Andanza

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  • Titolo: Andanza
  • Autrice: Sarah Manguso
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 21 Settembre 2017
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Perché si tiene un diario?

Prima di analizzare Andanza mi sono imposta di rispondere alla domanda che mi è sorta appena ho terminato la lettura.

La risposta più ovvia è che si tiene un diario per fissare i ricordi più belli e più importanti e far in modo che non sbiadiscano con il passare del tempo. La memoria è selettiva e seleziona anche i ricordi e purtroppo non siamo noi a decidere cosa scegliere di ricordare e cosa no. Si può tenere un diario anche per una sorta di autoanalisi e per tornare su episodi e capire il perché di quelle situazioni. Si tiene un diario e si scrive perché come direbbe l’avvocato Vincenzo Malinconico di Diego De Silva scrivo per avere tempo di dare la risposta giusta… nella vita vera non posso cancellare, tornare indietro, ripensare a quello che ho detto, correggerlo. Allora scrivo. Per prendermi la rivincita sulle parole. Per raccontare come sarebbe andata se avessi scelto quelle giuste.

Avere un diario è un impegno costante. Io costante non lo sono mai stata, mi scoccio facilmente delle cose. Le inizio con entusiasmo, le continuo con impatto minore e poi non le porto a termine. Durante l’adolescenza, l’età tipica in cui la maggior parte delle ragazzine possiede un diario per segnare le prime cotte e le prime esperienze significative, ho iniziato svariati diari. Mi ricordo che ogni volta mi mettevo d’impegno ma poco dopo i miei diari restavano pagine bianche in attesa di essere riempite. Mi affascinava l’idea di avere un diario ma odiavo rileggermi. Quando vedevo quello che avevo scritto, gli episodi fissati e le emozioni provate, la vergogna piano piano si impossessava di me. Ero veramente io che dicevo quelle cose? Provavo pudore dei miei stessi pensieri e dei sentimenti che affioravano. Pensate che mi ci vorrebbe un buon psicologo, lo so.

Sarah Manguso è stata più costante di me, ha tenuto un diario per venticinque anni. La necessità nasceva dal forte bisogno di segnare tutto quello che le capitava perché l’idea che potesse perderlo la gettava nel panico totale.

Avrei voluto annotare ogni istante, ma il tempo non è fatto di istanti, li contiene. E nel tempo c’è molto altro.

Certo, non si può passare tutto il tempo a scrivere quello che si è vissuto, una scelta bisogna farla ed è normale decidere cosa scrivere e cosa omettere e accettare l’idea che le cose non fissate sulla carta possano svanire nell’oblio senza più essere recuperate.

Fin dall’inizio ero consapevole che il diario non avrebbe funzionato, ma non riuscivo a smettere di scrivere. Non riuscivo a pensare a nessun altro modo per evitare di perdermi nel tempo.

È difficile parlare di Andanza. Non c’è una trama da spiegare, non ci sono tematiche da affrontare e criticare. C’è lo scorrere dei ricordi dell’autrice, i suoi pensieri, le sue riflessioni e le sue emozioni. C’è la sua importanza per la scrittura, c’è lei nel suo matrimonio, durante la maternità e nel suo essere madre: c’è la vita insomma. Andanza è il folle tentativo di fissare per ricordare, di scrivere per non dimenticare. Andanza è un insieme di frasi significative che vorresti segnare ovunque e leggere all’infinito perché anche se sai che si tratta della vita di un’altra persona ci vedi riflessa anche la tua. Questo libro vi farà venire voglia di prendere la penna in mano e iniziare un diario, ne sono sicura.

Questo libro è per te. Se proprio non volete dar retta a me seguite il consiglio della quarta di copertina, quelle di NN raramente si sbagliano.

(Questo articolo è presente anche su GoodBook)

 

Dati lettura e solite discussioni.

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Puntuale come ogni anno è stato reso noto il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia del 2016 che fa gioire quelli attenti al fatturato che regista un incremento del 1,2% facendo intravedere dei segnali di ripresa che rende gli addetti ai lavori sempre più ottimisti verso il futuro.

L’ottimismo però riguarda solo quella sfera perché il dato sulla lettura nel nostro Paese continua a registrare delle percentuali bassissime specie se confrontate con gli altri Paesi europei e che conferma una cosa: in Italia non si legge. La media italiana si attesta sul 40,5% nel 2016, ben al di sotto del 62,2% della Spagna, del 68,7% della Germania, del 73% negli Stati Uniti, dell’83% del Canada, dell’84% della Francia fino al 90% della Norvegia.

In crescita, nell’ordine, le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo in un anno, cresce la produzione dei titoli in e-Book, crescono le vendite dei diritti dei libri all’estero con le case editrici italiane che si dimostrano maggiormente capaci di operare sui mercati internazionali.

