Sostiene Pereira

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    • Titolo: Sostiene Pereira
    • Autore: Antonio Tabucchi
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di pubblicazione: 1994 (prima edizione)
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Lisbona 1938. Pereira è un giornalista di una pagina culturale del Lisboa rimasto vedovo dopo che la moglie è morta in seguito alla tubercolosi. L’assenza della donna per Pereira è ancora difficile da sopportare e accettare per questo non rinuncia a parlare con lei e metterla al corrente di tutto ciò che gli accade con dialoghi che avvengono quotidianamente con lui che parla alla foto di sua moglie. E’ a lei che parla di Francesco Monteiro Rossi, autore di un saggio filosofico sulla morte che ha colpito positivamente Pereira e che lo spinge a contattarlo per proporgli una collaborazione per il suo giornale. Il compito che vorrebbe assegnargli è quello della redazione dei necrologi e lo mette alla prova commissionandogli un necrologio su Georges Bernanos o François Mauriac. Rossi, a dispetto del compito che Pereira gli ha assegnato, gli consegna degli articoli polemici dal forte contenuto politico e che di certo non potevano essere pubblicati, anzi erano articoli contro il regime dell’epoca e quindi altamente pericolosi. Pereira non pubblica gli articoli, però lo retribuisce lo stesso e cerca di aiutarlo con apparente distacco per evitare qualsiasi coinvolgimento.

Pereira era sempre stato un uomo mite, quiete, dedito alla lettura e alla cultura e la sua routine era rappresentata dal lavoro al giornale, dalla vita con sua moglie e dalla preziosa abitudine di consumare una omelette e una limonata al caffè Orchidea. Tutto ciò che gli accadeva intorno lo osservava e non si lasciava coinvolgere più di tanto. Adesso nella sua vita c’era un giovane che sostenuto ed incitato dalla bellissima fidanzata Marta scriveva senza paura tutto ciò che di scomodo stava avvenendo nel loro Paese e lentamente la sua coscienza civile sembrava svegliarsi dall’apatia verso cui l’aveva condotta.

Fondamentali si riveleranno i due incontri che Pereira intraprese. Il primo con il dottore della clinica dove Pereira si recava abitualmente per curare la cardiopatia di cui soffriva con cui parlò del sentimento di inquietudine che lo affliggeva e della sua recente idea di lasciare il Paese per andare in Francia e il secondo con un’ebrea con cui si ritrovò a viaggiare su un treno che quando apprese che Pereira era un giornalista lo incitò a far qualcosa denunciando ciò che stava accadendo.

Al suo ritorno Pereira trovò una situazione decisamente cambiata. Marta, la bellissima Marta era irriconoscibile e visibilmente preoccupata mentre Rossi presentatosi un pomeriggio da lui gli chiese ospitalità fino alla sua fuga. Pereira accettò di nasconderlo ma prima che il ragazzo potesse fuggire venne trovato e pestato fino ad ucciderlo. Fu questo tragico evento che spinse Pereira a prendere finalmente una posizione e denunciare la violenza e l’uccisione del suo giovane amico, assicurandosi che l’articolo passasse la censura per poter essere pubblicato.

Sostiene Pereira è il romanzo di maggior successo di Antonio Tabucchi oltre che uno dei romanzi più importanti della nostra letteratura. E’ un romanzo fortemente politico e civile e Pereira è l’emblema dell’antieroe che diventa eroe. Pereira è un uomo assorbito dalla routine della sua vita, si disinteressa della realtà in cui vive e non a caso ha scelto di occuparsi di cultura, che implicava il non dover denunciare qualcosa o prendere posizioni contro o pro qualcuno. Quando nella sua vita entra Rossi in Pereira avviene un lento ma importante cambiamento; chissà magari rivedeva nel giovane lui da ragazzo o intravedeva in figlio che non aveva mai avuto con sua moglie. Fatto sta che la sua coscienza si risveglia e poco alla volta prende atto della condizione del suo Paese e dell’Europa intera, della censura a cui erano costretti gli organi d’informazione e delle violenze che il regime operava sui dissidenti. Da antieroe diviene eroe quando decide di usare la sola arma a sua disposizione, la penna, mettendo tutto nero su bianco e fare finalmente qualcosa.

