Editoria a pagamento? Parliamone

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Prima di iniziare: non è un post pro o contro l’editoria a pagamento quindi chi ne è rappresentante e chi ne ricorre non se la prenda. Semplicemente c’è una mia cara amica che ha avuto un’offerta da un editore a pagamento per pubblicare un suo racconto e mi ha chiesto un parere sulla faccenda e mi sono ritrovata quindi nel magico mondo dell’editoria a pagamento.

Quando ho fatto il corso, tra le tante cose studiate c’era anche la sezione dedicata ai vari tipi di editoria che si possono riassumere brevemente in tre:

  • classica: un editore crede in un libro e si assume gli onori e gli oneri della pubblicazione;
  • a pagamento: un editore (o meglio un imprenditore perché editore proprio non riesco a definirlo) fa pagare le spese di pubblicazione all’autore e gli pubblica il libro;
  • il self-publishing o l’auto pubblicazione: un autore decide di non ricorrere ad un editore e pubblica un libro a proprie spese avendo poi il massimo dei ricavi.

L’editoria a pagamento è vista come la pecora nera dell’editoria perché ragionandoci bene manda all’aria tutta la purezza del concetto di editoria. Pagare per essere pubblicati significa solo una cosa: tutti possono essere pubblicati. Vi pare poco? Non che i libri che escono attraverso il sistema di editoria classica siano capolavori del nostro tempo, anzi, basta dare un’occhiata alle classifiche, vedere che alcuni posto sono occupati da libri di youtuber, cantanti, attori e compagnia bella per rivalutare tutto il concetto di editoria stessa.

Pubblicare a pagamento però significa vedere lo scrittore solo come potenziale cliente e basta. Quando ho visto il contratto che questo editore (mah) ha proposto alla mia amica sono sbiancata. In breve: non le viene riconosciuto il diritto d’autore, a lei spettano le spese di correzione bozze e soprattutto lei deve provvedere a trovare chi le corregge le bozze e soprattutto lei è tenuta per contratto ad acquistare ventotto libri sui trenta che verranno stampati. Ditemi voi l’etica dove sta. Devo pagare per essere pubblicata e devo anche comprare quasi il totale delle copie prodotte.

In questo giro tra editore e scrittore è rimasta fuori la terza potenza dell’editoria, quella che muove tutto il mercato editoriale: il lettore. Se io compro tutte le copie, al lettore cosa spetta? Certo, può mettersi lei a vendere le copie privatamente, tanto le ha acquistate e può farne ciò che vuole, ma sappiamo che non funziona così, o meglio così non dovrebbe funzionare.

Sarà che io ho un’idea romantica dell’editoria dove un editore intravedendo il potenziale di un libro si assume tutte le responsabilità e i rischi del caso. Motivo per cui, in teoria, non tutto viene pubblicato.

Per concludere però spezzo una lancia a favore dell’editoria a pagamento. Non è un’idea di editoria che condivido ma non la giudico e la reputo colpevole del tutto. Dove c’è una domanda, c’è un’offerta e dove ci sono persone disposte a pagare per pubblicare il proprio libro pur di vedere stampato il proprio nome in copertina ci sarà un editore disposto ad accettare quella somma di denaro e agire come meglio crede. Non è un caso se l’editoria a pagamento in inglese è stata denominata vanity press mentre in francese édition à compte d’auteur (edizione dell’autore, visto che il rischio lo assume solo lui).

Passo a voi la parola, avete avuto esperienze con l’editoria a pagamento? Cosa ne pensate di questo sistema?

 

L’altra madre

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  • Titolo: L’altra madre
  • Autore: Andrej Longo
  • Editore: Adelphi
  • Data di pubblicazione: 28 Aprile 2016

Genny ha sedici anni, lavora in un bar, guida il motorino in modo spettacolare roba che un altro così non lo trovi in tutta Napoli e si prende cura di sua madre che ha problemi di salute e arrotonda con piccoli lavori di sartoria e ama leggere le carte. Tania ha quindici anni, la scuola, la sua migliore amica, le feste spensierate con i compagni di scuola, una madre poliziotta che ama alla follia e che è il suo modello di vita. Le vite di Genny e Tania si intrecciano un pomeriggio come un altro e cambiando drasticamente la vita di entrambi.

