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A Napoli con Starnone

2cz9efkCi avviammo verso piazza Garibaldi, ma dopo pochi passi la proposta di Mario non mi piacque. La piazza, punto di sbocco della stazione, era un intreccio fitto di gente frettolosa, venditori di tutte le merci possibili, sfaccendati, automobili, autobus. E anche l’ingresso della metro (nella foto) era affollato, mi sembrò insopportabile calarmi là sotto, avevo bisogno d’aria. Così decisi di tornare indietro.

forcellaEra lo spazio della mia adolescenza, viuzze, vie, piazze, canaloni vorticosi tra i mille traffici di Forcella (nella foto), della Duchessa, del Lavinaio, del Carmine, fino al Porto e al mare, un’area ampia striata di continuo da un flusso di voci locali- chiacchiere di passanti, grida dalla finestre, convenevoli sulle soglie dei negozi- che risuonavano tenere e violente, garbate e oscene, saldando tempi distanti, l’adesso di me vecchio col bambino e la volta che ero stato un ragazzo. Saverio- lo sapevo anche se lui non me l’aveva mai detto- da anni insisteva per cambiare zona, voleva convincere Betta a vendere l’appartamento e a comprarne uno in un quartiere della città adeguato alla loro condizione di professori. Avevo detto a mia figlia di vendere come e quando le pareva, non appartenevo più a quelle strade e a quella città da molti anni. Ma lei a Napoli era molto legata e a differenza di me amava quella casa, o per dir meglio amava la memoria di sua madre.

dsc_0053ok_11-603x360La lingua napoletana che si parlava nel Vasto, al Pendino (nella foto), al Mercato- i quartieri in cui ero cresciuto io e prima erano cresciuti mio padre, i nonni e i bisnonni, forse tutti i miei antenati- non conoscevano la parola ira, l’ira di Achille e di altri attivi dentro i libri, ma solo ‘a raggia. La gente di questa città, pensai, di questi quartieri e piazze e strade e vichi e banchine del porto piene di fatica e carichi e scarichi illegali, s’arraggiava, non s’adirava.

porta-nolanaQuando uscivo di scuola e non avevo voglia di tornare a casa perché ero furibondo contro i compagni aguzzini, i professori sadici, era la rabbia che mi rompeva il petto, gli occhi, la testa e per calmarmi facevo il giro lungo, andavo fino a Porta Nolana (nella foto), a volte imboccavo via San Cosmo, altre volte, col sangue che non si acquietava, andavo per il Lavinaio, andavo al Carmine, camminavo selvatico per spazi scempiati, raggiungevo il Porto.

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Gli piacevano più di ogni altra cosa le scale mobili di piazza Garibaldi, ma non si accontentò di quelle, intendeva visitare tutte le stazioni. Scendiamo, guardiamo un po’ e risaliamo-programmò-, con papà certe volte lo facciamo. Acconsentii, ci fermammo soprattutto nella stazione di Toledo (nella foto). Mi spiegò: quello è il sole, nonno, qui c’è il mare e qui si vede San Gennaro e il Vesuvio.

*Tratto dal libro “Scherzetto” di Domenico Starnone (Einaudi)

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