Le rose non si usano più

le rose non si usano più

  • Titolo: Le rose non si usano più
  • Autore: Jacopo Cirillo
  • Editore: Add Editore
  • Data di pubbblicazione: 12 Ottobre 2017

Quando si pensa a Massimo Ranieri ci vengono in mente immediatamente due sue canzoni: Rose rosse e Perdere l’amore. Ne ha cantante molte altre e anche molto belle, ma come scrive Jacopo Cirillo lo leghiamo solo ed esclusivamente a questi due suoi successi e se a bruciapelo chiedessimo il nome di una terza canzone probabilmente non saprebbero neanche cosa rispondere.

Jacopo Cirillo è della classe 1982, poco più grande di me. Tutto avrei pensato di un ragazzo della sua età tranne che di questa passione smoderata per Massimo Ranieri. Come se io vi dicessi che da adolescente invece di sbavare sotto ai poster dei Backstreet Boys amassi alla follia i Pooh. Chiariamo, non è solo una questione anagrafica, ma anche di estetica e contenuti. Ranieri ha vent’anni e la faccia da ventenne, ma per tutto il resto è già un adulto. Ecco il punto: un adulto nel corpo di un ragazzino che cantava canzoni per adulti che però stregano un bambino di cinque anni una domenica come le altre dopo il tradizionale pranzo con i parenti. È in una di quelle tante classiche domeniche che un bambino sente per la prima volta la voce di quel cantante cantare in quel dialetto non proprio che aveva ormai imparato a furia di sentirlo sempre.

Sembra o no una storia d’amore questa? Il classico colpo di fulmine che invece di scattare tra un uomo e una donna scatta tra un bambino e un cantante. Una storia che durerà di più di quelle tra un uomo e una donna perché nel frattempo il bambino è cresciuto ma il suo amore per Massimo Ranieri non è cessato, anzi, è costante con alti picchi e tentazioni di contagio e giusto un breve periodo di negazione rientrato e risolto.

Senza il duro lavoro non si va da nessuna parte, ma senza talento non si può nemmeno incominciare. E il talento non è quello di cantate, d’attore o di regista, il talento è elasticità, intelligenza e adattabilità, soprattutto verso se stessi.

La passione verso il proprio idolo non si può spiegare sempre, tutto ciò in cui sono coinvolti i sentimenti smette di essere razionale. Le rose non si usano più non è una biografia su Massimo Ranieri, non c’è un autore che cronologicamente ripercorre la vita e la carriera di un personaggio noto. Per quello c’è Wikipedia o la biografia che Ranieri stesso ha scritto qualche anno fa. Questo libro è il racconto di quanto determinante sia stato questo artista per questo autore. Che Massimo Ranieri fosse un ottimo cantante, un talentuoso attore teatrale e cinematografico e uno straordinario animale da palcoscenico (uno dei migliori, ricordiamolo più spesso) questo lo sappiamo già e non ci voleva Jacopo Cirillo a metterlo in evidenza. Raccontato però attraverso le sue storie, i suoi aneddoti e insomma la sua vita oltre ad essere diverso e innovativo fa anche molto effetto. Se uno vi raccontasse che durante un viaggio in Croazia ha costretto i suoi amici a sentire le canzoni di Massimo Ranieri che pensereste? E se questa stessa persona per non perdersi il suo show su Rai1 un sabato sera ha corrotto i giovani vicini con delle birre e si è piazzato sul loro divano? Una passione che rasenta la follia, ma per i propri idoli non si fanno follie?

Il rapporto con gli idoli è sempre una questione privata, ciascuno la gestisce come vuole, secondo la propria sensibilità.  

(Questo articolo è presente anche su Idea Napoli)

Il Calendario dell’Avvento Letterario #4: il presepe napoletano

Impressions chosen from another time

rosso intenso 2

Questa casella è scritta e aperta da Francesca di Gli amabili libri

via-san-gregorio-armeno

“Il presepe per noi napoletani è una cosa veramente importante” dice il professore Bellavista (interpretato da Luciano De Crescenzo nel film Così parlò Bellavista) ai suoi ospiti mentre spiega la differenza tra alberisti, e cioè quelli che amano l’albero di Natale e presepisti, quelli che invece fanno il presepe. Il professore continua dicendo che quelli del nord sono alberisti e quelli del sub presepisti. Ogni volta che vedevo questa scena dissentivo. Io sono del sud e sono alberista, mi è sempre piaciuto di più l’albero di Natale, perché sotto l’albero ci sono i regali, sotto al presepe che si sta? Niente. Crescendo però si cambia, così come cambiano anche i gusti e il presepe ha iniziato ad affascinarmi sempre di più al punto che se oggi dovessi schierarmi tra albero e presepe scelgo quest’ultimo, alla faccia delle palline…

