Jingle Books #3: Marco Marsullo

Non voglio fare il discorso che Natale è una festa di famiglia e la mia, di famiglia, sembra un bollettino della Farnesina in cui si contano i dispersi. Non voglio neanche dire che il Natale mi mette malinconia perché a me il Natale nonostante tutto piace. Le lucine per le strade, gli alberi che si intravedono brillare per le finestre, il film con Eddie Murphy che fa il finto paraplegico alla tivú. Alla cena della Vigilia siamo rimasti in cinque (io, mamma, mia zia e i miei due cugini), ma non importa. Le cose importanti sono due: gli spaghetti con le vongole e… basta. 

pranzo-di-natale-al-ristorante

A differenza del protagonista del romanzo di Marco Marsullo, I miei genitori non hanno figli, la vigilia di Natale nella mia famiglia conta un minimo di dieci persone e un massimo di venti. La classica famiglia numerosa del sud e di classico del sud abbiamo solo quello perché se vi aspettate un menu che conta tre antipasti, tre primi, tre secondi e dolci di ogni genere che ti impongono di stare a tavola dalle cinque a alle dieci ore rimarrete delusi. Sono capitata nell’unica famiglia di terroni che consuma il cenone della Vigilia in un’oretta (un’oretta e mezza massimo), roba che se si sa in giro possiamo beccarci qualche denuncia. Non sto esagerando, ricordo un cenone della Vigilia di Capodanno terminato alle nove di sera, tanto che potevamo andare a fare un secondo cenone a casa di qualcun’altro visto che il tempo c’era. E il bello è che prima di metterci a tavola ogni anno c’è sempre lo zio che dice mi raccomando andiamo piano e cerchiamo di arrivare alla mezzanotte ma niente, dobbiamo correre (per andare dove poi non lo so). Prima o poi questi cenoni fast li brevetto, sai mai che possa farci qualcosa di soldi. Prima frase (la sento dal Natale del ’94): teniamoci leggeri, perché dobbiamo appesantici e magari stare male il giorno dopo? (questa la dice mia zia ogni anno e vorrei dirle, una cosa è stare leggeri un’altra è fare la fame, ma vabbè). Seconda: io con il sale nell’acqua degli spaghetti non esagero perché è sempre meglio sciapito che salato (questa la dice un’altra zia e a lei vorrei dire metticelo sto sale nell’acqua che altrimenti ‘sti spaghetti con le vongole non sanno di niente).

131225tavola-di-natale

Il tavolo è apparecchiato come fossimo i concorrenti di un reality sul Natale, in sfida con un’altra famiglia, magari del Nord, di Mogliano Veneto. MasterChristmas: solo una delle due avrà un Natale sereno, per l’altra, la sconfitta, il disprezzo del pubblico da casa e niente luci sull’albero. Mia mamma la sera della Vigilia dà il meglio: è una gara contro la sé stessa dell’anno precedente, vuole che tutto sia impeccabile. Sta cucinando dalle nove alle venticinque del mattino; primo, secondo, contorni. Ogni portata, tranne il dolce. Prima amava fare i dolci, ne faceva uno per ogni occasione. Da quando si è separata con papà ha smesso, così, di punto in bianco. Le fruste elettriche non so neanche se le ha buttate. La sera del 24 c’è sempre un tema, un colore, un abbinamento. Quest’anno è stato rispolverato un grande classico. Il rosso. Tovaglioli rossi, piatti rossi con sottopiatti bianchi (e rossi), bicchieri di carta rossi, flûte in finto vetro rosse, tovaglia rigorosamente rosse e, come centrotavola, una candela grande quanto il cranio di un’ippopotamo. Neanche a dirlo, rossa. Cestino per il pane rosso, posate in plastica rosse, segnaposti rossi con sopra disegnata una stella di Natale (che è rossa, certo). 

Lo zio che si improvvisa chef lo tengo pure io, però i suoi esperimenti culinari non è che siano granché e vorresti avere il coraggio di dirgli zio vai a fare ratatouille da qualche altra parte, ma è Natale e a Natale siamo tutti più buoni quindi mangi, sorridi e fingi che sia buono mentre nella tua testa immagini di essere Carlo Cracco che fa volare quel piatto che sei stato costretto a mangiare.

È automatico: se la cena del 24 è con mia mamma, il pranzo del 25 è con mio padre. Come per magia il paesaggio si stravolge, una pallina di vetro che, agitata, fa nevicare all’Equatore. Dalla città, da una cucina con lo stereo e la tivú accesa, dai discorsi incessanti, alla campagna, dove vive mio padre, al suo salone grandissimo, spoglio, il tavolo in legno senza tovaglia e il camino acceso a riscaldare le mura bianche. 

(Tratto da I miei genitori non hanno figli di Marco Marsullo, Einaudi)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...