Quasi Grazia

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    • Titolo: Quasi Grazia
    • Autore: Marcello Fois
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 29 Novembre 2016
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Nuoro 1900. Grazia è prossima al trasferimento che dalla Sardegna l’avrebbe portata a vivere a Roma, un trasferimento che avrebbe coinciso con una rottura con il suo passato e l’inizio di una nuova vita. Bastano poche battute per capire il carattere ostinato di questa donna, non disposta a contrattazioni o ad avere la peggio nello scontro a parole con sua madre. Il rapporto con sua madre è un continuo botta e risposta con Grazia che non comprende la chiusura mentale del genitore e la madre che le ha sempre rimproverato questa sua strana passione per la lettura e la scrittura. Questo fatto di stare lì a raccontare storie e attirare attenzione sulla famiglia, loro che erano così discreti si erano ritrovati questa figlia con i grilli per la testa. Grazia ne era consapevole di essere vista come un problema, di essere stata additata come diversa solo perché invece di stare dietro al corredo e a tutte quelle faccende da femmina a momenti ci rimetteva la vista sui libri.

Stoccolma 1926. Grazia con il suo inseparabile marito Palmiro è in attesa del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (prima ed unica donna italiana ad aver ricevuto questo riconoscimento), la massima onorificenza a cui uno scrittore possa aspirare. In quello che dovrebbe essere uno dei giorni più importanti non mancano di certo le polemiche. I giornali ipotizzano che la scelta del premio a Grazia sia stata più politica che altro, Pirandello che in una commedia avrebbe ironizzato e preso in giro il rapporto matrimoniale di Grazia e i sardi non del tutto felici di essere rappresentati dalla penna della scrittrice. Quello che lei tiene a sottolineare nell’intervista con un giovane giornalista accorso dalla Deledda è che lei non ha mai avuto pretesa di parlare a nome della Sardegna né tanto meno esaurirla nei suoi romanzi. Quella di Grazia era una terra più complessa per poterla ridurre in poche righe e lei si era sempre limitata a scrivere solo la Sardegna che conosceva, ma chissà perché questo non riuscivano a capirlo.

Roma 1935. Sempre insieme al suo Palmiro in un studio medico in cui viene a conoscenza di quella malattia a cui non c’è più scampo e che la condurrà da lì a poco alla morte. Consapevole del suo destino e impegnata a far forza più al marito che a se stessa, quell’appuntamento porta Grazia a tracciare un bilancio della sua vita.

Emerge il fondamentale rapporto che ha con la madre, presente in tutti e tre gli atti (fisicamente nel primo, oniricamente negli altri due), come emerge la concezione che la Deledda ha della scrittura: lo scrittore è uno specchio, riflette e ti mette davanti a quello che sei senza sconti, sennò non è uno scrittore. Tre atti non sono certo abbastanza per ricostruire l’intera vita di una persona, ma Fois in questo libriccino ha deciso di parlare di quelle che potrebbero essere state le tappe fondamentali della vita della scrittrice sua compaesana: prima, durante e alla fine del suo essere donna e immensa scrittrice. Un omaggio e un tributo che vedrà Michela Murgia impersonare la scrittrice nell’omonima pièce teatrale.

I fannulloni nella valle fertile

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    • Titolo: I fannulloni nella valle fertile
    • Autore: Cossery
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 18 ottobre 2016
    • Acquista il libro su Amazon: I fannulloni nella valle fertile

Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo, ma non è il caso della famiglia di Serag che considera il lavoro come una macchia che intacca l’onore e la rispettabilità. L’ozio e il sonno sono valori estremamente importanti, il lavoro danneggia e rovina le persone. Per questo motivo quando il piccolo di casa, il giovane Serag, annuncia a tutti gli altri di voler andare a lavorare la notizia viene accolta nel peggiore dei modi possibili. Come se non bastasse a catastrofe si aggiunge altra catastrofe quando il capofamiglia, il vecchio Haref, annuncia che vuol trovare una donna con cui contrarre matrimonio il prima possibile. La pace e la tranquillità, ma soprattutto l’ozio e il sonno sono così rovinati e toccherà al secondogenito, incitato dal primo fratello in quei rari momenti in cui è sveglio, impedire i due eventi e riportare tutti alla ragione.