View original post 290 altre parole

Le lettera di Leone alla sua Natalia

wriiting-article

Non c’è modo migliore di chiudere il topic dedicato agli amori degli scrittori condividendo la bellissima ed emozionante lettera che Leone Ginzburg scrisse a sua moglie Natalia poco prima della sua morte che avvenne il 5 febbraio 1944. Di Leone Ginzburg Noberto Bobbio ha detto: Leone è morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio. Per questo non possiamo rassegnarci; né perdonare. È morto solo, come se non avesse più nulla da dire. E invece il suo discorso era appena cominciato. Gli siamo grati della lezione di umanità, di nobiltà, di coraggio, di serenità, di fiducia nella vita, di fermezza nella tragedia, che egli ci ha lasciata. Ma avremmo voluto averlo ancora con noi. Oltre alle parole d’amore che Leone riserva alla sua Natalia, la sprona a continuare la sua attività culturale e sociale in cui entrambi si erano dedicati anima e corpo.

 

Natalia cara, amore mio
ogni volta spero che non sia l’ultima lettera che ti scrivo, prima della partenza o in genere; e così è anche oggi. Continua in me, dopo quasi una intera giornata trascorsa, il lieto eccitamento suscitatomi dalle tue notizie e dalla prova tangibile che mi vuoi così bene. Questo eccitamento non ha potuto essere cancellato neppure dall’inopinato incontro che abbiamo fatto oggi. Gli auspici, dunque, non sono lieti; ma pazienza. Comunque, se mi facessero partire non venirmi dietro in nessun caso. Sei molto più necessaria ai bambini, e soprattutto alla piccola.
E io non avrei un’ora di pace se ti sapessi esposta chissà per quanto tempo a dei pericoli, che dovrebbero presto cessare per te, e non accrescersi a dismisura. So di quale conforto mi privo a questo modo; ma sarebbe un conforto avvelenato dal timore per te e dal rimorso verso i bambini. Del resto, bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci, e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo, formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente. Ma parliamo d’altro. Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio. A ogni modo, avere i bambini significherà per te avere una grande riserva di forza a tua disposizione. Vorrei che anche Andrea si ricordasse di me, se non dovesse più rivedermi. Io li penso di continuo, ma cerco di non attardarmi mai sul pensiero di loro, per non infiacchirmi nella malinconia. Il pensiero di te invece non lo scaccio, e ha quasi sempre un effetto corroborante su di me. Rivedere facce amiche, in questi giorni, mi ha grandemente eccitato in principio, come puoi immaginare. Adesso l’esistenza si viene di nuovo normalizzando, in attesa che muti più radicalmente. Devo smettere, perché mi sono messo a scrivere troppo tardi fidando nella luce della mia lampadina, la quale invece stasera è particolarmente fioca, oltre ad essere altissima. Ti continuerò a scrivere alla cieca, senza la speranza di rileggere. Con tutto il Tommaseo che ho tra le mani, sorge spontaneo il raffronto con la pagina di diario di lui che diventa cieco. Io, per fortuna, sono cieco solo fino a domattina. Ciao, amore mio, tenerezza mia. Fra pochi giorni sarà il sesto anniversario del nostro matrimonio. Come e dove mi troverò quel giorno? Di che umore sarai tu allora? Ho ripensato, in questi ultimi tempi, alla nostra vita comune. L’unico nostro nemico (ho concluso) era la mia paura. Le volte che io, per qualche ragione, ero assalito dalla paura, concentravo talmente tutte le mie facoltà a vincerla e non venir meno al mio dovere, che non rimaneva nessun’altra forma di vitalità in me. Non è così? Se e quando ci ritroveremo, io sarò liberato dalla paura, e neppure queste zone opache esisteranno più nella nostra vita comune. Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi, morirei volentieri. (Anche questa è una conclusione alla quale sono giunto negli ultimi tempi).
Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. Saluta e ringrazia tutti coloro che sono buoni e affettuosi con te: debbono essere molti. Chiedi scusa a tua madre, e in genere ai tuoi, di tutto il fastidio che arreca questa nostra troppo numerosa famiglia. Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. Ti amo, ti bacio, amore mio. Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia?
Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.