Quando Salvatore aveva proposto a Genny un lavoretto lui aveva fermamente rifiutato. Lui un lavoro già lo aveva, certo, non guadagnava oro, ma era un lavoro onesto, che lo teneva lontano dalla strada e soprattutto da quel mondo. Salvatore però lo aveva in un certo senso sfidato, non sei un uomo vero se non accetti, pochi minuti e vedi che ci esce qualcosa pure per te e poi come guidava il motorino Genny non lo guidava nessuno, ci avrebbero messo niente. Genny ci pensa, alla fine tiene ragione Salvatore e poi lui è un uomo fatto e finito e di certo non ha paura di fare uno scippo.

Il tempo che Salvatore decida le vittime e chi meglio di due ragazzine della Napoli bene che possono permettersi di spendere nei negozi d’alta moda, tanto hanno paparino che paga. Tutto avviene in pochi minuti, il motorino che corre veloce, Salvatore che strappa la borsa alla ragazza, Tania che fa resistenza ma che alla fine cede e cade per terra, sbattendo la testa, morendo all’istante.

Aveva ragione Genny a non voler entrare in quelle tarantelle, avrebbe fatto meglio a fare la figura del fifone: meglio fifone che assassino. La madre di Tania è poliziotta e dopo la morte della figlia la sua unica ragione di vita è trovare chi ha ucciso la figlia e fargli fare la sua stessa fine.

L’altra madre è un libro che scardina tutto, che rovescia i ruoli e distrugge tutte le certezze. Cosa succede se chi rappresenta i buoni passa dalla parte dei cattivi? Cosa succede se il difendibile diventa indifendibile? Cosa succede se provi pietà per un assassino? Le domande ci sono ma non pensate di riuscire a trovare le risposte, perché di risposte il libro non ha intenzione di darle. Andrej Longo racconta una storia e che sia ambientata a Napoli, la città dove bene e male si mescolano e sovrappongono in continuazione, è un dettaglio. Di scippi ce ne sono ovunque e di fatalità anche e il libro non intende focalizzarsi su questo. Si parte da una situazione ben delineata, ossia da una parte il bene e la giustizia e dall’altra il male e l’illegalità. A un certo punto questo equilibrio si rompe e cambia. C’è una madre che ha visto la sua unica figlia uccisa per colpa di uno scippo e che vuole farsi giustizia da sola, lei che rappresenta la legge contravviene alle regole che lei stessa fa rispettare. C’è il dolore atroce di una madre che sicuramente merita rispetto, ma le azioni che Irene intraprenderà in preda alla sua sete di vendetta non la possono giustificare, non è etico né deontologico visto la professione che svolge ed è inumano perché alla fine siamo esseri umani. Questo libro è una escalation di suspense e colpi allo stomaco, scritto magistralmente e con un utilizzo perfetto del napoletano.

Lealtà

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  • Titolo: Lealtà
  • Autrice: Letizia Pezzali
  • Editore: Einaudi (Stile Libero)
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Giulia, trentadue anni, lavora a Londra in una banca d’affari. Un lavoro fortemente voluto e desiderato, un lavoro che grazie ai soldi guadagnati le permette quella sicurezza che da figlia orfana di padre non ha mai sentito quando era più piccola. Quando sei una bambina e cresci con un solo genitore che si fa in quattro per non farti mancare niente cresci con un unico desiderio, ossia quello di rifarti economicamente per non avere così preoccupazioni legate al denaro.

Il lavoro di Giulia, dall’esterno, può essere visto come un lavoro freddo, fatto di soli numeri e calcoli per niente appassionanti. Il mondo della finanza, dei mercati è fatto così, un lavoro fatto di testa che non presuppone emozioni. Giulia infatti di dedica al lavoro anima e corpo riservato poco tempo libero all’intrecciare relazioni con gli altri. Eccezion fatta per Michele, il suo unico grande amore del passato che tanto passato non è visto che le basta sentire semplicemente il nome per scatenare uno tsunami di ricordi.

Tutto il romanzo si muove su due piani temporali; da un lato la Giulia del passato, studentessa universitaria a Milano e dall’altra quella del presente a Londra, tra i palazzi del Canary Wharf, tra affari, finanza, tailleur e tacchi alti e il ricordo di Michele, la sua ossessione mai dimenticata.

