Ciò che nel silenzio non tace| Martina Merletti

Agosto 1944

Nel carcere Le Nuove di Torino una donna e una suora sono pronte per effettuare uno scambio altamente pericoloso. La suora è lì per prelevare il figlio appena nato della detenuta e fare in modo di salvarlo da una morte che appare certa.

Ottobre 1999

Quando sua madre Elsa era venuta a mancare Aila non era riuscita ad affrontare tutto il carico emotivo piombatole addosso e la soluzione che le si era presentata, affittare in fretta la casa della madre a un borsista, non poteva lasciarsela sfuggire. Da quel giorno erano passati quattro anni, quattro anni in cui aveva continuato ad ignorare il segreto più grande che sua madre le aveva taciuto e di cui lei era venuta a conoscenza per caso, rimettendo in ordine tutte le cianfrusaglie che sua madre amava accumulare. Un foglietto riposto in un libro la informava che sua madre aveva messo alla luce un bambino, Libero, portato in salvo da una suora di nome Giuseppina che lo avrebbe affidato poi a una famiglia amorevole che lo avrebbe cresciuto. Tutto ciò che Aila era convinta di sapere su sua madre si era improvvisamente polverizzato e la sua unica missione era quella di cercare quel fratello che lei non sapeva di avere fino a poco prima e conoscerlo.

La comunità di Montevicino era stata sconvolta da un incidente in cui aveva perso la vita Gilberto Sillaci. I paesini sono fatti così, tutti conoscono tutti, tutti parlano di tutti e un incidente drammatico diventa la notizia da commentare nelle settimane a venire. La madre di Gilberto, Teresa, sembrava non riprendersi dall’incidente che le aveva portato via il primogenito, mentre il fratello, Fulvio, non riusciva neanche ad andare a trovarlo al cimitero.

In quella comunità da qualche tempo a questa parte aveva fatto ritorno Suor Emma dopo gran parte della sua vita trascorsa in un convento di Roma. Suor Emma era conosciuta per essere la figlia del dottore del paese di cui ancora tutti avevano ricordi e Suor Emma sembra essere la chiave di Aila per decifrare il segreto della madre.

Del passato di Elsa, Aila sapeva che era stata in carcere. Il cognome della madre era ebreo, ma quella non era la sua fede e infatti nel braccio femminile del carcere giudiziario di Torino ci era finita per motivi politici. Sua madre l’aveva tirata su da sola e fin da bambina Aila aveva capito che la sua era una situazione diversa da quella degli altri bambini. C’era la questione del numero che sua madre aveva marchiato addosso e c’era la storia del lager, c’era un passato con un carico enorme da portare dietro di cui lei era convinta di sapere tutto.

La storia di Aila e quella di Gilberto si intrecceranno, rivelando passo dopo passo la storia di un paese in guerra che a fatica cerca di sopravvivere e la determinazione e il coraggio di alcune donne che rischiando la propria vita salvano quella di un altro.

Martina Merletti in Ciò che nel silenzio non tace, Einaudi, prende spunto da un fatto realmente accaduto e costruisce intorno a quello un romanzo in cui le emozioni si respirano pagina dopo pagina. Non è un romanzo con dei colpi di scena, anzi, i vari legami si intuiscono fin dall’inizio, ma lo scopo della storia non è quella di stupire, ma quella di raccontare le tante vite che questa storia l’hanno costruita.

Frase fascetta: se tutti gli esordi fossero così, la nostra letteratura sarebbe salva.

La fortuna di Finch | Mazo de la Roche

Ci sono libri che hanno il potere di farti sentire a casa. Una volta lette le prime pagine del libro di Mazo de la Roche La fortuna di Finch, Fazi, avevo la sensazione di trovarmi di nuovo a Jalna, questa splendida tenuta nel territorio canadese che poco per volta abbiamo imparato a conoscere.

Dover dire addio ad Adeline non è stato semplice per nessuno dei componenti dei Whiteoak che dalla centenaria madre e nonna hanno ereditato frasi e movenze che fanno sentire meno la sua mancanza. L’eredità lasciata in blocco a Finch aveva acceso gli animi di molti di loro, ma adesso sembrerebbe che tutti quanti hanno accettato l’assurda decisione di Adeline e l’intera famiglia si prepara per festeggiare i ventun anni del ragazzo con una magnifica cena.

Dal suo canto Finch fatica ancora a credere di aver ereditato quell’immensa fortuna motivo per cui decide di esaudire in un certo senso il desiderio di ogni Whiteoak. Si prodiga nel fare delle migliorie per Jalna, regala una bella automobile al fratello Piers, decide di aiutare la sorella Maggie nel pagamento del mutuo e regala un viaggio ai due zii Nicholas e Ernest a Londra dalla sorella Augusta, un viaggio a cui si unisce anche il giovane che sente più che mai la necessità di cambiare aria.