Scrittore & Scrittrice

Cosa succede quando in una coppia ci sono due scrittori? Sostegno apparente e rivalità segreta? Già me l’immagino sorridere e congratularsi con il proprio partner del libro che hanno scritto e in mente pensano il mio è nettamente più bello. Cattiveria a parte il secolo scorso ha conosciuto varie coppie di scrittori, qualcuna la conoscerete sicuramente e qualcun’altra sarà una vera e propria scoperta. Spazio quindi ad Alberto Moravia & Elsa Morante, Leonard & Virginia Woolf, Matilde Serao & Edoardo Scarfoglio, Leone e Natalia Ginzburg e Paul Auster & Siri Hustvedt. 

e1e5e063-5d6b-4e96-934d-202f7a57998a

Le coppie di letterati sono una peste scriveva la Morante. L’amore tra Alberto Moravia e Elsa Morante è probabilmente quello più conosciuto. Tormentato, disperato e al tempo stesso passionale creava una vera e propria dipendenza tra i due. Due caratteri molto diversi e due mondi distanti, lui borghese e lei di condizione più modesta, che però si incontrarono e si unirono formando una delle coppie per eccellenza che il mondo culturale del secolo scorso ha registrato. Si sposarono nel 1941 e nel 1943 furono costretti a vivere da clandestini nelle zone della ciociaria perché Alberto era ricercato per antifascismo. Quell’esperienza di vita darà a Moravia l’ispirazione necessaria per scrivere La Ciociara. Anche la Morante dopo alcune collaborazioni con riviste letterarie inizierà a conoscere la notorietà vera e propria quando nel 1948 il suo Menzogna e Sortilegio vince il Premio Viareggio. Iniziano gli anni di grandissimo successo per entrambi che coincidono con lo spegnersi della loro passione che porterà alla fine del loro matrimonio.

virginia-2

I coniugi Leonard e Virginia Woolf furono entrambi due grandi scrittori, ma se il mondo conosce il talento letterario di lei, ignora del tutto quello di lui. Leonard fu uno scrittore molto prolifico, ma la sua fama fu oscurata da quella della moglie. Il signor Woolf era uno scrittore che pubblicava circa ogni due anni un libro, che dirigeva alcuni dei più importanti giornali politici dell’epoca e che era lettore ed editor dei romanzi della moglie. Virginia soffriva di bipolarismo e nei periodi di forte depressione il marito teneva un diario della sua malattia e lo scriveva in codice, in lingua tamil e sinhalse, in modo che nessuno potesse capire cosa scrivesse. L’ultimo messaggio che Virginia scrisse al suo Leonard poco prima di suicidarsi nelle acque del fiume River Ouse fu: ciò che voglio dirti è che tutta la mia felicità la devo a te… se c’era qualcuno che avrebbe potuto salvarmi questo eri tu… non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati io e te. 

2318820_mat  L’unione tra Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio non fu tranquilla a causa delle avventure extra-coniugali di lui conosciute da tutti quelli che leggevano le cronache mondane dell’epoca. Tutta Napoli venne a conoscenza della storia con Gabriella Bessard, cantante d’opera, quando lei si tolse la vita sull’uscio di casa di Edoardo e Matilda. Dalla storia con la cantante era nata una figlia che dopo la morte di Gabriella fu affidata al padre che decise di crescerla insieme a Matilde. Questo durò pochi anni perché poi la Serao lasciò definitivamente il marito. Il primo incontro tra i due avvenne nella redazione di Capitan Fracassa. Lei rimase subito affascinata da lui e la relazione che ne nacque fece parlare tutto l’ambiente culturale romano. Il giorno del matrimonio ebbe un cronista d’eccellenza, Gabriele D’Annunzio, che raccontò la giornata sul quotidiano La Tribuna. Se il matrimonio tra i due non funzionò alla perfezione non si può dire lo stesso del loro sodalizio lavorativo che diede vita a Il Mattino, il primo quotidiano dell’Italia meridionale.

Natalia_and_Leone_Ginzburg

Se ti perdessi, morirei volentieri. 
Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io.

La lettera che Leone Ginzburg scrisse a sua moglie Natalia dall’infermeria di Regina Coeli poche ore prima della sua morte sono le parole d’amore più belle e più emozionanti che vi capiterà vi leggere. Facciamo un passo indietro però. Leone e Natalia si sposarono nel 1938. Si erano conosciuti qualche anno prima che Leone finisse in carcere e quando lui fu recluso si scrivevano delle lettere. Lui era un attivo antifascista che aderì ad movimento Giustizia e Libertà, cosa che gli creò non pochi problemi. Fu arresto nel 1934, fu rilasciato nel 1936 e nel 1940 fu mandato al confino a Pozzallo dove sua moglie Natalia lo seguì con i loro figli. Nel 1943 fu liberato e si recò a Roma e si adoperò nella resistenza nella capitale. Fu nuovamente incarcerato e siccome si rifiutava di collaborare con i tedeschi fu torturato più e più volte. Morì in carcere in seguito ad un feroce pestaggio e poco prima riservò le sue ultime forze per scrivere una lettera alla sua Natalia. Natalia Ginzburg già aveva pubblicato il suo primo romanzo, La strada che va in città, sotto pseudonimo perché nel periodo della campagna razziale. I coniugi Ginzburg furono determinanti per la nascita e l’ascesa della Einaudi. Leone era stato tra gli artefici del progetto insieme al gruppo di intellettuali che pose le basi della casa editrice torinese, Noberto Bobbio, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Carlo Levi, Elio Vittorini e naturalmente Giulio Einaudi. Natalia dopo l’uccisione di Leone nel 1944 si recò a Roma operando nella sede capitolina dell’Einaudi. Se Leone fu fondamentale per la nascita della casa editrice, Natalia lo fu per il suo mantenimento, ricoprendo svariati ruoli fino alla sua morte.