Lavoro e matrimonio: che pazzia, che assurdità, Dio ce ne scampi. Il matrimonio vorrebbe dire avere una donna in casa e si sa che le donne non portano mai nulla di buono. Per prima cosa starebbero sempre in casa a fare faccende e riordinare facendo così baccano, per non parlare di tutte quelle finestre aperte che farebbero entrare la luce nelle camere impedendo un tranquillo riposo. Inoltre una donna chiama altre donne e sarebbe un via vai continuo di pettegole e di chiacchiericcio in sottofondo che disturberebbe la quiete di casa. E’ tutto fuori discussione e Rafik è disposto a rinunciare al suo di sonno pur di sistemare i problemi. Lui è furbo e sa che il matrimonio è una pazzia e che ci sono dei sacrifici che un uomo deve fare per preservare le sue dormite, non ha caso ha lasciato l’unica donna che abbia mai amato in vita sua. Quanto al lavoro e la voglia di andare in città del giovane Serag basta spaventarlo un po’ facendogli credere che ci sono persone che si svegliano ogni mattina all’alba per andare a lavorare e guadagnare pochi centesimi e che la città non è come la periferia in cui vivono, ma è un luogo pieno di pericoli, con tram e macchine pronte ad investire chiunque e con il governo che non aspetta altro che buttare in carcere i ribelli.

Si gioca molto con il paradosso in questo libro acclamando e difendendo vizi come l’ozio e rigettando qualità come l’impegno e il darsi da fare e quindi lavorare. Il sacrosanto diritto a non fare niente e semplicemente dormire è la massima espressione di vita a cui aspirare e sarebbe da folli a rinunciarci solo in nome di quel lavoro che disonora le famiglie. In realtà dietro a questo si nasconde un attacco velato che lo scrittore fa alla società e al mondo, non  a caso il lavoro a cui Serag aspira è un lavoro in fabbrica simbolo di sfruttamento dell’uomo a favore del progresso che crea disuguaglianze. Certo gli uomini di questa famiglia a prima vista sembrerebbero dei semplici nullafacenti, sfaticati che non vivono se non dormendo. Non è una pigrizia fine a se stessa, altrimenti i fannulloni non si sarebbero ingegnati per mandare all’aria le catastrofi che avrebbero colpito la famiglia, ma è la difesa di quella pigrizia che assicura libertà. Ironico e divertente l’ho divorato in un solo giorno.

Vuoi lavorare! Mi domando come una tale idea abbia potuto germogliare in te. Sei probabilmente un mostro o un imbecille. In ogni caso, sicuramente non sei della famiglia.

Pelle di donna

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  • Titolo: Pelle di donna
  • Autore: Alina Rizzi
  • Editore: Bonfirraro

Pelle di donna è un’antologia composta da diciotto racconti con protagoniste delle donne. Il filo conduttore di questi racconti è rappresentato dalle violenze, fisiche e psicologiche, che queste donne hanno dovuto affrontare nella loro vita. C’è un punto comune in tutti questi racconti ossia l’illusione di aver trovato l’amore della loro vita, il perfetto fidanzato o l’ideale marito, ma all’improvviso quello che era per loro il principe azzurro si è trasformato nel loro incubo ad occhi aperti.

Sono le donne a prendere la parola in questi racconti, l’autrice ha solo riportato fedelmente le loro terribili esperienze e riportarle nero su bianco: come giornalista e come donna mi sono semplicemente messa in ascolto, con empatia e profondo rispetto, cercando di restituire a questi vissuti la dignità che meritano, portandoli alla luce del foglio bianco. Sono storie atroci ma in un certo senso a buon fine, perché tutte queste donne sono riuscite a superare il buio delle violenze e ritrovare la forza di andare avanti. Certo, fa uno strano effetto dire che sono storie che terminano bene perché l’inferno che hanno passato di certo non lo si può mettere alle spalle e dimenticarlo, ma ti lascia quel genere di cicatrice che resta indelebile sulla pelle.

