edizione che prometteva bene e che doveva registrare un miglioramento rispetto alla precedente ha fatto acqua da molte parti e fa notare l’approssimazione con cui molte volte si fanno le cose.

LOCATION: Sono innamorata di Napoli. Amo Napoli in ogni suo angolo, quindi se pure mi avessero detto che la seconda edizione si sarebbe svolta in un vicolo dei Quartieri Spagnoli avrei detto: che bello, non vedo l’ora. Quando ho letto di Castel Sant’Elmo ho pensato: ma serio? Castel Sant’Elmo è un posto bellissimo, il punto più alto della città da cui si può ammirare una delle vedute più belle di Napoli quindi da questo punto di vista non si può dire nulla. Si può pero dire che non è adatto ad ospitare un evento del genere per vari motivi. È fuori mano mentre lo scorso anno eravamo in una zona più centrale. È troppo grande e questo ha significato essere troppo dispersivo (poi vi racconto quante volte mi sono persa io tra gli stand, è un numero a doppia cifra: accetto scommesse). È un posto molto freddo e ragazzi davvero io mi sono gelata. Se vi dico che le persone agli stand stavano tutti con le caramelle per la gola mi credete? Non è una battuta. Figuratevi che quella poverina di Ester Viola tanto delle mani gelate che a momenti non riusciva a farmi la dedica sul libro.

WI-FI: Lo scorso anno a San Domenico Maggiore eravamo senza connessione e senza linea telefonica. Cosa che aveva pesato tantissimo. Chi non abbiamo ritrovato quest’anno? Bravi, avete indovinato: connessione internet e linea telefonica. Quel santo uomo che cura i social network del salone avrà fatto dentro e fuori il castello non so quante volte. Io appena vedevo qualche tacchetta sul cellulare mi immobilizzavo e cercavo di caricare le stories Instagram. Solo una volta fuori ho visto i tanti messaggi di persone che mi avevano scritto sperando di poterci salutare e questa cosa mi è dispiaciuta tanto. Sono una blogger e il cento per cento della mia comunicazione avviene sui social. Il non poter comunicare in tempo reale mi ha pesato tantissimo, aspettare di ritornare a casa per caricare il materiale racconto a un certo punto mi è sembrato anche inutile perché il momento era passato. E non lo dico perché non so stare due ore senza cellulare ma perché parte del mio lavoro avviene sui social. Questa cosa dell’assenza di connessione ha pesato tantissimo anche per chi era lì con gli stand perché nessuno poteva comunicare con il proprio pubblico ed invogliarli a recarsi alla fiera e soprattutto raccontare come la fiera la stavano vivendo.

PROGRAMMA: Il programma è stato un po’ deludente. La necessità di far venire a presentare il libro a Pippo Baudo piuttosto che uno scrittore di richiamo la sto ancora capendo. Quello che mi è parso strano è stata l’assenza di alcuni scrittori napoletani importanti. Penso a Maurizio de Giovanni (che lo scorso anno era tra i promotori della manifestazione), penso a Lorenzo Marone (sì Lorenzo c’era ma era a presentare il libro di Ianniello quando avrebbe meritato un momento tutto suo). Penso a Valeria Parrella che ha pubblicato il suo libro a ridosso della manifestazione, penso ad Alessio Forgione e Alessio Arena (due giovanissimi scrittori napoletani che hanno da poco pubblicato dei libri e che a Napoli Città Libro li avrebbero potuti presentare).

MOMENTO POLEMICA: Arriviamo alla cosa che mi ha fatto più girare le scatole (e dico così perché nonostante tutto io sono una signora). Care grandi case editrici mi spiegate il senso di partecipare al Salone mandando solo i vostri libri e nessuno che vi rappresenti? Perché se mi fermo allo stand NN Editore e il tizio che hanno messo a controllare i libri NN non sa manco cosa sia io mi incazzo. NN Editore una delle case editrici che più amo e io già mi immaginavo a parlare per ore dei loro libri. Arrivo e niente, il ragazzo che era lì non conosceva un titolo. Alla fine è stato lui a dirmi: ma tu di questi quale mi consiglieresti? (e anche in questo caso non è una battuta). Allora, facciamo che il prossimo anno se partecipate, venite come si deve, altrimenti statevenn a cas’.

CONCLUSIONI. C’è tanto da lavorare, c’è tanto da migliorare. Napoli ha bisogno di un salone ma ha anche bisogno di cose fatte come si deve perché se questo Salone è nato per competere con Torino e Roma, ve lo dico: qui non competiamo manco con la fiera di quartiere.

PS: NCL è stato anche: incontrare e abbracciare finalmente la mia Ester Viola, ridere con le lacrime alla presentazione del libro di Casa Surace, emozionarsi all’incontro tra Raffaele La Capria e Silvio Perrella, ridere ancora all’incontro con Vincenzo Salemme. È stato abbracciare la mia amica Azzurra con la promessa di rivederci a Torino e passare la domenica con la mia amica e blogger del mio cuore Giuditta Casale.