30c7639487a081891fe789c850a687d7--paul-auster-siri

Per concludere una coppia dei giorni nostri, entrambi scrittori di successo Paul Auster e Siri Hustvedt si supportano a vicenda, leggendo e correggendo i libri dell’altro. Siri ha dichiarato che è il marito la prima persona a cui fa leggere i suoi libri e che riconoscendo il suo enorme talento letterario si ritiene molto fortunata ad avere un eccezionale lettore numero zero. Paul invece ha definito sua moglie la protagonista dietro le quinte di tutti i miei romanzi. Paul Auster scrive ancora i suoi libri su una macchina da scrivere, per la precisione una Olympia del 1974. Il rumore dei tasti infastidiva così tanto sua moglie dal portarlo a prendere un appartamento vicino casa loro per poter lavorare senza disturbarla.

Gli amori degli scrittori

La curiosità è donna, questo lo sapete e in quanto donna anche io non sfuggo a questa particolarità. Ultimamente mi è capitato di entrare in fissa con la sfera privata degli scrittori. Non parliamo di becero gossip, ma mi affascinava il rapporto che questi avevano con le loro dolci metà. Stare accanto a uno scrittore non deve essere facile secondo me, anzi avranno degli sbalzi umorali che noi donne manco ci avviciniamo. Me lo immagino lì, alla ricerca della parola perfetta, a disperarsi per ore ed ore sulla punteggiatura, sul nome giusto da dare al loro personaggio, su quale intrigo creare per destare più curiosità possibile nel lettore mentre le mogli da lontano osservano i loro compagni e pensano ma questo un lavoro serio non se lo poteva trovare? 

Di cose curiose in giro ne ho trovate parecchie e ho suddiviso questo topic in due parti. La prima dedicata agli scrittori e alle loro mogli e la seconda alle coppie di scrittori. Largo quindi a Fëdor Dostoevskij, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, George Simenon Vladimir Nabokov. 

Dostoevskij_1876Il celebre scrittore russo Fëdor Dostoevskij era alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di scrivere il più velocemente possibile le sue storie. Anna era una studentessa e lavorava come stenografa e fu presto assunta dallo scrittore e in men che non si dica lei scrisse I Giocatori. Iniziarono il 4 ottobre del 1886 e solo quattro mesi più tardi i due si sposarono. Non fu l’unico amore di Fëdor ma sicuramente quello più importante in quanto Anna fu l’unica ad imporsi affinché il matrimonio reggesse. Dostoevskij infatti aveva il vizio del gioco e per evitare che portasse tutta la famiglia sull’orlo del baratro Anna assunse le redini economiche e si dedicò anima e corpo agli affari letterari del marito.

ernest-hemingway-1

La vita sentimentale del Premio Nobel Ernest Hemingway fu sicuramente la più turbolenta con ben quattro mogli all’attivo (e svariate amanti). Lo schema amoroso si può riassumere in questo modo: amante che diventa moglie che diventa ex moglie. Dalle prime due mogli Hadley RichardsonPauline Pfeiffer ottenne il sostegno economico necessario per poter scrivere. Il fondo fiduciario di tremila dollari della prima moglie, Hadley, permise ad Ernest di frequentare scrittori come James Joyce e Ezra Pound. La prima moglie era ben consapevole della presenza di un’amante, Pauline, e la invitò a trascorrere del tempo con loro mentre erano in villeggiatura. Sperava che il marito cambiasse idea ma invece chi cambiò idea fu Hadley che lasciò libero il marito di amare Pauline. Il copione si ripete qualche anno più tardi. Ernest sposato ora con Pauline ha una nuova amante Martha Gellhorn. Lei lo scopre e i tre (moglie, marito e amante) si ritrovano a convivere fino a quando Pauline concederà il divorzio a Ernest. Non c’è due senza tre, è il caso di dirlo. Nel 1944 mentre Ernest si reca a Londra come inviato, conosce Mary Welsh che diventerà la sua quarta (ed ultima) moglie. Fu proprio Mary a ritrovare il corpo del marito che si era ucciso con un colpo di fucile. Determinanti tutte e quattro nella vita dello scrittore, ad ognuna di esse Ernest lega i suoi capolavori.