Tornando nello specifico alla lettura calano sia i lettori occasionali e calano anche i cosiddetti lettori forti (cioè i lettori che dichiarano di aver letto più di 12 libri in un anno).

Ricapitolando. In Italia legge il 40% della popolazione. In Italia non legge il 60% della popolazione. In Italia il 60% della popolazione non legge neanche un misero libro nei 365 giorni che ha a disposizione. Perché in Italia non si legge? Perché in Italia non si legge e negli altri Paesi europei e negli Stati Uniti si legge (e pure tanto)?

A questa domanda ogni anno noi lettori ed addetti ai lavori proviamo a rispondere. IBs pochi giorni fa mi ha trascinato in un dibattito sulla questione dove la domanda era quella, le risposte erano molteplici ma le soluzioni erano nulle. A volte mi scoccio pure a partecipare a queste discussioni sia perché io sono una lettrice e quini no, non lo so perché gli altri non leggono e come fanno a non leggere nemmeno un libro in un anno io che di libri ne leggo tantissimi e quando mi capitano dei periodi di down mi sento come se mi mancasse qualcosa e quasi non mi sento a mio agio con me stessa. Mi scoccio perché devo assistere a persone che cercano le scuse meno plausibili in assoluto come quelle che seguono (giuro, le sento ogni anno).

In Italia si legge poco perché i libri costano tanto. Facciamo chiarezza una volta per tutte. Questi sono dati sulla lettura il prezzo di un libro è relativo. Certo, i libri o meglio le novità costano parecchio, parliamo di un costo medio di 18 euro a libro. Nessuno però obbliga le persone a comprare solo le novità. Ci sono i tascabili, i siti su cui comprare usati a metà prezzo (Libraccio), i mercatini, le biblioteche e i prestiti. Cosa fondamentale: perché le percentuali di lettura sono alte nei Paesi dove i libri hanno lo stesso prezzo, se non più altro, dei nostri? I prezzi medi dei libri in Francia, Spagna, Germania e Gb sono rispettivamente di 21,75 nei primi due, 22,70 e 20,65. Quindi la teoria si legge poco perché i libri costano tanto non è poi così esatta. Anche perché un discorso del genere posso accettarlo da chi come me legge e quindi compra tantissimo (ho una media di 60-70 libri l’anno, immaginate voi quanto spendo); chi si limita a pochi libri l’anno davvero non può nascondersi dietro questa scusa.

In Italia non si legge perché si pubblica troppo. Questa è una scusa che pure ho sentito molte volte e che sinceramente mi lascia abbastanza perplessa. Vero, in Italia i titoli pubblicati in un anno sono intorno ai 66mila e si pubblica veramente di tutto dalla cosa più commerciale alla letteratura. Ci si perde nel mare delle pubblicazioni quotidiano ma additarla come causa di non lettura in Italia mi sembra troppo oltre che non corretto.

In Italia non si legge perché siamo troppo distratti. Tablet, smartphone e PC riempiono le nostre giornate. Siamo connessi non dico 24 ore su 24 ma quasi. Io stessa passo moltissimo tempo della mia giornata connessa (su internet e Twitter a cercare nuovi libri da leggere) ma quando è il momento di leggere chiudo tutto e leggo. Se una cosa ci interessa non ci sarà niente e nessuno a fermarci quindi basta con questa storia.

Quello che posso pensare è che in Italia manca una vera e propria cultura del libro e chi dovrebbe fare qualcosa non lo fa. Come direbbe Giusi Marchetta Lettori si cresce non si nasce, quindi la lettura e l’approccio al libro dovrebbe essere inteso come un percorso al termine del quale sarà il lettore a scegliere per se stesso.

Ripeto, io non lo so perché in Italia non si legge né tanto meno mi preoccupo di trovare soluzioni al problema, anche perché non ho mai costretto nessuno a leggere e non mi reputo migliore di chi non lo fa. Sono cresciuta con persone che mi ripetevano (e mi ripetono): ma stai sempre a leggere?. Mi sono sempre curata poco delle persone che mi hanno potuto considerare sfigata perché magari preferivo la compagnia di un buon libro alla loro e soprattutto non ho mai smesso di leggere per sentirmi uguale a chi crede che la lettura isoli e rende solitarie le persone. Insomma, io continuerò a leggere, voi fate un po’ quello che volete.

Dimenticare

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  • Titolo: Dimenticare
  • Autore: Peppe Fiore
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 19 Settembre 2017

Dimenticare… cosa, chi? La domanda resta stampata nella mente e accompagna il lettore durante tutta la lettura. Cosa ha spinto Daniele a lasciare tutto e tutti e perché ha preferito vivere in un paesino di montagna isolato, quali sono i misteri e i segreti che lo accompagnano? Gli interrogativi sono molteplici e non tutti troveranno una risposta.