PPS: se dopo questo post non mi danno il DASPO ci vediamo l’anno prossimo.

Comunicazione di servizio: su instagram.com/francescanevis trovate le stories in evidenza di Napoli Città Libro.

 

 

 

 

 

 

Io Khaled vendo uomini e sono innocente

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  • Titolo: Io Khaled vendo uomini e sono innocente
  • Autrice: Francesca Mannocchi
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 29 Gennaio 2019

Francesca Mannocchi è una reporter che da anni collabora con varie testate televisive e giornali italiani ed internazionali occupandosi principalmente di conflitti e migrazione. Mi sono imbattuta più di una volta in uno dei suoi splendidi reportage sulle pagine de L’Espresso e da poche settimane è uscito per Einaudi Io Khaled vendo uomini e sono innocente, libro da leggere per capire certe dinamiche e comprendere meglio una delle questioni principali e più complesse degli ultimi anni: la migrazione.

Quando Gheddafi era ancora in vita e governava la Libia uno dei suoi obiettivi era quello di rendere nera l’Europa, favorendo in questo modo gli sbarchi perché il modo di rendere nero il vecchio continente era quello di popolarlo a dismisura di neri. Caduto Gheddafi quella premessa di cambiamento auspicata dai ribelli non si è mai realizzata e la situazione è rimasta la stessa o è addirittura peggiorata. La povertà continua a crescere, le banche sono senza soldi, di lavoro non c’è neanche l’ombra e quella cosa chiamata libertà resta un miraggio o come direbbe il nonno di Khaled una cosa da grandi. Ora Khaled è cresciuto, ma la libertà ancora non ha capito cosa sia, ha però capito come sfruttare al meglio la situazione, per arricchirsi, mantenere sé stesso e la sua famiglia, arrivando a un punto della sua vita in cui potrà smettere, ritirarsi e godersi i frutti del suo sporco lavoro.

Khaled si occupa della sicurezza nelle società petrolifere occidentali in Libia, ma ciò che lo rende ricco non è il nero petrolio, ma un altro nero, quello della pelle di coloro che vogliono partire, scappare dall’Africa per giungere nei Paesi europei con la speranza di cambiare vita. Il lavoro di Khaled è quello di mettere sui barconi quanti più neri possibile, poi una volta che il barcone è partito il suo compito si conclude perché ciò che succede in mare non è sua pertinenza, se muoiono non è affar suo. Certo, ci sono quelli che si lamentano perché andiamo, i cadaveri di quei neri che giacciono in mare o sulle spiagge fanno schifo ed impressione, anche lui i neri non li sopporta più di tanto se non fosse per il fatto che rappresentino la sua principale fonte di ricchezza.

«Io sono la sola cosa legale di questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia. Mi chiamo Khaled, il mio nome significa immortale».

Del ragazzino che voleva fare l’ingegnere e che ha lottato contro Gheddafi nella rivoluzione e che in quella rivoluzione ha perso il suo amato fratello e che da piccolo si divertiva a chiamare il colonnello, Santana, nome in codice che usava con sua sorella perché in Libia anche i muri hanno le orecchie, non è rimasto più niente. Oggi c’è solo un trentenne senza scrupoli che guadagna sulla pelle degli altri e che nessun passato ricco di dolore può giustificare le sue azioni odierne.

Sono del parere che per capire bisogna conoscere e per conoscere bisogna andare oltre ed approfondire e trarre poi le conclusioni. Francesca Mannocchi in questo libro opera in questo modo. Ci racconta la storia di un uomo in modo neutro senza propendere da nessuna parte, il giudizio lo lascia nelle mani del lettore.

Tidying Up with Marie Kondo

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Se c’è una cosa che i social sanno fare bene è quello di creare polemiche. Non passa giorno in cui non ci arrabbiamo per qualcosa o per quello che ha detto qualcuno. La nostra missione quotidiana è scovare polemiche, farle nostre, batterci nel campo di battaglia del web ed uscirne vincenti (e ricominciare il giorno dopo).

Una polemica nei giorni scorsi ha scosso noi lettori. Marie Kondo vi dice niente? È l’autrice de Il magico potere del riordino. Da questo best seller mondiale è stata tratta una serie TV in onda su Netflix: Facciamo ordine con Marie Kondo. In ogni puntata Kondo spiega come riordinare secondo metodo le case in base alla tecnica del decluttering. Siccome vivere in mezzo al caos non aiuta, Kondo basandosi su questo principio insegna a riordinare, eliminando il superfluo (ed evitando di farvi finire nei programmi dedicati agli accumulatori seriali). Fin qui, nessun problema: la penso come Marie. Un oggetto che non uso più e che considero inutile mi è d’intralcio ed occupa spazio inutile e anche a me non piace circondarmi di tanta roba (eccetto i vestiti e i libri, sia chiaro). Certo, prima di buttare qualcosa non chiedo gentilmente “does this spark joy?”, ma si sa che quella insensibile sono io.