In tutto ciò, infatti, Finch si sente finalmente libero di poter prendere delle decisioni che hanno a che fare con la sua vita e il suo futuro, anche se è consapevole che tali decisioni non troveranno l’appoggio del suo amato fratello Renny. Decide di mettere i malumori da parte e di godersi il soggiorno londinese insieme agli zii a casa della zia Augusta dove Finch farà la conoscenza della cugina Sarah che in breve tempo farà breccia in lui.

Mentre nel vecchio continente Finch si aprirà a nuove esperienze e ritroverà il fratello Eden, a Jalna il matrimonio tra Renny e Adeline mostrerà le prime crepe e in lei crescerà sempre di più la convinzione di aver fatto un passo rischioso e azzardato e dovrà capire una colta per tutte se vorrà effettivamente far parte della famiglia e diventare una Whiteoak.

Come dicevo in apertura, i libri di Mazo de la Roche sono libri che mi fanno sentire a casa. Sono libri che divoro con l’impazienza tipica del lettore che è incapace di lasciare anche solo per un attimo i propri personaggi preferiti e che una volta arrivata alla fine viene assalita da una dolce malinconia. L’unica magra consolazione è sapere che non molto tardi questa amata famiglia tornerà a bussare alla mia porta e non vedo l’ora di poter aprire e immergermi nuovamente nelle loro vite.

  • Titolo: La fortuna di Finch
  • Autrice: Mazo de la Roche
  • Casa Editrice: Fazi
  • Data di pubblicazione: 28 Gennaio 2021

Questo giorno che incombe | Antonella Lattanzi

Se dovessi pensare al luogo in cui mi sento più al sicuro, non avrei dubbi, sceglierei casa. Casa è dove ci sono i miei affetti, casa è dove mi sento me stessa, casa è dove conosco tutti gli angoli, casa è dove anche il buio non mi fa paura.

Francesca si trasferisce insieme al marito Massimo e alle due figlie Angela e Emma da Milano a Roma. Il motivo del trasferimento è dovuto al lavoro di Massimo, anche se Francesca è ben contenta della decisione di crescere le due figlie in un luogo molto più tranquillo rispetto a una metropoli e dove finalmente potrà trovare il tempo di dedicarsi al suo sogno nel cassetto: scrivere un libro per bambini.

Il quartiere dove la famiglia di Francesca si traferisce è il tipico quartiere tranquillo dove tutti conoscono tutti, dove tutti sono ben contenti di dare un caloroso benvenuto alla splendida famigliola e dove tendenzialmente non accade mai niente. Una tranquillità di fondo che spesso fa rima con noia e infatti poche settimane dopo il trasferimento Francesca inizia a sentirsi soffocata da quella tranquillità e dai sorrisi smaglianti dei vicini che sembrano che stiano lì a guardare, anzi spiare, ogni mossa che fa.

Un pomeriggio in quel quartiere in cui tendenzialmente non succede mai niente scompare una bambina del condominio di Francesca, Teresa, un’amichetta di sua figlia Angela. Com’è stato possibile che quei vicini che sanno tutto di tutti e che spiano in continuazione cosa fanno gli altri non hanno visto chi ha preso Teresa? Quel drammatico evento squarcia la tranquillità del posto getta Francesca nell’angoscia più pura. Il luogo che pensava essere il più sicuro in assoluto diventa il luogo in cui tutte le paranoie e i pensieri malsani la assalgono e la soffocano. Meglio a un’altra che a me, sembra confessare a sé stessa Francesca. Meglio la figlia di un’altra persona che una delle due miei bambine. È un pensiero atroce, ma sembra essere l’unico pensiero che la tiene a un passo lontano dalla follia.

C’è Massimo che sembra non comprendere la paura in cui Francesca è sprofondata e ci sono i vicini convinti che Teresa prima o poi tornerà e che il mostro non è da trovare all’interno, perché i condomini sono tutte brave persone e il condominio è come una sorta di seconda famiglia. Il colpevole, però, bisogna trovarlo e poco importa se è colui che effettivamente ha fatto del male alla piccola Teresina. Bisogna dare un volto al mostro, bisogna farlo in fretta, perché così questa sarà una storia da mettersi alle spalle e si potrà tornare alla normalità.