Michele non era stato solo un amore, era stato desiderio, passione e soprattutto ossessione. Del loro primo incontro ricorda ancora gli sguardi, le poche frasi scambiate e il conseguente colpo di fulmine scoppiato. Non l’avrebbe mai detto, ma con le passioni funziona sempre così. Non avvertono e sono fuori da ogni logica. Michele era molto più grande di lei, coetaneo di sua madre, poteva essere il padre che Giulia non aveva mai conosciuto a causa di un incidente che glielo aveva portato via troppo presto e cosa più importante Michele era sposato, aveva una bambina e non aveva intenzione di lasciarle per lei. Voleva Giulia, ma la voleva nei momenti che riusciva a togliere alla sua famiglia e al suo lavoro. Un rapporto con queste premesse non è semplice, ma Giulia non lo scansa, anzi, si butta a capofitto decidendo di viverlo anche se non nella sua totalità, accontentandosi del poco che lui riusciva a riservarle.

Se parlerai di noi, fallo con lealtà.

Il punto forte del romanzo è la storia tra Giulia e Michele, storia troppo attuale per non identificarsi, storia parabola degli amori di oggi vissuti più al telefono che di persona. Giulia si strugge nell’attesa degli sms che non arrivano, nel vivisezionare il profilo FaceBook di Michele alla ricerca di indizi che mostrerebbero un suo nuovo amore e interpreta un like di una donna al suo Michele come prova tangibile del tradimento. Una storia 2.0. in un ambiente inusuale come quello dell’alta finanza, una storia che si snocciola tutta tra i temi ossessione, passione e desiderio, temi più che mai attuali, temi più che mai interessanti.

Napoli Città Libro

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Le date ci sono, dal 24 al 27 maggio. La location anche, il complesso Monumentale di San Domenico Maggiore. Il nome si conosce da mesi, Napoli Città Libro. Le basi ci sono, ora non resta che aspettare fiduciosi il programma e vedere come si articolerà quello che dovrebbe essere il primo salone del libro della città partenopea.

L’idea è nata grazia al Comitato Liber@Arte di cui fanno parte gli editori Diego Guida, Alessandro Polidoro e Rosario Bianco e partiva da una constatazione semplice: a Napoli non c’è nessun evento dedicato ai libri (con la dovuta eccezione del festival Un’altra Galassia).

L’Italia è il paese dei Festival, tantissime le città italiane che ospitano rassegne dedicate al mondo del libro e dell’editoria, basti pensare a Torino e al suo Salone del Libro che lo scorso anno ha tagliato il traguardo dei trent’anni, al neonato Tempo Di Libri di Milano, al Festival Letteratura di Mantova, a PordenoneLegge, a Roma che ospita varie fiere dedicate al mondo della piccola e media editoria, insomma tante città, tanti festival e unica assente Napoli. Inspiegabile come una città con un altissimo numero di scrittori non abbia avuto fino ad oggi un festival, ma fortunatamente questa lacuna sta per essere colmata.

I lavori di preparazione della kermesse sono iniziati da mesi, in un programma un calendario ricco di eventi e attività trasversali che non riguarderanno solo i libri ma anche l’arte e il teatro e una forte collaborazione con le associazioni culturali presenti sul territorio, le università, le biblioteche e le librerie.

Il direttore artistico Francesco Durante già nei mesi scorsi si è lasciato scappare qualche nome tra cui spicca Vinicio Capossela e presenza certa lo scrittore Maurizio de Giovanni che si è fatto promotore dell’evento ed ha invitato i suoi colleghi ad aderire.

In questi mesi di work in progress Napoli Città Libro ha ideato tutta una serie di appuntamenti. Per restare aggiornati basta seguire le loro pagine ufficiali FaceBook e Twitter e il loro sito ufficiale Napoli Città Libro.

Le Assaggiatrici

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  • Titolo: Le Assaggiatrici
  • Autrice: Rosella Postorino
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di pubblicazione: 11 Gennaio 2018

«Dovevamo finire tutto quello che ci mettevano nel piatto, quindi aspettare un’ora e ogni volta eravamo terrorizzate che potessimo stare male, perché girava voce che gli inglesi volessero avvelenare Hitler. Passato il termine, scoppiavamo a piangere, felici di essere sopravvissute».

Queste sono le parole di Margaret Wolk, una delle vere assaggiatrici di Hitler. Per tantissimi anni questa storia è rimasta un suo segreto, poi ha deciso di farla conoscere al mondo. Grazie ad un trafiletto su un quotidiano nazionale l’autrice, Rosella Postorino, è venuta a conoscenza di questa storia e ha sentito la necessità di raccontarla.

Se il Führer ha bisogno si obbedisce.

Se il Führer ha bisogno non si discute, non si domanda perché un no equivarrebbe a morte certa.