Nel momento in cui si è aperto il capitolo libri non si è capito più niente: la polemica è stata servita e noi lettori ci siamo scatenati. Procediamo con ordine. Marie ha detto che non bisogna accumulare libri. Hai sentito Ughè?, del tuo “chi accumula libri, accumula desideri” la Kondo non sa che farsene. Bisogna avere un numero massimo di libri in casa e degli altri bisogna disfarsene. Lei ad esempio ha scelto di non superare trenta libri. Di alcuni libri poi ha suggerito di tenere solo le parti che più ci sono piaciute, strappando le parti che non ci sono piaciute. Sì, Marie Kondo ha detto di strappare i libri.

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Marie bella, Marie cara, io ai libri non faccio neanche le orecchiette per tenere il segno e tu dal Giappone mi vieni a dire di strappare le pagine? Brandelli di pagine, in memoria dei tomi che ci hanno occupato casa per un po’. Partiamo dal fatto che io sono disposta a rinunciare a qualche componente della mia famiglia e a nessuno dei miei libri, perché quando guardo le mie librerie stracolme sono orgogliosa come se avessi vinto un Oscar e non sono disposta a rinunciare neanche a quelli brutti. Li tengo nascosti, perché cari lettori, una reputazione da difendere la tengo pure io, ma devono essere in casa, devo sapere che ci sono, devo vergognarmene segretamente ma devono stare lì.

Si apre allora il quesito da un milione di euro: perché non riusciamo a buttare i libri? Che patologia strana si è impossessata di noi lettori? Perché abbiamo reso Bibbia qualsiasi tipo di libri che abbiamo in casa? Ci ragionavo su con qualche altro lettore in rete e nessuno mi ha saputo dare una risposta esaustiva. Guardo le mie librerie, sono piene, al momento ho giusto due mensole quasi libere e questo significa che tra ben poco ho finito lo spazio. Volevo prendere alcuni libri e venderli (quelli che non mi sono piaciuti e un paio che mi sono stati regalati e che guarda caso non rispettano i miei gusti). Ho stilato la lista: la prima versione contava diciotto libri. L’ho riletta e redatta: scesi a dodici. L’ho riletta per l’ultima volta: tre libri. Non ne valeva più la pena. In biblioteca avrà portato qualche libro nel corso degli anni e una volta fuori solo l’idea di fare una brutta figura mi ha trattenuto dal rientrare e salvare i miei libri da quel destino di finire tra le mani di chicchessia. Insomma, se neanche le Cinquanta sfumature di grigio riesco a buttare, il fatto è veramente serio.

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Sono una drogata di libri. Sono un’accumulatrice seriale di libri. Sono talmente fuori di testa che quando leggo un libro in formato digitale e mi è piaciuto, poi compro anche la copia cartacea. Il primo passo per risolvere un problema è ammettere la sua esistenza, ho un problema con i libri, ma non me ne priverei mai, quindi mi tengo il problema e i libri.

 

Questo è il mio sangue

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  • Titolo: Questo è il mio sangue
  • Autrice: Elise Thiébaut
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Qualche settimana fa leggevo una notizia su Il Post che titolava “In Nepal si muore di mestruazioni”. Riportava la storia di una studentessa di 22 anni, Gauri Kumari Budha, morta nella sua capanna soffocata dal fumo del fuoco che aveva acceso per scaldarsi. La ragazza non è morta a causa del ciclo, ma a causa del ciclo era stata allontanata dalla propria casa e costretta ad essere isolata perché tradizione vuole che il sangue sia impuro e quindi in quei giorni lì (uso l’espressione tipica che indica i giorni in cui noi donne abbiamo il ciclo) le donne vengono allontanate dai villaggi e isolate.

Le mestruazioni sono un tabù? In molte rideranno e si scandalizzeranno nel sentir definire le mestruazioni un tabù. Dopo tutte le battaglie fatte consideriamo ancora il ciclo un argomento off limits? No, andiamo, non siamo più nel medioevo. Vi do una notizia però. Se in Nepal le donne vengono allontanate e isolate perché impure, se in tantissimi paesi africani le donne in quei giorni non possono andare a scuola perché non sono dotate di assorbenti e devono utilizzare fogliame e carta e altri materiali non idonei ed igienici e se in Bolivia vietano alle donne di farsi persino la doccia (in quei giorni dove l’igiene dovrebbe moltiplicarsi) allora vuol dire che le mestruazioni sono un problema e anche un tabù perché non vale occuparsi solo della propria parte di cielo, troppo facile ed anche irresponsabile.