Antonella Lattanzi in Questo giorno che incombe, Harper Collins, rielabora una storia di cronaca nera realmente successa. L’autrice, abilmente, utilizza il pretesto della scomparsa di una bambina per raccontarci tutt’altra storia. Il filo della narrazione è mosso da altri tasselli che pagina dopo pagina si incastrano perfettamente tra loro. C’è la maternità, con le sue gioie e i suoi dolori, c’è il matrimonio, con le sue difficoltà di coppia e col prezzo da pagare sempre più alto uno dei due, c’è la diceria, tipica dei posti piccoli, che da chiacchiera leggera diventa voce maligna e in breve vera e propria croce da portare addosso.

Siamo a febbraio e incoronare questo libro come miglior libro di questo 2021 è presto, me ne rendo conto. Facciamo che ci aggiorniamo a fine anno, voi nel frattempo leggetelo e poi mi dite.

  • Titolo: Quel giorno che incombe
  • Autrice: Antonella Lattanzi
  • Casa Editrice: Harper Collins
  • Data di pubblicazione: 14 Gennaio 2021

L’amore è eterno… no | Tre storie (non) d’amore!

È giunta oggi in tutto il suo splendore la festa degli innamorati. Non conosco festa più divisiva di questa con da un lato le coppiette felici che festeggiano il loro amore a suon di regalini e pensieri romantici per il proprio amato e dall’altro chi questa festa proprio non la può sopportare, additandola come l’ennesima trovata consumista volta solo a far spendere denaro al grido di l’amore non si celebra solo una volta l’anno.

Tra i due io mi colloco volentieri nel mezzo, anzi, di questa celebrazione me ne importa tanto quanto le oscillazioni dei titoli in borsa: meno di zero. Al tempo stesso se volete dire al mondo che vi amate fatelo tranquillamente, mi giro a guardare dall’altra parte.

La domanda che tutti vi state ponendo (vi vedo tutti lì intenti a googlarlo è): ma perché San Valentino è la festa degli innamorati? Dobbiamo fare un bel passo indietro nel tempo (quanto mi sento Alberto Angela quando faccio così) e arrivare al 496 d.C. quando il papa Gelasio I decise di mettere fine ai lupercalia, i riti che i romani facevano in onore del dio della fertilità Luperco. I riti si svolgevano durante alcuni giorni di febbraio e culminavano il 15 di questo mese ed erano legati alla purificazione e alla fecondità. Il rito legato alla fertilità prevedeva delle frustrate alle donne da parte degli uomini e loro erano ben contente di partecipare, proprio perché questo era di buon auspicio in caso di gravidanza. Papa Gelasio ritenne questi riti privi di morale, motivo per cui decise di istituire il giorno precedente, e cioè il 14, una festa dedicata agli innamorati, una festa che rispolverava il concetto dell’amore puro privo di sessualizzazione.

Tutto questo si lega poco alla figura di San Valentino e qui entra in gioco la leggenda secondo cui il santo avrebbe regalato a una fanciulla la somma necessaria come dote per il suo matrimonio e questo atto generoso del santo lo ha eletto come protettore degli innamorati.

Se ci spostiamo in campo letterario il merito, invece, è tutto da dare a Geoffrey Chaucer che in onore del matrimonio tra Riccardo II e Anna di Boemia scrisse un poema di 700 versi in cui associava San Valentino a Cupido.

Veniamo a tre storie d’amore da leggere per celebrare questa festa degli innamorati.

Faccio una dovuta premessa: l’amore è in tantissime forme. Si può amare senza essere ricambiati. Si può continuare ad amare una persona del passato che non fa più parte della nostra vita. Si può amare una persona che è impegnata con un’altra: insomma, l’amore ha tante di quelle forme che ci metterei una vita a elencarle tutte. I libri da me scelti non sono libri col vissero tutti felici e contenti, perché l’amore è anche e soprattutto sofferenza e se siete alla ricerca di quel tipo d’amore, leggetevi un Harmony e lasciate perdere me.

L’amore, come dicevo, può essere quello da due persone che si amano, ma che non riescono a stare insieme e che mettono su un tira e molla continuo degno di Ridge e Brooke di Beautiful. Una delle storie d’amore più autentiche degli ultimi anni è quella che sapientemente racconta Sally Rooney in Persone normali, Einaudi. Marianne e Connell si conoscono quando entrambi frequentano lo stesso liceo. Lui il ragazzo popolare, lei quella considerata sfigata. Si piacciono, si amano, ma la loro storia resta solo affar proprio. Si lasciano, vanno al college, la situazione si ribalta con Marianne che acquista fiducia e diventa l’anima delle feste e Connell che non si sente di appartenere a quel mondo. Si riprendono, ma anche questa volta le cose non sembrano funzionare e la rottura è proprio lì dietro l’angolo. Se siete alla ricerca di relazioni disfunzionali, questa fa al caso vostro.