Daniele è un omaccione alto e robusto di Fiumicino che a un certo punto della sua vita ha voluto mettere chilometri di cemento tra lui e la sua città natale e da chi lo conosceva per rifarsi una nuova vita in un piccolo e sperduto paesino di montagna prendendo in gestione l’unico bar della zona. Quando decidi di rifarti una vita e di ricominciare da zero è perché la vita che stavi conducendo inizia a starti stretta e non ti appaga più. Può anche succedere che gli errori commessi sono così tanti che tentare di rimediare è impossibile, allora meglio darci un taglio, riavvolgere il nastro e ripartire.

Daniele arriva in questo paesino dove tutti conoscono tutti e che è balzato agli onori della cronaca perché una ragazza dopo essere scomparsa è stata ritrovata morta. La causa? Un orso, anche se orsi da quelle parti non se ne sono mai visti. Forse è stato davvero un orso o forse è meglio incolpare una bestia animale che una bestia umana. A Daniele interessa solo lavorare, si cura poco di ciò che lo circonda e vorrebbe dimenticare il perché è lì.

Il motivo è suo fratello Franco, una testa calda col demone del gioco. Un accumulatore di debiti che nella vita ha fatto più guai che cose sensate ed è sempre toccato a Daniele rimediare. Come sempre la vita a un certo punto ti presenta il conto e non basta voler dimenticare per far sì che questo accada. Anche se le cose le seppelliamo in un angolo remoto del nostro cervello queste riemergono e bisogna affrontarle.

Certe cose non si devono dire. Quando le dici le uccidi.

Questa frase è il leitmotiv utilizzato dallo scrittore, visto che sono molte le cose che non dice preferendo far lavorare il lettore e far trarre a lui le conclusioni. C’è un equilibrio spettacolare in Dimenticare, si muove tutto fra essenzialità e omissione. Sappiamo che Daniele ha un segreto, ecco perché se ne va tra i boschi, perché spera che isolandosi lui isoli tutto il resto. Speriamo che a un certo punto Daniele ci riveli il segreto che lo tormenta, che lo imputerebbe come essere ignobile anche se ai nostri occhi è un bravo ragazzo, capace di prendersi cura di suo fratello anche quando tutti gli altri avrebbero detto basta; un uomo capace di amare alla follia il nipote desiderando che fosse suo figlio. Il segreto di Daniele ci contagia anche se non lo conosciamo, ci ossessiona a tal punto che le pagine le divoriamo. Probabilmente qualcuno storcerà il naso per questo troppo non detto, per la limitata caratterizzazione dei personaggi e della poca introspezione. Il bello di Dimenticare invece è proprio questo. Oltre alla bellezza della storia del protagonista colpisce anche lo stile che l’autore ha adottato.

Mi rendo conto che sono tanti i libri che dico essere i migliori di quest’anno (scusate se ho la fortuna di scegliere bene le mie letture) e sono anche tanti quelli che consiglio di leggere. Questa è una lettura da fare, perché sarà una lettura difficile da dimenticare (gran gioco di parole, vero?).

Addicted. Serie TV e dipendenze

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  • Titolo: Addicted. Serie TV e dipendenze
  • A cura di Carlotta Susca. (Casella, Cirillo, Di Maro e Gregorio)
  • Editore: LiberAria Editrice
  • Data di pubblicazione: 5 Ottobre 2017

Io sono una serial Tv addicted. Se non avete capito di cosa stia parlando ve lo spiego in breve. Ho una dipendenza da serie TV, ne seguo tante, ne vorrei seguire ancora di più e il mio tempo libero è scandito dalla visione in massa di serie TV (se non leggo guardo le serie e viceversa). Le seguo in contemporanea con gli Stati Uniti per paura di spoiler, le rivedo quando vengono trasmesse qui da noi e organizzo vere e proprie maratone in cui faccio fuori intere stagioni (il record lo detengo con How To Get Away With A Murder, quindici episodi in un solo sabato).

Di dipendenze serie ce ne sono davvero ma quelle per le serie TV non è da sottovalutare e Addicted. Serie TV e Dipendenze uscito per LiberAria Editrice raccoglie cinque saggi in cui sviscera e analizza gli aspetti di questo fenomeno. Partiamo da un punto fondamentale: essere dipendente da serie TV significa essere dipendente dalle storie. Niente di più artificioso ed elaborato. Le serie TV sono delle storie narrate sul piccolo schermo così come i film lo sono sul grande e i libri sulla carta. Ci sono storie, chi le racconta e chi le fruisce. Ci appassioniamo a quelle storie fatte di amori, passioni, intrighi e misteri, ci identifichiamo nei personaggi che le vivono, soffriamo e ci emozioniamo con loro e attraverso loro. La dipendenza è talmente forte che soffriamo sul serio quando un personaggio che abbiamo amato muore (sì Derek Shepherd mi riferisco a te) o una serie TV che abbiamo visto per tanto tempo decide di far calare il sipario (Friends e Desperate Housewives perché non potevate continuare all’infinito?).