Di mestruazioni non se ne parla apertamente e dirlo non cancella i diritti che le donne hanno conquistato con le loro battaglie e non ci fa retrocedere negli anni preistorici e medievali. È una cosa naturale, normale ma anche intima e fonte di pudore. C’è chi ne parla apertamente, chi utilizza espressioni per indicarle, chi ci gira intorno e chi preferisce non parlarne. C’è chi non è in grado neanche di dire la parola assorbenti (io per anni a mia madre dicevo mancano i cosi), chi li nasconde in borsetta e quando li caccia riesce in trucchi che farebbero impallidire prestigiatori con anni di carriera alle spalle e chi li nomina, li mostra e chissenefrega ho il ciclo gli assorbenti mi servono e li uso senza problemi.

La scrittrice Elise Thiébaut in questo saggio affronta lo spinoso tema delle mestruazioni facendo anche un interessantissimo excursus storico, religioso, mitologico e sociale e analizzando molteplici questioni che da queste derivano.

Dall’arricchimento delle aziende che si occupano della protezione periodica delle donne, e parliamo di trenta miliardi di dollari l’anno, ai rischi che tali protezioni possono provocare alle donne e di cui nessuno parla. I famosi assorbenti e tampax che a sentire la pubblicità ti alleggeriscono la favolosa esperienza mensile non vengono sottoposti agli stessi controlli di qualsiasi prodotto cosmetico e la loro stessa composizione non viene mostrata nei dettagli sulle confezioni. Ebbene i rischi che il loro utilizzo comporta ci sono, ma tutti preferiscono far finta di nulla, così come dovremmo far finta di nulla sulla questione Iva che ci tocca pagare su questo prodotto che per noi donne è un genere di prima necessità ma che non viene reputato come tale. Il paragone che farà arrabbiare in molti è che la Coca-Cola ha un’aliquota del 5,5% e gli assorbenti del 20%.

Perché abbiamo tanta paura di un processo naturale che ci permette di dare la vita? Perché ci affrettiamo a nascondere nella borsa i tamponi interni quando ci capita di tirarli fuori per sbaglio? Perché bisbigliamo mestruazioni quando siamo pronti a gridare troia, zoccola e puttana?

La risposta lo ammetto mi sfugge. Bisognerebbe scindere tra vergogna e pudore e provare a ragionarci. Non ho vergogna sia chiaro, anche perché vergognarmi di qualcosa che mi mette k.o. fisicamente e mentalmente per quattro/cinque giorni al mese per una media di trenta/quaranta anni mi sfinirebbe. Pudore sì, perché la reputo una questione personale ed intima che non nascondo ma ometto. Nella mia famiglia quando a una di noi ragazze arrivavano le mestruazioni per la prima volta partivano le telefonate dei parenti che ti facevano gli auguri (quando vennero a me intimai a mia madre che se l’avesse detto ad anima viva povera a lei e le congratulazioni me le sono scampate). Che sia arrivato il momento di una rivoluzione mestruale? Che sia arrivato il momento di parlarne liberamente senza curarsi troppo degli altri? Per il momento è arrivato questo libro. Leggete Questo è il mio sangue e poi ne parliamo.

L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone

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  • Titolo: L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone
  • Autore: Giovanni Bianconi
  • Editore: Einaudi. (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 24 Maggio 2017

Il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29 nei pressi di Capaci un attentato ad opera di Cosa Nostra uccide Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta del magistrato siciliano. Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, è stato l’esempio più forte della lotta alla mafia che il nostro Paese ha conosciuto. Un uomo, un magistrato ucciso in un vile attentato, una personalità conosciuta per il suo lavoro anche a livello internazionale a cui lo Stato rende ogni anno omaggio perché è doveroso ricordare che la lotta alle mafie non è purtroppo ancora conclusa e si continua a combattere giorno dopo giorno.

Giovanni Bianconi ci riporta indietro nel tempo facendo partire al narrazione il 30 gennaio 1992, una data non casuale, ma la data in cui la Cassazione confermò le condanne del Maxiprocesso di Palermo. Il pool di magistrati formato da Borsellino, Caponnetto, Di Lello e Falcone aveva chiesto condanne per oltre quattrocento imputati difesi da circa duecento avvocati. Il processo considerato il più grande mai celebrato che portò alla realizzazione di una struttura ad hoc che potesse contenere tutti passata alla storia come aula bunker si concluse con diciannove ergastoli per 2665 anni di reclusione.

Con un salto nel passato l’autore si concentra sugli ultimi due anni di vita del giudice. Giovanni Bianconi ha l’intento di mostrarci come i nemici di Falcone non fossero solo i mafiosi che combatteva con ostinazione se non ossessione, ma anche i colleghi che incontrava nei corridoi delle procure pronti a sorriderti davanti e criticarti aspramente dietro, i politici e l’opinione pubblica che non vedeva di buon occhio il protagonismo di questo magistrato.