Lui, lei, l’altra. Niente di nuovo sul fronte occidentale mi verrebbe da dire. Ne Il ritratto di Ilaria Berdardini, Mondadori, abbiamo una lei, scrittrice di successo conosciuta in tutto il mondo e abbiamo lui, imprenditore noto. Piccolo particolare: lui è sposato con una pittrice anche lei famosa. Succede che lui ha un ictus e l’unico modo che ha l’amante per avere sue notizie è quello di commissionare un ritratto alla moglie pur di avere informazioni sulle sue condizioni di salute. L’ho detto, l’amore ha tante forme e questa storia ne è la prova.

Siete mai stati innamorati di una puttana? Ottanta rose mezz’ora di Cristiano Cavina, Marcos y Marcos, esordisce così, spiazzando subito il lettore. Ci sono due persone che si incontrano, si piacciono e si innamorano. C’è una ragazza che stanca di dover far fronte ai debiti pensa di aver avuto l’idea che la salverà: farsi pagare per mezz’ora di sesso. C’è un lui che pur di non perdere la sua amata decide di assecondarla in questa folle idea. Se siete ancorati all’idea di amore romantico, di rose rosse da regalare al primo appuntamento, di stucchevoli dichiarazioni d’amore stile baci perugina ve lo dico: questo romanzo non fa per voi. Se pensate che l’amore sia trascinante, dissoluto, sporco, allora mettetevi comodi che questa storia sarà nelle vostre corde e vedrete che le uniche rose saranno quelle che indicano la tariffa di Sammi: ottanta rose, mezz’ora.

Di libri necessari|Matt Haig e Paolo Milone

Gennaio è stato un mese strano per quanto riguarda le letture, anzi, gennaio è stato un mese strano. Avete presente quella sensazione di non voler fare niente? Non parlo di ozio fine a se stesso, parlo di quella cosa per cui niente ci smuove. Gennaio è stato un lungo letargo in cui la maggior parte dei libri che ho iniziato, li ho messi via dopo poche pagine e le poche serie TV che ho visto, le ho viste in un modo così superficiale che a stento le ricordo.

Non nascondo che tutta la situazione che stiamo vivendo inizia a pesare a livello emotivo, ma sarà solo quello? I libri sono da sempre il mio conforto e il mio rifugio e se anche un libro non è capace di proiettarmi altrove, allora il fatto è grave e la situazione è serie.
Gennaio è quindi stato un mese in cui sono passata da una lettura all’altra, ma poche hanno fatto davvero breccia nel mio cuore da lettrice.

Un discorso diverso va fatto per due dei libri che mi hanno fatto compagnia in queste ultime settimane e cioè «Ragioni per continuare a vivere» di Matt Haig (Edizioni E/O) e «L’arte di legare le persone» di Paolo Milone (Einaudi).
Nel primo lo scrittore si mette a nudo raccontando il suo periodo più buio in cui si è ritrovato a fare i conti con una forte depressione e con l’ansia. Paolo Milone, qui al suo esordio, racconta i suoi oltre quaranta anni come medico nel reparto di Psichiatria d’urgenza a Genova. La malattia mentale raccontata da una parte da chi l’ha vissuta sulla propria pelle e dall’altra da chi la vede ogni giorno sulle persone che cerca di curare. Mi tocca scomodare uno dei termini che più detesto quando si parla di libri, ma in entrambi i casi non posso che dire che questi sono libri necessari, perché ancora oggi la malattia mentale è un tabù, ancora oggi si confonde depressione con tristezza e ansia con eccessiva emotività e soprattutto ancora oggi i pregiudizi legati alla malattia mentale sono tanti, sono troppi.

Sei depresso? Esci, vedi qualcuno. Sei ansioso? Non ci pensare, pensa ad altro. In «Ragioni per continuare a vivere», Matt Haig racconta di quanto facile sia cadere in depressione e quanto difficile sia rialzarsi e soprattutto racconta le montagne russe emotive che questo male oscuro provoca. Paolo Milone pagina dopo pagina, invece, ci porta tra le storie di chi combatte, di chi vince, di chi perde, di chi si arrende e di chi ad arrendersi non vuole pensarci affatto.
Sono due libri diversi eppure legati indissolubilmente tra loro.

Non vorrei dire che sono due libri che dovrebbero leggere tutti, ma dico che sono due libri che dovrebbero leggere tutti.

  • Titolo: Ragioni per continuare a vivere
  • Autore: Matt Haig
  • Casa editrice: Edizioni E/O
  • Data di pubblicazione: 4 Giugno 2020
  • Titolo: L’arte di legare le persone
  • Autore: Paolo Milone
  • Casa editrice: Einaudi
  • Data di pubblicazione 19 Gennaio 2021