Tra le testimonianze spicca quella di Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata dal suo ex fidanzato diventata ormai simbolo della lotta al femminicidio e alla violenza sulle donne. Il suo coraggio non solo nel raccontare la sua esperienza, ma anche su come ha affrontato il duro percorso di riabilitazione e l’impegno che ha assunto ad esortare le vittime di violenza a denunciare il proprio carnefice e riprendere in mano la loro vita prima che sia troppo tardi: chiunque nella vita affronta momenti duri non deve mai perdere il desiderio di vivere perché la vita vale sempre la pena di essere vissuta. 

Per concludere Pelle di donna oltre ad offrire una serie di testimonianze toccanti è un libro fondamentale che riporta l’attenzione su un tema su cui non bisogna mai abbassare l’attenzione.

Gli aspetti irrilevanti

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    • Titolo: Gli aspetti irrilevanti
    • Autore: Paolo Sorrentino
    • Editore: Mondadori
    • Data di pubblicazione: 29 Novembre 2016
    • Acquista il libro su GoodBook

Ci sono due tipi di passione. Una non mi piace, l’altra non m’interessa.

Capita che mentre leggiamo proviamo a ricreare nelle nostre menti i vari personaggi delle storie narrate con gli elementi che ci mette a disposizione l’autore o con il solo lavoro della nostra immaginazione. In questo libro Paolo Sorrentino ci facilita il compito perché partendo da una fotografia ci racconta tutto, o quasi, della persona in questione. Grazie alla collaborazione del fotografo Jacopo Benassi lo scrittore e regista premio Oscar costruisce ben ventitré vite partendo da semplici fotografie e arrivando a raccontarci le loro vite fatte di gioie e dolori, tic e stranezze, abitudini e particolarità.

Quindi spazio ad Elsina Marone che ama vantarsi di avere la pressione bassa e a Linda Giugiù che quando è stato rinvenuto il suo cadavere hanno trovato sul suo corpo un tatuaggio che recitava non mi piacciono i tatuaggi. E che dire di Donna Emma che a vederla mai o poi mai si potrebbe pensare che è la donna più cattiva del mondo? Fa la portinaia in un palazzo di Napoli e tutto ciò che di cattivo esiste abita in lei. Il segreto di Antonella Costa è che non sa andare in bicicletta, non l’ha mai rivelato a nessuno perché se ne vergogna troppo, mentre quello di Valerio Affabile, camorrista, è che ama cantare, ma non lo farebbe mai davanti agli altri e nel tanto tempo libero che trascorre in carcere compone delle bellissime (a suo parere) canzoni neo-melodiche.

In una narrazione fatta di frasi brevi e all’apparenza confuse o meglio slegate tra loro Sorrentino ci fa conoscere le vite di queste persone senza tralasciare quegli aspetti irrilevanti che alla fine ci formano e ci caratterizzano. Non siamo solo il risultato di grandi azioni e buoni sentimenti ma anche di cose che possono sembrare inutili, di fobie assurde e di manie insensate. Di una persona l’ultima cosa che vorremmo sapere è se odia i picnic, o se è un grande risolutore di cruciverba, tanto meno se è un appassionato di utensili da cucina o odia i cipressi.

Imperdibili infine i ritratti di Paride Bussolotti in cui lo scrittore sembra richiamare le lezioni di seduzione che aveva introdotto e argomentato nel suo primo romanzo Hanno tutti ragione, e quello di Settimio Valori, un regista amatoriale di filmini controversi, ritratto in cui è possibile scovare delle cose sull’autore stesso; non a caso la fotografia da cui parte la narrazione è quello di Sorrentino stesso.

Molti interessanti, alcuni divertenti, altri permeati di malinconia mentre altri più spensierati, tutti che formano un ottimo collage di storie, un imperdibile romanzo corale oltre che una bellissima galleria di volti da apprezzare.