Il protagonismo di Falcone, troppo presente nelle trasmissioni televisive e sui giornali in cui si parlava esclusivamente di lui gli costò la carica come capo dell’Ufficio Istruzione. Non importava che Falcone fosse riconosciuto dai più come il più qualificato per ricoprire quella carica, ormai tutto ciò che Falcone faceva era tassato come protagonismo, mettersi in mostra ed egocentrismo.

Sembra impossibile una cosa del genere specie per chi come me in quegli anni neanche c’era e ha conosciuto Falcone grazie alle commemorazioni che ogni anni gli vengono tributate. L’idea che mi sono sempre fatta è quella di un uomo amato da tutti e soprattutto supportato da tutti. Invece era un uomo che oltre alle difficoltà lavorative ha dovuto affrontare anche quelle personali come l’essere stato lasciato solo, isolato, allontanato, calunniato ed invidiato. Un uomo che dopo il fallito attentato dell’Addura di dovette scusare per essere ancora in vita perché si sa per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati. 

Giovanni Bianconi ricostruisce con assoluta precisione probabilmente il periodo più duro per il giudice, costantemente nell’occhio del ciclone, sempre più criticato e osteggiato. Un uomo costretto a trasferirsi a Roma per poter continuare il suo lavoro visto che Palermo non glielo permetteva più. Un uomo che in vita ha subito così tante sconfitte e che probabilmente è stato da alcuni preso sul serio solo dopo la sua morte. L’assedio rende omaggio a una delle figure a cui il nostro Paese dovrebbe essere più grato e con dovizia ricostruisce uno dei periodi più contorti e bui della nostra storia recente.

Ma quale paradiso?

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    • Titolo: Ma quale paradiso?
    • Autrice: Francesca Borri
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione:  30 Maggio 2017

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In un posto del genere ci vivrei tutto l’anno. E’ una frase che probabilmente avrete detto se avete avuto la fortuna di andarci alle Maldive o semplicemente avete visto una foto del posto su internet o in un’agenzia di viaggi. Le Maldive sono una delle mete turistiche più ambite in assoluto, con sole, mare cristallino e relax, un vero paradiso sulla terra che convincerebbe chiunque a fare i bagagli e trasferirsi. La realtà però è ben diversa da come appare e il reportage di Francesca Borri ha completamente rivoltato l’immagine di giardino dell’eden che siamo abituati a conoscere o meglio a credere di conoscere.

Le Maldive sono un concentrato di povertà, criminalità e corruzione, dove il 5 per cento della popolazione detiene il 95 per cento della ricchezza, dove a farla da padrone sono le gang, dove non puoi sperare nell’aiuto della polizia che dovrebbe proteggerti e che invece con queste gang va a braccetto, dove c’è un uso e uno spaccio spropositato di eroina e dove in teoria c’è la libertà di opinione ma guai a te ad usarla contro l’Islam, perché l’Islam è la religione di stato e non puoi avere religione diversa da questa. Il problema delle Maldive è l’economia, ma anche la politica, e perché no la religione e il suo fanatico fondamentalismo e aggiungeteci pure la Siria, la jihad, la sharia e chissà quante altre cose.

Male, la capitale, è dove risiede la maggior parte della popolazione e dove la maggior parte della popolazione è costretta ad andare per ogni genere di servizi come banche, università, medici o semplicemente per andare a comprare un paio di scarpe. Una capitale che ha i prezzi di Londra con la vita del Burundi. Ovviamente una situazione del genere fa comodo a chi le cose non vuole che cambino, perché una popolazione ridotta alla fame e che vive in condizioni di povertà costante e che non sente di avere l’appoggio della polizia o della politica difficilmente scenderà in piazza per protestare perché semplicemente non ne ha le forze. E’ una popolazione che preferisce bussare alla porta del potente di turno, chiedergli il dovuto, far finta di niente e continuare a sopravvivere.

La realtà desolante che ne esce ci fa entrare meglio nell’ottica e forse ci fa leggermente comprendere perché dalle Maldive parte il più alto numero di foreign fighters. L’Islam per questi ragazzi non è solo una religione con i suoi precetti e le sue preghiere; l’Islam è completa sottomissione al Dio in cui credono e la jihad rappresenta per loro una forma di redenzione e riscatto per poter mettere in atto una giustizia equa. La Siria diventa quella terra per cui è giusto sacrificarsi. Partire ed andare in Siria rappresenta quella svolta economica e morale che la loro terra non è in grado di offrire. Perché la Siria significa non solo avere un lavoro e uno stipendio, ma anche un’identità e una causa valida per cui combattere.