Leonardo Gregorio, Michele Casella, Marika Di Maro, Jacopo Cirillo e Carlotta Susca si soffermano ognuno sui vari aspetti analizzandoli in tutto e per tutto. Si parte dalle serie derivare dai film. In certi casi non sempre la trasposizione funziona sganciandosi del tutto dal film che lo spettatore ha già visto e amato; in altri casi riuscirà ad essere un prodotto a sé capace di prendere gli elementi fondamentali del film e svilupparli in maniera ottimale nella serie, come ad esempio è accaduto con Fargo. Si prosegue con l’importanza della colonna sonora, elemento basilare per la riuscita della serie. Ci sono canzoni che si legano indissolubilmente a delle scene che restano impresse nella memoria dello spettatore (fan di Grey’s Anatomy, quando sentite How to save a life e Chasing cars non vi scende la lacrimuccia?). Viene citato l’esempio della colonna sonora della nostrana Gomorra dove Right to the edge dei Mokadelic la farebbe riconoscere a chiunque. Altri cardini sono la trama e il personaggio. La trama ovviamente deve essere valida perché è da qui che la dipendenza si sviluppa. Validi inoltre devono essere i personaggi e alcuni di questi sono talmente potenti che fuoriescono dalle serie TV per diventare dei veri e propri riferimenti culturali.

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Per chiudere si parla dei finali e dei revival. Finali che hanno lasciato il pubblico perplesso come How I meet your mother (nove stagioni per dirci che Ted è innamorato da sempre di Robin, ma va?) e Lost che ancora in molti non l’hanno capito. Revival che ormai vanno per la maggiore ma che non sempre sono riuscitissimi. Amo le Gilmore Girl e aspettavo il revival come aspetto il periodo dei saldi, ma vedere Lorelai che dopo anni ancora non si è sposata con Luke e Rory che era partita per seguire la campagna elettorale di Barak Obama ed è tornata e a momenti manco la gazzetta di Stars Hollow la vuole a me ha fatto tristezza, molta tristezza. Will & Grace ad esempio sono tornati alla grandissima, irresistibili e divertenti come sempre ma i segni del tempo passato si vedono e se nei primi anni duemila vedere dei gay dichiarati e felici sul piccolo schermo era un azzardo e rischioso oggi è la normalità visto che l’omosessualità è stata sdoganata ed è quasi prassi che ci siano rappresentanti LGBT nelle serie TV (vedi Glee, Modern Family, The New Normal, HTGAWM)

Insomma se siete dipendenti da serie TV questo libro fa al caso vostro. Unico avvertimento: vi verrà voglia di vedere tutte le serie TV che qui vengono citate e quindi piuttosto che curarla la vostra dipendenza verrà alimentata.

(Questo articolo è presente anche sul sito Telesimo)

I gatti non hanno nome

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  • Titolo: I gatti non hanno nome
  • Autrice: Rita Indiana
  • Editore: NN Editore
  • Data di pubblicazione: 18 Febbraio 2016

Ad esser senza nome non sono solo i gatti, ma anche la protagonista che passa le sue giornate a fare la segretaria nella clinica veterinaria dello zio Fin e a cercare ossessivamente un nome per il suo gatto. Quando qualcuno le piace e sembra convincerla lo segna sulla sua agendina, anche se sa che serve a poco. I gatti non sono come i cani che a sentire il proprio nome corrono dritti dal padrone, ma passare le giornate in quella clinica non è il massimo per una ragazzina e quindi meglio avere qualche passatempo carino per distrarsi quando è possibile. Meno male che ogni tanto a farle compagnia c’è Radames, il ragazzo haitiano passato dal tagliare i capelli alle sue sorelline a fare il barbiere per gli animali.

Attorno a lei si muovono personaggi buffi, strambi e particolari a partire dagli zii con cui vive da quando i genitori sono partiti per una seconda luna di miele. Zio Fin che da poco si è scoperto buddista e che reputa ogni momento buono per filarsela dalla clinica e la moglie Clelia, gelosissima, sempre presa dal lavoro dei suoi ragazzi haitiani e che quando si arrabbia compaiono sulla fronte scritte al neon. A casa con loro c’è anche Armenia, la bambina prodigio che guariva i malati sradicando la malattia con un cucchiaino e che dopo aver perso il bambino che aveva in grembo aveva perso anche il dono e quindi zia Clelia aveva deciso di portarla con sé offrendole un lavoro da domestica.

Infine Vita, la sua migliore amica. Italiana, bianchissima e molto femminile, proprio come piaceva a zia Clelia che le ripeteva che era un bene che si circondasse di figure femminili. Vita le faceva scoprire la musica, i libri da cui imparava quel poco di italiano e il cinema. Ricordava ancora il giorno in cui con la famiglia di Vita vide un film diretto da Pasolini e il padre di Vita nel bel mezzo della proiezione le disse che era gay e lei rimase di stucco a sentire pronunciata quella parola con quella naturalezza. Amava far ridere Vita o forse semplicemente amava Vita. La più sorprendente resta la nonna, a cui le rotelle sono partite e che aveva sempre tante storie da raccontare, sempre diverse e sempre impressionanti.