Girava voce che gli inglesi volessero avvelenare Hitler e la soluzione fu quella di scegliere dieci donne da utilizzare come cavie che avrebbero assaggiato per prime il cibo a lui destinato. Donne giovani perché dovevano essere sane e solo donne perché gli uomini forti erano tutti al fronte. Se il cibo fosse stato avvelenato sarebbero morte loro la cui vita valeva niente in confronto a quella dell’immenso uomo che stava portando la Germania alla vittoria.

Rosa era diventata un’assaggiatrice. Per tre volte al giorno sfidava la morte, per tre volte al giorno il suo corpo veniva messo al servizio di Hitler. Per Rosa e le altre avere fame era diventato un incubo e il sapore del cibo aveva assunto il sapore della morte. Rosa era consapevole che non poteva sottrarsi a quella chiamata, per giunta suo marito Gregor si trovava al fronte e sua madre era morta in uno dei tanti bombardamenti che avevano distrutto la sua casa e la sua Berlino. Nell’attesa che la guerra finisse e che suo marito tornasse, Rosa viveva con i suoi suoceri e fu proprio in quella casa che le SS vennero a cercarla. Chissà perché lei, si chiese a lungo.

Recarsi in caserma tre volte al giorno per assaggiare il cibo destinato ad Hitler era diventata la sua routine e con alcune di loro, Leni, Elfriede, Heike, Ulla e Beate aveva creato un rapporto che si potrebbe definire amicizia. Con quelle donne trascorreva del tempo, condivideva paure ed erano accomunate dallo stesso destino. Se fossero state altrove e in un altro periodo probabilmente non si sarebbero neanche notate, ma in quello stato di prigionia avere alleati avrebbe alleviato il dolore e la solitudine.

Quando di Gregor smette di avere notizie dal fronte per non sprofondare nella follia Rosa stringe un legame inizialmente solo carnale e poi anche emotivo con il tenente delle SS Albert Ziegler.

Le Assaggiatrici è un romanzo che si divora in pochissimo. La storia di Rosa ti cattura dalle prime righe e velocemente ti trascina verso il finale. Le atmosfere mi hanno ricordato tantissimo Il Racconto dell’ancella, lo stesso clima di coercizione a cui le donne sono costrette e il loro non avere alternative oltre al non potersi ribellare. Rosa è una vittima della situazione, è costretta suo malgrado ad accettare perché non ha alternative. Quante volte però ci diciamo questo? Quante volte ci rifuggiamo nella frase non avere alternative utilizzandolo come alibi perfetto? Molte volte è semplicemente la strada più semplice, con meno problemi e meno complicazioni. Rosa è sicuramente prigioniera della situazione, ma è anche una privilegiata. In un momento storico in cui il lavoro non c’è e il cibo scarseggia Rosa ha assicurati tre pasti e uno stipendio mensile anche più alto della media e questo la rende complice di quel sistema. Una sola persona non può trascinare un Paese in un clima totalitario se una massa non glielo avrà permesso.

Le assaggiatrici è stato il primo libro letto di questo 2018 e non potevo non iniziare meglio. Una storia raccontata alla perfezione, un libro di letteratura pura come non capita spesso e uno stile narrativo intimo ed intenso capace di scatenare potenti emozioni. Oltre che permettermi di conoscere una storia che ignoravo completamente mi ha permesso di conoscere una scrittrice straordinaria che ho voglia di approfondire attraverso le sue precedenti letture.

#LettoriSiRaccontano: Elisabetta Favale

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Per la rubrica #LettoriSiRaccontano oggi si racconta Elisabetta Favale. Io ed Elisabetta ci siamo conosciute in quel fantastico mondo che è Twitter. Elisabetta ha un blog su Linkiesta E(li’s)books, scrive di libri per Rocknread e Cultweek. Insomma i libri sono la sua passione e a noi racconta di quando questa sua passione è nata e cresciuta e quali sono stati i libri per lei fondamentali. 

Ricordo perfettamente quando sono diventata una lettrice: alle elementari. In quarta. Avevo una maestra che in classe aveva creato una piccola biblioteca e noi bambini potevamo prendere in prestito dei libri. Quello fu il momento in cui cominciai a leggere libri scelti direttamente da me e non regalati dagli adulti. Quelli di storia mi piacevano moltissimo, per diversi mesi ho letto libroni enormi sugli antichi egizi, mi sedevo in un angolino in cucina e leggevo leggevo talmente assorta che niente mi scuoteva da quella specie di viaggio!