22-fscottfitzgerald

Zelda Sayre fu la moglie ed anche la musa di Francis Scott Fitzgerald che trasse in parte ispirazione dalla loro storia d’amore per il suo celebre romanzo Il grande Gatsby. Il giovane soldato che si innamora di una ragazza dell’alta società rispecchiava in minima parte la loro relazione. Francis non era un giovane soldato ma Zelda apparteneva all’alta società. Era benestante, amava le feste, amava ballare e amava più di tutto essere spregiudicata. Neanche l’incontro con Francis la cambiò, tanto che per quando lui la corteggiasse serratamente con delle bellissime lettere d’amore (era pur sempre uno scrittore) lei non si faceva scrupoli ad assecondare altri spasimanti. Zelda tra le altre cose si riservò di accettare la proposta di matrimonio solo quando Francis avrebbe pubblicato Di qua dal paradiso (quando si dice l’amore). Col tempo Zelda non restò a guardare il successo del marito, ma iniziò a sviluppare un proprio interesse per i libri, recensendoli ed occupandosi di quelli di Francis.

61180

George Simenon era un fervido lettore, leggeva decine di libri a settimana ed era un prolifico scrittore. Ne scriveva così tanti e velocemente che la moglie li riponeva in banca, nella cassetta di famiglia per rallentarne la pubblicazione. Il carattere di Simenon era altisonante: amava la libertà e gli eccessi e al tempo stesso era terrorizzato dalle incertezze e da tutto ciò che gli sembrava precario. Non faceva mistero delle sue attività extra coniugali, anzi si vantava pubblicamente di aver avuto ben diecimila amati, ma non abbandonava la stabilità del matrimonio che lo viveva come un antidoto alla perenne tensione. Diecimila amanti e solo due matrimoni, il primo con Régine Renchon e il secondo con Denyse Ouimet.

Vladimir_Nabokov_1973

Lo scrittore Vladimir Nabokov andava matto per gli inceneritori. In ben due occasioni chiese a sua moglie Vera di bruciare i suoi manoscritti. La prima volta risale agli anni Cinquanta e aveva da poco finito la prima versione di Lolita. Vladimir era ossessionato dalla perfezione stilistica e linguistica e quel romanzo non lo convinceva del tutto motivo per cui chiese alla moglie di bruciarlo nell’inceneritore in giardino, cosa che lei non fece. Nel 1977 Vladimir ricoverato in una clinica ormai prossimo alla fine raccomandò alla moglie di bruciare quello che trentadue anni dopo la morte dello scrittore abbiamo conosciuto con il nome di L’originale di Laura.

Premio Napoli

Fondazione-premio-napoli

Il Premio Napoli è un riconoscimento letterario assegnato a Napoli, in vigore dal 1954 organizzato dalla Fondazione Premio Napoli. Lo scopo di questa Fondazione è sempre stato quello di incoraggiare lo sviluppo della cultura e incrementare la lettura e il dibattito culturale partendo dalla città partenopea e arrivando a colpire l’intero territorio regionale.

La Fondazione Premio Napoli è presieduta dal 2016 da Domenico Ciruzzi e in passato questo ruolo è stato ricoperto da due illustri napoletani: Silvio Perrella e Ermanno Rea.

Il Premio Napoli si articola in tre sezioni: narrativa, saggistica e poesia. Per ogni genere una giuria tecnica ha il compito di decretare tre terne. La particolarità e anche la bellezza di questo premio è che tutti i cittadini possono fare richiesta per diventare giurati. Diego De Silva, Ermanno Rea, Melania M. Mazzucco, Alessandro Leogrande, Dacia Maraini e Raffaele La Capria sono solo alcuni dei nomi che in passato si sono aggiudicati questo premio letterario.

Il 19 dicembre alle ore 19 presso il Teatro Mercadante di Napoli ci sarà la serata conclusiva e la proclamazione dei vincitori. Nel frattempo sono stati molteplici gli incontri culturali in giro per la città: teatri, chiese, licei e monumenti simbolo partenopei hanno ospitato dibatti con gli autori protagonisti.