La letteratura sud-americana si è sempre contraddistinta per il forte realismo magico presente nelle opere, un mix di leggende, folklore e velata malinconia tipiche di questa letteratura che mi ha sempre affascinata ma di cui ho letto veramente poco. Oltre ai notissimi Gabriel García Márquez e Jorge Luis Borges e alle recenti scoperte di Manuel Puig e Reinaldo Arenas la letteratura sud-americana l’ho sempre trascurata ecco perché sono doppiamente contenta di aver letto il primo romanzo di Rita Indiana approdato in Italia grazie ad NN (che mi hanno fatto conoscere anche Cristina Henríquez). Oltre ad aver apprezzato la storia ho potuto, seppur in minima parte, colmare un vuoto e aggiungere un nome alla mia ristretta lista.

Raccontare I gatti non hanno nome non è semplice. È un meraviglioso caos di storie che si intrecciano e trovano pian piano il loro posto e la loro logica. Stare qui a raccontarle e spiegarle farebbe perdere la magia tipica di questo libro. Tocca a voi leggerle, tocca a voi emozionarvi. Posso assicurarvi che si tratta una lettura che si legge tutta d’un fiato e in cui vi immergerete del tutto. La prosa di Rita Indiana (adattata alla perfezione da Vittoria Martinetto) è sorprendente e le tantissime metafore utilizzate sono incantevoli. Quelli di NN Editore stanno collezionando chicche una dopo l’altra, non perdetevele.

Parla, mia paura

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  • Titolo: Parla, mia paura
  • Autrice: Simona Vinci
  • Editore: Einaudi (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 19 Settembre 2017

La mia paura nei confronti di questo libro era quella di non apprezzarlo visto la tematica affrontata. Ansia, depressione e attacchi di panico sono situazioni in cui non mi sono mai trovata e l’autrice non ha problemi a dire che chi non lo ha vissuti sulla propria pelle potrebbe non capirli. I libri però non si leggono solo se si ritrovano riferimenti autobiografici o situazioni effettivamente vissute, i libri si leggono per svariate ragioni e quindi messe da parte le mie riserve mi sono immersa nella lettura senza alcun tipo di pregiudizio.

Altra premessa necessaria. Faccio parte di quella categoria di persone che a volte ha pensato che per la depressione bastasse una maggiore forza d’animo, un modo differente di approcciarsi alla vita e di affrontarla, della serie pensa positivo ché i problemi veri sono altri. Non giudicatemi male, ma avendo superato altro in passato ho imparato a relativizzare le esperienze dolorose e distinguere i problemi veri da quelli lievi. Non che esista una classificazione, ma c’è chi si abbatte per niente. Purtroppo il dolore a volte fa anche questo, ti anestetizza verso il dolore altrui e ti fa diventare quasi indifferente.

La depressione non è una stupidaggine, è diventato il famoso male del secolo ed è riconosciuta come malattia vera e propria che anche se non ti lascia cicatrici vere sulla pelle te le lascia nella mente, che forse è peggio.

Quelle che l’autrice racconta sono cicatrici di entrambi i tipi, sulla pelle e sull’anima, ha ripercorso il suo passato raccontando di come sia dovuta intervenire non solo sul suo corpo ma anche sulla sua mente, alternando lo studio di un chirurgo estetico e quello di un analista.

Ci sono persone che con i difetti del proprio corpo riescono a conviverci pacificamente e non ne fanno il cruccio della loro esistenza. Ci sono altre persone che ne fanno una questione di vita e di morte. Non riuscire a star bene nel proprio corpo, non riuscirsi ad accettare non può essere sempre etichettato come superficialità e far risalire tutto alla questione l’importante è essere e non apparire. Anche in questo non si può essere precipitosi e di conseguenza giudicare in fretta le persone solo perché ricorrono alla chirurgia.

Simona Vinci ha raccontato nei minimi dettagli la sua esperienza mettendo nero su bianco le sue paure. È un’altalena di sentimenti con parti che fanno davvero male leggere. Qui non si tratta solo di raccontare il dolore, ma di sviscerarlo in tutte le sue forme. C’è un passaggio in cui l’autrice dice che le storie di depressione sono tutte diverse, anche perché diverse sono le cause scatenanti. Qui non troverete la cura, la ricetta magica per curarsi, ma il conforto e l’empatia di chi ci è passato, di chi sa cosa vuol dire avere paura di uscire di casa e di non sentirsi al sicuro nei propri spazi, di chi ha paura di stare solo ma di non riuscire a stare neanche in compagnia, di non riuscire ad essere più indipendente, di non riuscire ad essere più se stessi. Simona Vinci utilizza un linguaggio universale in cui magari qualcuno può ritrovarsi e sentirsi meglio: il famoso potere salvifico della letteratura.