Poi ho cominciato a fare richieste precise alle medie. Mi ricordo che c’era, vicino casa, una libreria che metteva fuori dalla porta una cesta con i libri scontati, beh mi sono fatta comprare tutto Verga, Boccaccio (bizzarro lo so!) Flaubert, Stendhal e Kafka! La metamorfosi l’ho letto una volta all’anno dai 13 ai 18 anni finché non l’ho capito!

Al liceo (classico) ho avuto un professore di latino e greco che ci leggeva in classe anche Thomas Mann e ci suggeriva i libri da leggere assolutamente, è arrivato quindi anche Marquez (e Bertrand Russell) e poi via via altri, da Eco alla Fallaci a Terzani, senza tralasciare lo spassosissimo De Crescenzo.

Non ho più smesso. All’università (sono laureata in diritto amministrativo e mi occupo di appalti coerentemente) quando finivo gli esami per rilassarmi leggevo i libri della mia compagna di stanza che studiava lingue quindi ho approfondito Joyce ma anche autori più di nicchia come Henry James. Leggo di tutto, amo la letteratura americana che per me è il top! Mi piacciono le poesie e ho una predilezione per le short-stories.

Tutto qua!

Questo è il mio sangue

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  • Titolo: Questo è il mio sangue
  • Autrice: Elise Thiébaut
  • Editore: Einaudi
  • Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Qualche settimana fa leggevo una notizia su Il Post che titolava “In Nepal si muore di mestruazioni”. Riportava la storia di una studentessa di 22 anni, Gauri Kumari Budha, morta nella sua capanna soffocata dal fumo del fuoco che aveva acceso per scaldarsi. La ragazza non è morta a causa del ciclo, ma a causa del ciclo era stata allontanata dalla propria casa e costretta ad essere isolata perché tradizione vuole che il sangue sia impuro e quindi in quei giorni lì (uso l’espressione tipica che indica i giorni in cui noi donne abbiamo il ciclo) le donne vengono allontanate dai villaggi e isolate.

Le mestruazioni sono un tabù? In molte rideranno e si scandalizzeranno nel sentir definire le mestruazioni un tabù. Dopo tutte le battaglie fatte consideriamo ancora il ciclo un argomento off limits? No, andiamo, non siamo più nel medioevo. Vi do una notizia però. Se in Nepal le donne vengono allontanate e isolate perché impure, se in tantissimi paesi africani le donne in quei giorni non possono andare a scuola perché non sono dotate di assorbenti e devono utilizzare fogliame e carta e altri materiali non idonei ed igienici e se in Bolivia vietano alle donne di farsi persino la doccia (in quei giorni dove l’igiene dovrebbe moltiplicarsi) allora vuol dire che le mestruazioni sono un problema e anche un tabù perché non vale occuparsi solo della propria parte di cielo, troppo facile ed anche irresponsabile.

Di mestruazioni non se ne parla apertamente e dirlo non cancella i diritti che le donne hanno conquistato con le loro battaglie e non ci fa retrocedere negli anni preistorici e medievali. È una cosa naturale, normale ma anche intima e fonte di pudore. C’è chi ne parla apertamente, chi utilizza espressioni per indicarle, chi ci gira intorno e chi preferisce non parlarne. C’è chi non è in grado neanche di dire la parola assorbenti (io per anni a mia madre dicevo mancano i cosi), chi li nasconde in borsetta e quando li caccia riesce in trucchi che farebbero impallidire prestigiatori con anni di carriera alle spalle e chi li nomina, li mostra e chissenefrega ho il ciclo gli assorbenti mi servono e li uso senza problemi.

La scrittrice Elise Thiébaut in questo saggio affronta lo spinoso tema delle mestruazioni facendo anche un interessantissimo excursus storico, religioso, mitologico e sociale e analizzando molteplici questioni che da queste derivano.

Dall’arricchimento delle aziende che si occupano della protezione periodica delle donne, e parliamo di trenta miliardi di dollari l’anno, ai rischi che tali protezioni possono provocare alle donne e di cui nessuno parla. I famosi assorbenti e tampax che a sentire la pubblicità ti alleggeriscono la favolosa esperienza mensile non vengono sottoposti agli stessi controlli di qualsiasi prodotto cosmetico e la loro stessa composizione non viene mostrata nei dettagli sulle confezioni. Ebbene i rischi che il loro utilizzo comporta ci sono, ma tutti preferiscono far finta di nulla, così come dovremmo far finta di nulla sulla questione Iva che ci tocca pagare su questo prodotto che per noi donne è un genere di prima necessità ma che non viene reputato come tale. Il paragone che farà arrabbiare in molti è che la Coca-Cola ha un’aliquota del 5,5% e gli assorbenti del 20%.