I Bastardi di Pizzofalcone (serie TV)

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La prima stagione de I Bastardi di Pizzofalcone ha ieri sera chiuso i battenti e per noi aficionados lettori è arrivato il momento di fare un bilancio ed esprimere il nostro parere su questa serie TV che stavamo aspettando con la stessa impazienza con cui si attende l’apertura dei negozi quando ci sono i saldi.

Insomma: piaciuta o non piaciuta? Soddisfatti o delusi?

Parto da una cosa fondamentale: le uniche serie TV che per me meritano di esistere sono quelle americane. Sono capace di iniziare per la millesima molta Grey’s Anatomy ma non riesco a vedere neanche un intero episodio di Don Matteo e affini (anche perché andiamo, possibile che i carabinieri non riescano da soli in dieci stagioni a risolvere un delitto senza l’aiuto del prete in bicicletta? E possibile mai che tutti gli assassini vedendo Don Matteo si pentano e quasi lo ringraziano invece di dire prete se ti facevi gli affari tuoi ora io non finivo in prigione?). Per i bastardi e per de Giovanni l’eccezione può e deve essere fatta e quindi ho seguito tutte e sei le puntate, dall’inizio alla fine (okay forse negli ultimi dieci minuti di qualcuna mi sono già addormentata).

Giudizio? Promossi ma rimandati a settembre.

Purtroppo quando c’è la trasposizione cinematografica o come in questo caso televisiva di un libro molte cose vengono cambiate e tolte per questioni di ritmo o perché giudicate ininfluenti. Noi lettori però ci teniamo molto che ogni passaggio sia ben raccontato e che i protagonisti siano ben delineati così come abbiamo imparato a conoscerli attraverso i libri. Il Lojacono di Gassman rispecchia molto quello dei libri, ma noi lettori sappiamo che questa sua voglia di riscatto non c’è mai stata e non ha mai voluto denunciare chi lo avrebbe incastrato dicendo che passava le informazioni alla mafia. Per non parlare del rapporto con le due donne, Letizia e la Piras che nei libri sono molto diversi e che invece qui per far affezionare subito il pubblico ad una coppia lo hanno già fatto nascere. Che Alex fosse lesbica noi lettori lo veniamo a sapere molto più avanti ed Alex è molto più tormentata nei confronti di questi sentimenti che ha sempre cercato di reprimere; anche in questo caso il rapporto con la Martone subito ci è stato servito. L’ossessione di Pisanelli per gli strani casi di suicidi è stata messa più a margine del racconto, mentre l’impetuosità di Romano è stata molto caricata. Il personaggio che ha centrato in tutto e per tutto le aspettative è stato quello di Aragona, come lo abbiamo conosciuto nei romanzi così ce lo siamo ritrovato sugli schermi televisivi. Sulla Piras/Crescentini dico solo che fin dall’inizio non ero convinta che riuscisse a vestire i panni del PM e non ho cambiato idea neanche mezzo secondo: il personaggio meno riuscito e più mal interpretato in tutta la serie tv.

Ultime note a margine: uno perché cambiare la sequenza dei romanzi e trasmettere prima Gelo e poi Buio? E due, perché e davvero mi chiedo perché nell’ultima puntata di ieri sera hanno voluto per forza creare un happy ending che nel romanzo non c’è? Il finale di Buio è un finale aperto; alcuni lettori dicono che il bambino sia morto, altri che i rapitori lo abbiano portato con sé. Fatto sta che il libro si chiude con il fatto che del bambino non si ha più traccia e non di certo con il bambino sano e salvo che se ne sta tranquillamente a festeggiare il capodanno in piazza con i suoi aguzzini (che dico io, voi due avete rapito un bimbo e ve lo portate in piazza in mezzo a una marea di persone che potrebbero riconoscervi?).

Dopo il successo di questa prima stagione si parla già di una seconda: facciamo meglio!

