Facciamo che ero morta

facciamo che ero morta

  • Titolo: Facciamo che ero morta
  • Autrice: Jen Beagin
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 15 Gennaio 2019

Facciamo che ero morta era il gioco che Mona faceva da bambina insieme a suo padre. Si fingeva morta e lui si affrettava a salvarla: quel gioco era l’unico momento in cui pensava che suo padre in fondo a lei ci tenesse.

A ventiquattro anni Mona aspettava ancora qualcuno che la salvasse e nell’attesa si definiva una fiera donna delle pulizie. Che male c’era se una ragazza bianca puliva le case dei ricchi? Dalle loro cianfrusaglie poteva carpire i segreti delle loro vite, immaginarle, ricostruirle. Tra una passata ai pavimenti e una scrostata ai bagni (adorava pulirli) Mona si dimenticava della sua vita e si concentrava su quella dei suoi datori di lavoro.

Il martedì sera invece lo dedicava al volontariato con i tossicodipendenti ed è lì che s’imbatte in Mister Laido. Non un uomo dalla bellezza straordinaria, semplicemente era l’unico che tra le mani aveva sempre un libro e questo era un fattore decisamente positivo. Con Mister Laido inizia una relazione, breve ma intensa e che una volta terminata la lascia peggio dei suoi stracci per le pulizie. Il mondo di Mona, già fragile e ricco di insane dipendenze, all’improvviso perde il poco senso che per lei aveva avuto e decide di seguire il consiglio del suo Mister Laido e cioè abbandonare quella vita precaria e trovarsi una casita de adobe per ricominciare da capo. Prende poche cose e si trasferisce a Taos, nel deserto del New Mexico, un posticino traquillo, troppo tranquillo.

Nigel e Shiori sono i primi in cui si imbatte e tanto è forte la necessità di ampliare la sua rete relazionale che Mona li elegge subito suoi amici, anche se li considera strambi e troppo dipendenti l’uno dall’altro, la versione rivisitata di John Lennon e Yoko Ono (ribattezzati Yoko e Yoko). A Taos decide di fare l’unica cosa per cui si sente portata: la donna delle pulizie; per questo si prodiga per dare il via ad una ditta tutta sua. Grazie al lavoro conoscerà altre persone, da Henry a Betty, una strampalata sensitiva. Soprattutto a Taos troverà il coraggio per chiamare quel padre che l’ha delusa tante di quelle volte che ormai ha perso il conto.

Non ci vuole un bravo psicoterapeuta per capire che l’origine dei problemi di Mona è da ricondurre in quel padre che le ha provocato la prima grande sofferenza della sua vita e che continua a fare capolino nei suoi pensieri e che se anche la fa dannatamente arrabbiare per il suo essere bugiardo, superficiale, assente non può fare a meno di chiamarlo, anche solo per attaccargli il telefono in faccia.

Tutti abbiamo pensato almeno una volta nella vita di andarcene, cambiare città e ricominciare da zero, per dare un calcio all’opprimente routine, specie quando si è al limite in certe situazioni. La fregatura però sta nel fatto che se ti allontani di mille chilometri i problemi si infilano nella valigia e li ritrovi pari pari appena decidi di disfarla. Per dirla con una metafora che userebbe Mona, se la polvere la metti sotto al tappeto apparentemente non la vedi, ma tu sai che c’è e non puoi ignorarla e quindi prima o poi devi pulire.

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