Quello che questo libro vuole provare a raccontarci è che non esiste solo il bianco e il nero, che non ci può essere una netta differenza tra i buoni (che poi saremmo noi occidentali i buoni?) e i cattivi, che non è tutto così chiaro come vorrebbero farci credere, bisogna scavare a fondo e cercare di non restare in superficie e trarre conclusioni ovvie e affrettate.

Ma quale paradiso? ha il pregio di essere un libro che invece di darti risposte ti mette nella posizione di farti domande. È un libro necessario e scusate se uso questo termine che oramai è diventato il più abusato in letteratura. Necessità e bisogno di comprendere, capire e ampliare la nostra mente dovrebbero portarci a prendere libri del genere e leggerli senza neanche esitare. Libri come Ma quale paradiso? li leggi in un’oretta scarsa ma raramente si dimenticano. Libri come questi sono perle rare meglio non lasciarseli sfuggire.

Non aspettarmi vivo

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    • Titolo: Non aspettarmi vivo. La banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti
    • Autrici: Anna Migotto, Stefania Miretti
    • Editore: Einaudi (Stile Libero)
    • Data di pubblicazione: 18 Aprile 2017

Finisco di leggere Non aspettarmi vivo mentre alla TV passano le ennesime immagini di un attentato (quello di Londra) che ci ha scossi nuovamente. Mi viene in mente subito un passaggio del libro in cui un uomo spiegava che dietro ad ogni attentato c’è una logica, peccato che sentendo parlare di morti e feriti la logica al momento non riesco a trovarla. Mi viene da dire basta, siamo esausti di questo copione che si sta ripetendo all’infinito verso cui ormai ci stiamo assuefacendo. Faccio un passo indietro dicendomi che non posso ragionare come il Salvini di turno, altrimenti dimostro che questo libro mi è servito a poco e ritorno sui tantissimi passaggi che ho segnato, quelli che richiedevano una rilettura e una maggiore comprensione.

Anna Migotto e Stefania Miretti sono due giornaliste che dopo anni di lavoro sul campo hanno raccolto varie testimonianze di chi col jihadismo ha avuto a che farci da vicino e il racconto che emerge non può lasciarci indifferenti. Le storie raccontate hanno delle caratteristiche di base molto simili. Si parla sempre di ragazzi che hanno studiato, provengono da famiglie agiate e che magari non sono religiosi nel senso stretto del termine. Improvvisamente le abitudini cambiano, iniziano a leggere il Corano, a frequentare le Moschee, a ripulirsi dagli eccessi della vita (e per eccessi non mi riferisco necessariamente ad alcool e droga, ma alla musica e al calcio). Successivamente si opera un vero e proprio lavage de cerveau costituito da fasi ben precise che termina con l’inculcare nei ragazzi l’idea che morire come martire e portare più persone con sé sia affascinante e giusta. Il lavaggio del cervello con le nuove tecnologie è diventato anche più semplice. Twitter e Facebook sono divenuti terreno fertile in cui è facile intercettare ragazzi che nel giro di poco decidono di partire come combattenti dello Stato Islamico; la Siria è la meta più ambita visto che indicata come la terra dello scontro finale.

Che non si tratti di questione di cultura è ribadito fortemente come è sottolineato che i ragazzi che hanno studiato sono quelli più richiesti. Ingegneri, informatici ed economisti sono tra i più ricercati tra le file di Dāʿish. E’ piuttosto una questione di opportunità che il califfato offre a questi ragazzi disorientati. Soldi, donne, lavoro, tutto ciò che tua misera vita prima non ti dava lo Stato Islamico te lo porge.

Le storie qui raccontate non sono solo quelle dei tanti ragazzi che hanno aderito alla causa, ma anche di quelli pentiti della scelta che vorrebbero ritornare dalle proprie famiglie. Genitori che non si sono arresi di fronte alla radicalizzazione dei figli e che darebbero la propria vita per riportali indietro, cosa che è quasi impossibile visto che una volta che sposi Dāʿish non ne esci, se non morto.

Se oggi c’è un Isis è perché ieri c’è stato un Iraq. Se c’è stato un Iraq è perché c’è stato un  11 settembre e il gioco può andare avanti all’infinito, fino a chissà dove, incolpando chissà chi. Non voglio tirare conclusioni su un argomento così difficile e delicato e voglio comprendere le ragioni di chi dice che il sangue degli europei è uguale al sangue di tutti gli altri uccisi con maggiore frequenza in Medio Oriente, che se oggi inorridiamo per i video atroci dei combattenti Isis dovevamo inorridirci anche per le torture degli americani sui prigionieri in Iraq. Combattono per la realizzazione di uno Stato Islamico dove in vigore ci sarà solo la suprema legge di un dio (il loro dio ovviamente) che pone fine a tutte le ingiustizie. E’ davvero per la promessa di un paradiso che stanno scatenando l’inferno?