Prima di perderti

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    • Titolo: Prima di perderti
    • Autore: Tommaso Giagni
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 18 Ottobre 2016
    • Acquista il libro su Amazon: Prima di perderti

Si chiama elaborazione del lutto quella che attraverso cinque fasi prevede il superamento dello stato di depressione indotto dalla perdita di un nostro caro. Le fasi sono cinque: negazione, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione. Affrontati questi stadi si supererebbe il lutto. Come per tutte le cose della vita ognuno reagisce a modo proprio, ognuno affronta i dolori in maniera diversa e non così schematica e logica come vorrebbero farci credere. Specie se con il soggetto in questione il rapporto non era limpido ma costellato da tante di quelle crepe che nessuno dei due aveva provato a colmare, con la convinzione che tanto c’è sempre tempo per aggiustare e rimediare agli errori, come se l’unica cosa certa della nostra vita, la morte, non verrà mai a bussare alla nostra porta.

Di certo Fausto non avrebbe mai pensato che suo padre in un giorno come un altro si sarebbe gettato da un balcone di casa sua. E’ vero che lo aveva sempre considerato un debole, un uomo che in vita sua non aveva mai rischiato e che aveva passato quasi la totalità del suo tempo a rincorrere quel successo che non era mai arrivato, ma da qui a prevederne il suicidio ce ne passa. La vita era stata strana con Giuseppe e Fausto; il primo si era impegnato con tutte le sue forze nella stesura del romanzo che gli avrebbe cambiato la vita, e la letteratura, mentre il secondo era riuscito in tempi record a diventare un promettente e talentuoso scrittore battendo il padre in questa sorta di gara. Questo non aveva fatto altro che allontanare i due e acuire i contrasti non dichiarati ma evidenti. Fausto considerava il padre un fallito e lo aveva accusato dello stile di vita libertino in cui insieme a sua madre lo avevano fatto crescere, uno stile senza regole che lo aveva sempre fatto sentire diverso dai suoi coetanei, da cui si era logicamente allontanato.

E’ Fausto che si incarica di disperdere le ceneri del padre e nel momento in cui apre e svuota l’urna si ritrova sotto forma di fantasma proprio il genitore arrivato per pareggiare i conti. In quello che è un duello fatto di parole e non di spade i due cercheranno con semplicità di dirsi finalmente cosa pensano l’uno dell’altro, perché le recriminazioni non arrivano mai solo da una parte. Se Giuseppe è stata una persona alla costante ricerca del successo e che ha vissuto quasi da parassita alle spalle di quel mondo che non lo ha mai accettato del tutto, Fausto è una persona sola incapace di ricevere e donare amore, che ha lasciato andare l’unica donna che l’abbia mai amato e che non ha nessuno su cui poter effettivamente contare e chiamare amico.

Siamo nel campo dell’impossibile con l’apparizione di un morto sotto forma di fantasma ma non dell’impensabile in quanto l’ultima occasione è qualcosa a cui tutti avranno pensato. Indipendentemente dal rapporto che si ha con la persona che è venuta a mancare tutti vorrebbero un ultimo incontro per poter dire ciò che in vita per mancanza di coraggio o per pudore non si è detto ed avere quindi l’opportunità di aggiustare le cose e non lasciare nulla d’incompiuto. Quello che Prima di perderti inoltre spinge a pensare è: cosa succede quando un figlio supera il genitore? Si può essere invidiosi dei propri figli o bisogna solo gioire dei loro successi? Il rapporto genitori-figli è un rapporto fatto di amore innato e puro che non conosce forme di odio, invidia, e gelosia. In teoria. I genitori sono umani e in quanto tali non sono infallibili o al riparo di sentimenti negativi. Tra flashback e dialoghi serrati Tommaso Giagni scrive uno di quei racconti indelebili nella memoria del lettore.

Il fu Mattia Pascal

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    • Titolo: Il fu Mattia Pascal
    • Autore: Luigi Pirandello
    • Editore: Einaudi
    • Data di pubblicazione: 1904 (prima pubblicazione)
    • Acquista il libro su Amazon: Il fu Mattia Pascal 

Mattia Pascal vive a Miragno e non ha problemi economici grazie alla discreta eredità che gli ha lasciato suo padre. Il patrimonio è gestito da Batta Malagna, un disonesto che poco a poco deruba la famiglia Pascal senza che loro se ne rendano conto. Quando Mattia mette incinta la nipote di Malagna è costretto a sposarla e, inoltre, visto che la fortuna ereditata si è assottigliata è costretto a cercar lavoro e trova un impiego come bibliotecario, in un paesino che è quasi del tutto analfabeta e che di certo non legge. La vita matrimoniale di Mattia si trasforma ben presto in un incubo; i figli messi al mondo non sopravvivono e per di più con la coppia vive anche la suocera di Mattia che non perde occasione per esprimere disappunto per il genero verso cui non nutre alcuna simpatia.