Spesso mi chiedono se c’è un libro che mi abbia segnato. È una domanda difficile questa, a volte si rischia di cadere nel banale o nell’esagerazione. A questo giro posso dire che questa lettura mi ha segnato (eccome mi ha segnato) e soprattutto mi ha insegnato molto. Non bisogna aver paura delle proprie paure, non bisogna aver paura di raccontarle, di affrontarle e di chiedere aiuto quando si ha bisogno. Se ci siete passati leggerete questo libro trovando un minimo di consolazione (si spera), se non ci siete passati questo libro potrà mettervi in guardia su molte cose.

Club Dei Lettori

Tra le esperienze più belle per un lettore c’è sicuramente quella di poter incontrare il proprio scrittore preferito e parlare con lui del suo libro. Discorrere della lettura, fargli domande, esprimere il suo parere e perché no anche i propri dubbi e le proprie riflessioni. A differenza delle presentazioni dei libri in cui il solo scrittore è il protagonista della serata, il Club dei Lettori che ospiterà la libreria Raffaello -Book & Coffee* ha l’intento di far sentire il lettore il protagonista.

Quando partirà e chi saranno gli ospiti in programma?

Oggi mercoledì 20 settembre alle ore 18 presso la libreria in via Kerbaker 35 (Napoli) ci sarà l’inaugurazione di questo club e ci sarà la possibilità di tesserarsi ad un prezzo simbolico (ed aggiungo davvero modesto) di 20 euro che oltre alla partecipazione al club dà diritto allo sconto del quindici per cento su tutti gli acquisti.

Il programma è invidiabile, roba da fare concorrenza ad una vera rassegna letteraria e schiera gli scrittori più amati del panorama nazionale letterario. Volete i nomi? Maurizio de Giovanni, Lorenzo Marone, Pino Imperatore, Wanda Marasco, Andrej Longo, Carmen Pellegrino, Davide Morganti e Paolo Restuccia. Otto incontri moderati dalla scrittrice e giornalista Vincenza Alfano. Otto imperdibili serate da settembre a maggio fatte di dialoghi, letture e degustazioni dei prodotti dall’annesso bar che la libreria Raffaello -Book & Coffee ospita.

Fossi in voi non lo perderei.

*Libreria Raffaello Books & Coffee, via Michele Kerbaker 33-35, Napoli 081 1933 1952

Gilgi, una di noi

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  • Titolo: Gilgi, una di noi
  • Autore: Irmgard Keun
  • Editore: L’Orma Editore
  • Data di pubblicazione: 24 Novembre 2016

Nel 1933 Gilgi, una di noi venne condannato e bruciato dai nazisti insieme ad altri libri mentre nel 1934 conobbe una prima edizione italiana che venne però sottoposta a censura. Se gli italiani a differenza dei tedeschi non vietarono il libro, la riedizione che ne fecero trasformò un libro potente in un testo a dir poco banale, omettendo quelle parti che potevano essere considerate scabrose per l’epoca.

Chi era Gilgi e perché spaventava così tanto un personaggio di un libro?

Gilgi era quella che oggi definiremmo una ragazza semplice, una di noi, una ragazza con pochissimi vezzi, come quella di ascoltare il jazz e una ostinata voglia di indipendenza. Gilgi sopportava a malapena il dover vivere in quella casa impregnata d’aria e ipocrisia borghese con dei genitori poco amorevoli, ma lo faceva perché quello l’aiutava a perseguire il suo obiettivo. Si svegliava la mattina, si recava a lavoro presso un ufficio in cui svolgeva la segretaria e dattilografa e a fine giornata era sempre più entusiasta perché lavorare significava guadagnare e poter mettere soldi da parte.

Se non era a lavoro Gilgi era con i suoi due amici Pit e Olga. Al primo invidiava l’immensa cultura e il trasporto che metteva nelle questioni politiche e sociali, alla seconda il fascino e la bellezza inconsapevole capace di stregare chiunque, lei per prima.

La vita di Gilgi cambia il giorno del suo ventunesimo compleanno quando i genitori le rivelano che lei non era loro figlia e questo scatena in Gilgi qualcosa di non ben definito. La notizia non la sconvolge, la lascia indifferente, ma nonostante questo la spinge a cercare i suoi veri genitori. Contemporaneamente Gilgi conosce Martin, uno scrittore bohèmien che la cattura come nessuno mai ci era riuscito.