Quello che di certo mi resta di questo libro è la voglia di non fermarmi all’apparenza e di approfondire ancora di più l’argomento. Anna Migotto e Stefania Miretti hanno scritto un libro che non merita di passare inosservato, anzi, merita di essere letto, riletto, discusso e argomentato. Un libro che nella sua crudeltà mostra una realtà a cui non possiamo più voltare le spalle.

Non lavate questo sangue

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    • Titolo: Non lavate questo sangue
    • Autrice: Concita De Gregorio
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 31 Maggio 2016

Nel luglio del 2001 io avevo dieci anni e mezzo. Ero in vacanza e passavo ore sulla spiaggia e quando tornavo a casa la televisione la vedevo per poco tempo. Ho provato a fare mente locale, a sforzarmi per cercare di vedere cosa ricordassi di quei giorni. Poco o niente. Qualche servizio al TG forse. Il nome Diaz di sicuro, quello mi è rimasto impresso dal primo momento e l’ho tenuto a mente nel corso degli anni. Crescendo avrei dovuto trovare il tempo di informarmi, ma per pigrizia e distrazione di altre cose non l’ho mai fatto, ecco perché non potevo lasciarmi sfuggire questo libro.

Nel luglio del 2001 Genova è stata scelta come sede del G8. Il G8 dove i grandi del pianeta si incontrano e discutono su svariati argomenti come clima, economia, energia e prendono delle decisioni a nome di tutti e per tutti. Il G8 formato da Giappone, Russia, Usa, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna e la nostra Italia. Il presidente del consiglio dell’epoca Silvio Berlusconi oltre a disposizione degli altri capi di Stato ogni tipo di confort, per non sfigurare con i presenti aveva fatto ripulire ed abbellire Genova, si sa che l’apparenza è tutto, e questo significava nascondere facciate di palazzi fatiscenti e via i panni stesi alle finestre, non sia mai che un Bush o un Putin vedesse delle mutande stese ai balconi.

Presente negli stessi giorni del G8 anche il movimento no Global pronto a far sentire la propria voce ai grandi, pronto a rappresentare i Paesi che non sono stati chiamati a sedere allo stesso tavolo con gli altri.

Spiegare qui in poche righe i fatti di Genova mi sembra inutile, meglio leggere il libro in cui l’autrice sotto forma di diario racconta alla perfezione il susseguirsi degli eventi. Quello che emerge dalle pagine è una Genova blindata, divisa, con i politici al sicuro nei loro palazzi e le manifestazioni in piazza ricche di tensione che hanno toccato il culmine con la morte di Carlo Giuliani. E soprattutto la notte nella scuola Diaz, il punto più basso di questa pagina di storia dove la polizia forte dei suoi poteri ha fatto irruzione nell’edificio dove dormivano quasi un centinaio di giovani di nazionalità diversa e senza scrupoli hanno picchiato chiunque si trovasse davanti.

A quindici anni di distanza con una nuova edizione Einaudi e con la delicatezza e precisione che la penna di Concita De Gregorio ci assicura in ogni suo scritto Non lavate questo sangue è un gioiellino imperdibile che non può mancare nella vostra libreria.

#8Marzo

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Sono sincera, ricorrenze come San Valentino o la festa della donna non mi piacciono, le trovo inutili e certe volte ridicole. Non uscirò questa sera con della amiche a festeggiare il mio essere donna e tanto meno aspetterò impaziente che qualcuno oggi mi regali una mimosa, da anni simbolo di questa ricorrenza. La retorica potrebbe farmi dire che non si è donna una volta l’anno ma lo si è per tutto l’anno, ed è vero. A differenza della festa degli innamorati che è solamente una trovata commerciale, la festa della donna ha però un pizzico di serietà in più, permette di accendere i riflettori sulla donna, fare il punto della situazione, vedere a che punto siamo e soprattutto vedere cos’altro c’è da fare. Come sopra, ribadisco che tutto l’anno dovremmo occuparci di questa questione e non ricordarcelo solo una volta l’anno.

Lo scorso anno ho letto il saggio “Dovremmo essere tutti femministi” edito Einaudi, della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie di cui ho postato il video del suo intervento che invito a vedere. Trenta minuti che valgono la pena di essere visti, oggi, nella ricorrenza della festa della donna, per ribadire l’importanza di essere femministi.