Mattia decide di dare una svolta alla sua vita partendo alla volta di Montecarlo per tentare fortuna al gioco. Mattia stenta a crederci quando vince una considerevole somma di denaro con cui potrebbe riscattare la sua vita. Mentre è sul treno del ritorno la notizia di un suicidio avvenuto nella sua Miragno cattura la sua attenzione e quando legge che il cadavere è stato identificato con lui è incredulo. Dopo lo stupore iniziale Mattia decide che quella notizia la userà a suo favore non facendo più ritorno a Miragno. Mattia con la sua vecchia vita non vuole averci più a che fare e decide di seppellire Mattia Pascal e ribattezzarsi come Adriano Meis. Dopo aver girato diverse città decide di stabilirsi stabilmente a Roma prendendo una camera in affitto.

Mattia-Adriano capisce in fretta che una nuova identità non consiste con l’adottare un nuovo nome; anzi in quanto non registrato perché fittizio l’appellativo Adriano Meis non gli garantisce i documenti necessari per poter sposare la figlia del suo affittacamere. Decide di porre fine anche a questa nuova identità e tornare a Miragno per riappropriarsi di Mattia Pascal se non fosse che una volta arrivato si rende conto che le persone sono andate avanti anche senza si lui; sua moglie si è risposata con il suo migliore amico ed hanno avuto una figlia. L’unica cosa che resta a Mattia è il posto da bibliotecario che deciderà di svolgere lontano da tutti.

Ne Il fu Mattia Pascal ci sono i temi che caratterizzano tutta la produzione pirandelliana: il tema della trappola sociale, dell’identità e della maschera. Mattia è stritolato in un matrimonio d’interesse, è vittima di soprusi e disonestà altrui al quale non si ribella se non attraverso la fuga. Scappa dalla sua famiglia, scappa quando gli si presenta l’occasione dopo il viaggio a Montecarlo e scappa dalla sua nuova identità. I temi di identità e maschera tanto cari all’autore qui trovano la loro massima espressione. Identità e maschere che si fondono e che vengono rigettate o uccise a seconda del desiderio dell’interessato.

Insieme a Uno, nessuno e centomila, Il fu Mattia Pascal è il romanzo più rappresentativo di Luigi Pirandello, divenuto negli anni un classico della letteratura letto e studiato nelle scuole con trasposizioni cinematografiche e teatrali.

Le cure domestiche 

  • Titolo: Le cure domestiche
  • Autrice: Marilynne Robinson
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 15 Novembre 2016
  • Acquista il libro su GoodBook

Ruth e Lucille sono due sorelle che si ritrovano a dover crescere con la nonna dopo che la loro madre le ha lasciate sull’uscio della casa materna ed è andata via. Le due bambine non sanno che una volta lasciate lei si è buttata con tutta la macchina giù da un precipizio. La nonna è rimasta vedova molto presto dopo che suo marito è morto in un incidente ferroviario, quel tipo di incidente che diventa storia e che tutti i componenti della comunità tendono a conoscere e tramandare. Oltre ad Helen, la mamma delle bambine, la nonna ha un’altra figlia, Sylvie, che è andata via da così tanto tempo e in un modo così misterioso che il suo nome è diventato un tabù e non bisogna fare riferimento a tutto ciò che le riguarda.

Quando la nonna muore le bambine vengono affidate alle due prozie che decidono di trasferirsi nella casa ai pressi del lago con tutte le loro cose, pronte a prendersi cura delle piccole. Anche le due prozie hanno una bella età e soprattutto un carico di preoccupazioni eccessivo verso Ruth e Lucille. Tutte le loro azioni erano fronte di ansia e tutto poteva trasformarsi in malattia, sparizioni, dolori e morte. Le prozie capiscono ben presto che crescerle le avrebbe fatte ammalare prima del tempo e per questo decidono di contattare Sylvie, anche se non hanno la minima idea di dove sia la nipote. Quando riescono a rintracciarla e farla tornare a casa non hanno neanche bisogno di dire che ora spetterá a lei stare con Ruth e Lucille.