Se fino a poco prima di conoscere Martin Gilgi aveva sempre tenuto fede ai suoi impegni, la conoscenza con l’uomo la cambierà e ridimensionerà la sua vita. Martin era un artista che si cibava di parole, che amava vivere in libertà senza pensare troppo all’oggi, senza programmare il domani. Viveva con una leggerezza tipica degli artisti secondo Gilgi, ma era semplicemente tipica dei fannulloni. A Martin non interessava lavorare, gli bastava ciò che il fratello gli passava mensilmente. Gilgi invece era sempre stata previdente, precisa, intenta a costruirsi le basi per un solido futuro. Non concepiva il tipo di vita che Martin faceva, ne era preoccupata e al tempo stesso affascinata, tanto da farsi influenzare da lui e iniziare a vivere alla giornata. Martin era l’amore della sua vita, non lo avrebbe lasciato per niente al mondo e se stare con lui significava iniziare a vivere come lui lei era disposta a farlo.

E’ spaventoso a volte ciò che riesce a fare l’amore. Sentirsi così dipendente da qualcuno, sapere di non riuscire a vivere se non accanto alla nostra persona, annullarsi del tutto per sopravvivere. E’ ingiusto, folle, irrazionale ma è l’amore e anche se sappiamo che non dovrebbe essere così non riusciamo a sottrarci da quella potenza che sentiamo dentro e ci dilania. Gilgi sa che sta sbagliando, sa che la cosa giusta è altro, ci prova a rimediare ma ci riesce? Dovrà toccare il fondo prima di capire che è ancora in tempo per rimettersi in carreggiata e non perdersi del tutto, ma lo scotto da pagare sarà alto e doloroso.

Gilgi, una di noi, l’ho comprato mesi e mesi fa. All’inizio confesso che non riusciva a prendermi. L’ho messo da parte più volte e l’ho iniziato più volte. Anche i libri però hanno i loro momenti per essere letti e quando quest’estate ho deciso di leggerlo con più impegno non mi sono separata da lui fino a quando l’ho finito. Gilgi è veramente una di noi, una donna che aspira all’indipendenza e che rivoluziona tutto quando nella sua vita conosce l’amore. Una donna scaltra, intelligente e ostinata che senz’altro era troppo per l’epoca in cui il libro è uscito. Un libro che tocca dei temi considerati tabù che hanno portato la censura italiana a eliminarli. L’Orma Editore vi da la possibilità di scoprire ed apprezzare questo libro nella sua totale bellezza, non lasciatevelo sfuggire.

Circolo Book & Tè- edizione 2017-2018

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Per i lettori appassionati non c’è niente di più bello di poter incontrare altri lettori con la stessa passione e discutere amabilmente delle proprie letture preferite, magari davanti a una bibita e qualche cosa da poter gustare.

E’ con questo intento che nel 2014 è partito il primo Circolo Book & Tè, da un’idea e dalla volontà di Chantal e Eliana Corrado editrici della casa editrice partenopea Scrittura e Scritture, che nel corso degli anni ha acquistato sempre più seguito da parte dei lettori. Un circolo letterario dove poter parlare di letture, gustare del buon tè servito in splendide e raffinate tazze e pasticcini artigianali gustosi come pochi. Insomma mentre fuori il mondo scorre alla velocità della luce una volta al mese meglio staccare tutto, prendersi una pausa, prendersi del tempo solo per noi e stare con altre persone che hanno la nostra stessa passione: la lettura.

Il Circolo Book & Tè giunge alla sua sesta edizione ed è prontissimo per partire. Ottimo programma e tanti belli incontri, non vi resta che segnarvi tutte le informazioni ed iscrivervi il prima possibile.

Come nelle scorse edizioni il Circolo Book & Tè si riunisce a cadenza mensile, sempre di giovedì dalle ore 17,30 alle 19,30, nella sede della casa editrice Scrittura & Scritture, ubicata in Corso Emanuele 421, Napoli. La partecipazione al circolo prevede una quota di iscrizione pari a 65,00 € (quota che comprende i libri che verranno trattati durante le sedute e degli sconti ed iniziative legate alla casa editrice). Avete tempo fino al 5 ottobre per versare l’anticipo di 30,00 € (sul sito Scritture & Scritture tutti i dettagli su come effettuare il pagamento e tutte le agevolazioni previste).

Passiamo ora al programma del Circolo, di seguito i vari appuntamenti e le tematiche:

