Un caffè con… Leonardo Gliatta

Un caffè virtuale con lo scrittore pugliese Leonardo Gliatta, autore del libro La fabbrica del santo edito da Ianieri.

  • Che tipo di lettore sei? (da questa risposta capisco pure che tipo di scrittore sei)

Educato. Finisco sempre tutti i libri, anche quelli che non mi piacciono. E quelli che non mi piacciono sono veramente pochi. Anzi, se un inizio non ingrana, attendo il momento del libro in cui avviene la svolta, il giro di boa che me lo farà piacere. Perché ogni storia, per quanto banale, per quanto anonima, se ha uno sviluppo narrativo, prima o poi ti coinvolge. Poi c’è una questione di stile, che è un’altra cosa. Non mi piacciono i romanzi verbosi, ultra descrittivi. Il linguaggio scarno (o scarnificato) della poesia, il lirismo di certe pagine di Mencarelli, o di Ocean Vuong, per citarne solo un paio che ho finito da poco di leggere, quello che ti accelera i battiti e ti dà capogiri leggeri, una prosa carnale, che scava e registra ogni movimento dell’animo umano, soprattutto quello più indicibile. Non mi piacciono i romanzi perfetti, come tanta letteratura americana. Mi infastidisce trovare sempre la parola giusta al posto giusto.

Ho avuto i miei innamoramenti: i romanzi picareschi dei latinoamericani, tutto Saramago, i primi di Walter Siti, quasi tutta la new wave napoletana.

Leggo molti autori contemporanei, mi piace scoprirne di nuovi.

  • Il libro parla di due adolescenti che crescono nella provincia del sud. Lo definiresti uno young adult?

Si può considerare uno young adult perché affronta i temi tipici degli adolescenti: la relazione problematica con la famiglia, le prime esperienze, i primi amori, ma anche la voglia di avventura. In generale è un romanzo che affronta il tema evergreen della crescita, della ricerca di un’identità nel mondo. Quindi i personaggi vivono estremizzando quello che provano, confondendo i loro sentimenti. Rispetto alla letteratura per ragazzi, il mio racconto è annegato in un’atmosfera nostalgica, un po’ retro, di fine Anni Novanta e primi anni Duemila, anni che i teenager di oggi non hanno vissuto. E se tanti libri YA si identificano per la loro appartenenza a certi topoi fantastici (vampiri, arcieri, licantropi, maghi), il mio è molto radicato nel reale. I due ragazzi del romanzo vivono un’altalena di emozioni, conoscono presto la corruzione del mondo e imparano a fare dei compromessi già in tenera età.

  • Come sei diventato scrittore?

Leggendo tantissimo. Io non credo a chi scrive e dice di non avere tempo per leggere. Come puoi dirti scrittore se non sai le basi del mestiere? Oggi le regole sono cambiate. È sempre più difficile scrivere, perché è sempre più difficile stare dietro alle forme di espressione del contemporaneo. Tutto quello che scrivi adesso, vedrà la luce tra minimo un anno. E comporta riflessione, immersione e concentrazione. Oggi un rapper “arriva” immediatamente ai giovani, interpreta meglio e in maniera più sintetica di tanti libri il sentire delle nuove generazioni. Scrivere un libro è un atto analogico, con tempi e modi ancora molto simili a quelli di trecento anni fa. Fare lo scrittore oggi è un’impresa folle, donchisciottesca. Ma proprio per questo ancora così affascinante.

Sono diventato scrittore perchè è un lavoro isolato, d’immaginario. E l’immaginario va coltivato, sempre.

  • Se ne pubblicano tanti, di romanzi di formazione ambientati nel Mezzogiorno. Perché il tuo libro è diverso?

Il mio romanzo diverso perché è classico e moderno allo stesso tempo. Non inseguo per forza lo sperimentalismo, il linguaggio alternativo o la cifra stilistica. Anche la copertina stessa, richiama la narrativa per ragazzi, anni Sessanta. È moderno nei temi che affronta, l’ansia di successo a tutti i costi, la fluidità sessuale, il misurarsi con sogni più grandi di quanto si è capaci di sopportare.

  • Nelle presentazioni che stai facendo in giro per l’Italia, ti capita spesso di incontrare scrittori famosi. Come ti trovi ad esordire in questo mondo, al fianco di autori prestigiosi e riconosciuti? 

La sindrome da brutto anatroccolo è dietro l’angolo. Però allo stesso tempo, c’è anche grande soddisfazione nell’occupare un palco che è stato pochi minuti prima occupato da un tuo mito, da uno dei tuoi mostri sacri. Li guardo sempre come si guardano i grattacieli di New York, ma forse con molto meno sole negli occhi.

  • Che playlist sentiamo, quando leggiamo il tuo libro?

Pezzi anni Novanta, come “Bittersweet Symphony” dei Verve, o “Exit (Music for a film)” dei Radiohead, o “Mad World”, di Gary Jules (colonna sonora di Donnie Darko). Tipici dello spleen dell’epoca. Ma anche la taranta garganica di “Foggia” di Edoardo Bennato, e, per rimanere su un sound di oggi, il rap di Mecna, di San Giovanni Rotondo.

  • Se dovessi fare il casting per il tuo romanzo chi sceglieresti come attori principali? 

Salvatore è Timothée Chalamet, senza dubbio. Ma anche Adriano Tardiolo, il protagonista di Lazzaro Felice. Valentino potrebbe essere o Antonio Folletto (Gomorra, I bastardi di Pizzofalcone) oppure Eduardo Valdarnini (Suburra). Marida potrebbe essere Valentina Bellè (Sirene)

Conosci lo scrittore:

Nome e cognome: Leonardo Gliatta
Età: 42
Professione: marketing tv per i canali Discovery
Regione di provenienza: Puglia

Conosci il libro:
Titolo del libro: La fabbrica del santo
Editore: Ianieri
Collana: Forsythia
Pagine: 296
Data di pubblicazione: 2020
Genere: romanzo di formazione
Dove si acquista: Mondadori, Feltrinelli, Amazon e IBS e librerie indipendenti.
Cartaceo, eBook o entrambi? Entrambi

Trama: due adolescenti, Salvatore e Valentino, crescono in una Puglia mai raccontata, San Giovanni Rotondo, a cavallo tra fine anni novanta e primi duemila, durante gli anni di costruzione della Chiesa dedicata a Padre Pio, fatta da Renzo Piano. Non possono essere più diversi, ma il loro è un rapporto viscerale, che presto diventa un triangolo amoroso, quando ingaggeranno una lotta senza esclusione di colpi sul corpo di Marida.
Per conquistarla e inseguire i propri sogni si spingeranno fino a New York, sulle vette del mondo.

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