Sylvie era una donna particolare, misteriosa ed eccentrica, una nomade nell’animo affascinata dalle storie dei viaggiatori che incontrava. Sempre avvolta nel suo cappotto e con le scarpe ai piedi che non toglieva neanche per dormire ed ogni volta che usciva di casa per una passeggiata o una commissione le due ragazzine avevano la sensazione che la zia non sarebbe più ritornata.

Sylvie parlava moltissimo di cure domestiche. Mise a mollo per settimane tutti gli strofinacci, in una vasca piena d’acqua e candeggiante. Svuotò le credenze e le lasciò aperte a prendere aria, e una volta lavò metà del soffitto di cucina e una porta. Sylvie credeva nei solventi forti e soprattutto nell’aria. Era per amore dell’aria che apriva porte e finestre, benché fosse probabilmente per dimenticanza che poi le lasciava aperte.

Se all’inizio Ruth e Lucille erano eccitate all’idea di vivere con quella zia che tanto ricordava la loro madre, pian piano la convivenza fa incrinare quel rapporto solido, di pura simbiosi che c’era tra le due. Lucille mal sopporta il comportamento di Sylvie, specie quando fuori dalle mura domestiche la sua eccentricità è sotto gli occhi di tutti gli altri abitanti e soprattutto non concepisce come Ruth non si faccia alcun problema e continui a considerarla normale. I punto di rottura arriverà quando Lucille deciderà di andare via di casa e spezzare definitivamente il legame con la sorella. Questo porterà Ruth a legarsi ancora di più alla zia, l’unico pezzo di famiglia superstite, ed entrambe troveranno la salvezza nella presenza dell’altra.

Le cure domestiche fa parte di quel genere di libri che bisogna leggere con attenzione, con calma e con la mente sgombra da altri pensieri. Non solo per apprezzare maggiormente la storia, ma per avere il modo di immaginare e ricreare l’ambientazione dove tutto si svolge. Fingerbone mi sembrava ormai di conoscerla così come conoscevo il lago. Mi sono immaginata quel posto come un luogo poco abitato e con un’atmosfera in cui la luce del sole tende a farsi vedere poche volte durante la giornata. Lo percepivo questo lago dalle acque scure che al primo freddo tendono a ghiacciarsi. Il lago è protagonista tanto quanto Ruth, Lucille e Sylvie essendo non solo il luogo dello strabiliante incidente passato alla storia, ma è il luogo di fuga delle due ragazzine ed è il luogo in cui il legame tra Ruth e Sylvie diventerà indissolubile.

Le cure domestiche è una storia sui legami familiari e sulle sofferenze che questi comportano, sugli addii dolorosi sempre difficili da superare ed accettare e su quella malinconia che diventa costante della vita. Lo stile della Robinson è poetico e sublime, non a caso questo romanzo è stato riconosciuto dai critici come un capolavoro della letteratura mondiale. 

I più letti dell’anno!

Fine anno tempo di bilanci. Quali sono stati i post più letti nel 2016? Ecco i primi dieci!

  1. L’amore è eterno finché non risponde. Ester Viola. (Einaudi)
  2. Serenata senza nome. Maurizio de Giovanni. (Einaudi)
  3. Cosa pensano le ragazze. Concita De Gregorio. (Einaudi)
  4. I miei genitori non hanno figli. Marco Marsullo. (Einaudi)
  5. Perché ci odiano. Mona Eltahawy. (Einaudi)
  6. Il tassista di Maradona. Marco Marsullo. (Rizzoli)
  7. Mio fratello rincorre i dinosauri. Giacomo Mazzariol. (Einaudi)
  8. Una spiaggia troppo bianca. Stefania Divertito. (NN Editore)
  9. Le ragazze. Emma Cline. (Einaudi)
  10. Pane. Maurizio de Giovanni. (Einaudi)