Ecco le terzine:

Narrativa
 
Donatella Di Pietrantonio: L’Arminuta (Einaudi)
Andrea Inglese: Parigi è un desiderio (Ponte alle grazie)
Andrej Longo: L’altra madre (Adelphi)
 
Saggistica
 
Giuseppe Montesano: Lettori Selvaggi (Giunti)
Giancarlo Alfano: L’umorismo letterario (Carocci Editore)
Bruno Cavallone: La borsa di Miss Flite (Adelphi)
 
Poesia
 
Davide Rondoni: La natura del bastardo (Mondadori)
Francesco Scarabicchi: Il prato bianco (Einaudi)
Giuliano Tabacco: La grande mappa (Transeuropa)

Heather, più di tutto

heather più di tutto

  • Titolo: Heather, più di tutto
  • Autore: Matthew Weiner
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 7 Novembre 2017

Vengo da un periodo in cui sto leggendo poco o niente. Il classico blocco del lettore che mi fa abbandonare presto una lettura e che non mi fa trovare niente di interessante. In un pomeriggio più noioso del solito ho voluto dare una chance a Heather e il risultato è stato che l’ho finito poche ore dopo. Certo, parliamo di un libro di circa centotrenta pagine e non di un tomo da cinquecento e passa ma il punto è un altro: Heather ti assorbe, Heather ti risucchia, Heather ti assilla. Non è un caso che il titolo originale del libro sia Heather, the totality perché è proprio vero che Heather diventerà la vostra totalità.

Mark e Karen si sono conosciuti quando quest’ultima era vicina ai quaranta e aveva accantonato l’idea dell’amore perfetto, ma non le sue amiche si ostinavano a cercarle un uomo e dopo vari tentativi la scelta ricadde su Mark. Mark aveva un buon lavoro, un bell’appartamento, uno che non si faceva riconoscere per la sua bellezza ma che era divertente e questo bastava. La loro fu la classica storia d’amore iniziata per caso e che si evolve in fretta, alla velocità della luce e che li aveva portati al matrimonio prima e a un figlio poi.

Heather nacque e divenne il tutto di Karen. Il suo lavoro nell’editoria lo aveva già lasciato da un po’ e l’idea che la figlia fosse cresciuta da una tata non la tollerava. Amava prendersi cura di sua figlia, di allattarla, di star sveglia la notte, di annusarla e toccarla tutte le volte che ne sentiva il bisogno. Documentava tutti i momenti della giornata della figlia in maniera quasi ossessiva e si beava dei continui complimenti che le persone le rivolgevano quando le vedevano insieme. Questo rapporto così esclusivo però iniziò a pesare a Mark che pretese di far parte della vita della figlia nello stesso modo della moglie.

Man mano che Heather cresceva la sua bellezza diventava più evidente, ma in qualche modo secondaria rispetto al fascino, all’intelligenza, e soprattutto a una complessa empatia che poteva diventare profonda. 

Non si trattava solo di bellezza per Heather. Non era solo questo che faceva fermare le persone per strada pur di ammirarla. C’era qualcosa in quella bambina che ipnotizzava gli altri. Heather assorbiva gli stati d’animo altrui e li faceva propri, poteva sentire la tristezza degli altri e soffrirne come se fosse sua. L’empatia di Heather era all’ennesima potenza e portava Karen ad affermare che sua figlia era venuta al mondo per far star meglio le persone.

Se da un lato c’era la famiglia perfetta, con la figlia perfetta che tutti amavano e tutti lodavano, dall’altro c’era Bobby, cresciuto da una madre single tra alcool, droghe e violenze con un destino che sembrava segnato e che lo aveva portato presto dietro le sbarre.

L’idillio del rapporto madre-figlia si era interrotto quando Heather crescendo aveva preteso i suoi spazi. Non era più la bambina che faceva tutto in sintonia con la mamma, era una ragazza che stava crescendo e che sfogava la sua rabbia sulla madre e che nel padre aveva trovato l’alleato comune per poterla attaccare meglio. Infatti se Heather cercava da un lato di stare il più possibile lontano dalla madre, dall’altro amava stare col padre, prendere insieme il loro adorato caffè e discutere di politica e sociale.

Il mondo di Heather era destinato a scontrarsi con il mondo di Bobby in un epilogo completamente diverso da quello che il lettore potrà immaginare mentre legge la storia. La capacità e il talento di Matthew Weiner stanno proprio in questo. Accompagna il lettore passo per passo, lo porta verso una direzione e poi all’improvviso la cambia del tutto lasciando sconvolto chi legge. Sappiamo che qualcosa di brutale accadrà, ma non siamo del tutto consapevoli da chi e da dove arriverà e questo ci lascerà senza parole. Ho sempre amato gli autori in grado di spiazzarmi, quelli che mi cambiano il finale che avevo immaginato. Quando il lettore è in grado di capire come la storia si evolve è segno di debolezza del libro, quando accade tutto il contrario di tutto è segno di potenza e perfezione e in questo caso lasciatemelo dire ci troviamo di fronte alla perfezione.