Le differenze tra uomini e donne esistono ancora e si fanno sentire; trattiamo i ragazzi diversamente dalle ragazze già da quando sono bambini, alle femmine inculchiamo il concetto che non devono essere aggressive, competitive, toste perché è più un atteggiamento maschile, e questo una volta cresciute potrebbe intimidirli, o farli sentire minacciati. Catastrofe se la donna guadagna più dell’uomo, questo potrebbe mettere in discussione la sua virilità, infondo è l’uomo che deve provvedere alla famiglia, è l’uomo che porta i soldi a casa, è l’uomo a portare i pantaloni. In campo lavorativo è una dato di fatto che per uno stesso impiego le donne guadagnano meno degli uomini, quindi che il politico di turno si affanni per le quote rosa a me poco interessa fino a quando il mio valore non sarà riconosciuto al pari di quello di un uomo: circa il 52% della popolazione mondiale è di sesso femminile, ma la maggior parte delle posizioni di potere e prestigio sono occupate da uomini. Smettiamo di credere che l’unica ambizione della donna sia il matrimonio o che una donna possa essere considerata tale solo se anche madre.

La campagna #HeForShe (io ho già aderito, fatelo anche voi) lanciata da Emma Watson merita una menzione. Ho letto l’intervento fatto dall’attrice al quartier generale delle Nazione Unite, un discorso durato una decina di minuti che sintetizza perfettamente lo spirito della campagna. Quella della differenza uomo-donna è una questione di genere, una disparità che si deve abbattere nel bene e nell’interesse di entrambe le parti, perché essere femministi non vuol dire odiare gli uomini o fare una crociata contro di loro, ma semplicemente arrivare a un’uguaglianza sociale, economica e politica.

Solitamente parlo di libri, ma oggi un piccolo off topic meritava di essere fatto. Se però vogliamo restare in tema vi consiglio tre libri in tema.

  • Dovremmo essere tutti femministi. (Einaudi) Chimamanda Ngozi Adichie già citato all’inizio dell’articolo.
  • Perché ci odiano. Mona Elthahawy (Einaudi). Affronta la condizione della donna nei Paesi Arabi partendo dalla personale esperienza dell’autrice.
  • Sii bella e stai zitta. Michela Marzano (Mondadori). La filosofa analizza la situazione della donna nella società civile italiana.

Perché ci odiano

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    • Titolo: Perché ci odiano
    • Autore: Mona Eltahawy
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 17 Novembre 2015

Fatemi il nome di un Paese arabo, e vi reciterò una litania di abusi commessi contro le donne di quel Paese in quel Paese, abusi alimentati da un cocktail velenoso di cultura e religione che in pochi sembrano disposti a non bere, nel timore di risultare offensivi e blasfemi.

Leggere questo libro significa venire a conoscenza di dati raccapriccianti sulla condizione femminile, primati negativi che spettano ai paesi arabi e del nord Africa. Certo, in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, xenofobi e estremisti di destra o chiunque adora strumentalizzare situazioni per trarne profitti un libro come questo è oro colato, ma come spiega l’autrice, poco importa, l’importante è accendere i riflettori sulla questione e mostrare al mondo come le donne musulmane vivano un inferno privato accanto a quello pubblico.

La giornalista Mona Eltahaway è partita dalla sua esperienza personale di donna in primis che ha subito una violenza sessuale da parte di forze dell’ordine e di attivista, uscendone con entrambe le braccia rotte e un arresto successivamente. Gli uomini ci odiano perché siamo libere? No, noi non siamo libere. Il punto è questo, le donne musulmane non sono libere, non possono viaggiare sole, non possono guidare, non possono intervenire in occasioni di vita sociale; le donne musulmane non sono al sicuro da nessuna parte, per strada rischiano aggressioni, palpeggiamenti e violenze, a casa stesso registro da parte di padri o mariti. Le donne musulmane sono accusate di tutto, è colpa loro se vengono violentate (la violenza aggiunge anche il disonore sulla famiglia), sono loro che hanno provocato con il loro atteggiamento gli uomini, ecco perché è importante coprire ogni centimetro della loro pelle con il velo: il velo, che sia l’hijad o il niqab, è una bandiera bianca alzata per significare la resa agli islamici e al loro conservatorismo. La violenza sessuale, una delle esperienze più dolorose che una donna possa vivere è un’arma di punizione usata sulla donna che può ritorcersi ulteriormente su di lei se viene dimostrato che quel rapporto è stato consenziente, come se uno stupro potesse mai essere tale.

Le pagine dure sono tante, si parte dai “test della verginità”, perché la purezza è fondamentale oltre che un’ossessione, alla mutilazione genitale femminile sempre per poter controllare la sessualità della donna, bisogna in tutti i modi tenere a freno i propri istinti e i propri bisogni per non indurre in tentazione il maschio; e chiude con i matrimoni delle spose bambine, molte delle quali non sopravvivono alla prima “notte di nozze”.

Non è stato semplice per l’autrice raccontare il suo privato e mettere anche in cattiva luce la sua fede e il suo Paese, ma non farlo sarebbe stato peggio e non aiuterebbe nessuna donna che vive lì e non solo, perché non dimentichiamoci che la lotta femminista si gioca a livello globale.

Leggi la recensione sul blog Io Leggo- Io Donna del Corriere della Sera del 21 Gennaio 2016