  •  12 ottobre – CONOSCIAMOCI E…
    Incontro con tutti i partecipanti. Avvolti dal profumo dei tè e dei pasticcini, tra un omaggio di benvenuto e un gioco letterario, faremo la conoscenza di tutti gli iscritti e sveleremo il titolo del classico oggetto dell’ultimo incontro.
    Distribuzione ai partecipanti del libro oggetto dell’incontro successivo.
  • 16 novembre – NAPOLI NELL’OTTOCENTO
    Una duchessa coraggiosa ci porta nella Napoli dell’Ottocento. Scrittrice ospite, Carla Marcone e il suo romanzo storico Teresa Filangieri. Una duchessa contro un mondo di uomini (Libro novità).
    Gioco letterario
  • 14 dicembre  – EVENTO A SORPRESA
    Alle porte del Natale, ci faremo conquistare dall’atmosfera delle feste e scopriremo ancora di più il bello della lettura. L’evento è a sorpresa. immancabile il divertimento e … ricchi premi e cotillon.
    Distribuzione ai partecipanti del libro oggetto dell’incontro successivo.
  • 18 gennaio 2018 – SCRITTORE SUPEROSPITE
    Un viaggio a Berna nel Cinquecento tra i misteri delle reliquie. In compagnia dello scrittore Carlo Animato e del suo giallo storico Il falsario di reliquie (Tea edizioni), vincitore nel 2015 del prestigioso torneo IoScrittore.
    Gioco letterario e distribuzione ai partecipanti del libro oggetto dell’incontro successivo.
  • 15 febbraio 2018 – GLI ANNI NOVANTA
    Il romanzo di formazione e una spensierata estate degli anni Novanta con lo scrittore Antonio Benforte e il suo romanzo La ragazza della fontana. Libro novità.
    Gioco letterario e distribuzione ai partecipanti del libro oggetto dell’incontro successivo.
  • 15 marzo 2018 – UN IMMANCABILE, UN CLASSICO
    Poteva mai mancare in un circolo letterario così esclusivo un classico della letteratura?
    Gioco letterario e super premio finale.

Per qualsiasi altro tipo di informazione potete scrivere direttamente alla casa editrice info@scritturascritture.it  o chiamare al numero 081-5449624.

L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone

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  • Titolo: L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone
  • Autore: Giovanni Bianconi
  • Editore: Einaudi. (Stile libero)
  • Data di pubblicazione: 24 Maggio 2017

Il 23 maggio del 1992 sull’autostrada A29 nei pressi di Capaci un attentato ad opera di Cosa Nostra uccide Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta del magistrato siciliano. Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, è stato l’esempio più forte della lotta alla mafia che il nostro Paese ha conosciuto. Un uomo, un magistrato ucciso in un vile attentato, una personalità conosciuta per il suo lavoro anche a livello internazionale a cui lo Stato rende ogni anno omaggio perché è doveroso ricordare che la lotta alle mafie non è purtroppo ancora conclusa e si continua a combattere giorno dopo giorno.

Giovanni Bianconi ci riporta indietro nel tempo facendo partire al narrazione il 30 gennaio 1992, una data non casuale, ma la data in cui la Cassazione confermò le condanne del Maxiprocesso di Palermo. Il pool di magistrati formato da Borsellino, Caponnetto, Di Lello e Falcone aveva chiesto condanne per oltre quattrocento imputati difesi da circa duecento avvocati. Il processo considerato il più grande mai celebrato che portò alla realizzazione di una struttura ad hoc che potesse contenere tutti passata alla storia come aula bunker si concluse con diciannove ergastoli per 2665 anni di reclusione.

Con un salto nel passato l’autore si concentra sugli ultimi due anni di vita del giudice. Giovanni Bianconi ha l’intento di mostrarci come i nemici di Falcone non fossero solo i mafiosi che combatteva con ostinazione se non ossessione, ma anche i colleghi che incontrava nei corridoi delle procure pronti a sorriderti davanti e criticarti aspramente dietro, i politici e l’opinione pubblica che non vedeva di buon occhio il protagonismo di questo magistrato.

Il protagonismo di Falcone, troppo presente nelle trasmissioni televisive e sui giornali in cui si parlava esclusivamente di lui gli costò la carica come capo dell’Ufficio Istruzione. Non importava che Falcone fosse riconosciuto dai più come il più qualificato per ricoprire quella carica, ormai tutto ciò che Falcone faceva era tassato come protagonismo, mettersi in mostra ed egocentrismo.

Sembra impossibile una cosa del genere specie per chi come me in quegli anni neanche c’era e ha conosciuto Falcone grazie alle commemorazioni che ogni anni gli vengono tributate. L’idea che mi sono sempre fatta è quella di un uomo amato da tutti e soprattutto supportato da tutti. Invece era un uomo che oltre alle difficoltà lavorative ha dovuto affrontare anche quelle personali come l’essere stato lasciato solo, isolato, allontanato, calunniato ed invidiato. Un uomo che dopo il fallito attentato dell’Addura di dovette scusare per essere ancora in vita perché si sa per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati. 

Giovanni Bianconi ricostruisce con assoluta precisione probabilmente il periodo più duro per il giudice, costantemente nell’occhio del ciclone, sempre più criticato e osteggiato. Un uomo costretto a trasferirsi a Roma per poter continuare il suo lavoro visto che Palermo non glielo permetteva più. Un uomo che in vita ha subito così tante sconfitte e che probabilmente è stato da alcuni preso sul serio solo dopo la sua morte. L’assedio rende omaggio a una delle figure a cui il nostro Paese dovrebbe essere più grato e con dovizia ricostruisce uno dei periodi più contorti e bui della nostra storia recente.