Perché abbiamo tanta paura di un processo naturale che ci permette di dare la vita? Perché ci affrettiamo a nascondere nella borsa i tamponi interni quando ci capita di tirarli fuori per sbaglio? Perché bisbigliamo mestruazioni quando siamo pronti a gridare troia, zoccola e puttana?

La risposta lo ammetto mi sfugge. Bisognerebbe scindere tra vergogna e pudore e provare a ragionarci. Non ho vergogna sia chiaro, anche perché vergognarmi di qualcosa che mi mette k.o. fisicamente e mentalmente per quattro/cinque giorni al mese per una media di trenta/quaranta anni mi sfinirebbe. Pudore sì, perché la reputo una questione personale ed intima che non nascondo ma ometto. Nella mia famiglia quando a una di noi ragazze arrivavano le mestruazioni per la prima volta partivano le telefonate dei parenti che ti facevano gli auguri (quando vennero a me intimai a mia madre che se l’avesse detto ad anima viva povera a lei e le congratulazioni me le sono scampate). Che sia arrivato il momento di una rivoluzione mestruale? Che sia arrivato il momento di parlarne liberamente senza curarsi troppo degli altri? Per il momento è arrivato questo libro. Leggete Questo è il mio sangue e poi ne parliamo.

Lettori si raccontano

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Ve lo ricordate il momento in cui siete diventati lettori? Quel momento in cui avete capito che la lettura non era solo un passatempo per riempire quelle ore di noi ma qualcosa di molto più serio? Ve lo ricordate il primo libro che avete letto?

Il momento in cui sono diventata lettrice non lo ricordo, ricordo però mio padre che tornava da lavoro portando con sé il Corriere dello Sport (quello della Sera lo leggeva la mattina nei primi momenti liberi in ufficio) e prima che fosse pronto in tavola sfogliava, leggeva e commentava a volte tra sé e sé, altre ad alta voce (ma parlava sempre a se stesso). Ricordo sempre mio padre, il pomeriggio in poltrona, occhiali e un bel tomo tra le mani, era un appassionato di storia e di biografie i suoi libri sono ancora lì, qualcuno ha ancora qualche segnalibro tra le pagine. Più che voler diventare lettrice io volevo diventare come lui, volevo mettermi accanto a lui, sfogliare il mio bel libro e magari commentare anche io. Se sono diventata lettrice è stato per spirito di emulazione all’inizio, per pura estasi successivamente.

Le mie prime letture sono state i fumetti: Paperino, Zio Paperone in primis, ogni tanto anche Topolino anche se l’ho sempre trovato abbastanza saccente. Quando mi chiedono delle mie prime letture fatte io rispondo senza vergogna che ho iniziato dai fumetti. Vorrei aver delle storie più interessanti, tipo ho iniziato da Piccole Donne, il libro Cuore o oltre letture, ma io ho iniziato col mondo dei paperi e mi sta bene così. L’unica cosa che non mi stava bene era che il fumetto che acquistavo la domenica mattina lo terminavo la domenica sera e quindi passavo una settimana d’agonia e d’attesa che mi avrebbe portato verso il nuovo acquisto. Il passaggio ai libri è stato quindi naturale, avevo bisogno di libri che fossero più lunghi, di storie che durassero di più.

L’amico ritrovato di Fred Uhlman è stato il mio primo libro. Eravamo in vacanza e mia cugina aveva portato con sé questo piccolo libriccino. Parlo di un estate di molti anni fa (non tantissimi eh, non sono così vecchia), un’estate in cui gli smartphone non c’erano e i cellulari stessi non avevano l’importanza che gli diamo oggi. Un pomeriggio in cui non potevamo scendere in spiaggia a causa del brutto tempo iniziai a leggerlo e fu amore a prima vista. Avevo dieci undici anni, non avevo le basi tali da comprendere gli eventi storici raccontati nel libro. L’amicizia tra i due bambini mi aveva folgorata e l’avevo divorata. Se devo pensare al momento in cui ho capito che la lettura era qualcosa di cui non volevo fare a meno è stato quello. Quando tornai dalle vacanze la prima cosa che feci fu farmi portare in una libreria e scegliere le mie successive letture.