La Biblioteca di Elisa

2069715_1024x0r72_h9c8ff

Oggi vi racconto una storia, la storia di Elisa. Elisa era una ragazzina di soli undici anni quando una leucemia promielocitica acuta l’ha portata via il 5 ottobre di due anni fa. Bravissima in judo, nuoto e basket e con una passione sfrenata per i libri e la lettura, tanto che nonostante la giovanissima età aveva già letto dei libri in inglese e si apprestava a tentare quelli in spagnolo. Quando con i genitori andò a visitare l’istituto che da lì a breve avrebbe iniziato a frequentare notò con triste rammarico che la sua scuola era dotata di una bellissima biblioteca vuota. Il padre però la tranquillizzò dicendole che come avevano provveduto all’allestimento della biblioteca nella scuola elementare lo avrebbero fatto anche per quella della scuola media.

Elisa il suo lavoro non l’ha potuto mai iniziare, ma i suoi genitori Giorgio e Maria hanno preso il sogno di Elisa e lo hanno fatto loro dando il via al progetto “Dona un libro per Elisa“.

Un luogo dove non sentirsi più sola nel leggere, dove si potesse leggere un libro in più lingue e dove un ragazzo che abbia sete di conoscere, possa entrare e rifugiarsi nel mondo della propria stanza, anche con un panino in mano, avendo però rispetto delle regole e del buon senso e preservare il luogo dove entra, per sentirsi più responsabile ma libero senza pareti, perché la lettura è libertà ed il luogo dove si pratica deve essere libero.

Per Elisa la differenza tra la libreria e la biblioteca era sostanziale perché mentre nella libreria ci sono solo libri nuovi in biblioteca chi aveva già letto quei libri poteva dirle se erano libri adatti a lei. Insomma, era una bambina sempre alla ricerca di un ottimo consiglio, che amava i libri di Harry Potter e che diceva che la lettura le apriva la mente e la faceva crescere.

La Biblioteca di Elisa ha una storia straordinaria alle spalle, fatta da un inizio non proprio semplice, anzi quasi deludente, dove le persone seppur dotate di generosità si erano limitate a donare testi religiosi, enciclopedie e romanzi harmony (sfido il lettore più accanito a trovare interessante testi del genere). Dopo questa falsa partenza il progetto della Biblioteca di Elisa è iniziato solo a crescere in meglio, con gli arrivi dei primi libri di narrativa e non si è più fermato arrivando ad oggi a quota 22.000 libri.

Nel mezzo c’è stato un Premio Letterario- Artistico “Questo lo scrivo io… per Elisa“, l’ingresso nel circuito delle biblioteche di Roma come Bibliopoint e l’apertura della Biblioteca di Elisa nel reparto leucemie dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma e del Meyer di Firenze.

La mia amica Sofia mi ha fatto conoscere questo splendido progetto e parlarne era giusto oltre che necessario perché la lettura e i libri sono anche questo.

Per tutte le altre informazioni vi invito a seguire la pagina Facebook La Biblioteca di Elisa e ovviamente vi invito a donare un libro.

LiberaMente- Un’evasione culturale

rotary-club-napoli

Il progetto LiberaMente-Un’evasione culturale è nato da un’idea del Rotary Club Campania Napoli e si pone come obiettivo per l’anno 2016/2017 la realizzazione di biblioteche all’interno delle strutture ospedaliere campane.

Il progetto è nato dall’osservazione di una carenza imponente nelle strutture pubbliche del territorio campano e da qui l’idea di creare dei punti di cultura che possano accrescere la qualità della vita e migliorarla e incentivare la diffusione della cultura e in questo caso della lettura in luoghi dove queste non sono contemplate. Lo scopo è quello di poter offrire ai pazienti dei diversivi per poter alleggerire la loro permanenza in ospedale e cosa c’è di meglio di un buon libro?

Come è possibile donare i libri?

  • inviare i libri (nuovi o usati in condizioni ottimali) a casa di uno dei soci fondatori del Rotary Club, il dott. Alessandro Ganguzza presso Corso Vittorio Emanuele 54-Napoli. Potete fargli recapitare i libri tutti i giorni, possibilmente avvisando via mail all’indirizzo alessandroganguzza@gmail.com
  • una volta al mese è possibile consegnare i libri presso l ‘Hotel Mediterraneo dove si effettuano le riunioni del club
  • in programma ci saranno dei giorni dediti solo ed esclusivamente alla donazione dei libri ed è possibile restare informati attraverso la pagina FaceBook
  • tutti possono donare i libri portandoli direttamente al primo piano dell’Ospedale Monaldi (Via Leonardo Bianchi – 80131 Napoli) lasciandoli al reparto di Radiologia.