Le prime letture fatte, Gomorra, Il buio oltre la siepe, Il fu Mattia Pascal e 1984 andavano a confermare ciò che avevo già capito: non potevo più stare senza i libri.

Sono diventata lettrice grazie a mio padre, mia madre invece mi ha sempre rimproverato di leggere troppo, la frase stai sempre a leggere me la farò tatuare prima o poi visto che mi viene detta in continuazione. Non sono una che impone la lettura agli altri, è qualcosa di cui io non riesco a farne a meno, se gli altri riescono a vivere senza sfiorare almeno un libro sono fatti loro.

Non sono le loro storie quelle che mi interessano, ma quelle di lettori come me. Questa rubrica Lettori si raccontano nasce con questo intento, dare voce ai lettori, raccontare come e quando è nato il loro amore per la lettura e quali letture sono state determinanti nel loro percorso.

Ora la parola passa a voi, a chiunque abbia voglia di raccontarsi.

La mia esperienza nelle scuole. Tratto da una storia (purtroppo) vera

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I progetti lettura in tantissime scuole rappresentano la normalità. In altre invece oltre a non averli, non li accettano proprio o se li accettano lo fanno creando tanti di quei problemi e imponendo tante di quelle restrizioni che alla fine penserai: ma a me, chi me l’ha fatto fare?

Vivo in un paesello con una sola libreria indipendente che negli anni si è data da fare organizzando molti eventi culturali (io stessa mi sono occupata di varie presentazioni) con purtroppo una bassa risposta di pubblico; una biblioteca con un personale che senza giri di parole non vuole rotture di scatole (vuoi fare una presentazione qui? No, noi il pomeriggio mica siamo aperte e poi chi se la prende la responsabilità di tenere aperta la struttura senza un sistema di vigilanza adeguato) e con molte scuole. Togliendo le scuole primarie il mio ha ben tre licei statali di diverso indirizzo e due privati con un numero di studenti complessivo molto alto, visto che accoglie anche i ragazzi provenienti dai paesini limitrofi. Quando ho visto che le presentazioni in libreria non stavano più funzionando ho pensato di spostarmi nelle scuole proponendo un progetto di lettura molto semplice nella sua realizzazione: lettura di un libro e successivo incontro classe/autore. Ero armata di un progetto e di tante buone speranze, ma ogni tanto mi dimentico dove vivo.

A un progetto lettura per assurdo un liceo non ti dirà mai di no perché eh sì, la lettura è importante e i ragazzi dovrebbero leggere di più (eh sì, solo loro dovrebbero leggere di più). Quindi all’inizio sarà un bel sì, con tanti complimenti per l’idea, poi sarà un forse, vediamo, una cosa alla volta i ragazzi hanno dei programmi scolastici da portare a termine ed altri progetti a cui partecipare e…

Quando andai al liceo linguistico/artistico dopo il sì al progetto il vicepreside mi disse: guarda però la scuola non ha fondi. Sia chiaro, io propongo libri da leggere non da acquistare. Se prendono un libro per classe a me non interessa, ma forse mi hanno scambiata per una rappresentante di aspirapolvere e giustamente una scuola che se ne deve fare di un aspirapolvere? Dopo questo mi chiese, anche abbastanza stupito: ma i ragazzi questi libri che proponi li devono leggere? Leggere dei libri? Siamo pazzi? Follia pura signori. No, io volevo solo che li usassero per metterli sotto i banchi traballanti o per tirarseli durante l’ora di educazione fisica al posto dei palloni.

Al liceo scientifico la sfida è stata quella di venire incontro alla docente con cui avrei dovuto collaborare che mi bocciò praticamente tre quarti delle letture proposte (grazie, si vede che faccio proprio delle letture di merda). Sì perché per lei Gli anni al contrario della Terranova era pretestuoso, L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio inconcludente, Certi bambini di Diego De Silva banale (banale, sì ha detto banale e se non lo sapete c’è un girone dell’inferno apposito per le persone che definiscono i libri di Diego De Silva banali). A questo aggiunse anche sì però sempre con sta tematica della camorra, discostiamoci dai luoghi comuni. L’uomo che non riusciva a morire di Tony Laudadio le andò bene però lo facciamo come presentazione perché se i ragazzi non vivono una situazione del genere non possono immedesimarsi con il protagonista (io invece che sono una malata terminale ho potuto apprezzare il libro invece). Il commento preferito resta quello a L’altra madre di Andrej Longo dove la scuola non può assumersi le responsabilità di far leggere un libro del genere, la storia è dura e il linguaggio pieno di turpiloquio e se un genitore vede cosa diamo noi ai figli da leggere potrebbe avere da ridire e la scuola non ci farebbe una buona figura.

Per concludere il liceo classico mi aveva chiesto all’inizio di quest’anno dei nomi per stilare un calendario di incontri da fare durante tutto l’anno scolastico. Avevo selezionato una dozzina di titoli tra le letture che io stessa ho fatto perché proporre un libro di cui non conosco nulla l’ho sempre trovato scorretto e alla fine la preside mi ha rifiutato il progetto perché la casa editrice scelta non le piaceva. Non gli autori, non le storie che raccontavano, ma la casa editrice. Come scusa per carità è molto originale se non fosse che ad alcune classi hanno assegnato da leggere il libro di Selvaggia Lucarelli che sicuramente sarà più interessante e che è stato editato da una casa editrice molto bella, davvero molto bella.

Vorrei tanto aver voluto inventare questi episodi solo per il gusto di farci quattro risate ma purtroppo sono storie vere. Lo specchio di un Paese che non legge e che a volte legge poco e male. Siamo i primi a dire sempre eh sti ragazzi non leggono, stanno sempre con sti cellulari in mano. Certe volte invece sono i docenti a non leggere e a non volersi impegnare a far scoprire il piacere della lettura ai propri alunni.

Ps. Qualche presentazione buona nei licei alla fine sono riuscita a farla, nonostante questo, nonostante tutto.

I miei buoni propositi

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Fine anno tempo di bilanci, inizio anno tempo di buoni propositi. Per par codicio io tendo a non stilare nessuna delle due liste, la prima perché i bilanci mi fanno intristire facendomi pensare più a ciò che non ho realizzato, i secondi perché tanto so che i buoni propositi non li metterei in atto quindi tanto vale non perdere tempo. Fortuna che esistono le eccezioni e quindi, complice l’influenza che mi tiene incatenata a letto e non mi permette neanche di leggere come vorrei (se deliro quindi la colpa datela a lei e non a me) mi sono detta, adesso però qualche proposito per l’anno nuovo lo voglio fare, chissà se magari riesco anche a mantenerlo.

Addio Reading Challange. I lettori forti, ma non solo quelli, sanno di cosa sto parlando. Goodreads ogni anno ti fa fare questa sorta di sfida, con te stesso e con gli altri, che consiste semplicemente nello stabilire all’inizio dell’anno il numero di letture che si intendono portare a termine nei dodici mesi. Leggere venti libri piuttosto che quaranta non significa niente, la lettura non è questione di numero piuttosto di contenuto, quindi per quest’anno passo.

Libri che effettivamente mi interessano. Da quando ho il blog capita che venga contattata da case editrici che mi propongono i loro libri di prossima uscita. Non accetto tutto quello che mi viene proposto perché non avrei il tempo di leggere tutto. Molte volte però mi capita di non riuscire a dire no e di accettare libri che magari in libreria non avrei degnato neanche di uno sguardo. Certe volte sono delle piacevoli scoperte, altre invece sono letture che mi danno poco e che mi tolgono il tempo che potrei dedicare ad altre più meritevoli. Quindi, nessuna paura di rifiutare qualcosa che non mi interessa e voi non prendetelo sul personale.

Nuove uscite. Una cosa che ho notato è che sto troppo dietro alle nuove uscite. Questo non è che sia un male, attenzione, ma stando troppo dietro alle nuove uscite tendo a rimandare di troppo i numerosi libri che ho in lista o che ho già comprato e che aspettano da tempo di essere letti.

Delitto e Castigo. Con questo mi riallaccio al punto precedente. Nell’estate di due anni fa mi decisi a prendere Delitto e Castigo con l’intenzione (giuro) di leggerlo durante le vacanze estive (immaginatevi sto mattoncino sul lettino in spiaggia). Tra il dire e il fare c’è di mezzo il caldo, le notti insonni, le zanzare e chi più ne ha più ne metta che mi portò a pensare, forse è meglio che rimando in autunno. Autunno è diventato inverno che è diventato primavera che è diventata estate (come sopra) che è diventata sono arrivata a gennaio 2018 e avrà letto sì e no venti pagine. Questo deve essere l’anno di Delitto e Castigo senza se e senza ma (poi il prossimo anno vi dico se l’ho finito, tranquilli).

Rispetterò almeno uno di questi buoni propositi? Le scommesse sono aperte e se vi va raccontatemi anche i vostri.