 

Di questo progetto ne sono venuta a conoscenza un paio di domeniche fa, quando al PAN si è tenuto un incontro con un padrino d’eccellenza: Maurizio de Giovanni. Non conoscevo il Rotary Club Campania Napoli (beata la mia ignoranza), ma quando ho sentito parlare del progetto è scattata subito la voglia di mettermi a disposizione e fare nel mio piccolo qualcosa. Vivo in una regione che registra i più bassi tassi di lettura e iniziare a creare dei punti in cui i libri siano presenti è la strada giusta. Come ha detto Maurizio de Giovanni durante l’incontro: un libro è un viaggio e un libro vale se è in grado di portarti da un’altra parte. Permettiamo ai pazienti di viaggiare dai letti delle loro stanze d’ospedale e permettiamogli di fargli dimenticare, seppure per poco tempo, il perché sono lì. I libri sono la mia passione e il blog ne è una testimonianza. Conosco il potere della lettura, la bellezza delle storie, la compagnia dei personaggi dei libri: facciamo in modo che tutto questo arrivi a più persone possibili.

 

Andanza

andanza

  • Titolo: Andanza
  • Autrice: Sarah Manguso
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 21 Settembre 2017
  • Acquista il libro su GoodBook

Perché si tiene un diario?

Prima di analizzare Andanza mi sono imposta di rispondere alla domanda che mi è sorta appena ho terminato la lettura.

La risposta più ovvia è che si tiene un diario per fissare i ricordi più belli e più importanti e far in modo che non sbiadiscano con il passare del tempo. La memoria è selettiva e seleziona anche i ricordi e purtroppo non siamo noi a decidere cosa scegliere di ricordare e cosa no. Si può tenere un diario anche per una sorta di autoanalisi e per tornare su episodi e capire il perché di quelle situazioni. Si tiene un diario e si scrive perché come direbbe l’avvocato Vincenzo Malinconico di Diego De Silva scrivo per avere tempo di dare la risposta giusta… nella vita vera non posso cancellare, tornare indietro, ripensare a quello che ho detto, correggerlo. Allora scrivo. Per prendermi la rivincita sulle parole. Per raccontare come sarebbe andata se avessi scelto quelle giuste.

Avere un diario è un impegno costante. Io costante non lo sono mai stata, mi scoccio facilmente delle cose. Le inizio con entusiasmo, le continuo con impatto minore e poi non le porto a termine. Durante l’adolescenza, l’età tipica in cui la maggior parte delle ragazzine possiede un diario per segnare le prime cotte e le prime esperienze significative, ho iniziato svariati diari. Mi ricordo che ogni volta mi mettevo d’impegno ma poco dopo i miei diari restavano pagine bianche in attesa di essere riempite. Mi affascinava l’idea di avere un diario ma odiavo rileggermi. Quando vedevo quello che avevo scritto, gli episodi fissati e le emozioni provate, la vergogna piano piano si impossessava di me. Ero veramente io che dicevo quelle cose? Provavo pudore dei miei stessi pensieri e dei sentimenti che affioravano. Pensate che mi ci vorrebbe un buon psicologo, lo so.

Sarah Manguso è stata più costante di me, ha tenuto un diario per venticinque anni. La necessità nasceva dal forte bisogno di segnare tutto quello che le capitava perché l’idea che potesse perderlo la gettava nel panico totale.

Avrei voluto annotare ogni istante, ma il tempo non è fatto di istanti, li contiene. E nel tempo c’è molto altro.

Certo, non si può passare tutto il tempo a scrivere quello che si è vissuto, una scelta bisogna farla ed è normale decidere cosa scrivere e cosa omettere e accettare l’idea che le cose non fissate sulla carta possano svanire nell’oblio senza più essere recuperate.

Fin dall’inizio ero consapevole che il diario non avrebbe funzionato, ma non riuscivo a smettere di scrivere. Non riuscivo a pensare a nessun altro modo per evitare di perdermi nel tempo.

È difficile parlare di Andanza. Non c’è una trama da spiegare, non ci sono tematiche da affrontare e criticare. C’è lo scorrere dei ricordi dell’autrice, i suoi pensieri, le sue riflessioni e le sue emozioni. C’è la sua importanza per la scrittura, c’è lei nel suo matrimonio, durante la maternità e nel suo essere madre: c’è la vita insomma. Andanza è il folle tentativo di fissare per ricordare, di scrivere per non dimenticare. Andanza è un insieme di frasi significative che vorresti segnare ovunque e leggere all’infinito perché anche se sai che si tratta della vita di un’altra persona ci vedi riflessa anche la tua. Questo libro vi farà venire voglia di prendere la penna in mano e iniziare un diario, ne sono sicura.

Questo libro è per te. Se proprio non volete dar retta a me seguite il consiglio della quarta di copertina, quelle di NN raramente si sbagliano.

(Questo articolo è presente anche su GoodBook)